About Dianella Bardelli

In questo blog sono presenti mie recensioni di romanzi e saggi su vari argomenti, soprattutto sulla letteratura della beat e hippy generation. Scrivo romanzi, spesso ambientati negli anni '70-'80'; e poesie; ne ho pubblicati alcuni : Vicini ma da lontano, I pesci altruisti rinascono bambini, Il Bardo psichedelico di Neal ; è un romanzo sulla vita e la morte di Neal Cassady, l’eroe di Sulla strada. Poi ho di recente pubblicato il romanzo "Verso Kathmandu alla ricerca della felicità", per l'editore Ouverture; ho pubblicato un libretto di poesie: Vado a caccia di sguardi per l'editore Raffaelli. Ho ancora inediti alcuni romanzi, uno sulla vita e la poesia di Lenore Kandel, poetessa hippy americana; un secondo invece è un giallo ambientato nella Bologna operaia e studentesca del '68; un terzo è è sull'eroina negli anni '80 a Milano e un altro ancora sul tema dell'amore non corrisposto. Adoro la letteratura della beat e hippy generation, soprattutto Keroauc, Ginsberg e Lenore Kandel. Scrivo recensioni su http://samgha.me/ e http://cronacheletterarie.com/ mio profilo in Linkedin: http://www.linkedin.com/pub/dianella-bardelli/45/71b/584

Una ragazza

In un film che ho visto in TV c’era un’attrice di una bellezza disarmante, conscia e nello stesso tempo incurante del fascino che emanava. Mi ha ricordato una ragazza, doveva essere un sabato pomeriggio a scuola, doveva essere il periodo in cui frequentavo il serale e si andava a scuola anche il sabato pomeriggio. C’è la luce che entra dalle vetrate, non il buio e il neon che mi metteva tanta tristezza. C’era questa ragazza, era nuova, era la prima volta che entrava in classe, la prima e l’ultima perché poi non è più tornata. Anche lei aveva quella bellezza luminosa, quel fascino di capelli un po’ scomposti, lunghi, appena ondulati e gli occhi, pelle del viso, delle braccia così seducenti. In me fecero questo effetto appena la vidi seduta a uno dei banchi quando entrai in classe. Provai un’immediata attrazione verso di lei, un desiderio dolce di conoscerla, parlarle, sapere di lei, farmi raccontare la sua storia. Durante l’intervallo lei venne da me per farmi vedere il testo che aveva scritto, era impacciata come una che sa di non saper fare una cosa. Mi piacque quella sua fragilità, mi affascinava, era un tutt’uno con il suo aspetto fisico. Chissà se era un’arma, una strategia che lei metteva in atto per sedurre. A me sedusse, ma dopo quel sabato pomeriggio non la vidi più. Mi pentii di non aver fatto in modo di conoscerla, le avrei potuto parlare, invece non le diedi neanche retta quando mi fece vedere il il suo testo. Avrei potuto chiederle da dove veniva, dove abitava, perché aveva scelto quel tipo di scuola. Ma non lo feci.

La mia newsletter letteraria di Marzo 2018

Questo mese vi propongo due miei articoli, uno  su un libro di Luca Pollini: Restare in Vietnam, l’altro sull’attualità di Sulla strada di Jack Kerouac; infine due mie poesie

 

Un libro imperdibile: Restare in Vietnam di Luca Pollini

Il 12 Marzo del 1922 nasceva Jack Kerouac, quanto è attuale il suo di On the road dopo 60 anni dalla sua pubblicazione?

Due mie poesie:

La gente “strana”

Nowsreal, 1968

Un libro imperdibile: Restare in Vietnam di Luca Pollini

Raramente negli ultimi tempi mi ha stupito la lettura di un libro e ancor più raramente ha suscitato in me entusiasmo. Restare in Vietnam di Luca Pollini (Elemento 115 edizioni, 2017, 10 €) mi ha stupito per il lavoro immenso che c’è dietro (cinque anni mi ha detto lo scrittore) per scovare gli ex soldati americani rimasti in Vietnam e poi per scegliere di raccontare solo la storia di Marlin McDade. Mi ha entusiasmato per la scrittura, così aderente alla materia da divenire con essa un tutt’uno. Questo capita agli scrittori più bravi, quelli cioè che non si limitano a raccontare una storia, ma cercano lo stile, l’unico stile per farlo. Ci riescono in pochi, uno per tutti Kerouac. Conoscere Marlin McDade in un bar di Da Nang e farsi raccontare la sua sconvolgente storia deve essere stata per Luca Pollini un’esperienza indimenticabile. Traspare benissimo nel testo, che  lui ha assemblato sotto forma di una storia raccontata in prima persona. Empatia, vicinanza, comprensione sono riservate a quest’uomo che aveva vent’anni quando nel 1969 parte per la guerra in Vietnam. Quello che mi piace della sua storia è che Luca Pollini è riuscito a raccontarla facendo di lui un ragazzo americano come tanti altri in quegli anni di fermento. Lo stesso giorno in cui parte per l’addestramento militare sarebbe dovuto andare con la sua ragazza al concerto di Woodstock. E questo particolare apparentemente irrilevante è invece sintomatico di quei tempi, se eri un ragazzo americano di vent’anni ti poteva capitare di andare ad ammazzare civili in Vietnam oppure a fricchettonare a Woodstock. Quando ormai in America il movimento contro la guerra si sta diffondendo nelle città e nelle università, Marlin McDade vive in un paese sperduto del Kansas dove non c’è niente di interessante o anche solo piacevole da fare, dove l’unica cosa che la gioventù vuole è andarsene ( come avvenne in altre situazioni simili quando migliaia di giovani si riversarono nel ’67 a San Francisco per vivere la summer of love ). Il padre di Marlin, ex militare e a sua volta figlio di militare è convintissimo della giustezza della guerra contro i comunisti vietnamiti e spinge un confuso e disorientato Marlin ad arruolarsi volontario. Da quel momento per tutto il seguito del racconto la sua è una progressiva e terrificante discesa agli inferi. Il primo gradino è il corso di addestramento, dove bisogna urlare ” uccidere senza pietà è lo spirito della baionetta”, e dove  ti insegnano a non avere rispetto per nessuno :”quando ve li troverete davanti capirete che sono come animali”…anche un bambino può lanciare una granata o essere imbottito di dinamite…sono tutti vietcong e non puoi fargli cambiare idea, li puoi solo ammazzare”. Queste raccomandazioni creano nei soldati americani una paura pazzesca che, come dice Marlin, “fa commettere azioni che non puoi immaginare”. Era in vigore il Body count, il conto dei vietnamiti uccisi che serviva a mostrare i successi americani, facilitava la carriera agli ufficiali, e ai soldati faceva avere più cibo, birra, sigarette o due o tre giorni di vacanza in una spiaggia di Saigon. “Uno schifoso torneo proposto a ragazzi di vent’anni a cui danno un premio se fanno fuori la gente”, dice Marlin.
Far parlare direttamente Marlin è stato fondamentale per aggiungere qualcosa di nuovo su questa guerra. Di libri sul Vietnam e sulle atrocità perpetrate dalle truppe americane se ne sono scritti tantissimi. E sono stati girati anche molti film. Ma vi posso assicurare che se credete di saperne già abbastanza di quella guerra vi sbagliate. Vi manca questo libro per poterlo affermare. Non sono film magnifici come Apocalyspe Now o Il Cacciatore a raccontare come sono andate davvero le cose. Un conto è lo spettacolo della guerra, un conto la sua realtà. Leggere Restare in Vietnam  è stato per me come avere  davanti, seduto al tavolo della mia cucina, Marlin McDade che parla del Vietnam. Il suo personale Vietnam:  “preferisco raccontare quello che ho provato e sentito”, dice nel libro. Efficace in questo senso è
 l’uso della prima persona, ma anche il modo colloquiale, quasi dimesso, con cui atrocità perpetrate sui vietnamiti sono raccontate da Marlin.
Alla fine del ’70 tornato a casa una prima volta per la morte della sorella Susan, scopre che la sua ragazza Eleonore è diventata una fervente pacifista e sta con un altro. Non solo, scopre anche che quello che hanno passato e stanno passando in Vietnam i ragazzi americani non interessa a nessuno, anzi sono odiati da tutti. Perciò nell’Aprile del ’72 torna in Vietnam. Nelle basi americane si comincia a respirare aria di smobilitazione, i soldati non sono più disposti a morire per una guerra che sta per finire, per combattere si riempiono di eroina, disertano o uccidono gli ufficiali pur di non andare in battaglia. Infine in un attacco vietcong nella base americana di Saigon Marlin viene gravemente ferito. Dopo le cure ricevute all’ospedale americano, per la riabilitazione viene mandato in uno vietnamita e qui farà un incontro che gli cambia per sempre la vita. Però nel frattempo è costretto a rientrare in America. Lascia un paese “con dieci anni di bombe, milioni di morti e feriti, milioni di dollari spesi inutilmente, dove ci sono 900 mila orfani, 200 mila invalidi, un milione di vedove, dove la terra coltivata è bruciata e avvelenata”.
Anche in America Marlin avrà un incontro che gli cambia la vita. Il suo principale nell’officina meccanica dove trova lavoro un giorno vedendolo afflitto e triste gli dice: “Marlin devi affrontare i tuoi fantasmi. Secondo me dovresti tornare là”.
Tutta la storia di Marlin è raccontata alla luce della sua scelta fatta dopo la fine della guerra del Vietnam. Quella di ritornare là per restarci e provare a rimediare al male che lui personalmente ha fatto e ha visto fare. Si occupa ancora oggi per varie associazioni dello sminamento di intere aree abitate, che causano ancora migliaia di morti e feriti e della bonifica della terra dall’agente chimico orange, un defoliante usato dagi americani durante la guerra. Marlin sembra aver ritrovato un pò di pace vivendo in Vietnam, ma “quando vengo a sapere di qualcuno che salta in aria per una mina”, afferma, ” beh mi sento di averlo ucciso io”.

E in ultimo qualcosa sull’autore di questo libro. Luca Pollini all’attività di giornalista unisce quella di saggista e autore. Ha pubblicato, tra gli altri: I Settanta, gli anni che cambiarono l’Italia; Gli Ottanta, l’Italia tra evasione e illusione; Hippie, la rivoluzione mancata; Musica leggera; Anni di piombo; Amore e rivolta a tempo di rock;  Ribelli in discoteca; Immortali: storia e gloria di oggetti leggendari. Ha debuttato a teatro col reading Hippie, a volte ritornano. Collabora con mensili e quotidiani, si occupa di storia contemporanea, cura un sito (www.retrovisore.net ).
(Editing a questo articolo di M.C.D.)

Qui una mia intervista all’autore in occasione della presentazione di un altro suo libro dal titolo “Ordine compagni” di recente a Bologna alla libreria Ubik:

Il 12 Marzo del 1922 nasceva Jack Kerouac, quanto è attuale il suo di On the road dopo 60 anni dalla sua pubblicazione?

Ci sono scrittori che sono attuali, anzi necessari proprio perché inattuali rispetto al nostro presente. Sono come un faro che indica la strada in periodi di totale confusione come quello che stiamo vivendo. I sentimenti, le emozioni, i valori che trasmettono (senza volerlo, ma così spontaneamente) derivano dalle storie che raccontano e dal tipo di relazioni tra i personaggi di queste storie. Nel caso di Kerouac quello di lui che ci è ancora necessario è la spericolatezza della sua scrittura, i rischi che continuamente si prende a partire da On the road per inventare una nuova lingua letteraria attraverso cui entrare nel suo mondo interiore fatto di ricerca spirituale, senso assoluto dell’amicizia, curiosità, ma anche un mare di disperazione.
On the road non è il romanzo del “come eravamo”, ma del come potremmo essere. Non è attuale, a mio parere, ciò che semplicemente parla dell’oggi, bensì ciò che ci riporta alla parte più profonda di noi stessi e che abbiamo così tanto perso di vista da pensare che non esista nemmeno. Per me un romanzo, una poesia, un film sono attuali se domandandomi : mi riguardano? La mia risposta è sì.
Sono passati poco più di 60 anni dalla prima pubblicazione in America di On the road, era il 5 Settembre del 1957, ma per me è come un giorno. Per me Kerouac “è” ; non frutto del passato, del suo passato storico, ma frutto di una mente che ha attraversato indenne i decenni e attraverserà altrettanto indenne altri decenni. Perché? Perché il suo è il racconto epico dei tempi moderni e per quanto riguarda me e molti altri punto di riferimento di quel “rimaniamo umani” di cui abbiamo così tanto bisogno in questi terribili tempi in cui ogni cosa, ogni avvenimento, bello o brutto che sia dura un’ora, e poi non se ne parla più. Nel saggio di Howard Cunnell, “Stavolta veloce: Jack Kerouac e la composizione di Sulla Strada” che appare come introduzione in Jack Kerouac/On the road – il rotolo del 1951, si dice una cosa importantissima: ” Assai più che una guida per hipsters Sulla strada è una ricerca spirituale…gli interrogativi che si pone sono gli stessi che ci tengono svegli la notte e scandiscono i nostri giorni. Che cos’è la vita? Cosa significa essere vivi mentre la morte, lo straniero velato, è ai nostri calcagni? Dio ci mostrerà mai il suo volto? Potrà la gioia togliere di mezzo le tenebre?” In on the road questa ricerca è fatta nel modo in cui da che mondo è mondo si cerca se stessi: viaggiando, e con chi? Soli o con un amico. Kerouac aveva già scritto sei dei suoi capolavori più importanti prima di veder pubblicato il suo On the road nel 1957, dopo che fu costretto a “normalizzare” pur di essere pubblicato la versione del 1951. Quando iniziò a pensare a questo suo romanzo decise che quella storia per essere scritta aveva bisogno di un nuovo modo di raccontare. Doveva essere la scrittura dei tempi moderni, così come il jazz di Dizzy Gillespie e Charlie Parker era la musica dei tempi moderni e l’espressionismo astratto di Jackson Pollock la pittura dei tempi moderni.
Quello che stava accadendo tra i giovani artisti in quegli anni in America, era che protagonista dell’arte diventava la coscienza umana. Attraverso i fatti, i luoghi, i personaggi si raccontava direttamente la condizione della mente umana, la vita interiore dell’anima. Dall’esterno di sé si andava a raccontare l’interno di sé, senza mediazioni, tentennamenti, censure. Kerouac voleva raccontare l’America dei “battuti e beati”, l’America dei giovani emarginati del secondo dopoguerra. Per fare questo lavorando indefessamente trovò una nuova scrittura. Inventò la Prosa Spontanea che teorizzò nei saggi contenuti in “ Scrivere Bop”, e in una miriade di articoli pubblicati sulle riviste dell’epoca. La Prosa spontanea è il raccontare la vita mentre accade. E’ l’unità di mente e corpo mentre agiscono. Fu una grande scoperta. Geniale. L’essere umano tornava a quell’unità originaria e innata di corpo e spirito che la società tiene tuttora separati. Kerouac amava citare a questo proposito un passo del Vangelo: “ Non preoccupatevi di ciò che direte, ma ciò che a voi sarà ispirato in quel momento, quello direte, poiché non siete voi a parlare ma lo Spirito Santo” ( Marco, 13.11).
Dopo aver scritto il romanzo La città e la metropoli ( il solo che gli fu pubblicato poco dopo averlo scritto, nel 1950 ), Jack si accorse che lo stile tradizionale che aveva appreso da Tom Wolfe e William Saroyan non gli piaceva più. Ha dovuto creare un romanzo di 1000 pagine che ha impiegato due anni e mezzo a scrivere per accorgersene. Qualcosa macinava, fermentava e maturava in quelle sedute alla macchina da scrivere che duravano tutta la notte; c’era un sotto testo, un altro testo che stava sbocciando nella mente di Jack e che avrebbe dato luogo all’invenzione della tecnica dell’improvvisazione nella scrittura.
Oltre che dall’insoddisfazione rispetto al suo modo originario di scrivere, la tecnica dell’improvvisazione nasce da altre sollecitazioni e influenze. Prima di tutto dal Bop, suonato dai musicisti che Kerouac andava ad ascoltare nei locali di New York come il Minton’s e che erano Dizzy Gillespie, Charley Parker, Thelonious Monk, Lionel Hampton. Jack li ascoltava questi campioni del nuovo stile e pensava: come posso fare a scrivere come loro? Come posso fare a trasferire nella scrittura tutta quell’energia, quel sudore, quella fatica, quella bellezza che sembra nascere solo da se stessa e che non è scritta in nessuno spartito, ma sboccia lì improvvisata sul palco? Come fare tutto questo divenne per Jack un’ossessione. E quando uno scrittore è ossessionato da qualcosa deve per forza provare a scriverlo questo qualcosa. E poi c’era stata la lettera di 40 pagine che il suo grande amico Neal Cassady gli aveva scritto. Quella lettera di migliaia di parole era un grande, immenso unico paragrafo che parlava della strada, delle sale da biliardo, delle camere d’albergo e delle prigioni di Denver. Ed è allo stile e al contenuto di questa lettera di Neal Cassady che si ispirano le storie raccontate in On the road. Senza quella lettera e senza i viaggi su e giù per l’America fatti a fianco di quel grande affabulatore che era Neal, Kerouac non sarebbe diventato lo scrittore che conosciamo. Quel cowboy delle strade d’America divenne non solo suo amico ma soprattutto suo mito idealizzato, musa ispiratrice di una parte consistente della sua produzione letteraria.
In Kerouac la scrittura non ha lo scopo di raccontare una storia, non c’è trama, plot, struttura, scaletta, capitoli, cronologia, filo logico. La scrittura ha una funzione completamente diversa, quella di svelamento, di confessione, di estremo inutile tentativo di “confessare tutto a tutti” come diceva sempre lui; questo suo bisogno disperato di confessione aveva lo scopo di vedere dietro il peccato Dio. Questa fu la sua grande presunzione, ma presunzione giusta, quella di dare alla scrittura una funzione spirituale tramite il romanzo.
Questo nuovo modo di scrivere fu fatto proprio da Allen Ginsberg che lo trasferì nella poesia. Intorno a lui e a Kerouac si formò una cerchia di amici, come Burroughs e Corso, il cui interesse principale era lo scrivere, fare bisboccia, viaggiare, frequentare donne e locali erano la fonte di inspirazione di quello che essi avrebbero fatto confluire nella loro scrittura. Questo fu la beat generation. Un gruppo di amici che insieme cercarono e trovarono un nuovo modo di scrivere. Al di fuori delle università, delle accademie, dei circoli culturali, delle lobbies letterarie. E questo è un punto importante, che ne fa un aspetto attualissimo, da imitare anche oggi, da far proprio,
cercare la scrittura dove la scrittura non è, nelle strade, nelle persone che vediamo per caso, fuori di noi quindi, ma per fare risuonare tutto questo dentro di noi e vedere cosa succede a scriverlo. Ma neanche questo basta. Bisogna anche essere bravi, più che bravi, bisogna essere geniali, trovare da qualche parte dentro di sé questo nostro personale modo di essere geniali. In questo senso Kerouac è inattuale; infatti a parte quelli che hanno cercato di imitarlo pedissequamente non mi pare abbia avuto una vera influenza nella letteratura dei decenni successivi. Del resto le avanguardie letterarie nascono raramente, e personalmente oggi io non ne vedo. Leggo bei romanzi, anche belle poesie, ma poi se voglio davvero tornare alla parte più profonda di me stessa devo rileggere ancora e ancora Sulla strada, Visione di Cody, leggere le astruse poesie di Kerouac, anche quelle brutte, perché sfogliando e risfogliando i suoi “Schizzi” e i suoi haiku, la perla la trovo sempre. Non so cosa sia rimasto in America di quel movimento letterario definito beat generation, l’ultimo poeta beat e che ho avuto l’onore di conoscere è James Koller, morto nel 2014. In Italia con la morte della Pivano dei beat e di quello che hanno rappresentato che io sappia non è rimasto niente.

La malora e Una questione privata di Beppe Fenoglio: Lo stesso cuore, lo stesso sguardo

 

Sono storie diverse, non hanno niente a che vedere l’una con l’altra, ma è lo sguardo, il cuore di Fenoglio che è lo stesso. Lo stesso sguardo, lo stesso cuore, lo stesso amore per i luoghi e per i personaggi, che miracolosamente diventano persone ( ho trovato questa stessa capacità in altri pochi scrittori, Dostoevskji, ad esempio e Kerouac ). Eppure lo stile è così diverso tra La malora e Una questione privata. Quello de La malora mi ha ricordato il Verga de I malavoglia, ma in meglio; la scrittura di Fenoglio infatti non imita la parlata “dei vinti”, lo è. Fenoglio la conosceva, la praticava, non l’ha dovuta imparare. La scrittura di Una questione privata come definirla? Delicata, è la prima parola che mi viene in mente. Delicata ma al tempo stesso piena di fervore, passione trattenuta, pudore, terribile nostalgia, più terribile della paura dei fascisti. Nella scrittura di Una questione privata senti continuamente il respiro affannoso del protagonista, dovuto alle fughe, alle lunghe traversate notturne di pianure e colline, ma anche alle emozioni che gli procura il pensiero di una ragazza che più che oggetto del suo amore è oggetto della sua devozione, la stessa che si deve a una santa o a una dea.
La povertà raccontata ne La malora mi ha lasciato senza parole. E’ il racconto della miseria totale, quella della fame, della fame di tutti i giorni, insieme alla fatica, al lavoro sfiancante, da semi schiavi, senza diritti, ingabbiati in una scala sociale gerarchicamente tracciata. Il farmacista comanda sul mezzadro, il mezzadro comanda sul suo servitore in una catena apparentemente indistruttibile, ma che, anche se tanti anni dopo quei primi del ‘900, alla fine si è riusciti a spezzare. Bisogna leggere La malora di Fenoglio per capire, toccare con mano, quanta strada ha fatto il popolo italiano delle braccia, quello che un tempo si chiamava il proletariato.
In Una questione privata, al contrario, sono i sentimenti del protagonista, un ragazzo della borghesia fattosi partigiano, quelli raccontati da Fenoglio. La grandezza dello scrittore consiste nel non nascondere le sue contraddizioni diviso tra il suo dovere di partigiano e la gelosia nei confronti di una ragazza. La ama, anzi l’adora, ne è geloso, e per questo causerà la fucilazione da parte dei fascisti di un ragazzino di 14 anni. Questione privata e guerra partigiana si intrecciano mirabilmente nella scrittura di Fenoglio, che non è esgerato mettere tra i grandi prima di lui che ne sono stati capaci, ad esempio Omero, o l’Ariosto.

 

 

Nowsreal, 1968

 

Davanti a uomini incravattati
tranquilli

bella giornata di sole
lei dà volantini
sorridendo
con un tamburello a sonagli –
sono tutti così tranquilli
è il ’68 a San Francisco –
qualcuno declama discorsi 
o poesie
gli uomini in giacca e cravatta 
sorridono
sono incuriositi (ti immagini oggi?)
un giovane hippy 

si lava i capelli in una fontana
(Ti immagini oggi?)
qualcuno viene portato via
da tranquilli poliziotti
giovani anche loro
nessuno sembra incazzato 
( ti immagini oggi?) –
poi balli sfrenati
non c’è disperazione
hai presente quella 
di una decina d’anni dopo
qui da noi nel ’77? –
sono tutti belli, magri
non solo giovani
sembrano così rilassati –

 

Poi lei
la femmina-poeta Lenore
con il suo Bill
nella loro casa-tempio-culla –
e poi ci fanno vedere 
come si fanno a mano
le magliette psichedeliche-
poi gli Hells’ Angels
anche loro belli
i capelli al vento
e le moto-
perché si invecchia?
e ancora la casa di Lenore e Bill
e lui è serio, fuma
lei sorride, cuce
le lunghe perline colorate alla finestra
che ho visto
tante altre volte –
e i negozietti
e le strade sporche
come ti aspetti siano –
e Bill pelle liscia
nella sua immensa bellezza
che si fa fare dolcemente
un piercing
e come ci si sofferma sui dettagli
come se si sapesse che tutto 
stava per finire- 
i veri uomini
a sfidare
l’immenso cielo
Le donne
la danza del ventre

 

 

 

 

Per le fotografie credit to The Digger Archives (www.diggers.org
http://www.diggers.org/nowsreal.htm

La mia newsletter letteraria di Febbraio

Questo mese vi propongo una recensione de Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, morì il 18 Febbraio del 1963, e questo suo capolavoro fu pubblicato nel 1968; inoltre trovate qui una poesia tratta da un’illustrazione di Federico Paolo intitolata Samantha che vuole essere capita;  infine un mio articolo sulla poetessa hippy Lenore Kandel

Quello che ho scritto su Bob Dylan

Bob Dylan è uno dei miei cantanti preferiti, mi piace soprattutto adesso con la sua voce così vecchia, così roca, con quel vetro terrificante della sua gola. Perciò ho scritto un certo numero di articoli e notizie su di lui. Li ho raccolti in questa lista.

 

 

Quanti concerti ha tenuto nella sua carriera finora Bob Dylan 

Mi è capitato qualcosa di poetico che ha a che fare con Bob Dylan

Per i 76 anni di Bob Dylan (dal sito http://www.maggiesfarm.eu/)

Larry Sloman, On the road with Bob Dylan -Storia del Rolling Thunder Revue (1975)

Bob Dylan, Chronicles volume 1, mia recensione

Dont look back ( senza apostrofo )

 

Vita e poesia di Lenore Kandel


Lenore Kandel ( N.Y 1932 – S.F. 2009 ) è stata una poetessa americana della San Francisco degli anni ’60. Leader del movimento dei Diggers è nota soprattutto per un piccolo libro di poesie erotiche, “The love book”.
I Diggers sono stati un gruppo hippy e anarchico attivo a San Francisco dall’autunno del 1966 al Giugno del 1968, quando la summer of love finì nelle mani degli “hip capitalists”, che cominciarono a fare affari con la droga, con gli spettacoli, con i negozi. I Diggers si sciolsero. Ci fu chi si diede all’ecologismo, chi alle religioni orientali, Lenore Kandel rimase fedele alla sua poesia. Esiste un loro archivio molto interessante:www.diggers.org. Duranti il periodo in cui furono attivi organizzarono spettacoli estemporanei di teatro di strada, la distribuzione gratuita di cibo e vestiti, e una clinica gratuita. Spesso Lenore Kandel partecipava con le sue poesie alle performances dei Diggers.
La sua bellezza carismatica e la profondità del suo spirito colpivano chiunque la incontrasse. E questo accadeva sempre, sia nella sua prorompente giovinezza che nell’età della vecchiaia e della malattia. Fu l’unica donna a salire sul palco dell’”Human be-in”, il raduno hippy al Golden Gate Park di San Francisco del Gennaio del 1967, dove declamò alcune sue poesie. Su quel palco c’erano personalità del calibro di Allen Ginsberg, Gary Snyder, Timoty Leary. Era il compleanno di Lenore e 10.000 voci si levarono a cantarle “ Happy Birthay to you”. Il suo libro “The love book” tratta dell’amore fisico tra un uomo e una donna. Il libro subì un processo e fu condannato per oscenità. Lenore in aula si difese declamando San Giovanni della Croce e affermando che “Amore è una parola di quattro lettere, le parole veramente oscene sono odio, guerra, bomba. Se possiamo riconoscere la nostra propria bellezza, sarà impossibile per ogni essere umano recare danno ad un altro essere umano”.
The love book è scritto in prima persona e quindi rispecchia le personali esperienze della poetessa; il linguaggio esplicito usato nel poema paradossalmente è ciò che spiritualizza l’atto sessuale in esso descritto e lo rende sacro, pur rimanendo un atto di piacere.

Altre sue raccolte poetiche sono: “ Word Alchemy” (1967); Poems from Three Penny Press Chapbook” ( 1959); altre sue poesie furono pubblicate nelle riviste underground dell’epoca.
Lenore Kandel ebbe una vita avventurosa e per certi versi drammatica. A metà degli anni ’60 in una cooperativa di scrittori conobbe William Fritsch, soprannominato Sweet William, che si innamorò immediatamente di lei. I due si misero insieme e Lenore lo seguì nelle scorribande sulla sua Harley Davidson e nella vita spericolata nel gruppo degli Hell’s Angels di S. Francisco. Nel ’70 i due ebbero un grave incidente di moto e Lenore rimase gravemente ferita alla schiena. Gli ultimi anni della sua vita li passò praticamente sempre nel suo piccolo appartamento per via delle conseguenze sempre più gravi di questo incidente. Partecipò comunque alla festa organizzata al Golden Gate Park nel 2007 per festeggiare il 40° anniversario della “Summer of Love”. In quell’occasione fu chiesto a molti partecipanti di dire cosa stessero facendo nel 1967 e cosa stavano facendo ora. Lenore Kandel rispose: “1967: writing poetry, 2007 writing poetry”. Nell’Aprile del 2012 è uscita un’antologia delle opere di Lenore Kandel a cura della North Atlantic Books di Berkley. In essa gli appassionati di questa poetessa possono leggere numerosi inediti.
Lenore Kandel è stata una persona libera e anticonformista rispetto allo stesso mondo underground a cui apparteneva. Non era femminista, nel senso corrente del termine, non ce l’aveva con gli uomini e non li voleva imitare, li adorava. Aveva idee personali su questo argomento, adorava fare sesso con il proprio uomo, pensava che uomini e donne avessero compiti diversi, del resto un modello degli hippies di San Francisco erano le tribù dei nativi americani, in cui i compiti degli uomini e delle donne erano separati. Lenore esaltò nella sua vita e nella sua poesia la diversità, la femminilità,e la sacralizzò proprio nelle sue manifestazioni sessuali; allo stesso modo esaltò e sacralizzò la sessualità maschile.
In un articolo apparso sul San Francisco Oracle del 4 Dicembre 1966 Lenore tra l’altro scrive:” Sei bello. Siamo tutti belli. Sei divino. Siamo tutti divini. Se negli angoli segreti della tua mente ti trovi brutto e sporco e indegno dell’amore, ti sarò impossibile dare e ricevere l’amore. Se trovi che il tuo corpo e soprattutto le tue parti genitali sono brutte e vergognose, sarai incapace di usarle con amore. Puoi cominciare dall’accettare e amare te stesso come una manifestazione del divino e poi estenderlo…Ogni forma di censura, sia mentale, morale, emotiva o fisica, sia dall’interno verso l’esterno o dall’esterno verso l’interno, è un ostacolo contro l’auto consapevolezza”.