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LUNEDI' PROSSIMO 18 APRILE 2011 PRESENTERO' IL MIO ROMANZO " I PESCI ALTRUISTI RINASCONO BAMBINI" PRESSO L'ASSOCIAZIONE ANDARE A VEGLIA DI BOLOGNA, VIA PAOLO BASTIA 3/2 ( CON INGRESSO VIA PAOLO MARTINI 7/2

 Corso di Prosa spontanea Associazione Primo Levi di Bologna
Insegnante Dianella Bardelli
Settima lezione 8..4.2011

 Prima di tutto si leggono i testi scritti a casa.
Poi si legge l'ultimo capitolo di Crazy heart di Thomas Cobb.
Dianella: è bello questo capitolo perché è tutto giocato non sul dichiarare i sentimenti di Bad, ma nel fare una cosa molto importante per chi scrive, cioè mostrare sentimenti e emozioni nelle azioni. Lo scrittore ha voluto mostrare la sua brutta fine, il fatto che non si rialza più; non solo dal fango…
primo studente: è una metafora
Dianella: esatto, lui non si rialza più da questa vita, quindi non può che sprofondare sempre più
primo studente: poi il fatto che abbia perso la torcia ma non la bottiglia, è una metafora grande
Dianella: non c'è luce ma la bottiglia sì…molto metaforico questo ultimo capitolo, secondo me uno dei più belli…il fatto che la storia finisca male è una scelta che lo scrittore ha fatto, del resto come poteva finire se lei lo lascia…come abbiamo visto nei capitoli precedenti. Lo scrittore avrebbe potuto fare la scelta di far finire bene il romanzo, cioè che Bad andando all'associazione degli alcolisti riesce a disintossicarsi.
Primo studente: l'avrebbe dovuto fare per se stesso
secondo studente: l'impressione che ho avuto io è che Bad in tutto il libro è in una fase discendente del suo percorso…la fine è una giusta conclusione del romanzo
primo studente: nell'episodio del bambino Bad ha captato di essere un verme perché stava rovinando non solo se stesso e ha preso l'occasione di andare dagli alcolisti. Poi il no di lei lo fa piombare nella vita di prima. Ormai la sua vita è andata. Ma se lei non gli avesse detto “ti saluto” lui si sarebbe salvato, anche perché stava riprendendo quota anche nella carriera. Aveva ripreso vigore. Alla fine era già in una fase di recupero.
Dianella: è giusto quello che dici, lui ha avuto l'opportunità di rialzarsi, però lo scrittore vuole insegnarci che se l'opportunità la vedi come esterna a te stesso, appena l'opportunità non c'è più tu ricadi…Difficile è risalire da soli, ma è l'unico modo per risalire davvero. E' realistico questo finale. E' il romanzo di una decadenza. Adesso vediamo come fanno finire diversamente il film tratto da questo romanzo. Poi guardiamo la scena che è stata tagliata in cui il finale è lo stesso del romanzo. Il finale lasciato è che Bad si disintossica, incontra di nuovo la ragazza che nel frattempo si è fidanzata…e tutti sono felici e contenti. Tutto il contrario del romanzo.
Si guardano i due spezzoni di film.
Si riprende in mano l'ultimo capitolo; si rileggono le righe in cui lo scrittore descrive la donna ubriaca che Bad incontra nel bar. Si discute sui dettagli di di questa descrizione. Si fa questo esercizio: come ci immaginiamo una donna ubriaca?Possiamo prendere ispirazione da questo brano, oppure da persone che abbiamo visto.
Dopo si leggono i testi scritti su questo tema.
Per casa questo esercizio: facce viste per strada

 

 

 

 

In giardino verso il tramonto

Un corridoio verde
sedie di tela bianca dopo il sole
abbandonate al silenzio e all’ ombra –
bellezza che si guarda
così diversa, così distante
da ogni pensiero,
desiderio, ricerca –
un raggio di sole,
l’ultimo,
occhieggia
sula punta del giovane cespuglio –
ma poi
sbattendo ali e becchi
litigando e vociando
una tortora e tre passerotti
se ne vanno dall’albero natalizio
cresciuto a dismisura

 Corso di Prosa spontanea Associazione Primo Levi di Bologna
Insegnante Dianella Bardelli
Sesta lezione 1.4.2011

Questa lezione è stata una lezione prevalentemente teorica
L' argomento trattato è stato il dialogo.
Dianella: il dialogo nella scrittura è difficile, ma abbiamo dei maestri del dialogo, come punto di riferimento. Questo non vuole dire che dobbiamo scrivere dialoghi come loro, però ci possono servire intanto per capire come non farli, ci servono i modelli per capire a cosa serve il dialogo in un racconto o in un romanzo. E' come nella vita, ma nello stesso tempo no, perché il dialogo ha come le altre parti del racconto, e cioè descrizione e narrazione, la funzione di fare andare avanti la trama. Nel racconto ci sono tre parti: narrazione, descrizione, dialogo. La narrazione avviene quando il narratore che può essere lo scrittore o un personaggio del racconto stesso, racconta qualcosa : “andarono…fecero…ecc..; le descrizioni sono le descrizioni di luoghi e persone e i dialoghi sono le parole che si dicono i personaggi. Ma tutti e tre questi elementi non sono separabili tra di loro, tutte e tre queste parti hanno una funzione narrativa, cioè di raccontare la storia. Poi ogni scrittore ha la sua maniera.
La funzione del dialogo si potrebbe pensare che sia solo quella di far parlare tra loro i personaggi. Ma non è così. Intanto bisogna distinguere tra dialogo e conversazione. Nel dialogo sono due i personaggi che parlano, invece nella conversazione abbiamo un gruppo. Un esempio può essere l'inizio di Guerra e pace. Se noi vogliamo raccontare quello che accade ad un gruppo e facciamo parlare i componenti di questo gruppo, quella è una conversazione. Scrivere una conversazione è una difficoltà diversa dallo scrivere un dialogo. In tutti i casi, sia il dialogo che la conversazione hanno una funzione narrativa, cioè fare andare avanti la storia.
Si parla poi della differenza tra romanzo e racconto. E tra romanzo breve e romanzo verro e proprio. Nel romanzo si ha uno spaccato di mondo, anche in quello breve, nel racconto invece si ha una o più scene di una storia che nel suo complesso non viene raccontata per esteso. In tutti questi casi comunque il dialogo ha la funzione di fare andare avanti la storia. Il dialogo poi alleggerisce la pagina, alleggerisce la lettura, perché il problema del lettore è che non si deve annoiare, anche se quando scriviamo non dovremmo pensare al lettore, perché quando ci pensiamo diventiamo un po' ossequiosi nei suoi confronti, ma il lettore non vuole essere lisciato, vuole essere sorpreso. Gli può andare bene uno stile come quello di Kerouac o di Joyce, quello che non gli può andare bene è annoiarsi.
Comunque quando si scrive un dialogo ci deve essere uno scopo narrativo per farlo, inoltre quando il personaggio parla deve rimanere fedele a come l'ho raccontato e costruito fino a quel momento. Se ha determinate caratteristiche non è che quando si mette a parlare diventa altro, in qualche modo ci deve essere la fedeltà a come precedentemente l'ho costruito. Questo nel romanzo, nel racconto è più semplice, perché non è uno spaccato di vita di tante persone, ma una scena che più è bravo lo scrittore più il lettore si immagina che appartenga ad un intero mondo; però può essere anche semplicemente il racconto di un pomeriggio di scrittura, sarà compito mio non rendere il racconto noioso: la stanza, le sensazioni, le caratteristiche delle persone…Ma il problema non è avere una bella storia in testa, il problema è riuscire a raccontarla. Tu puoi avere una gran bella storia in testa e poi non riuscire a scriverla.
Un romanzo ben fatto deve avere dietro di sé, o sotto di sé una sostanza che vada al di là della trama, e cioè deve raccontare l'umanità, cosa significa essere umani; che è ciò che ritroviamo in qualunque romanzo che noi possiamo definire un capolavoro. Un capolavoro è un romanzo dietro la cui storia, come quella che stiamo leggendo, c'è qualcosa d'altro; vi ho proposto questo romanzo che è così popolare nella scrittura perché dietro il personaggio di Bad ci siamo noi; il discorso filosofico dello scrittore è che l'essere umano in quanto tale è sconfitto. Non c'è vittoria nell'essere un essere umano; io la faccio mia questa affermazione perché nella visione buddista, come in quella cristiana, la vita è sofferenza finché non trovi un sentiero spirituale che ti porta fuori dalla sofferenza. Nella mia visione che non è materialista penso che gli esseri umani possano trovare un sentiero che ci porti fuori dalla sofferenza. In questo romanzo di Cobb tutti sono degli sconfitti, Bad, la ragazza, il bambino, Tommy stesso. Nessuno lì è completamente felice. Allora il grande romanzo è quello che ti fa intravedere qualcosa dietro la storia di un cantante country. Cioè un punto di vista sulla condizione umana.
Primo studente: sì ma questo è il pessimismo puro…
Dianella: questa è la vita…
Primo studente: ma dal lato pessimista…
Secondo studente: non è necessario che ci sia la felicità assoluta…
Terzo studente: se uno vive tranquillamente non ha bisogno di chiedere la felicità, io non me lo chiedo mai…Si soffre comunque per un amico…
Dianella: devo intravedere in un romanzo una visione della vita. La scrittura si nutre di una certa visione della vita, racconta meglio forse la condizione umana un grande romanzo che un libro di storia. Questo capita ad esempio ne I promessi Sposi.
Tornando al dialogo, devono essere persone che parlano, fedeli al loro personaggio per età, condizione sociale, psicologica, devono essere quelli delle pagine precedenti; fare questo non è così semplice come sembra perché se ho già 50 pagine scritte e due personaggi cominciano a parlare tra loro, potrei sbagliarmi e accorgermi che non sono più loro. Sono altri. Ecco perché non è facile scrivere i dialoghi, perché dietro i dialoghi ci devono essere dei personaggi. Inoltre di cosa parlano? Possono parlare di qualunque cosa, ma questa deve avere a che fare con il rapporto che c'è tra di loro.
Il maestro del dialogo nella letteratura moderna è Hemingway. E' un maestro del dialogo perché si è inventato un modo di scriverli che prima non c'era. Ci sono interi racconti, come “Colline come elefanti bianchi”, in cui la predominanza è nei dialoghi. Capiamo le problematiche dei due personaggi che parlano unicamente attraverso il dialogo. La straordinarietà è che noi lo capiamo quello che loro sono, la bravura di Hemingway è tale che noi capiamo oltre le parole. C'è un intuito dentro di noi che si attiva dove c'è una grandezza creativa. Riesco a vedere questi personaggi anche se l'autore non li descrive, riesco ad andare oltre le parole.
Si legge “ Colline come elefanti bianchi”.
Dianella: Non c'è nessun bisogno di descrivere come è lei, come è lui, perché lo scopo dello scrittore è raccontare il loro dramma interiore. La grandezza di Hemingway come di tutti i più grandi, è che lui “ha osato” una cosa che nessuno aveva fatto prima; lui non ha voluto raccontare questa storia con gli schemi precedenti, ma con suoi. La stessa storia si poteva raccontare in modo più tradizionale, facendo ad esempio presa sull'aspetto fisico dei personaggi. Per dire cosa avevano fatto prima di trovarsi in quella stazione sono bastate quelle etichette sulle valigie. Si riferisce ad un saputo di chi legge però osando. In tutti i racconti di H. c'è sempre questo dramma dietro, in quelli sull'Africa, su quelli della corrida, c'è sempre questo fare intravedere il dramma, anche senza dirlo esplicitamente. Il suo è uno stile, quello dei dialoghi e della frase breve. Viene detto stile paratattico, quello con periodi lunghi viene detto ipotattico ( ad esempio lo stile dei Manzoni).
Si accenna allo stile di altri scrittori, come Kafka, Poe, Collodi.
Per la prossima volta gli studenti scriveranno a casa un dialogo qualunque che però racconti qualcosa.
Dianella: dovete fare una scaletta:

  1. chi sono i due che parlano, due ragazzi, due uomini, un uomo e una donna…

  1. sono italiani o no

  1. dove è ambientato

  1. quanti anni hanno, ecc…

Il prossimo romanzo che leggeremo sarà I vagabondi del Dharna di Jack Kerouac.
La prossima volta finiamo di analizzare il romanzo di Cobb, leggeremo insieme l'ultimo capitolo.

Facce

Corre svelta  la ragazzina
dal vestito corto a fiori –
si trascina dietro una gran valigia –
corre, il viso a terra
serio, concentrato
su qualcosa di triste?
e il balordo strafottente
nella macchina vecchia
scalcinata anni '60?
dove l'hai presa, ragazzo?
Ferma il traffico lui
per mimare il bacino
alle ragazzine che passano
dall'altra parte della strada
e che nemmeno lo degnano di uno sguardo –
allora lui fa inversione
lo sguardo a cercarle
a cercare qualcosa, qualcuno –
e il balordo – balordo
che vaga con la lattina in mano
sotto i bei platani di giovani foglie?
pieni gli occhi di birra
lucidi, bianchi
neanche più vuoti
neanche più persi
solo bianchi
diventati bianchi –
sarà stata la schiuma di tutta quella birra, non so –
facce di gente
che corre o rincorre
o beve birra
che fa gli occhi bianchi

 L’improvvisazione di poesia e prosa spontanea: la scrittura spirituale di Jack Kerouac e Allen Ginsberg

Tra gli anni ’40 e ’50 nasce in America una nuova scrittura, un nuovo rivoluzionario modo di scrivere romanzi e poesie.
Il grande innovatore fu Jack Kerouac. Quando iniziò a pensare al suo romanzo “ On the road”, decise che quella storia per essere scritta aveva bisogno di un nuovo modo di raccontare. Doveva essere la scrittura dei tempi moderni, così come il jazz di Dizzy Gillespie e Charlie Parkerera la musica dei tempi moderni e l’espressionismo astratto di Jackson Pollockla pittura dei tempi moderni.
Quello che stava accadendo tra i giovani artisti in quegli anni in America, era che protagonista dell’arte diventava la coscienza umana. Attraverso i fatti, i luoghi, i personaggi si raccontava direttamente la condizione della mente umana, la vita interiore dell’anima. Dall’esterno di sé si andava a raccontare l’interno di sé, senza mediazioni, tentennamenti, censure.
Già Hemingwayaveva fatto la stessa cosa con l’invenzione strepitosa del dialogo come strumento narrativo, come componente della trama interiore dei personaggi.
Ma gli scrittori beatvolevano raccontare un’altra America, l’America dei “battuti e beati”, l’America dei giovani emarginati del secondo dopoguerra.
Come dicevo fu Kerouac a trovare, scrivendo e lavorando indefessamente, la nuova scrittura. Inventò la Prosa Spontaneache teorizzò nei saggi contenuti in “ Scrivere Bop”, e in una miriade di articoli pubblicati sulle riviste dell’epoca. La prosa Spontanea non è il flusso di coscienza di Joyce, o la scrittura automatica dei Surrealisti. La Prosa spontanea è il raccontare la vita mentre accade. E’ l’unità di mente e corpo mentre agiscono.
Fu una grande scoperta. Geniale. L’essere umano tornava a quell’unità originaria e innata di corpo e spirito che la società tiene tuttora separati. Kerouac amava citare a questo proposito un passo del Vangelo: “ Non preoccupatevi di ciò che direte, ma ciò che a voi sarà ispirato in quel momento, quello direte, poiché non siete voi a parlare ma lo Spirito Santo” ( Marco, 13.11).
Allen Ginsberg imparò da Kerouac, suo amico, questa nuova modalità di scrittura e la trasferì nella poesia. Nacque così il suo capolavoro “Urlo”, e le altre centinaia di sue poesie.
 Sì, perché l’improvvisazione di Poesia e Prosa spontanea è un fiume inesaurible, è il fluire della mente, fonte inesauribile di ispirazione che sempre si rinnova e si ricrea.Così la prosa e la poesia diventano il linguaggio dello spirito umano. La spiritualità infatti è una componente fondamentale della scrittura di Kerouac e Ginsberg. Spiritualità che proviene dalla educazione religiosa di entrambi, cristiana quella dei Kerouac, ebraica quella di Ginsberg. Entrambi poi saranno fortemente influenzati nel loro lavoro letterario dal buddismo zen che si andava diffondendo in quegli anni in America. Per Kerouac ( che lo studiò a fondo, da poco è uscita una riedizione a cura di Tommaso Pincio, di una sua vita di Buddha) questa filosofia fusolo un passaggio. Ritornò infatti al cristianesimo. Per Ginsberg il buddismorappresentò invece il sentiero spituale di una intera vita.

 

 Anshin Thomas Claude, Una volta ero un sodato (At Hell’s gate)

“ Il mio lavoro in Vietnam era uccidere la gente. Quando, dopo due o tre mesi dal mio arrivo, per la prima volta fui ferito in combattimento, mi ero già reso direttamente responsabile della morte di diverse centinaia di persone. E oggi, giorno dopo giorno, vedo ancora la faccia di molte di loro” ( C.A.T))

Quando dopo molti anni dal suo ritorno dal Vietnam, Claude Anshin Thomas si recò ad un ritiro per reduci presso un monastero buddista in Francia, dove insegnava e insegna tuttora il monaco vietnamita Thich Nhat Hanh, si accampò fuori da monastero. Era convinto, in caso contrario, che i vietnamiti che ci vivevano lo avrebbero assalito e ucciso. “ Tracciai un perimetro intorno alla mia tenda di venti metri per trenta all’incirca e ci misi delle trappole” (pag. 53)
Dal suo ritorno in America nel 1968 fino a quel momento, e cioè fino a 1990, aveva percorso tutto il baratro di molti altri reduci dal Vietnam: alcool, droghe, violenze e perdita di tutti gli affetti. Anche se non beveva e non si drogava più da sette anni, era perseguitato da incubi spaventosi e insonnia indomabile.
Al monastero di Plum Villagei vietnamiti non lo assalirono, anzi, dice Claude nel libro, gli volevano bene. Ma ogni loro viso resuscitava un ricordo: esplosioni, sangue e morte. Un giorno un Mirage francese sorvolò il monastero. Claude si buttò a terra in preda al panico. Una monaca gli spiegò che avrebbe dovuto imparare a guardare al passato come fosse riflesso in uno specchio di acqua calma.
Durante questa prima permanenza al monastero buddista Claude imparò la meditazione seduta e camminata, imparò cioè l’attenzione al respiro e la presenza mentale, le due pratiche fondamentali del buddismo zen. Quando Thich Nhat Hanh gli propose di vestire l’abito da monaco, Claude rifiutò. Però nel 1992 entrò in contatto con la comunità zen di New York e con il suo abate Bernie Glassman.Con lui decise di prendere i voti di novizio nella tradizione buddista giapponese del Soto Zen.
E’ da questo momento che la vita di Claude Anshin Thomas cambia radicalmente: conduce ritiri di meditazione, ha vissuto per strada insieme ai senza tetto, ha intrapreso pellegrinaggi a piedi, va in zone di guerra a parlare ai soldati, insegna la meditazione ai reduci delle guerre e ai carcerati.

La sua pratica di guarigione è semplice: bisogna guardare la nostra sofferenza, parlare liberamente di come ci sentiamo, creare un linguaggio dei sentimenti “ e usarlo per cominciare a rompere il silenzio così necessario a proteggere e a perpetuare i cicli della violenza e dell’aggressione” (pag. 60).
A questo proposito Claude racconta così il suo incontro con il buddismo: “ mi ha fatto conoscere un modo di vivere pienamente cosciente, in cui si dà attenzione al più piccolo dettaglio del pensiero, del sentimento e della percezione; il termine che definisce questo modo di vivere è presenza mentale…Uno degli strumenti che mi sono stati dati per aiutarmi a stare nel momento presente è la consapevolezza del respiro. Se sono completamente consapevole del mio respiro non posso essere in nessun altro posto che nel presente” ( pag. 65).
Una parte molto interessante del libro sono i pellegrinaggi che vi sono raccontati. Il primo fu quello che Claude intraprese nel 1994 partendo da Auschwitz per arrivare, il più possibile a piedi, in Vietnam. Il pellegrinaggio fa parte del modo in cui Claude intende il suo essere monaco. “ Ho scelto di vivere come un monaco pellegrino mendicante…ho fatto voto di non accumulare beni materiali e di non avere fissa dimora. Per questo trascorro nove mesi all’anno viaggiando per il mondo, facendo un pellegrinaggio ogni anno, accettando inviti ad insegnare meditazione e vivendo per strada come un senza tetto” ( pag. 88). Una cosa che contraddistingue Claude Anshin Thomas è che quando insegna non accetta altro compenso che il cibo, l’alloggio e le spese di viaggio.
Egli fa parte dello Zen Pacemaker Order( Ordine dei costruttori della pace Zen ) ed infatti il suo primo pellegrinaggio prese il nome di “Pellegrinaggio per la pace e per la vita”. Questo viaggio durò otto mesi e i pellegrini attraversarono ventuno nazioni. Nel libro viene raccontato dettagliatamente nel capitolo V intitolato “Camminare per camminare”.
Anche un altro pellegrinaggio viene narrato nel libro con molti dettagli. Si tratta dell’American Zen Pilgrimage. Il primo Marzo del 1998 Claude Anshin Thomas, insieme ad un gruppo di pellegrini partì da Yonkers nello stato di New York e arrivò ad Albany in California il 28 Luglio dello stesso anno. In tutto camminarono centocinquanta giorni. Attraversarono a piedi l’America rurale dei piccoli centri incontrando a volte aiuto e comprensione, molte altre volte sospetto e pregiudizio. Viaggiavano senza soldi, fermandosi a fine giornata in una città o villaggio chiedendo cibo e alloggio alle persone che vi abitavano. Non sempre questo accadeva. “ In una città della Pennsylvania ci respinsero in tutte le chiese, sotto una pioggia gelida che si andava trasformando in nevischio. Finimmo per dormire all’addiaccio in una porcilaia…Fu una delle notti più belle; ero così grato per quel riparo!” (pag. 115).
Raramente l’aiuto per il cibo e l’alloggio venne dalle chiese, quattro su cinque dicevano di no. Una volta addirittura il pastore di una chiesa che aveva rifiutato di aiutare il gruppo di pellegrini, li raggiunse nel parco dove si erano fermati a riposare. Scrive Claude che mentre conversavano l’uomo gli disse che lui era nientemeno che l’anticristo. Un’altra volta invece il predicatore di una Chiesa del Pieno Vangelo li invitò a partecipare ad una funzione e dopo li presentò ai suoi fedeli con parole gentili. Inoltre in alcune chiese cristiane fu data loro la possibilità di allestire un altare e celebrare una funzione buddista.
L’ultima parte del libro è dedicata sia alla riconciliazione di Claude Anshin Thomas con suo figlio, che aveva abbandonato quando aveva tre anni a causa della sua dipendenza da alcool e droghe, che alla spiegazione di alcune tecniche di meditazione.
In conclusione vorrei aggiungere che quello che insegna questo libro è che si può cambiare, migliorarsi, evolvere. Che gli errori, pur se gravi, possono portare a qualcosa di buono. Del resto questo è il messaggio di tutti i sentieri spirituali e religiosi.

Pomeriggio

C’è un’ora –
che non è il tramonto –
in cui l’erba del prato si illumina,
e la tortora viene a bere –
ma un sorso solo –
nella ciotola dell’acqua di Kia
che indifferente la guarda –
e lei, la tortora,
con il suo cigolio d’ali
dopo un sorso, ma un sorso solo,
s’alza in volo
e se ne va su un albero
alto ma qui vicino –
c’è un’ora –
e non dico quale –
che è prima, molto prima del tramonto
in cui -ripeto –
l’erba si illumina
e dal canneto
non giungono più
voci di passerotti –
l’erba si illumina –
ho detto –
e ci puoi vedere tranquillamente
e chiaramente in mezzo –
è come se la gramigna,
ul trifoglio e l’altre erbe
s’aprissero
per prendere l’ultime (poche)
ore di luce –
e così, ripeto,
si illuminano –
e io a vedere tutta questa bellezza
mi rattristo un pò –
vorrei essere forse
il canneto immortale?
o l’erba,
quella che non muore mai?
forse la margherita
che la tagli, la tagli
e lei ricresce sempre?
o la violetta
ogni anno più bella?
forse vorrei anch’io
avere forti, salde radici
per ricrescere
rinascere
ogni anno
e non vedere mai
la mia
e l’altrui fine

 

 
Urlo di Allen Ginsberg
in Jukebox all’idrogeno
a cura di Fernanda Pivano

A quelli che scrivono poesie chiedo: ma voi ce la mettete l’anima in quello che scrivete? E lo stomaco ce lo mettete? E il cuore? E le gambe per correre e scappare ce le mettete? E tutta la vostra energia mentale ce la mettete? E tutti i vostri difetti, vizi, porcherie, infedeltà, inettitudini, e paure, ce le mettete?
Se non ce li mettete, va bene lo stesso. Purché lo ammettiate. Ammetterlo è già farlo.
————-
Il poema Urlo di Allen Ginsberg è un viaggio dentro se stesso e dentro le coscienze dei propri amici e dentro la coscienza dell’essere umano in quanto tale. Ginsberg guarda nel profondo di questo essere umano che egli è e quello che trova lo tira fuori così com’è, e lo scrive nello stesso stato in cui lo trova.
Per leggere Urlo si deve fare un po’ di fatica. Fatica fisica. Perché ti lascia senza respiro. Ma è una bella, stupenda fatica. La traduzione che ho scelto di proporvi è quella della Fernanda Pivano, contenuta nell’antologia di poesie di Ginsberg, Jukebox all’idrogeno. E’ piena di note esplicative e utilissime che ci aiutano a capire luoghi, persone, fatti significativi a cui Urlo si riferisce.
Per capire e apprezzare Urlo bisogna dimenticarsi di quanti jeans Levis ha fatto vendere la cosiddetta beat generation.
Media, industriali e commercianti hanno trasformato fin dal suo inizio la beat generation in un marchio per vendere jeans appunto e camice, macchine e pulmini, cappelli e sciarpe, giornali, film e dischi. E anche un sacco di droga. Anche libri di chi ne faceva parte, e quelli scritti su chi ne faceva parte.
Questo marchio fortunato ha fatto vendere i libri di Ginsberg e Kerouac, anche se pochi li hanno letti come opere letterarie. La maggior parte ha voluti vedere questi e altri scrittori dell’epoca in maniera miope e ristretta, come rappresentanti di una generazione, come simboli di un malessere sociale, o peggio ancora come una manica di degenerati drogati e beoni. Ma solo se li leggiamo unicamente come autori di opere letterarie saremo in grado di apprezzarli o respingerli. Se invece ci facciamo guidare dai nostri pregiudizi sui loro stili di vita non saremo mai in grado di farlo.
“ Le opere che vengono prodotte come opere letterarie andrebbero viste per quello che sono….Tutti i nostri lavori ( si riferisce a Kerouac e Burroughs) hanno decisamente una base di conoscenza della letteratura del ventesimo secolo, da Gertrude Stein ai surrealisti” (A. G.,Facile come respirare, pag. 66-67 ).
Urlo è la poesia in cui, per sua stessa ammissione, Ginsberg utilizza la tecnica di scrittura inventata dal Kerouac. “ Howl è decisamente influenzato dal metodo della scrittura spontanea di Jack ( Facile come respirare, pag. 56 ). Dopo aver scritto delle poesie molto formali, decisi di lasciare andare quello che avevo dentro, di dire tutto quello che mi passava per la testa” ( pag. 100 ).
In Note scritte quando finalmente venne inciso Urlo Ginsberg dice: “ pensai che non avrei scritto una poesia, ma avrei semplicemente scritto ciò che volevo senza paura, avrei lasciato andare la mia immaginazione, aperto il sacrario, e buttato giù versi magici dalla mia mente reale, qualcosa che non avrei potuto mostrare a nessuno. Così il primo verso di Urlo; Ho visto le menti miglioriecc, l’intera prima sezione battuta a macchina all’impazzata in un pomeriggio… lunghi versi come ritornelli di sassofono di cui sapevo che Kerouac avrebbe udito il suono, traendo dalla sua prosa ispirata una poesia veramente nuova” (pag 453 di Jukebox all’idrogeno).
E continua dicendo di essere consapevole che sostenere il verso lungo presente in Urlo senza cadere nella prosa non sia facile. “ E’ l’ispirazione naturale del momento che lo tiene in movimento…la mente usata in spontaneità inventa forme a sua propria immagine” ( pag. 454 ).
In pratica il verso lungo caratteristico di Urlo è la forma naturale che assume l’immaginazione di Ginsberg, un’immaginazione che parla il linguaggio della poesia.
In senso tecnico Urlo si regge sull’uso anaforico di alcune parole come “ che” e “ Moloch”, in versi lunghi alla maniera di Whitman che risultano in tal modo legati e connessi tra loro. L’uso dell’anafora serve inoltre a tenere il ritmo e come base a cui ritornare.
Urlo nasce quindi come una lunga improvvisazione di scrittura in cui Ginsberg, come ha imparato a fare da Kerouac, insegue, rincorre i propri pensieri ed emozioni con il loro originale ritmo. Ginsberg era infatti convinto che questo fosse possibile, che cioè la poesia fosse la lingua con cui la mente esprime se stessa.
Urlo è poesia epica e intimista, universale e autobiografica, legata in gran parte a fatti e situazioni vissuti da una rete di amici scrittori, come Kerouc, Burroughs, Cassady. Ogni strofa è un episodio della loro quotidianità: viaggi, interminabili discorsi, camminate per le strade che duravano tutta la notte, bevute, sesso e droga. Ma il linguaggio è poetico. In un continuo sfuggirsi e rincorrersi come in queste strofe:
”schiera perduta di conversatori platonici precipiti dai gradini d’ingresso dalle scale di sicurezza dai davanzali dell’Empire State giù dalla luna”
“ farfugliando strillando vomitando sussurrando fatti e ricordi e aneddoti e sensazioni ottiche e shocks di ospedali carceri e guerre”
“che guidavano est-ovest settantadue ore per sapere se io avevo una visione o tu avevi una visione o lui aveva una visione per scoprire l’eternità”.
O in quest’altra in cui droga, sesso, buddismo, lavoro e studio vengono tenuti insieme, senza paura di autocontraddirsi: “che si ritiravano in Messico per conservarsi alla droga, o a Rocky Mount per il tenero Buddha o a Tangeri a ragazzini o alla Southern Pacific per la locomotiva nera o a Harvard o a Narciso o a Woodlawn alle orge o alla fossa”.
Protagonista di una parte di Urlo è Neal Cassady, il grande amore giovanile di Ginsberg. A lui si riferiscono queste strofe:
“ che andavano a puttane in Colorado in miriadi di macchine notturne rubate, N.C., eroe segreto di queste poesie, mandrillo e Adone di Denver-gioia alla memoria delle sue innumerevoli scopate di ragazze in terreni abbandonati & retrocortili di ristoranti per camionisti…”
“ che andavano a Denver, che morivano a Denver, che ritornavano a Denver & e aspettavano invano, che vegliavano a Denver…”
Urlo è diviso in quattro parti. La prima tratta della disperazione della vita e delle coscienze, e nello stesso tempo della gioia furibonda dell’essere vivi. E’ totalmente autobiografica, c’è lui, Allen, i suoi amici, le loro strade, città, parchi; e c’è Neal Cassady, il grande non contraccambiato amore della sua vita.
La seconda parte è dedicata a quello che Ginsberg chiama Moloch ( divinità antica resuscitata dal mostro-città ). E’ scritta sotto l’effetto del peyote. “ Mi ubriacavo di Peyote. Vidi sugli ultimi piani di un grande albergo un’immagine del teschio robot di Moloch che fissava nella mia finestra. Qualche settimana dopo mi ubriacai di nuovo, il viso era ancora lì nella metropoli rossa fumosa del centro, scesi giù per Powell Street mormorando Moloch, Moloch tutta la notte e scrissi la seconda parte di Urlo quasi senza correzioni nella cafeteria ai piedi del Drake Hotel” ( Note scritte quando finalmente venne inciso Urlo, pag. 455 ). Eccone alcune strofe:
“ Moloch il cui amore è petrolio e pietra senza fine! Moloch la cui anima è elettricità e banche! Moloch la cui povertà è spettro del genio! Moloch la cui sorte è una nube di idrogeno asessuale! Moloch il cui nome e la Mente”;
Moloch che mi è entrato presto nell’anima! Moloch in cui sono una coscienza senza corpo! Moloch che mi ha fatto uscire spaventato dalla mia estasi naturale! Moloch che io abbandono! Svegliatevi in Moloch! Luce che cade dal cielo!
La terza parte di Urlo è dedicata a Carl Salomon che Ginsberg incontrò in manicomio, dove rimase rinchiuso per quasi un anno. Tratta della pazzia, uno degli incubi della vita di Ginsberg, segnato dalla schizofrenia della madre, cui dedicò il poema Kaddish.
Cito solo una strofa a titolo esplicativo: “ Sono con te a Rockland dove in camicia di forza gridi che stai perdendo la partita al vero ping pong dell’abisso”.
La quarta parte è una specie di litania. “ Ricordai il ritmo archetipo di Santo Santo Santo mentre piangevo in un autobus a Karney Street e lo scrissi quasi tutto in un taccuino lì sul posto ( Note scritte quando finalmente venne inciso Urlo, pag.456 ).
“ Santo Peter, santo Allen santo Solomon santo Lucien santo Kerouac santo Huncke santo Burroughs santo Cassady santi gli sconosciuti mendicanti sodomiti e sofferenti santi gli orrendi angeli umani!

Allen Ginsberg (Newark,1926 – New York 1997) scrittore americano.
Allen Gisberg, “ Urlo”, in Jukebox all’idrogeno“ Guanda Editore, 2006.
Prima edizione: 1992
Allen Ginsberg, Facile come respirare, minimum fax, 1998
Approfondimento in rete:
http://it.wikipedia.org/wiki/Allen_Ginsberg
http://www.allenginsberg.org/
sito della Jack Kerouac School of Disembodied Poetics, scuola di scrittura creativa fondata da Allen Ginsberg e Anne Waldman in onore e ricordo di Jack Kerouac: http://www.naropa.edu/swp/index.cfm.
archivio di innumerevoli risorse in rete di audio di Allen Ginsberg: http://howlcat.naropa.edu/cgi-bin/koha/opac-search.pl?q=howl&limit=: