Un volto tra la folla

Ragazza di sfuggita –
bella, struggente
come un amore non ricambiato
che poco dura –
quale vita passava nel suo sguardo?

( leggera vestita con cane
e amico anche lui con cane –
leggera vestita
sgualcita
faccia
sguardo da non resistergli
non da lolita
non da bambina
non volto
che tutto racconta –
mistero
bellezza che non parla
che non nasconde
ma che lo stesso
qualcosa di strano
cela –
forse la stessa Nadja
di Breton)

Per Lenore Kandel a due anni dalla scomparsa:  dove vaga la tua sincerità?

E dove vaga la tua sincerità?
in quali cieli
Nirvana
Terra Pura –
in quale bambina
sei rinata?
bambina tibetana
indiana
americana –
ti vedo in altri cosmi
altri mondi
mondi del sorriso
perenne sorriso
perenne gioia
dell’amore
dato e ricevuto
ricevuto e dato
a uomini, donne e fiori –
dove è fuggita
la nuvola rosa
del tuo ultimo respiro?
18 Ottobre 2009:
dov’ero?
con chi?
dove?
e cosa pensavo?
forse ad un poeta
che osa e scrive
e sempre sorride

Per Lenore Kandel

(Il quadro è di Matteo Lavizza)
 
Copia di matteo per blogOggi è il secondo anniversario della morte della poetessa
americana Lenore Kandel

A lei dedico queste poche righe tratte da un romanzo che sto scrivendo
ispirato alla sua poesia e alla sua vita:

“Lenore era più di tutto una donna innamorata. Questo l’aveva portata a scrivere un piccolo libro di quattro poesie che trattavano le sue sensazioni durante l’amore con Bill.
Lenore era più di tutto una donna di casa. Adorava la casa. Adorava occuparsene, pulirla, “covarla”.
Lenore era più di tutto un poeta. La vita in lei parlava il linguaggio della poesia. Lei era la poesia.
Lenore più di tutto era il corpo sensuale, il corpo pieno, in questo senso Lenore era la “belly dancer”.
Lenore era più di tutto la donna che si dà agli altri. Che si rende utile. Che mette la sua creatività al servizio della comunità a cui appartiene. Era la ragazza digger.
La vita di Lenore Kandel è l’esempio di come la vita potrebbe essere vissuta se solo lo volessimo, e tutta l’esperienza hippy e Digger ha esattamente lo scopo di essere questo, mostrare alla società un modello di vita diverso, un modello di vita totalmente umano. Dove una persona può essere tante cose, tutte quelle a cui aspira. E questo in una vita sola.

Sturgeon Theodore, Più che umano
Fonderci, quella era la parola che usava Janie. Diceva che gliela aveva detta Baby. Significava che tutti insieme eravamo una sola cosa, anche se ognuno faceva cose diverse….Lone diceva che forse era una via di mezzo tra aiutarsi e unirsi” ( T. S.)

Ho scoperto questo scrittore americano mentre preparavo la recensione al libro di Tom Wolfe, L’acid test al rinfresko elettriko, interamente dedicato a Ken Kesy e ai suoi Merry Prenksters (allegri burloni). Sono così venuta a sapere che un autore culto di Ken Kesey era proprio Theodor Sturgeon. E così ho letto questo suo romanzo, More than human, che alcune edizioni in italiano traducono Più che umano e altre Nascita del superuomo. L’edizione italiana che ho letto io, quella della Giano del 2005 traduce il titolo alla lettera. E’ un bel titolo e ha a che vedere con il contenuto del romanzo molto più che l’altro, che evoca cose del tutto al di fuori di esso.
Non sono né un’appassionata di fantascienza né tanto meno un’esperta di questo genere letterario. Diciamo che, come molti ormai, non divido la letteratura in generi ma in libri che mi piaccio o che non mi piacciono.
La mia lettura di Più che umano è avvenuta quindi fuori da un contesto di genere letterario specifico, è avvenuta invece nell’ottica dei miei interessi principali in questo campo, quella della letteratura beat e hippy. Mentre leggevo questo romanzo mi sono cioè domandata cosa lo legasse ai vari Allen Gisberg, Ken Kesey, Lenore Kandel. Ho trovato a questo proposito delle connessioni: Il romanzo:
ti porta in una dimensione “altra”, ma umana, i “poteri” che i personaggi posseggono derivano dalla mente umana non da entità sovrannaturali;
ti porta ad un livello di profondità in te stesso, tramite i personaggi, come si muovono, cosa fanno, cosa dicono;
ti porta ad identificarti in loro e li vedi come in un film, ma un film psichedelico, cioè un film che avviene solo dentro la mente di qualcuno;
ti porta a questo discorso bellissimo della telepatia, del comunicare con la mente, cioè con l’energia della mente ed in maniera immediata ed intuitiva, senza la mediazione delle spiegazioni razionali, delle giustificazioni, dei perché e dei per come, la comunicazione mentale avviene e basta.
Lo stesso linguaggio di Sturgeon in questo libro evoca quello beat – hippy, tanto che in esso la comunicazione telepatica viene definita “fondersi” gli uni con gli altri. Riecheggia inevitabilmente il “tune in”, ovvero il “sintonizzati” di Leary Timoty, uno degli indiscussi guru degli hippies di San Francisco negli anni ’60.
Infatti fondersi è quello che hanno sempre cercato di fare con o senza le droghe Jack Kerouac con Neal Cassady, Allen Ginsberg con Neal Cassady e con Kerouac, Lenore Kandel con Sweet William, e gli Allegri burloni di Ken Kesey tra di loro. Questo è stato il Grande Esperimento di quegli anni.
Tutti i personaggi di Più che umano vengono mostrati sulla scena del romanzo fin dall’inizio, ognuno con la sua triste storia infantile che sarà la causa e il motore di tutto il resto della loro vita: quelli che contano di più nella storia sono Lone, Gerry, Janie, le due gemelline Bonnie e Beanie e Baby, il bambino mongoloide nella culla. Le loro vite si intrecceranno nel corso di tutto il romanzo perché tutti e sei hanno in comune l’essere stai rifiutati da qualcuno. “ L’intero mondo aveva rifiutato Lone…E Janie era stata rifiutata, e anche le gemelle” ( pag. 84). Tra di loro c’è questa comunicazione spontanea e telepatica che loro chiamano appunto fondersi. Janie la spiega così: “ se vuoi sapere qualcosa me lo dici e io lo dico a Baby. Lui trova la risposta e la dice alle gemelle, loro la dicono a me e io la dico a te”( pag. 87).
Lone ad esempio dice a Janie: “ Chiedi a Baby cos’è un amico”. “ Dice che è qualcuno che continua ad amarti anche se non gli piaci”.
“Chiedi a Baby se si può davvero fare parte di qualcuno che si ama”. “ Dice, solo se ami te stesso”. “ Chiedi a Baby cos’è un adulto che sa parlare come i neonati”. “ Dice, un innocente”. ( pag 93).
Baby, il bambino mongoloide è l’oracolo a cui si chiede, o se preferite è il guru, Janine e le gemelline Bonnie e Beanie sono le intermediarie, Lone o Gerry fanno le domande, fungono da adepti del guru Baby.
Ognuno di loro ha quindi funzioni diverse ma forma col fondersi con gli altri cinque un unico sistema che rappresenta l’evoluzione dell’homo sapiens. Sono la nuova specie umana, l’homo gestalt. Sono come un unico organismo che opera con diverse parti ad un unico comportamento.
Poi c’è il personaggio di Hip, che è il protagonista della terza parte del romanzo e che ha subito anche lui rifiuti e sofferenze fin da bambino.
Fondersi è una parola che Baby ha insegnato a Janie. “Significava che tutti insieme eravamo una sola cosa, anche se ognuno faceva cose diverse….Lone diceva che forse era una via di mezzo tra aiutarsi e unirsi” ( pag. 106 e 112).
Ma un giorno il gruppo incontra Mrs. Kew e qui cominciano i guai. A contatto con la bisbetica e razzista signora che li ospita nella sua bella casa e li costringe ad una rigida educazione vittoriana, i ragazzi cominciano a perdere il loro potere, la loro intima comunicazione telepatica. Dice Gerry, nella seconda parte del romanzo ad uno psicanalista : “ Ci svegliavamo tutti alla stessa ora. Facevamo quello che voleva qualcun altro. Trascorrevamo la giornata al modo di qualcun altro, pensando i pensieri di qualcun altro, dicendo le parole di qualcun altro. Janie dipingeva i quadri di qualcun altro,Baby non parlava con nessuno e noi eravamo contenti così. Non ci fondevamo più…alla fine dovetti uccidere Mrs. Kew” (pag 145 – 146).
La terza parte di Più che umano è dedicata al “perché la gente fa le cose”, se per fini egoistici e miserabili o per fini nobili e altruisti. Nel romanzo lo psicanalista a cui si è rivolto Gerry per farsi spiegare perché ha ucciso Mrs. Kew, la chiama moralità e la considera un modo per convivere con la solitudine. E’ l’insieme delle regole di comportamento che si dà una società per sopravvivere, ma non può essere applicata allo stadio evolutivo dell’Homo Gestalt, quello a cui appartiene Gerry. Il personaggio di Hip, e che è stato perseguitato da Gerry perché ha scoperto il segreto dell’antigravità di cui si servono le gemelline Bonnie e Beanie per spostarsi nello spazio volando, gli dice: “ Tu non hai bisogno di una morale. Nessun sistema di regole morali può valere per te. Tu non puoi obbedire a regole stabilite da quelli della tua specie perché non esiste nessuno della tua specie. Tu non sei una persona qualunque, perciò la morale di una persona qualunque non ti servirebbe più di quanto potrebbe servire a me la morale di un formicaio. Ma Gerry, c’è un altro tipo di codice a tua disposizione. E’ un codice che richiede fede più che obbedienza. Si chiama Ethos” ( pag 263). Ma cos’è l’Ethos? Credo di aver capito dalle ultime pagine del romanzo di Sturgeon che l’ethos sia la conseguenza di quello che capita ad un essere umano ( sapiens o gestalt) quando si accorge dei propri errori. Si raggiunge, come è capitato a Hip con l’introspezione, con il ripercorrere a ritroso i comportamenti di un’intera vita, riuscendo a “vedere” gli errori che si erano dimenticati. E le circostanze che li avevano prodotti. Vedendoli si prova vergogna, si dice nel romanzo,( non ho l’edizione originale e non so se il termine vergogna sia la traduzione più giusta) cioè si soffre, interpreto io; da questa sofferenza che è consapevolezza del male compiuto verso gli altri, nasce il comportamento etico. Il comportamento etico non è sinonimo di quello morale. Quello morale riguarda la massa, l’intera società umana così com’è ora, e può essere disatteso, trasgredito senza che “ se ne provi vergogna”, senza che se ne sia consapevoli ( “perdona loro perché non sanno quello che fanno”). L’uomo nuovo sarà l’uomo etico, l’ulteriore stadio evolutivo dell’uomo gestalt. Sarà colui che grazie “all’intuizione” si darà un codice etico per essere sempre pienamente consapevole e rispettoso.
Quando Hip tiene in suo potere Gerry, che lo aveva perseguitato per la sua scoperta sull’antigravità, potrebbe compiere un’azione morale: “ uccidere un mostro” ( pag. 264). Invece compie un atto etico, farà in modo che provi vergogna e lo libererà. C’è qualcosa di profondamente anarchico, a mio avviso, in questa distinzione che fa Sturgeon nel romanzo tra moralità ed etica. La moralità è quella che porta ad “uccidere il mostro”, cioè i propri nemici, avversari, che riempie le carceri, le camere della morte, i campi di guerra. Che riempie le famiglie di sofferenza, come è capitato a tutti i bambini protagonisti di questo romanzo. La morale può essere violenta perché con essa ci si difende. L’etica invece non prevede la punizione , prevede l’intuizione, l’auto consapevolezza, e la conseguente vergogna. Il pericolo però è quello di essere “ il benpensante che non riesce a dimenticare le regole. Quello che ha l’intuizione chiamata etica, e che sa trasformarla nell’abitudine chiamata morale” (pag. 267).
Un’ultima considerazione. Non bastasse la ricchezza, la profondità, la bravura di Ted Sturgeon nell’intrecciare tra loro le storie passate, presenti e future dei personaggi, c’è l’ultima pagina del romanzo. Non la riassumo e lo tento di spiegarla. Fatte le debite differenze è una specie di vangelo dell’uomo nuovo, che assomiglia moltissimo alla parola di un essere illuminato.

Theodore Surgeon, scrittore americano (New York 1918- 8 Maggio 1985)
Theodore Surgeon, Più che umano, Giano editore, 2005
Titolo originale: More than human
Prima edizione americana 1953
Prima edizione italiana 1953

APPROFONDIMENTI IN RETE
Introduzione di di Giuseppe Genna all’edizione Urania: http://www.carmillaonline.com/archives/2003/05/000255.html
http://www.physics.emory.edu/~weeks/misc/sturgeon.html  
http://www.theodoresturgeontrust.com/
http://it.wikipedia.org/wiki/Theodore_Sturgeon  
http://www.fantascienza.com/magazine/servizi/11847/1/cronache-ferraresi-e-altri-racconti-di-theodore-st/
http://www.liquida.it/theodore-sturgeon/  
il blog di Daniele Barbieri esperto di fantascienza e di Sturgeon: http://danielebarbieri.wordpress.com/2010/12/21/sturgeon-in-cerca-del-piu-che-umano/
In Lankelot: Gianfranco Franchi: http://www.lankelot.eu/letteratura/sturgeon-cristalli-sognanti.html

 


 

Il 24 ottobre uscirà il libro di Gianfranco  Franchi, "L'arte del Piano B. Un libro strategico" [Piano B Edizioni, Prato, 2011].
 

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"Il più famoso Piano B, il più spettacolare, diciamolo, è stato l'Arca di Noè. Ciò vuol dire che Noè è un uomo del Piano B. Tieni presente che rispetto a certi piani B bisogna volare leggermente più basso, stare coi piedi ben piantati per terra, non lasciarsi complessare da chi è riuscito in imprese di un respiro così immenso. Ma se devi farti un'idea su cosa sia un Piano B, non dimenticare mai che la trovata dell'Arca, quando nessuno pensava al diluvio, è qualcosa che si avvicina davvero molto a essere l'esempio perfetto".

Gianfranco Franchi (Trieste, 1978), letterato romano di sangue giuliano, austriaco e istriano, ha pubblicato in narrativa "Monteverde" (Castelvecchi, 2009), "Disorder" e "Pagano "(Il Foglio Letterario, 2006, 2007); in saggistica, "Radiohead. A Kid" (Arcana, 2009); in poesia, "L'inadempienza" (Il Foglio Letterario, 2008). Anima il popolare portale di comunicazione letteraria e dello spettacolo Lankelot dal 2003. Nella vita di tutti i giorni è un consulente editoriale, uno scout e un critico letterario. Per ora.

L’Arte del Piano B. Un libro strategico di Gianfranco Franchi
Collana: Zeitgeist
Pagine: 160
ISBN: 978-88-96665-35-0
Euro: 13,50
http://www.pianobedizioni.com/ 

 

Nel sito de La poesia e lo Spirito gli altri due miei racconti che fanno parte del romanzo che sto scrivendo inspirato alla vita e alla poesia di Lenore Kandel: " Credimi quando ti dico che tu sei bellissimo" e " L' amore è una forza che scioglie la pelle così che i nostri corpi si congiungono in un’unica cellula ":
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/10/16/credimi-quando-ti-dico-che-tu-sei-bellissimo-lamore-e-una-forza-che-scioglie-la-pelle-22-racconti-di-dianella-bardelli/

Nel sito de La Poesia e lo Spirito potete trovare quattro racconti ( due oggi e due domani a partire dalle ore 12) che sono altrettanti capitoli di un romanzo che sto scrivendo ispirato alla vita e alla poesia della poetessa americana Lenore Kandel, di cui il 18 Ottobre ricorre il secondo anniversario della scomparsa:

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/10/15/bill-e-lenore-bill-se-ne-va-racconti-di-dianella-bardelli/

 Corso di Prosa spontanea  – Associazione Primo Levi di Bologna

Insegnante Dianella Bardelli

Prima lezione 7.10.2011

 Introduzione alla scrittura spontanea ( trascrizione da una registrazione)

Questo corso si differenzia dagli altri che ci sono alla Primo Levi perché se avete letto l’intestazione del corso ha questa metodologia : ci si ritrova il venerdì e si scrivono delle improvvisazioni di scrittura (scrivo anche io) su vari argomenti: titoli, oggetti…Le chiamo improvvisazioni perché si scrive quello che viene in quel momento. Non prima elaboro tutto un discorso poi lo metto giù. Questo può andare bene se si scrive un saggio, allora il testo deve avere un andamento logico, quindi ci vuole anche molto pensare; invece nel caso della improvvisazione di scrittura tutto questo non c’è, è proprio tutto il contrario, bisogna scrivere quello che la mente detta. E si scrive per 5, 10 o più minuti, poi chi vuole legge agli altri. Naturalmente non siamo abituati a farlo di leggere agli altri perché abbiamo paura dell’altrui giudizio. Questo può indurre a una cosa sbagliata, quella di dirsi: adesso devo scrivere “un bel testo” perché lo devo leggere agli altri. Questo noi non lo dobbiamo fare, perché se mi impegno a scrivere un bel testo vuol dire che mi metto nella condizione mentale un po’ conformista, tipo scrivo qualcosa che so già fare…

Primo studente: oppure copio da qualche libro…

Dianella: ecco, oppure copio da me stesso, cioè non scopro; lo scopo dell’improvvisazione è scoprire nuove strade della scrittura, della nostra scrittura. Quindi prima di tutto dobbiamo scoprire la voce mentale che ci detta le cose, perché questa voce esiste; noi non siamo abituati a riconoscerla, a vedere che esiste dentro di noi una voce che ci detta quando dobbiamo scrivere o dipingere; gli antichi la chiamavano Musa, loro addirittura l’avevano identificata in una divinità, quindi ci credevano fermamente. Pensavano che ci fosse qualcuno “fuori”, una divinità che dettava loro. Noi dobbiamo pensare che questa voce esiste ma dentro di noi. Uno potrebbe dire: ma che cos’è questa musa dentro di me? Io non ci credo. Ecco, se uno comincia così dal mio punto di vista, è un ostacolo a quella apertura grandissima che ci vuole per far sì che la scrittura diventi uno strumento di scoperta spirituale di sé, che non è il fatto psicologico, non è la scoperta psicologica, esiste la scrittura come terapia per scoprire qualcosa che poi il terapeuta interpreta. Non è il caso nostro, lo scopo dell’improvvisazione di scrittura è dare voce a questa interiorità in cui un po’ bisogna credere, perché se uno dice, no siamo solo un pezzo di carne e siamo pensiero che sta qui nel cervello e non credo che esista nessuna musa, nessuno spirito, è un po’ dura scrivere un’improvvisazione; bisogna un po’ crederci…ma anche se non ci crediamo il venerdì facciamo finta di crederci per vedere cosa succede. Facciamo il come se. Come titolo del corso ho indicato la scoperta spirituale come scopo del corso perché questa è la mia dimensione personale, in questa parte della mia vita, cioè svilupparmi, cercare di evolvermi come persona spirituale perché mi sono convinta che questo spirito dentro di noi esista. Io pratico il buddismo e quindi mi influenza molto questa filosofia perché praticando certe meditazioni si entra in contatto con se stessi, si cerca di eliminare quelli che sono i dati sensoriali per concentrasi su se stessi. Questa è la mia dimensione, quindi anche nei corsi mi è piaciuto cambiare rispetto a tanti anni fa, cambiare nel senso di aggiungere questo aspetto. Se voi siete d’accordo io farei precedere agli esercizi di scrittura un qualche minuto di una meditazione molto semplice che è l’attenzione al proprio respiro che ha lo scopo di riportarci a noi stessi eliminando le cure esterne: cosa devo fare dopo, cosa farò da mangiare, chissà se il moroso, il marito ecc..Si cerca di eliminare tutti questi aspetti non perché siano il male, il peccato, no, ma perché se vogliamo ricondurci a noi stessi dobbiamo fare questa pulizia. Adotto questa meditazione anche nei corsi perché credo che faccia un po’ di spazio, quello spazio che rende più facile udire la voce di cui vi parlavo prima, che ci detta le parole.

L’improvvisazione di scrittura può essere intesa come genere letterario oppure come prima stesura, possiamo scrivere qui un’improvvisazione e poi a casa cambiarla, oppure la possiamo usare come genere letterario, quel genere letterario inventato da Kerouac e utilizzato da Ginsberg nella poesia, per cui non si cambia niente. Per Kerouac il metodo dell’improvvisazione di scrittura non prevede che si possa migliorarla, bisogna lasciarla così com’è, perché se è un atto della vita, noi un atto della vita non lo possiamo cambiare. Io sono enormemente affascinata dalla tecnica dell’improvvisazione perché a me personalmente ha fatto scoprire delle cose , mi ha fatto scrivere delle cose che io non avevo la minima idea che avrei scritto. Qualche volta capita che si entri in contatto con questa vita interiore profonda che viene fuori. Scopri qualcosa di te ma che è letteratura, è un testo letterario, e quindi ti congratuli con te stesso. Nella poesia questo ormai è il mio metodo di scrittura. A volte la lascio così, a volte la butto, a volte la cambio. Non penso più le parole e poi le scrivo, aspetto che le parole arrivino. E’ una cosa molto diversa dal cercare le parole

invece che aspettare che arrivino, è come cercare o trovare senza cercare. Cercare le parole è andare nel proprio vocabolario che già si conosce e scegliere una bella parola che stia bene lì. Invece nell’improvvisazione letteraria si fa fluire la mente liberamente ed è la mente che detta le parole. Questo fa sì che capiti che si scrivano metafore che non si sapeva di saper scrivere. La scrittura è come un puzzle, nell’improvvisazione le parole sembra che vengano già a caso, perché si va con il flusso delle parole che arrivano, poi si scopre che quello che si pensava fosse uno scritto casuale ha una sua logica interna, è diventato un testo, non sono singole parole messe lì.

Primo studente: ci vuole un allenamento lunghissimo, all’inizio ci sono delle resistenze

Dianella: sì, ci sono perché noi non pensiamo che a caso vengano delle belle cose, siamo abituati a che devono venire belle cose. In questa tecnica non devono venire belle cose devono venire cose vere, le cose di questo momento, quindi ha molto a che vedere con il “Qui e ora” delle filosofie orientali, cioè la vita è quello che sta avvenendo adesso; quindi anche nell’improvvisazione di scrittura si tiene presente che l’improvvisazione di scrittura è quella di questo momento, qualunque sia l’oggetto della mia improvvisazione se la faccio adesso o fra un’ora scriverò cose diverse. Questo è importante perché noi pensiamo che un testo sia per sempre, l’Infinito di Leopardi è quello per sempre, ma forse se Leopardi avesse saputo di questa tecnica forse su quel colle ci sarebbe tornato un giorno dopo l’altro e avrebbe improvvisato e improvvisato e avrebbe forse scoperto tanti altri infiniti. L’improvvisazione di scrittura è legata al fare fede al momento presente, quello che conta non è scrivere il bel testo ma il testo di questo momento. Poi può accadere che il testo sia bello. Ecco questo è quello che vorrei fare in questo corso, capisco che sia un po’ diverso da quello che comunemente intendiamo per letteratura. Molti non amano Kerouac perché è imperfetto, non correggeva, la sua prosa a volte è difficile da seguire. Da Kerouac ho imparato e anche io ho un po’ questa estetica dell’imperfezione, a me piace, mi dà il sapore della vita vera e mi dà anche il sapore dell’osare; proviamo ad osare quando scriviamo un’improvvisazione, osare nel senso di scrivere davvero quello che viene lì per lì. Uno può dire: e se non viene in mente niente? La mente lavora sempre, qualcosa viene sempre, è la nostra censura mentale che si preoccupa che quello che scrivo non sia bello

Primo studente: è un po’ come spogliarsi

Dianella, sì, a volte si fa fatica, però dà anche una gran soddisfazione; è un po’ come nei sogni, ci sono dei sogni che ci rivelano qualcosa. Poi c’è da tenete presente che i grandi scrittori non avevano modelli, erano modelli di se stessi, avevano dei maestri, anche noi possiamo avere dei maestri ma poi anche come scrittore io faccio la mia strada. Bisogna trovare il proprio modo. Bisogna essere letterati di se stessi.

Bene, ora possiamo cominciare a scrivere. Adesso facciamo cinque minuti di attenzione sul respiro. Subito dopo vi do un titolo su cui scrivere.

Fatta questa piccola meditazione sul respiro, il titolo dell’esercizio è: Ombre. Le prime parole o immagini che vengono poi per associazione le altre immagini e parole. Si scrive il testo e lo si legge agli altri.

Adesso cominciamo con gli esercizi sensoriali. Iniziamo dall’odorato. A ognuno viene dato un rametto di rosmarino. Se vi dico descrivi l’odore del rosmarino senza fare l’esperienza di odorarlo veramente si scrive un certo testo, se invece si odora il rosmarino mentre si scrive se ne scrive un altro. Si scrive mentre la cosa accade, invece nel primo caso si scrive con l’idea dell’odore non con l’odore reale. Quindi adesso odorando il rosmarino scriviamo un’improvvisazione sulle sensazioni che proviamo; dopo ci aggiungiamo, se vogliamo, cosa questo odore evoca, come ricordo, ad esempio. Si scrive il testo e dopo lo si legge agli altri.

Per casa se si vuole si può fare un esercizio simile con un altro odore.