I Sotterranei di Jack Kerouac

I Sotterranei di Jack Kerouac

“Il dolore non sarà alleviato dallo scrivere, ma sarà redento”

Questa recensione nasce da un’improvvisazione di scrittura al registratore durante una passeggiata col mio cane nella campagna del paese dove vivo.
Manca il suono dei mie passi sulla ghiaia della strada di campagna, manca il paesaggio d’erba medica tagliata e della terra arata e piena di strisce chiare. Manca il nero del mio cane Kia, che non mi ascoltava mentre parlavo al registratore perché aveva altro da fare ( soprattutto annusare brandelli di uccellini rinsecchiti ).
Questo che ho detto forse è una stupidaggine, forse non andrebbe messo in una recensione. Ma è molto “kerouachiano”.
I Sotterranei , a detta dei suoi estimatori, è il capolavoro di Kerouac. A detta dei suoi detrattori è la sua solita  accozzaglia di parole. Come disse di lui Truman Capote  “ più che uno scrittore un dattilografo”
Per me che apprezzo quasi tutto quello che Kerouac ha scritto è davvero il suo capolavoro, nel senso che è la miglior applicazione del metodo della prosa spontanea, di cui Jack parla per la prima volta nei suoi taccuini raccolti ora nel volume Un mondo battuto dal vento.
Questo suo metodo sarà poi chiarito e reso sistematico  in alcuni suoi testi raccolti nel volume Scrivere Bop, soprattutto Dottrina e Tecnica della prosa spontanea e Fondamenti della prosa spontanea.
Per apprezzare I sotterranei di Kerouac bisogna comprendere cosa egli intende per prosa spontanea. Non è il flusso di coscienza. Non è la scrittura automatica dei surrealisti. Non si tratta di vuotare l’inconscio o di svuotare la mente o di andare a ruota libera.  E non si tratta nemmeno di libere associazioni.
La prosa spontanea è lo strumento con cui lo scrittore analizza la propria coscienza. Ma è uno strumento letterario, non psicologico, perché serve al racconto: come si scrive è tutt’uno con quello che si scrive, i due aspetti non appaiono più scindibili.
Quindi la Prosa Spontanea è uno strumento di autoconsapevolezza. Infatti se noi leggiamo I sotterranei ci rendiamo conto che ha una trama ben precisa che viene seguita per tutto il corso delle pagine. La trama viene raccontata dal punto di vista del protagonista maschile visto non dall’esterno ma dall’interno della sua coscienza.
I sotterranei, scritto nel 1953  e pubblicato nel 1958,  fa parte del gruppo di  romanzi che Kerouac scrisse e che rimasero inediti fino a quando riuscì a farsi pubblicare Sulla strada ( nel 1957 ):  Visioni di Cody, Il dottor Sax, Maggy Cassady, Tristessa,  I vagabondi del Dharma, Visioni di Gerard.

Ne I Sotterranei viene raccontata una storia d’amore molto triste, che pagina dopo pagina precipita verso la sua disfatta. In tutto il romanzo è come se il protagonista aspettasse la fine di questo amore invece di viverlo. Poi quando la fine arriva il fatto di averla aspettata per tutto il tempo non lo fa soffrire meno, lo fa soffrire comunque moltissimo.
La vicenda narrata è autobiografica; realmente Kerouac, che nel romanzo assume il nome di Leo Percepied visse una breve storia d’amore con Alene Lee,  una ragazza di colore che frequentava i sotterranei, cioè i frequentatori dei locali Jazz, che nel romanzo si chiama Mardou Fox.
L’incipit è folgorante ed è la premessa esistenziale di  tutto il seguito del romanzo:
“ Ero una volta giovane ( quando scrive I sotterranei Jack ha 36 anni… ) e aggiornato e lucido e sapevo parlare di tutto con nervosa intelligenza e con chiarezza e senza fare tanti retorici preamboli come faccio ora; in altre parole questa è la storia di uno sfiduciato e insieme la storia di un egomaniaco, per costituzione e non per facezia” ( pag. 5 ).
A questo punto della sua vita Kerouac si trova di fronte al suo fallimento sia come persona che come scrittore, due aspetti questi che in lui coincidono. Siamo nel ’53 e Jack non vede di fronte a sé nessuna speranza di essere pubblicato ( cosa a cui lui aspirava enormemente, come si legge nei taccuini ), né di liberarsi dalla dipendenza dall’alcool e ( come si leggerà nel romanzo ) dalla dipendenza da sua madre.
“Confessare tutto a tutti”, scrive nei taccuini. Ecco allora che ne I sotterranei, che è forse più di ogni altro il suo romanzo – confessione, la scrittura non è filtrata dal bisogno di approvazione da parte del lettore. Semmai immola se stessa e il suo autore al suo contrario: il biasimo. Sembra invitarlo continuamente ad indignarsi di fronte a questo alcolizzato che fa franare il suo rapporto d’amore con la ragazza “ negra” sull’altare della disapprovazione familiare: “ Dubbi dunque su Mardou perché è negra li ha non soltanto mia madre, ma mia sorella con cui un giorno dovrò vivere e suo marito…Cosa direbbero se la signora moglie della casa mia fosse una negra cherokee?” ( pag. 55 ).
Non ci induce alla compassione Leo- Jack neanche quando apre il suo cuore doloroso mostrandosi aspirante ad un auto condannante suicidio. “ …un’altra strappata ancora e mi tirano la terra azzurra addosso, amico, mi fan la cassa – perché ora la morte ripiega le grandi ali sulla mia finestra, lo vedo, lo sento, lo annuso” ( pag. 15 ).
Oppure quando parla, in questo libro destinato fin dal suo inizio ad una sperata pubblicazione, del rapporto intimo e fisico con Mardou e scrive: “ Me la portavo in grembo e la tenevo sospesa  sul letto e lentamente la spinsi giù, feci un po’ di fatica a entrarci, ma lei ci provò gusto…Oh il dolore di dover dire queste cose segrete eppure bisogna dirle, o se no perché scrivi e vivi?” ( pag. 23 ).
Non ci piace il Leo- Jack quando ci butta in faccia il suo conformismo- razzismo, o il suo dare in pasto al lettore la povera triste vita di Mardou: padre vagabondo, problemi psichiatrici, sempre in prestito da qualcuno perché senza una vera casa, insomma una vera sotterranea.
Ma ci piace la sua sofferta scrittura, in quel suo continuo outing – confessione, in cui  Leo – Jack non si assolve, ma anzi si condanna violentemente e definitivamente.
L’inizio della fine della storia con Mardou si consuma sulla gelosia di Leo. Una gelosia che prende le sembianze psicologiche dell’invidia. A un certo punto infatti compare il personaggio di Yuri ( nella realtà è Gregory Corso ). Tra lui e Mardou inizia un gioco infantile da cui Leo è escluso e che culminerà nel tradimento di Mardou.
“ Yury Grigorc: giovane poeta, 22 anni, era appena giunto dall’Oregon paese delle mele, ma prima cameriere in un grosso ristorante alla moda tipo rustico sottile alto biondo jugoslavo, di bell’aspetto, assai borioso, ma soprattutto con la voglia di staccare Adam  ( nella realtà Allen Ginsberg ) e me e Carmony ( William Burroughs ) , sapendoci da sempre vecchia riverita trinità, desideroso, naturale, perché giovane e sconosciuto e inedito ma molto geniale come poeta, di distruggere i grossi dei della tradizione e di farsi strada – e perciò desideroso anche delle loro donne, che sono disinibite, o almeno disintristite” ( pag. 78 ).
Inframezzata a questa, come ad altre parti del romanzo,  la descrizione dell’ambiente dei sotterranei: “ Notti che cominciano così chiare e lucide di speranza, andiamo a trovare i nostri amici, cose, telefonate, gente che va e viene, cappotti, cappelli, affermazioni, lucidi racconti, eccitazioni metropolitane, un giro di birre, un altro giro di birre, il discorso diventa più bello, più eccitato, accaldato, un altro giro, l’ora di mezzanotte, più tardi, i lieti volti accaldati ora si scatenano e poi c’è il tipo che attacca badì dedé uu baba fumo sbornia nottalta cucco e alla fine il barista, come un personaggio di Eliot ORA DI CHIUDERE – così più o meno si arriva alla Maschera…” ( pagine 95-96 ).
E poi ci sono le discussioni letterarie: “ Con Yuri c’era stato un lungo discorso letterario in un bar davanti a due bicchieri di porto, lui sosteneva che tutto è poesia, io tentavo di porre la vecchia consueta distinzione tra prosa e verso, lui disse: ascolta Percepied tu credi nella libertà? Allora dì quel che vuoi, è poesia, poesia, tutto è poesia, i grandi versi sono poesia…E lui mi lesse il suo “miglior pezzo” che era a proposito del “ raro notturno” e io dissi che pareva poesia da rivistina e non era la sua cosa migliore…” ( pagine 96 – 97 ).
Infine arriva la rottura con Mardou. La scena è da film: in un taxi. Litigano, urlano, alla fine Leo salta fuori dall’auto e corre a prende un altro taxi. “ Mardou abbandonata nella notte, malata e stanca…povera Mardou che va a casa sola, un’altra volta ( il maniaco ubriaco è scomparso )” ( pag. 116 ).
“ Piansi al deposito ferroviario seduto su un vecchio pezzo di ferro sotto la luna nuova e di fianco ai vecchi binari della South Pacific…- ma vidi all’improvviso, non in faccia alla luna ma da qualche parte in cielo…vidi chino su di me il volto di mia madre, con gli occhi impenetrabili e le labbra immobili e gli zigomi tondi e gli occhiali che luccicano…- come se soffrisse e come per dirmi: povero piccolo Leo, tu soffri, gli uomini soffrono tanto…” ( pagina 118 ).
Pochi anni dopo, a 46 anni Kerouac, già dimenticato dal pubblico, si esilia per sua stessa volontà a casa di sua madre. Senza più ispirazione, senza più storie da raccontare, solo bere e guardare la televisione. Dice la moglie Stella in Jack’s Book di Barry Gifford e Lawrence Lee: “ Eravamo stati alzati tutta la notte prima del giorno in cui è morto. Guardavamo la televisione…stavo per preparare qualcosa da mangiare a Jack, ma lui non me lo lasciò fare. Mi fece mettere seduta mentre andava ad aprire una scatoletta di tonno. Poi è andato in bagno. Ho sentito dei rumori e sono entrata a vedere. …il gabinetto era pieno di sangue. Ho un’emorragia disse. Ho un’emorragia” ( pag. 310 ).
Gli ultimi giorni della vita di Kerouac sono, come quelli di molti altri scrittori, un romanzo che varrebbe la pena che qualcuno scrivesse.

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