Jack Kerouac, Gli scritti teorici: da “Un mondo battuto dal vento” a “Scrivere Bop”

In Italia Jack Kerouac piace più ai semplici lettori che ai critici o agli studiosi di letteratura; inoltre in genere se ne ignora la ricerca teorica sulla scrittura, sullo stile in relazione all’oggetto del proprio scrivere. Questa, al contrario, fu sempre la sua preoccupazione e la sua occupazione primaria, senza la quale, del resto, noi non potremmo parlare di prosa e poesia spontanea come di un qualcosa di codificato, come una possibilità stilistica tra le altre a nostra disposizione. Per esplorare come e quando Kerouac abbia reso sistematica la sua scoperta “casuale” della prosa spontanea, in italiano abbiamo a disposizione due libri: “Un mondo battuto dal vento” e “ Scrivere bop”. Il primo raccoglie buona parte dei taccuini di Jack durante la stesura del suo secondo romanzo, “La città e la metropoli” ( il primo da poco pubblicato è “Il mare è mio fratello”) e di “Sulla strada”. Scrivere Bop invece contiene una serie di saggi sulla prosa spontanea alcuni dei quali, insieme ad altri sullo stesso argomento, negli anni ’60 erano usciti in alcune riveste americane:

The origin of beat generation, Playboy, Giugno 1959
The biginning of Bop, Escapade, Maggio 1959
The beat generation, New York Post, 10 Marzo, 1959
Lamb not lion, Pageant, Febbraio 1958
After me the deluge, Chicago Tribune, 29 Settembre 1969
The last word, my position in the current american literary scene, Escape Giugno 1959
Are writers made or born, New York Post, 22 Ottobre 1962
Aftermath, Yhe philosophy of the beat generation, Esquire, Marzo 1978
Jazz for the beat generationm Hannover Records, 1959
The art of fiction, Paris Review, estate 1968

C’è inoltre da tenere presente tutto il lavoro teorico fatto d Allen Gisberg sul tema della poesia d’improvvisazione, che aveva imparato seguendo i suggerimenti dello stesso Kerouac; una parte di questo lavoro lo ritroviamo in due preziosi libretti: “Facile come respirare” e “Da New York a S. Francisco”. “ Mi ha insegnato tutto quello che so sull’arte dello scrivere…Howl è decisamente influenzato dal metodo di scrittura spontanea di Jack”, scrive Ginsberg in Facile come respirare.

Gli appunti sulla prosa spontanea contenuti in “Un mondo battuto dal vento

 In “Un mondo battuto dal vento”, ripercorriamo insieme a Kerouac il sentiero spirituale e letterario ( in lui sempre inscindibili ) che lo trasformò dal narratore tradizionale de “La città e la metropoli”, debitore di Tom Wolfe e William Saroyan, nello scrittore, che, come disse Henry Miller, “ ha violentato a tal punto la nostra immacolata prosa, che essa non potrà più rifarsi una verginità” ( Postfazione scritta nel 1960 a I Sotterranei di Kerouac ).
Martedì 9 Novembre del 1948 Kerouac scrive il primo appunto sul suo taccuino a proposito della nuova scrittura che gli sta nascendo da sola tra le dita che febbrilmente battono i tasti della macchina da scrivere: “ Scritto 6000 parole di Sulla strada, ma in modo grossolano, rapido, sperimentale: voglio vedere fino a che punto può arrivare un uomo. Lo scoprirò presto” ( pag. 228).
Fino a che punto può arrivare un uomo, scrive Jack, non fino che punto può arrivare uno scrittore. E’ evidente a tutti la profonda differenza tra queste due condizioni umane. Si tratta di andare dentro se stessi più profondamente che sia possibile, giù giù dove le parole nascono da sole e lo scrittore non cerca più ma trova. Infatti qualche giorno dopo, Giovedì 16 Novembre, Kerouac scrive: “scritte 700 parole di Sulla strada, vale a dire, continuavano a succedere cose che non volevo accadessero. Ma questo è il modo di scrivere più autentico, no? Incontrollabile, spaventoso e terribile” ( pag. 232). Tutto però si svela e si chiarisce il giorno dopo quando Jack scrive nel taccuino: “Altre 1000 parole più misteriose che si allontanano da me in una trance di scrittura mentre batto a macchina. Ho sempre avuto paura di provare una cosa simile, questa potrebbe essere la volta buona. Potrebbe essere la più grande “rottura” nel mio stile…Questo cambiamento potrebbe condurmi ( così pensa Ginsberg) a quel livello di scrittura che Mark Van Doren (insegnante di Ginsberg alla Columbia University) ,definisce “ facile o impossibile”. L’ho raccontato ad Allen e lui mi ha detto che un simile stile “fluttua leggero sopra l’abisso, come un palloncino, come la realtà”. Fluttuare leggero sopra un abisso è come la vita, quando, senza averlo premeditato, perdiamo i nostri preconcetti nel turbinio e nel pericolo delle cose reali che accadono, e ci riempiamo di un’ improvvisa inaspettata gioia, di un’agitazione rapida transitoria, a volte anonima, a volte in sintonia con il nostro essere. Tutto si incrocia, si lega, si avvolge e si pone al centro di quella conoscenza celestiale provata da chiunque comprenda ciò che vuole fare davvero…. Oggi quello che mi interessa di più è quella mancanza di responsabilità che abbiamo nel bel mezzo di tante azioni specifiche, come fare la spesa, guidare il metrò, leggere, dormire, e perfino fare l’amore. In tale mancanza di responsabilità vedo le bolle di sapone della nostra vita che sembrano fatte di velo lucido che riempie i nostri occhi nei momenti di divertimento entusiasta e persino nei momenti di dolore (pag. 232-233). Ed è alla fine di questo stesso taccuino del 1948 che Kerouac sente il bisogno di ringraziare Dio per il dono di questa nuova scrittura, che in lui, come in tutti gli scrittori della Beat Generation, è tutt’uno con la vita stessa: “Ti ringrazio, o mio Signore, per il lavoro che mi hai dato, il quale fermando gli angeli sulla terra, dedico a te; e lavoro dalla mattina alla sera per Te e creo interi mondi dal caos, dal nulla nel Tuo nome e infondo loro il mio respiro per te…e grazie per la confusione, l’errore e l’orrore della tristezza che si moltiplicano nel Tuo nome.(pag. 241) Quest’ultimo concetto solo apparentemente può apparire oscuro, per Kerouac, e tutta la sua opera successiva a Sulla strada lo dimostra, non lo è affatto. Questo guardare dentro se stessi, questo non programmare quello che si scriverà tra un istante, è un atto pericoloso, in quanto rivelatore di qualcosa di noi che potrebbe non piacerci, che addirittura, a detta di Kerouac ci spaventa, ma che è necessario scrivere. Perché, come scriverà nel taccuino del 1949, “la vita non è abbastanza”, anche se la scrittura è da lì che nasce. E’ tra 1949 e il 1950 che Kerouac riflette più a mente fredda sul suo nuovo modo di scrivere. In un appunto del Novembre di quell’anno scrive a stampatello: “NON SONO LE PAROLE CHE CONTANO, MA L’IMPETO DI VERITA’ CHE SE NE SERVE PER I SUOI SCOPI”. (pag. 322). E nel Febbraio del ’50 entra più nello specifico della stesura di Sulla strada: “ Sulla strada è il mezzo attraverso cui , quale poeta lirico, profeta laico e artista responsabile della mia personalità voglio evocare la melodia indescrivibilmente triste della notte americana. I motivi che mi spingono a farlo non sono mai più profondi della musica stessa”. (pag. 332). Ed è durante quest’anno il primo accostamento che Jack comincia ad intuire più che a sistematizzare tra il jazz e la prosa spontanea. Dopo aver ascoltato Tristano suonare il suo Intuition, scrive“ un pezzo astratto, non ritmato, alla Bartòk, un tizio di colore ha urlato: Suona un po’ di musica!…Io la penso come quest’ultimo. Suona un po’ di musica. Un arte che esprime lo spirito della mente e non quello della vita ( l’idea dell’esistenza mortale sulla terra) è un’arte morta. Questo accade quando una forma d’arte descrive se stessa invece della vita”. ( pag. 338).

I saggi contenuti in Scrivere Bop a proposito de la prosa spontanea

“Scrivere Bop” è un insieme di brevi densi saggi scritti tra il 1957 e il 1969 molti dei quali incentrati sull’improvvisazione letteraria, tecnica inventata da Kerouac, come abbiamo visto, nell’unico modo in cui un nuovo stile può nascere, cioè scrivendo. I saggi di questo libretto contengono la teorizzazione di tutto quello che Kerouac stava sperimentando e trovando: una scrittura in cui identificarsi totalmente, che fosse in grado di essere tutt’uno con la storia da raccontare. Il primo testo, intitolato Dottrina e Tecnica della prosa moderna, consiste nel celebre elenco di quelli che Jack definisce qui Punti essenziali. Ginsberg, dopo la sua conversione alla poesia spontanea attaccò questo elenco nella sua stanza di studente della Columbia University a mò di memorandum. Anche in un “semplice” elenco di regole dello scrivere lo stile è quello che fa la differenza. L’originalità dell’espressione e la sua densità di contenuto sono impressionanti. Alcuni esempi: “ Sottomesso a qualsiasi cosa, aperto in ascolto”; “ Scrivi per te stesso nel ricordo e nello stupore”; e soprattutto: “ Lavora nel succoso occhio centrale verso l’esterno, nuotando nel mare del linguaggio”. Si tratta di un elenco di 30 punti facilmente reperibili in internet.
Più strutturato in modo analitico è il secondo saggio sulla prosa spontanea contenuto in Scrivere Bop: Fondamenti della prosa spontanea. Qui Kerouac analizza nei dettagli questo nuovo metodo di scrittura, ne delinea il procedimento, il processo da seguire se ci si vuole sperimentare nell’improvvisazione letteraria. Il discorso non è puramente tecnico, ma si intreccia con osservazioni psicologiche su come l’oggetto della scrittura si ponga davanti alla mente e di come il linguaggio sgorghi da essa in “ un flusso imperturbato di segrete idee verbali”, che si trasferiscono nella scrittura separati da trattini che corrispondono al prendere fiato del musicista jazz. In questo testo Kerouac parla continuamente di mente, di immagini della mente, mai di emozioni, sentimenti; non si tratta infatti di esprimere le emozioni ma le immagini che spontaneamente la mente produce che a loro volta producono le parole. Questo è il meccanismo spiritual – psicologico – letterario messo a punto da Keruoac: “ Mai ripensarci per migliorare o mettere ordine nelle impressioni, perché la scrittura migliore è sempre quella più personale e dolorosa, strappata, estorta alla calda culla protettiva della mente – attingi a te stesso il canto di te stesso, soffia! – Ora! – il tuo metodo è l’unico metodo – buono – o cattivo – sempre onesto ( comico ), spontaneo, interessante per la sua qualità di confessione, perché non di mestiere. Il mestiere è mestiere…Segui approssimativamente un abbozzo, in un movimento a ventaglio sul soggetto, come su una roccia di fiume, così la mente che scorre sul gioiello centrale (facci scorrere la mente una volta sola) dovrà arrivare al fulcro” (pag 15).
Kerouac infatti è convinto che scrivere sia come la prova del fuoco: “ non c’era certo la possibilità di fermarsi a pensarci su, mordicchiare la matita e cancellare qualcosa” ( pag. 19) A questo proposito più avanti nel saggio “Scrittori si nasce o si diventa” afferma che il talento imita il genio…Poiché il talento non è in grado di originare deve imitare, o interpretare…Quello che Rembrandt e Van Gogh videro nella notte non può più essere visto”.
Infine Scrivere Bop contiene interessantissimi saggi sulla nascita della musica Bop e della Beat Generation, di cui varrebbe la pena parlare ma che esulano dall’argomento che mi sono proposta di trattare.
Vi accennerò soltanto. Alcuni sono il tentativo di Kerouac di difendere se stesso e gli altri amici della Beat Generation dall’accusa di teppismo di cui venivano fatti oggetto dalla stampa americana. Addirittura, dice lo scrittore nel testo, “la gente mi chiedeva di spiegare il beat alla televisione…Rispondevo che aspettavo che Dio mi rivelasse il suo volto”. E per spiegarsi meglio Kerouac fa un paragone tra la lost generation e quella beat; afferma che mentre la prima non credeva più in niente la nuova generazione beat “ è convinta che ci sarà una giustificazione a tutto l’orrore della vita”. E più avanti afferma che Beat non è vivere la propria vita fino in fondo, ma amarla. E che mai la parola beat servì a definire giovani delinquenti ma al contrario ragazzi dotati di una spiritualità diversa, che “poveri e felici profetizzavano un nuovo stile per la cultura americana completamente libero da influenze europee diversamente dalla Lost Generation”.( pag. 51)

Alcune riflessioni finali

Kerouac era convinto che fosse la “visione” a dettare le parole, a dettare la struttura stessa del discorso, a raccontare la “sua” storia. Questo è un punto cruciale, non condividendo, o almeno non comprendendo il quale, tutta la teoria della prosa e poesia spontanea non sta in piedi. In questo senso la prosa di Jack, facendo appello allo spirito che è in ognuno di noi, diventa prosa religiosa. Citando Buddha scrive: “ devi imparare a rispondere alle domande spontaneamente, senza ricorrere al pensiero discriminante”. E citando il Vangelo di Marco scrive: “ Non preoccupatevi di ciò che direte, ma ciò che a voi sarà ispirato in quel momento, quello direte, perché non siete voi a parlare ma lo Spirito Santo”. ( Scrivere Bop pag. 18). In questo senso la scrittura d’improvvisazione non può essere catalogata semplicemente come “prosa sperimentale”. Kerouac non si considerò mai l’avanguardia di un qualche movimento letterario. Anzi rifuggì sempre da una possibilità del genere.
Nella visione di Kerouac tutti i suoi romanzi erano un unico work in progress senza inizio e senza fine. Un unico racconto di quello che è lo spirito dell’uomo. Non la sua psicologia. I romanzi di Kerouac non sono romanzi psicologici, il loro intento non è quello di spiegare la mente umana bensì di raccontarla. C’è una enorme differenza tra le due intenzioni di scrittura. Dal mito al testo religioso fino alla poesia e al romanzo dei giorni nostri quello che è più interessante, quando accade, è il racconto della spirito che vive nell’uomo, come in ogni altro essere vivente.
“Sulla strada” rappresentò la prima prova che il metodo della prosa spontanea poteva funzionare. Nei romanzi successivi Kerouac si spinse oltre ( soprattutto in “Visione di Cody” e ne “I sotterranei”), mostrando una straordinaria capacità di introspezione, sincerità e generosità che personalmente non ho ritrovato in nessun altro scrittore, ad eccezione del Fenoglio del “Partigiano Johnny”. Anche per questo scrittore il romanzo si poteva scrivere solo a patto di inventare un linguaggio nuovo che gli permettesse di vivere. Non importa come uno scrittore ci riesca, quali strade debba battere, quale buio e confusione mentale debba attraversare. Deve andare oltre se stesso, per trovare l’“altrove” cui tutti noi in fondo tendiamo e cerchiamo. Pochi hanno il coraggio di avventurarsi nel mare tempestoso del proprio spirito. Ginsberg ebbe questo coraggio, seguì gli insegnamenti di Karouac e li applicò alla poesia. Testimoniò per tutta la vita il suo debito verso di lui, a tal punto da fondare in suo onore nel 1947 insieme Anne Waldman la famosa scuola di scrittura creativa Al Naropa Insitute di Boulder: la Jack Kerouac School of Disembodied Poetics ancora in piena attività.

 

Jack Kerouac, Il mare è mio fratello

Rimasto finora inedito “Il mare è mio fratello” è il primo romanzo scritto da Jack Kerouac nel 1943 a soli vent’anni. La cosa che mi ha fatto più impressione leggendolo è che contiene già tutti i temi dei romanzi che Jack scrisse dopo la “conversione alla religione della prosa spontanea”: l’amicizia tra due uomini, la strada, il viaggio e l’autostop, l’impossibilità di un rapporto stabile con una donna, l’ubriacarsi fino a perdere i sensi, lo spendere velocemente i soldi e rimanere senza un centesimo per poter ogni volta ricominciare tutto d’accapo. Ma dei grandi romanzi successivi manca la cosa principale, manca Neal Cassady, musa, maestro di vita e di scrittura, anche se l’unica cosa eccezionale che ha scritto è una lettera inviata a Kerouac di 40 pagine, prestata ad Allen Ginsberg, che a sua volta la prestò a Gerd Stern che viveva su una barca e che la perse facendola cadere in mare. Fu questa lettera – fiume, scritta da Neal di getto, in un fluire ininterrotto di parole, immagini, pensieri, senza soluzione di continuità, che diede l’ispirazione a Jack per scrivere “in un altro modo” non solo rispetto a questo primo romanzo ma anche a quello successivo “La città e la metropoli”, che rappresentò l’inizio della sua carriera di scrittore. Ecco cosa manca ne “Il mare è mio fratello” ( titolo tra l’altro meraviglioso), quell’incontro che apre le tue personali porte della percezione. Neal Cassady è colui che ha reso possibile la scrittura di Jack Kerouac come la conosciamo. Prima di tutto a causa di quella lettera, in secondo luogo per Neal Cassady così come lui era; per Kerouac innamorato dell’America oltre misura ( si potrebbe dire che nei suoi romanzi non parla d’altro) Neal era il prototipo del ragazzo americano di quella classe lavoratrice a cui Kerouac apparteneva, anche se in un gradino più in su rispetto a Neal: vero ragazzo di strada e di vita.
Ai normodotati della scrittura forse piacerò di più questo “Il mare è mio fratello” piuttosto che il non bello ma geniale I sotterranei. Perché ha la punteggiatura al posto giusto. Ha i dialoghi così come devono essere scritti. E’ normale insomma. Ma non è geniale. Perché quel fa di uno scrittore un genio è la voce di dentro così come risuona in lui e che egli sa tradurre in una scrittura che prima non c’era.
Eppure questa prima prova narrativa di Jack contiene perle notevoli soprattutto nelle descrizioni di persone e luoghi, capacità questa che egli ebbe sempre in somma misura e che qui, da ventenne senza esperienza, impressiona per la profondità, la disinvoltura e e il mestiere. Un esempio fra tanti: “ Bill sedette sulla valigia e sorrise. Più avanti lungo la strada si scorgeva una pallida luce dentro la finestra di una fattoria. L’aria, satura del calore accumulato durante il giorno, dell’intenso profumo di fogliame riscaldato, dei miasmi di una palude vicina, dell’odore della fattoria e del macadam che si raffreddava sulla strada, li avvolgeva, un drappo caldo, dolce e voluttuoso nel crepuscolo estivo” ( pag. 52)
Nell’introduzione di Dawn M. Ward che precede il romanzo, veniamo a sapere che il personaggio di Bill Everhart è ispirato al grande amico della prima gioventù di Kerouac nella città natale di Lowell, Sebastian Sampas ( morto a seguito delle ferite riportate nella battaglia di Anzio del 1944). Ma in realtà sia questo personaggio che quello di Wesley Martin contengono caratteristiche anche dello stesso Kerouac sia al tempo dei suoi vent’anni che anche in seguito. Il Jack Kerouac diviso tra la propensione allo studio, alla vita intellettuale, a quella casalinga e familiare che ne “Il mare è mio fratello” caratterizzano il personaggio di Bill Everhart, è l’altra che vive di avventure, giorno per giorno, senza programmi, senza famiglia, senza donna, senza casa, rappresentata nel romanzo da Wesley Martin. Una doppia personalità che Jack si porterò dietro per anni, soprattutto dopo gli incontri fatali con Neal Cassady, Allen Ginsberg, Bill Burroughs. Loro furono l’avventura, il nuovo, lo sperimentarsi continuo.
Ma Jack era anche profondamente ancorato a sua madre e alla sua casa ordinata e pulita. Alla fine della sua breve vita, stremato dall’improvviso successo di Sulla strada, Jack scelse la “normalità” del rapporto esclusivo con sua madre. Morirà in casa sua a soli 46 anni senza aver più scritto nulla da tempo, ormai per lui c’era solo la bottiglia e guardare la TV tutta la notte.
Ma torniamo a questo primo romanzo. La vicenda ruota intorno al rapporto tra
Wesley e Everhart; si incontrano per caso in un bar di New York e decidono di imbarcarsi insieme su un mercantile. A questo scopo raggiungono in autostop Boston, dove in compagnia di altri futuri marinai attendono la partenza del “Westminster”. Alla navigazione su questa nave è dedicata l’ultima parte del romanzo, sicuramente il cuore pulsante della storia, che dà il senso e la ragione d’essere al titolo. La fuga dalle convenzioni si sposta dalla strada al mare. “quanto a Wesley andare per mare gli bastava, era tutto, al diavolo le sollevazioni, l’alcol, il matrimonio e il mondo da un capo all’altro. Non gliene importava un fico secco – il mare gli bastava, era tutto” pag 82). Ma anche per il personaggio di Everhart, che non era mai neanche salito su una nave, il mare diventa la soluzione da una vita di convenienze e finzioni. “ Si sentì invadere da un’onda di pace…il primo giorno in mare si era rivelato tranquillo e rilassante. Era questa la vita che Wesley si era scelto?…questa routine di lavoro, pasti, tempo libero e sonno, questo soave dramma della semplicità?” ( pag. 128) E’ un mondo chiuso, un mondo di soli uomini quello che caratterizza questo romanzo. Uomini legati da una reciproca ammirazione, non semplicemente da stima o simpatia; sono uomini che si piacciono. Il cui aspetto fisico ha un ruolo importante nella scelta di frequentarsi. Ma non è assolutamente una storia omosessuale né esplicita né latente. Semplicemente le donne ne sono escluse: sono un impedimento alla propria libertà di movimento. E’ un po’ come accadrà di lì a pochi anni tra le figure diventate mitiche del mondo letterario della beat generation. Non ci sono donne. Le donne fanno da contorno. Eppure c’erano fior di scrittrici. Ma i “giganti” fecero loro ombra. La nave mercantile su cui i protagonisti de “Il mare è mio fratello”viaggiano ha lo scopo di portare rifornimenti all’esercito americano ed è scortata da un cacciatorpediniere; è una vita che Kerouac conosceva di persona, infatti nel 1942 lavorò per un periodo su una nave come quella descritta in questo romanzo, e diretta come quest’ultima in Groenlandia. Ma la sua esperienza reale non fu così idilliaca come quella dei suoi personaggi ne “Il mare è mio fratello”. Nella sua biografia di Kerouac Tom Clark si sofferma sul modo in cui lo scrittore parlava e scriveva a proposito di questa esperienza. Da una parte la raccontava come l’esperienza eroica della sua vita, ma poi nel suo romanzo Vanità di Dulouz “ammette che si sentì infelice per la maggior parte del viaggio – uno schiavo su una nave prigione”. (pag 49).
Questa edizione degli Oscar Mondadori dek 2012 non contiene solo questo romanzo giovanile di Kerouac, ma altre sue prove di scrittura precedenti al 1943; inoltre è presente un nutrito epistolario tra Kerouac e l’amico Sebastian Sampas.

un bellissimo documentario su Ginsberg, Kerouac, Corso e gli altri della beat generation


 Contiene testimonianze dirette dei protagonisti della beat Generation; è presente anche Timothy Leary che dice cose stravaganti ma di grande interesse. Ci sono filmati dell’epoca davvero inediti sulla scuola di scrittura di Boulder dedicata a Jack Kerouac. Vi compaiono Ginsberg, naturalmente, ma anche Corso, Orlovsky, Waldman, Burroughs, gli studenti che la frequentano. Ci sono letture di poesie in mezzo alla strada, piccole manifestazioni contro la guerra interrotte da poliziotti che hanno la stessa età degli studenti e tutto sommato si comportano in modo gentile, li invitano a spostarsi dal centro della strada o li spostano di peso ma con maniere non violente.
Un mondo a parte quello beat-psichedelico-hippy nelle sue manifestazioni più spontanee, prima che il mercato se ne impossessasse.
Alla scuola di scrittura le lezioni avvengono in luoghi informali, tipo soggiorni con sedie e poltrone sparse qua e là. Gli insegnanti parlano come viene loro di fare lì per lì, in modo del tutto spontaneo, improvvisato, stanno in mezzo agli studenti, non c’è separazione tra gli uni e gli altri. Magnifico, teatrale, Ginsberg quando legge le sue poesie accompagnato dall’harmonium che suona anche bene. Burroughs, come dice Ginsberg nel commento al documentario sembra uno della CIA dai modi di fare calmi e prudenti. Adorante la sempre presente Fernanda Pivano che ascolta scegliendo un angolo della stanza in cui rifugiarsi dalla luce accecante di tanta genialità raccolta tutta insieme davanti a lei.

 

Ho chiacchierato con Corrado Ori Tanzi sul mio romanzo Il bardo psichedelico di Neal Cassady

Ho chiacchierato con Corrado Ori Tanzi sul mio romanzo Il bardo psichedelico di Neal Cassady, qui nel suo blog

Neal Cassady ovvero la versione di Dianella

La grande intuizione di Kerouac

La grande intuizione di Kerouac: le esperienze vissute diventano storie da scrivere,
anzi, non diventano, sono. Sono solo quello, storie da scrivere.
Scrivere è l’unico senso del vivere.

Cosa afferma Kerouac sulla marjiuana in Visione di Cody

” La guerra sarà impossibile quando la marjiuana sarà diventata legale”
(Visione di Cody, pag. 404 dell’edizione Arcana)

Alcune pagine del mio romanzo: Urlando delizia sull’intero universo, dedicato alla vita e alla poesia di Lenore Kandel; in queste pagine Lenore è protagonista degli avvenimenti più importanti della summer of love di San Francisco

 L’human be -in di Lenore
15 Gennaio 1967

In Dicembre quelle specie di riunioni – cene a casa di Lenore tra lei, Bill, Allen e Irving ben presto furono allargate ad altre persone; in ballo non c’era solo il sequestro del libro di Lenore, le cose ad Haight-Ashbury stavano crescendo, ormai c’erano decine di gruppi di poeti, musicisti, pittori, grafici. Le comuni dove la gente semplicemente viveva anche senza dedicarsi a nulla di speciale crescevano anche loro a vista d’occhio. Per l’estate si aspettavano migliaia di altri ragazzi provenienti da tutta l’America.
Da tempo in alcune riviste underground uscivano articoli in cui si scriveva che fosse venuto il momento che tutte le comuni, i gruppi teatrali, insomma tutte le tribù Haight-Ashbury dovessero fare un grande raduno per contarsi, sentirsi forti e felici e dimostrare agli ipocriti benpensanti che un altro mondo è possibile, perché loro erano già un altro mondo. Si era anche stabilita la data, il 15 Gennaio e tutta l’organizzazione pratica si stava mettendo in moto.
Ai primi di Gennaio una decina di persone tra quelle più vicine a Lenore si ritrovò a casa sua e di Bill per parlare di cosa fare da lì in poi, e se partecipare e in che modo al grande raduno delle tribù di Haight-Ashbury.
Abbiamo un gran bisogno di ritrovarci tutti quanti insieme, di unirci in un grande abbraccio amoroso, un abbraccio di migliaia di corpi e menti, sarà meraviglioso”, disse Lenore. Siamo tanti, ormai”, disse Allen, che oltre essere stato incriminato per aver venduto le poesie di Lenore, era uno dei tipi più rappresentativi ed attivi di Haight-Ashbury; “abbiamo teatri, centri culturali, gruppi musicali, dobbiamo fare vedere la nostra forza”.

In modo dolce, disse Lenore”.

In modo dolce ma deciso”, replicò Allen.

Io propongo in modo solo dolce”, disse Lenore.

Ma perché c’è bisogno di un raduno così grande?”, chiese una ragazza di nome Lisa.

Per il solo piacere di farlo e perché è necessario”, disse Allen. “In giro se ne parla già da almeno due mesi, più o meno da quando a te Lenore è capitato quel guaio del sequestro del tuo magnifico libro”, aggiunse.”Sarà un grande POW-WOW”, disse. “Sul modello di quelli degli indiani, noi siamo i nuovi indiani bianchi. Sarà un raduno per celebrare la nostra ritrovata spiritualità e la nostra ritrovata sessualità e la nostra ritrovata creatività americana. Il nostro destino è iniziare un nuovo modi di riabitare la terra per costruire un nuovo organismo vivente armonico. Noi siamo un processo vivente in atto e accelerazione. Dobbiamo riunire tutte le nostre tribù per dare testimonianza che è iniziata una nuova era, quella psichedelica, quella dell’andare a Delo con la nostra anima, con la nostra psiche. Dobbiamo riunirci per dare forza e volontà a noi stessi. Andremo a questo Human be-in con le nostre bandiere, le collane, i fiori, i flauti e i nostri oggetti sciamanici. E porteremo i nostri guru e i nostri poeti. Tu, Lenore sarai il nostro poeta – scaimano e ci benedirai tutti”, disse Allen.Non delirare troppo Allen”, disse Bill. “Ti senti il poeta-sciamano, tu Lenore?”, le chiese guardandola intensamente. “No, non sono il poeta-sciamano, caso mai sono il poeta un po’ perseguitato”. “No, no”, insistette Allen, “in te c’è dello sciamano, dai retta a me, basta guardarti, hai una certa aria, sei carismatica, questo penso tu lo sappia. E sul palco che ci sarà al nostro raduno sarai magnifica, ripeto ci benedirai tutti”. “Ma va smettila, Allen”, disse Lenore, “lasciamo perdere. Se la metti così non mi sembra una grande idea venire a leggere qualcosa di mio a questo raduno. Per me la poesia è una cosa seria, lo sai”. “Non sarai l’unica”, insistette Allen, “ci saranno altri poeti che sono anche i nostri guru, ci sarà Timoty, ci saranno Gary e Allen, naturalmente. E tu , Lenore, sarai la la sacerdotessa di questa giornata. Ci sarà anche il maestro Roshi, che tutti noi conosciamo. Lenore, per come ti conosco e dalle poesie che scrivi, non penso che tu sia da meno di un maestro zen”. “Non dovresti bere tanto, Allen”, disse Lenore, “io non sono né sciamana né sacerdotessa, e al nostro raduno leggerò solo un paio di poesie, tutto qui; lascio lo show a chi ha voglia di farlo”.
L’Human be- in cominciò verso l’una del pomeriggio. Lenore e Bill passarono la mattinata a letto, a fare l’amore e a chiacchierare. Erano nudi sotto una coperta indiana a grandi losanghe colorate. Come sempre avevano dormito abbracciati e così rimanevano anche ora chiacchierando e dandosi piccoli baci affettuosi.
Auguri , piccola, oggi sei un po’ più vecchia e un po’ più bella”, disse Bill a Lenore guardandola con occhi sorridenti appena li ebbe aperti.
35 anni sono un’età da vecchia signora”, mormorò lei.
Più vecchia che signora”, disse Bill ridendo.
Ehi, uomo, come ti permetti! E tu allora che li hai già compiuti?”
Siamo tutti e due un po’ vecchi in effetti per certe bambinate”.
A quali bambinate ti riferisci?” Disse lei
Ai raduni nei prati”.
Voglio che oggi sia il più bel giorno della mia vita, della nostra e di tutto il nostro popolo. E’ stato carino scegliere il giorno del mio compleanno. E’ stato gentile Allen a proporre proprio il 15 Gennaio per il raduno”.
Era il minimo che potessero fare”, disse Bill
Perché?”, chiese Lenore
Perché sei la mia donna”.
E con ciò?”
E con ciò? La mia donna è la mia regina e a lei si devono onori e privilegi”.
Non voglio onori e privilegi”, disse Lenore
Eppure ne hai parecchi”, disse Bill.
Fammi un esempio”, disse Lenore, già sorridendo della risposta
Hai me, baby. Ecco il tuo più grande privilegio”.
Che tutte mi invidiano, vuoi dire?”
Oh sì”
Ah, è così che la metti, furbacchione. Però è vero, è un grande privilegio poterti amare”, aggiunse.
E per me è un onore”, disse Bill, e la strinse ancora più forte.
Ehi Bill mi soffochi”, protestò lei ridendo.
Ah sì, ti soffoco? E se ti soffoco e ti do anche un sacco di baci?”.
Ne morirò”, mormorò Lenore, “Oh, sì ne morirò contenta…Adesso mi alzo e ci scrivo subito una poesia”.
Su cosa?”, chiese lui guardandola mentre si fiondava fuori dal letto
Su questo mio stato d’animo”.
Quale”,, chiese Bill.
Quello di amarti sempre, sempre di più”.
Niente poesie oggi”, disse Bill e la prese per la vita e la riportò sotto la coperta.
E fecero l’amore di nuovo e di nuovo. E lui le sussurrò: dopo niente poesia, per favore, oggi facciamo solo l’amore.
Anche Bill aveva cominciato a scrivere poesie dopo aver incontrato Lenore. Ma le sue poesie erano in pochi a poterle leggere, non amava esibirsi, anche se qualche volta capitava anche a lui di farlo; accompagnava sempre Lenore ai suoi readings nelle università e nei vari locali di San Francisco, e lei in quelle occasioni lo incoraggiava a leggere qualcosa di suo. “Sei un magnifico poeta”, gli diceva, dopo che Bill aveva letto al pubblico presente una sua poesia, “non ti rendi neanche conto di quanto talento possiedi, ma ne possiedi tanto, te lo assicuro”. C’è più poesia nella mia moto che in questo foglio di carta pieno di parole che ho tra le mani”, replicava lui.
Quella mattina del 15 Gennaio mentre facevano colazione si misero a parlare di questo. “E’ un vero peccato che non ci sia spazio anche per te oggi pomeriggio”,disse Lenore, “è bello quando sia io che tu leggiamo le nostre poesie uno dietro l’altra davanti a un pubblico. Noi siamo una cosa sola”. “Scrivo poesie”, disse, Bill, “me lo hai insegnato tu, ma non sono un tipo da poesie. Questa è una contraddizione, probabilmente”. “No, non lo è”, disse Lenore. “Non è una contraddizione”, ripeté, “è semplicemente il nostro fa quel che ti piace, ovvero assumiti la responsabilità di farlo. Ed è proprio questo il bello, contraddirsi, non cercare l’ottusa coerenza dei benpensanti, degli ipocriti, dei falsi. Essere e basta”. “Per favore non riempirmi la testa di troppa filosofia”, disse Bill, oggi sarò solo il tuo accompagnatore e la tua personale guardia del corpo. Di questo tuo corpo meraviglioso. Che io adoro”. E la baciò di nuovo.
Lenore quel mattino non scrisse dei versi sull’amore fatto con Bill, gli obbedì, ma dentro di sé rimase un calore, dentro di sé trattenne un calore, il calore immenso che quell’uomo le trasmetteva; siccome quel giorno lui non voleva parlare di filosofia, ed aveva ragione, quello era un giorno di festa e non di pensiero, non gli disse una cosa che le venne in mente mentre dormicchiavano ancora, e cioè che se tra loro c’era un guru, quello era lui, l’uomo selvaggio, il vero uomo, portatore di una nuova- antica tradizione di cui Lenore era una strenua sostenitrice e praticante. Lui le aveva insegnato qualcosa sulla vita che aveva reso possibile la sua poesia, come dirà più tardi in una intervista rilasciata durante il processo a The love book. Lui non aveva contribuito a scrivere le quattro poesie che lo contenevano, aveva contribuito a viverle. E senza quel “contributo” non ci sarebbero stata neanche l’ispirazione che le aveva prodotte. Perché il loro rapporto era basato sulla diversità, e non poteva essere altrimenti, loro erano profondamente diversi. Così diversi ma con una similarità spirituale e mentale difficile da spiegare se non a chi l’ha provata, almeno una volta nella vita. Una diversità e nello stesso tempo un’affinità così assoluta, da rendere granitico e nello stesso tempo fragile il loro rapporto, facile a durare e nello stesso tempo facile a finire, come più tardi infatti avverrà. Loro davano importanza solo a questa loro affinità di mente e cuore, il resto lo consideravano un contorno, anche la loro bellezza, indiscutibile a detta di tutti quelli che li hanno conosciuti, era un contorno, era la ciliegina, ma la torta, la torta di crema cioccolata e panna, era la loro mente che era una mente uguale, cioè una mente consapevole della propria natura divina.
Era passato mezzogiorno quando si avviarono a piedi verso il Golder Gate Park, dove si sarebbe tenuto il raduno degli hippies di San Francisco. Era una bellissima giornata di sole, nonostante si fosse in gennaio; Lenore si era vestita da capo a piedi di arancione e di rosso, mentre Bill era tutto vestito di pelle nera. Aveva la sua aria truce vestito in quel modo, mentre Lenore sembrava un folletto uscito da qualche foresta misteriosa abitato da divinità boschive. Lenore era l’espressione fisica, la materializzazione di questa rivoluzione spirituale e pacifica che si sarebbe andata a celebrare di lì a poco al Golden Gate Park. Le sue lunghe trecce nere da skaw risaltavano su tutto quel rosso e arancione e accentuavano quell’aria intensamente esoterica e allo stesso tempo pacifica che lei comunque aveva sempre. Era una vera sacerdotessa di quel nuovo strano rito che si stava per celebrare per la prima volta in quella parte dell’America.

Arrivarono al grande prato del raduno delle tribù insieme a centinaia di persone; era tutto un salutarsi e un abbracciarsi. Era tutto un: anche tu qui Sam, anche tu qui Mary…
Oh Bill, sta davvero accadendo tutto questo?”, disse Lenore. “Mi sembra un sogno, un meraviglioso sogno”, ripeté. Lui non disse niente ma strinse le labbra, come faceva sempre quando era davvero emozionato. Incontrarono anche un gruppo di amici del club degli Hells Angels che arrivarono con le loro Harley rombanti e si fermarono a salutarli. Bill li guardò quando si furono allontanati, e li invidiò, loro sono più liberi di me, pensò.
Che dire del raduno delle tribù di quel 15 Gennaio 1967? Solo che era la prima volta. Ecco tutto. Era la prima volta che l’alternativa al conformismo americano si manifestava così apertamente e a livello di massa. Fu l’inizio di qualcosa che dura ancora oggi se io sono qui a raccontare la storia di Lenore, la regina di Haight-Ashbury. Per quanto mi riguarda la cosa più eclatante e strana e meravigliosa fu quell’ Happy birdhay cantato da 20.000 uomini e donne appena lei tutta vestita di arancione e rosso salì su quel palco:

Sacerdotessa, monaca

dei riti poetici e amorosi

dedita a pratiche misteriose

antiche di donne libere

spirituali e sensuali

celebrazione della vita

esperienza

della vita

solo quello solo quello

sul quel grande palco celebrante

un tentativo effimero

di felicità terrena

di nuova consapevolezza

con parole di un dharma occidentale

ad un altrove destinato –

mi susciti tenerezza come

sempre Lenore

vestita di arancione e rosso

ma pensa un po’

come ti è venuto in mente?

Di vestirti da monaca quasi buddista induista

a quale dio ti onori

rendi onore?

ad un dio che pochi conoscono

o forse addirittura conosci solo tu

Lenore

un dio che riesci a evocare

fino a vederlo –

dove da quel palco?

Chi era il tuo dio

da quel palco

non più Bill, o Leary…

qualcuno visto da lontano

un bambino o quella giovane ragazza

che ti guarda ammirata

una nuova amica

da coltivar quando tutto

sarà finito

quando ci sarà solo la poesia

a tenerti compagnia

quando tutto sarà finito –

sono qui ora

e ti guardo

da lontano

dalla fine di quel grande prato

che confina con l’oceano

da lontano mi guardi ti guardo

dall’oceano

verde rosso del tuo nostro antico nuovo vestito

amiche ora…

dai sì che siamo amiche ora…

io so che ci pensavi anche allora

nel 1967

in quel 15 gennaio dei tuoi 35 anni

ci pensavi e lo sapevi

che tutto sarebbe presto finito

apparentemente –

forse ti ha colpito quella ragazza con gli occhiali da sole e quella bandiera penzolante

sì ti deve aver colpito

lei sicuramente è stata colpita da te, si vede anche da qui

anche da ora

non ti ha colpito Roshi

che vedevi tutti i giorni

ti ha colpito quella ragazza con li occhiali da sole

e quando sei scesa dal palco

sei andata da lei ed è stata la tua nuova amica

di poesia

e dopo quando tutto è finito

anche Bill

anche la moto

e gli amici Angeli

lei ti è stata vicino

e qualche volta era donna

e qualche volta era uomo…

Vessillo spento inizio

di qualcosa che finisce

sta per finire

finirà

è già finito

come in quei casi

in cui la domanda

è così giusta azzeccata

ben fatta

bel congegnata

che contiene già la riposta

non ti immagino oggi

non vi immagino oggi

però c’avevate preso

a non metterla sulla politica

i veri cambiamenti

sono troppo rivoluzionari…

e così tutto cominciò il giorno del tuo

trentacinquesimo compleanno

e tutto finì l’autunno successivo-

un movimento che non ha neanche

un anno di vita

ma che ancora dura

se io sto qui a parlarne-

e tu ottenesti da questa giornata

la tua nuova amica

e neanche sospettavi quanto ti sarebbe stata utile

di lì a pochi anni.

 Guardasti lontano

Guardasti lontano anche per un’altra ragione. Quel canto che veniva dal basso, quel canto in tuo onore, in onore della tua non giovane età rispetto ai diciottenni che ti ammiravano, quel canto d’augurio così americano “happy birthday to you, happy birthday to you…” che anche noi alla nostra italica maniera cantiamo ai nostri compleanni allegri o tristi banali sempre comunque; quel canto…risuonò in te profetico, perché quel giorno tu incarnavi la loro acuta giovinezza che non vuole durare ma esplodere accendersi, infiammarsi, vibrare di vita e successi e bellezza e amori, ma non chiede di durare, non pensa la propria durata. Proprio perché così bello quel giorno non solo non poteva ripetersi, ma sarebbe diventato qualcosa di diverso, di peggio, di commerciale, qualcosa che si vende.
Leggesti sul palco due tue poesie, e intorno si fece silenzio. Bill da sotto il palco, vicino ai tuoi piedi, ti guardava fisso, mentre i suoi amici Angeli si complimentavano con lui, come fosse già qualcosa essere l’uomo di una donna che tutti amavano tanto da fare silenzio mentre leggeva due sue poesie, che erano dedicate a te, e di questo, sì potevi anche vantarti. Leggevi contenta parlando d’amore e di angeli a cui qualcuno aveva legato le ali perché non potessero più volare, e tutti erano l’amore e erano l’angelo e si commossero anche se ci fu chi preferì la poesia sugli angeli legati a quella che parlava d’ amore. Ma tu leggevi e ti vedo sai che leggi sì ma guardi anche lontano.E dopo, quando sei scesa dal palco sei andata da Bill e gli hai parlato.
Tu pensi che tutto questo sia l’inizio di qualcosa?”
Sì, certo”, disse Bill, “è il primo raduno di queste proporzioni, sta nascendo qualcosa di memorabile”.
Non credo”, disse Lenore. “Sai”, aggiunse, “ho il presentimento che tutto è appena cominciato e nello stesso tempo è anche già finito”.
Uno dei tuoi cattivi pensieri?”, disse Bill
Forse”, disse Lenore, “ma purtroppo si avverano sempre”.
Sei solo preoccupata per il processo”.
Sì, anche, ma sono più preoccupata di che fine farà tutto questo. Finirà presto, ne sono sicura, ma che ci sarà dopo?”
Eri felice su quel palco”, dice Bill, cingendo delicatamente con il suo braccio forte, consolante e protettivo le spalle di Lenore.
Sì, è stato bello, è stato bellissimo, ma è già passato…E adesso…E adesso tutti i desideri di tutta questa folla…proprio perché sono tanti e diversi…sono confluiti tutti in questo prato. Ma provvisoriamente. Nulla si ferma. Proprio perché è stato bello…Comunque sia tutta questa gente, tutti noi adesso torneremo nelle nostre case e per giorni e giorni parleremo di questo raduno, ne scriveremo, faremo cene e riunioni per parlarne. Ma in fondo è stata solo una tregua dai problemi quotidiani. Dalle difficoltà quotidiane. Il free food quanto potrà ancora durare? Andremo avanti tutta la vita a dare da mangiare gratis a quelli che passeranno tutti i giorni dal Golden Gate Park?
Dobbiamo pensare a qualcosa di nuovo, ad un nuovo piano”.
Cosa vuoi dire?”, chiese Bill
Possibile che anche tu non abbia come me questa sensazione di fine, di morte di qualcosa e di rinascita di qualcos’altro?”
Non so di cosa parli”, disse Bill,”non potremmo goderci questa giornata e basta?”
Questa giornata è già finita”, disse Lenore
Non è già finita, c’è ancora un sacco di gente in giro, ci sono i nostri amici Angeli, andiamo a parlare con loro”.
Vai tu, io devo salutare un a persona che ho visto dal palco”.
Va bene, piccola ci vediamo dopo a casa allora”.
Dopo questa strana chiacchierata con Bill Lenore tornò sul palco. Si era quasi del tutto svuotato, c’erano solo alcuni ragazzi che stavano smontando le casse acustiche dell’impianto di amplificazione. ”Ehi, Lenore”, disse uno di loro con un buffo colbacco nero in testa, “che giornata!” E l’abbracciò. “Ed è magnifico che oggi sia anche il tuo compleanno”. Lei gli sorrise con il suo sorriso luminoso e bambino che incantava tutti e li avrebbe incantati per il resto della sua vita. Perché Lenore non ha mai abbandonato il suo sorriso anche dopo, anche quando arriverà la vecchiaia e la sofferenza fisica. Ma di questo si saprà dopo.” E’ stato bello, sì”, disse. Il ragazzo riprese il suo lavoro e Lenore guardò verso il centro del prato. E lì che prima, mentre aspettava che arrivasse il suo turno per leggere le sue poesie aveva notato qualcosa, qualcuno. Un donna, forse una ragazza giovane, non riusciva a vedere bene quale età potesse avere; era l’unica in quella parte del prato ad avere una bandiera; era fissata su una lunga canna di bambù piegata leggermente di lato per via che era troppo leggera e troppo lunga; la bandiera consisteva in un pezzo di stoffa chiara su cui era scritto e disegnato qualcosa. Era una stoffa leggera quasi trasparente, forse un pezzo di stoffa indiana come ne usavano a quel tempo tra gli hippies; non c’erano molte bandiere a quell’ human be in, c’erano tamburi, c’era gente vestita in tutti i più vari modi, ma bandiere poche. Per questo spiccava quel pezzo di stoffa in mezzo alle teste delle persone sedute. Quella donna era l’unica in piedi in quella parte di prato. Lenore scese dal palco e si diresse verso di lei tenendo d’occhio la bandiera come riferimento in quella folla di gente. La raggiunse e la salutò. “Ciao”, rispose la donna. “Mi piacerebbe vedere la tua bandiera”, disse Lenore. “Perché?” chiese l’altra. Era una ragazza molto giovane, forse non aveva neanche vent’anni. “Mi è sembrata carina, vista da lontano”. “Oh…, non è niente di speciale, ho preso un pezzo di stoffa indiana trasparente e poi c’ho disegnato e scritto sopra”. “Me la fai vedere?, aprila che vorrei vederla”, disse Lenore. “Me la vuoi copiare?”. “Ma no, voglio solo vederla”. “Voi poeti…”. “Cosa voi poeti?”, chiese Lenore. “Siete sempre alla ricerca di qualcosa”. “Perché tu no?, io sì. Insomma apri quella bandiera?, la tieni lì tutta arrotolata…”. “Ma prima era aperta ora stiamo per andarcene”, disse la ragazza. “Come ti chiami”, chiese Lenore. “Cindy. Sei brava con le poesie”, aggiunse. “Grazie”, disse Lenore. “Anche se per essere una hippy non sei tanto giovane, ho saputo che hai 35 anni”. “E tu ne hai tanti di meno, vero, si vede. Insomma questa bandiera?”. “Eccola”. “Che bella”, disse Lenore, “l’hai fatto tu il Buddha verde?”. “Sì, e chi sennò?”. “Poteva anche essere stato qualcun altro”, disse Lenore ammirando il velo col Buddha verde. “E’ bella anche la stoffa”, disse Cindy, “per questo mi è venuto bene il Buddha”. “Anche la scritta “from me to you” è bella”, disse Lenore.

Lenore lasciò cadere la bandiera come se all’improvviso avesse perso per lei ogni interesse. Guardò in viso Cindy con il suo morbido bizzarro sorriso, come a interrogarlo ma senza violenza senza insistenza. Semplicemente il sorriso enigmatico e strano di Lenore stava chiedendo al viso di Cindy chi sei? E dalla vita che vuoi? “Sai”, disse, prendendo in mano di nuovo un lembo della bandiera, “sono di quelli che pensano che nella vita dobbiamo assumerci la responsabilità di noi stessi senza delegarla a qualcun altro, anche fosse il Buddha in persona. Questo nostro raduno ti è piaciuto?”. “Sì”, rispose Cindy, “è stato divertente”. “Più che divertente, alcune persone con cui ho parlato là sul palco credono che sia l’inizio di grandi cose. Forse no, è la mia idea; sai io mi domando: questo raduno a cosa ci porterà ? Abbiamo la forza di portare avanti una cosa colossale come questa? Io ho paura di no. Quindi dovremo cominciare a pensare a qualcosa di nuovo, di diverso, forse di più piccolo rispetto a quello che abbiamo fatto oggi”. “Non sono convinta di quello che stai dicendo”, disse Cindy; “secondo me … sì insomma io credo che qui abbiamo vissuto e realizzato una grande Illuminazione collettiva, capisci? Quello che è accaduto oggi non è mica solo un raduno di giovani spensierati e felici, capisci, è stato un grande evento d’ Amore e quindi porterà a qualcosa di bellissimo. Siamo tutti diventati dei Buddha!”. E cominciò a danzare intorno all’asta con la bandiera. “Siamo tutti Buddha! Siamo tutti Buddha”, cantava come se recitasse una filastrocca per bambini. “Siamo tutti Buddha!”, cantava girando intorno alla sua bandiera. Poi staccò la bandiera dall’asta di bambù e tenendola in mano continuò la sua danza improvvisata. Qualcuno si avvicinò con un piccolo tamburo e cominciò a ritmare sul Siamo tutti Buddha! cantato da Cindy. Si fece intorno a lei un cerchio di persone che la guardavano e battevano le mani al ritmo del tamburo. Lei girava intorno al cerchio scalza tenendo in alto il tessuto trasparente con il suo Buddha verde dipinto sopra. Lo teneva in alto per farlo muovere nell’aria come fosse un aquilone che stesse per spiccare il suo volo nel cielo. Andò avanti a cantare e ballare muovendo in alto e in basso il velo e infine stanca ricadde a sedere sul prato fuori dal cerchio che si era formato intorno alla sua danza. Una ragazza prese il suo posto e cominciò a danzare ancora più freneticamente di Cindy, al solo ritmo del tamburo che si fece sempre più veloce. Lenore si avvicinò a Cindy. Da in piedi la guardava scarmigliata e affannata con le mani appoggiate al prato e la testa leggermente all’indietro e lo sguardo a fissare il cielo. Poi anche Cindy guardò Lenore. “Siamo tutti Buddha” sussurrò un’altra volta, “siediti vicino a me che ne parliamo”, aggiunse. Aveva capelli biondi scarmigliati, occhi grandi d’un azzurro chiaro ma non slavato, la bocca grande un po’ all’ingiù, le mani bianche e piccole. Portava un lungo vestito marrone che da lontano Lenore aveva scambiato per nero, attillato e chiuso fino al collo. La fasciava mostrando il suo flessuoso corpo giovane e magro, ma nello stesso tempo pieno, vitale, energico e sicuro di sé senza esibizionismo. Nella danza si era fatta ardita, si muoveva senza un programma, una decisione, si muoveva totalmente immersa nel ritmo del tamburo e nel suono della sua voce. Le braccia sempre in alto a far volteggiare il velo col Buddha verde dipinto sopra. Lenore non conosceva nessuno che si muovesse con così tanta grazia e nello stesso con tanta spontaneità, senza usare nessun passo di danza ma danzando. E lei di danza se ne intendeva. Aveva un gruppo tutto suo di danzatrici del ventre; erano state tutte allieve di una celebre danzatrice tunisina che viveva e insegnava a San Francisco a tutte quelle belle hippies che non vedevano l’ora di scandalizzare il mondo e i bempensanti mostrando il loro ventre mentre si muoveva in maniera flessuosa e seducente. Ma Cindy non aveva bisogno di un tecnica di danza, lei ballava in base al suo istinto, al suo stato d’animo. Era il prototipo della ragazza hippy Cindy, molto più di quanto lo fosse Lenore, così scura d’occhi, carnagione e capelli come un’indiana skaw. Con il suo corpo pieno e sodo, all’apparenza era più adatta al lavoro di raccogliere radici commestibili per un un campo indiano piuttosto che passare il tempo a scrivere e al leggere agli altri le proprie poesie. “Sdraiati vicino a me che guardiamo il cielo insieme”, disse Cindy, allungandosi completamente nel prato con le braccia aperte. Non capitava tanto spesso che non fosse Lenore a guidare il gioco in una relazione, anche in un semplice dialogo con qualcuno incontrato per caso come stava succedendo adesso. Quella ragazzina la incuriosiva, la interessava, c’era qualcosa da imparare da lei, lo sentiva. “Tu sei la più Buddha di tutti noi, qui, e lo eri anche prima di oggi”, le disse Cindy, quando anche Lenore si fu sdraiata sul prato accanto a lei. “Tu usi l’amore, l’amore fisico con il tuo uomo per raggiungere l’estasi spirituale. Sempre che sia vero tutto quello che hai scritto nel tuo The love book”. “Anche oggi è stato un grande fare l’amore tra 20000 persone”, disse Lenore sospirando e rilassando tutto il corpo fino a toccare l’erba con ogni muscolo. “E’ per questo che sono anche un po’ triste…sono così felice ma anche un po’ triste…sento la tristezza delle cose che passano”, aggiunse. “Bisogna che ci scriva qualcosa con questo strano sentimento di essere così felice e nello stesso tempo sentire avvicinarsi uno stato di tristezza per via che tutto questo sta finendo”, e da sdraiata allungò il braccio a circondare lo spazio intorno a loro due. Si levò a sedere e dalla borsa di tela che aveva con sé tirò fuori il suo quaderno. Rimase assorta qualche minuto a scrivere in fretta un paio di pagine di quaderno per poi tornare a sdraiarsi accanto alla sua nuova amica. Ma dopo poco si alzò a sedere di nuovo per guardare Cindy. Aveva gli occhi chiusi e non si accorse che Lenore si era messa seduta allo scopo specifico di guardarla. Dopo un minuto Cindy aprì gli occhi e si fece schermo con una mano per poter guardare in faccia Lenore. “Che fai”, disse, “mi studi? Mi spii? Vuoi farmi diventare un personaggio di una tua storia?”. “Non scrivo storie”, rispose Lenore, “ma solo poesie”. “Bè, sì è la stessa cosa, volevo dire che mi stai scrutando e visto che scrivi vorrà dire che lo fai per usarmi in qualche modo”. “Va bene, smetto di guardarti, disse Lenore, e con un sonoro sospiro si sdraiò di nuovo. “Anche se non mi guardi più”, disse sorridendo Cindy, mi hai già ugualmente rubato l’anima…”. Spostarono la testa l’una verso l’altra nello stesso tempo e in silenzio si guardarono con complicità, affetto e comprensione. Lenore capiva quella giovane sbandata catapultata a San Francisco da chissà quale angolo remoto e bastardamente conservatore d’America, mentre dal canto suo Cindy vedeva in Lenore quello che vedevano tutti perché di Lenore era immediatamente visibile il suo carisma: vide la sua superiorità morale, psichica e umana sui tre quarti se non di più di tutti quelli che erano stati lì quel giorno. “Da dove vieni piccola?”, chiese sottovoce Lenore. Dalla Pensylvania, rispose Cindy, i miei sono dei fottuti contadini, anzi no mia madre oltre che contadina è pure maestra. Ci puoi credere? Avrebbero voluto fare di me quella stessa identica cosa che sono loro. Ci puoi credere? E così me ne sono andata, e adesso sono qui e me la spasso”, aggiunse stiracchiandosi e guardando di nuovo il cielo. “E dove vivi”, chiese Lenore. “In una comune, naturalmente. Siamo tutte donne, ci puoi credere? C’è un tale casino…Ma a me piace il casino…Lo adoro. Ma adoro anche la solitudine e in questo momento adoro stare qui con la famosa Lenore, donna del famoso, strafamoso Sweet William!”. “Sai proprio tutto di me, eh?”. “ Dei Famosi si sa sempre tutto…”Sei bellissima lo sai, vero Cindy, hai certi occhi, come fai ad averli così grandi?”. “ “Perché i tuoi sono piccoli? Sono grandissimi!, molto più dei miei…”. ”Siamo quelle dagli occhi grandi”, osservò seria Lenore. “Perché dobbiamo vedere molto”, aggiunse Cindy. “Dobbiamo vedere molto, amare molto, sentire molto”, disse di rimando Lenore. E alzandosi ritta a sedere e squadrando Cindy, aggiunse, “mi sei simpatica. Diventeremo amiche, ti va? Diventeremo amiche per sempre ti va?”. Cindy non si scompose, rimase anzi tranquillamente sdraiata sul quel mitico ( lo sarebbe diventato nei decenni successivi) prato, ma disse, “Se lo dici, poi lo fai?”. “ A cosa ti riferisci?”. “ Al fatto del per sempre”, disse Cindy. “Tutto è per sempre da parte mia”, disse Lenore. Baby, per sempre è ora”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’improvvisazione di scrittura è lo stile della mente

Nella letteratura italiana  c’è l’impero della tradizione. Molti pensano che nella poesia non si siano fatti passi avanti dopo Dante e Petrarca. Secondo loro il poeta è colui che lima i suoi versi, cioè li abbellisce. Questo avviene perché in Italia non si sa improvvisare. Si pensa che in poesia improvvisare non si possa fare. Magari in teatro sì, in poesia no. Quelli che pensano così non sanno che l’improvvisazione poetica è uno stile, fa parte di un canone un bel pò successivo a Dante e Petrarca. Fu inaugurato da Jack Kerouac e Allen Ginsberg negli USA a partire dalla metà degli anni ’40. Jack per primo capì che l’improvvisazione di scrittura è lo stile della mente. E’ il ritmo della mente. Sì, perché l’unione di cuore e pensiero ( la cosiddetta ispirazione ) produce in poesia ( ma anche in prosa ) un ritmo determinato, un andamento molto determinato ma spontaneo, che in qualto tale non si può correggere. Oppure lo si può fare in minima misura e non per abbellire, confezionare meglio il prodotto.

Jack, Allen, Lenore: dalla beat generation alla summer of love: il ruolo della scrittura

A differenza che in Italia negli USA, la beat generation fu una cosa seria. E questo per sua forza intrinseca; non fu un movimento sponsorizzato dalle accademie, da altri intellettuali, da lobbies di qualche genere; non fu sponsorizzato dall’editoria, non fu un escamotage inventato da qualcuno per fare soldi. Fu un movimento del tutto autonomo che traeva forza solo da se stesso, dalle proprie capacità, dall’avere qualcosa di nuovo e importante da dire. Altri tempi insomma.
La beat generation è stato un movimento di scrittori, niente a che fare con il modo in cui è stata venduta quando se ne è impossessata l’industria culturale, ma anche quella dell’abbigliamento, delle scarpe, degli oggetti. Questo è accaduto dopo che Kerouac e Ginsberg, gli inventori del nuovo modo di scrivere, avevano già prodotto i loro capolavori. Come si sa Kerouac aveva già scritto sei dei suoi capolavori più importanti prima di veder pubblicato il suo On the road nel 1957, dopo che fu costretto a “normalizzare” pur di essere pubblicato la versione del 1951.
Il mio interesse si è incentrato su Kerouac e Ginsberg, rispetto agli altri scrittori beat, perché quello che mi affascina degli scrittori è la loro scrittura non le storie che raccontano ( che sono sempre le stesse da Omero). E mi interessa anche il grado e il modo di essere spirituale di questa scrittura, perché, a mio modo di vedere, la letteratura deve scavare nella coscienza umana e ricavarne frammenti utili per tutti sul piano delle eterne domande sulla nostra condizione umana. E sia Kerouac che Ginsberg sono maestri nella scrittura spirituale che nasce dalle loro improvvisazioni.

Quando iniziò a pensare al suo romanzo “ On the road”, Kerouac decise che quella storia per essere scritta aveva bisogno di un nuovo modo di raccontare. Doveva essere la scrittura dei tempi moderni, così come il jazz di Dizzy Gillespie e Charlie Parker era la musica dei tempi moderni e l’espressionismo astratto di Jackson Pollock la pittura dei tempi moderni.
Quello che stava accadendo tra i giovani artisti in quegli anni in America, era che protagonista dell’arte diventava la coscienza umana. Attraverso i fatti, i luoghi, i personaggi si raccontava direttamente la condizione della mente umana, la vita interiore dell’anima. Dall’esterno di sé si andava a raccontare l’interno di sé, senza mediazioni, tentennamenti, censure.
Già Hemingway aveva fatto la stessa cosa con l’invenzione strepitosa del dialogo come strumento narrativo, come componente della trama interiore dei personaggi.
Ma gli scrittori beat volevano raccontare un’altra America, l’America dei “battuti e beati”, l’America dei giovani emarginati del secondo dopoguerra.
Come dicevo fu Kerouac a trovare, scrivendo e lavorando indefessamente, la nuova scrittura. Inventò la Prosa Spontanea che teorizzò nei saggi contenuti in “ Scrivere Bop”, e in una miriade di articoli pubblicati sulle riviste dell’epoca. La prosa Spontanea non è il flusso di coscienza di Joyce, o la scrittura automatica dei Surrealisti. La Prosa spontanea è il raccontare la vita mentre accade. E’ l’unità di mente e corpo mentre agiscono.
Fu una grande scoperta. Geniale. L’essere umano tornava a quell’unità originaria e innata di corpo e spirito che la società tiene tuttora separati. Kerouac amava citare a questo proposito un passo del Vangelo: “ Non preoccupatevi di ciò che direte, ma ciò che a voi sarà ispirato in quel momento, quello direte, poiché non siete voi a parlare ma lo Spirito Santo” ( Marco, 13.11).
Allen Ginsberg imparò da Kerouac, suo amico, questa nuova modalità di scrittura e la trasferì nella poesia. Nacque così il suo capolavoro: il poema “Urlo”, e le altre centinaia di sue poesie.
Sì, perché l’improvvisazione di Poesia e Prosa spontanea è un fiume inesauribile, è il fluire della mente, fonte infinita di ispirazione che sempre si rinnova e si ricrea.
Ma di cosa si tratta concretamente?
Dopo aver scritto il romanzo La città e la metropoli ( il solo che gli fu pubblicato poco dopo averlo scritto, nel 1950 ), Jack si accorse che lo stile tradizionale che aveva appreso da Tom Wolfe e William Saroyan non gli piaceva più. Ha dovuto scrivere un romanzo di 1000 pagine che ha impiegato due anni e mezzo a scrivere per accorgersene. Qualcosa macinava, fermentava e maturava in quelle sedute alla macchina da scrivere che duravano tutta la notte; c’era un sottotesto, un altro testo che stava sbocciando nella mente di Jack e che avrebbe dato luogo all’invenzione della tecnica dell’improvvisazione nella scrittura.
Oltre che dall’insoddisfazione rispetto al suo modo originario di scrivere, la tecnica dell’improvvisazione nasce da altre sollecitazioni e influenze. Prima di tutto il nuovo stile del jazz degli anni ’50, il Bop, suonato dai musicisti che Kerouac andava ad ascoltare nei locali di New York come il Minton’s e che erano Dizzy Gillespie, Charley Parker, Thelonious Monk, Lionel Hampton. Jack li ascoltava questi campioni del nuovo stile e pensava: come posso fare a scrivere come loro? Come posso fare a trasferire nella scrittura tutta quell’energia, quel sudore, quella fatica, quella bellezza che sembra nascere solo da se stessa e che non è scritta in nessuno spartito, ma sboccia lì improvvisata sul palco?
Come fare tutto questo divenne per Jack un’ossessione. E quando uno scrittore è ossessionato da qualcosa deve per forza provare a scriverlo questo qualcosa.
E poi c’era stata la lettera di 40 pagine che Neal Cassady gli aveva scritto e che Jack aveva prestato a Allen Ginsberg e che lui aveva prestato a Gerd Stern che poi l’aveva persa; e così noi non l’abbiamo mai potuta leggere. Quella lettera di migliaia di parole era un grande, immenso unico paragrafo che parlava della strada, delle sale da biliardo, delle camere d’albergo e delle prigioni di Denver.
Ma la l’improvvisazione di Prosa Spontanea non è il flusso di coscienza. Non è la scrittura automatica dei surrealisti. Non si tratta di vuotare l’inconscio o di svuotare la mente o di andare a ruota libera. E non si tratta nemmeno di libere associazioni.
La prosa spontanea è lo strumento con cui lo scrittore analizza la propria coscienza. Ma è uno strumento letterario, non psicologico, perché serve al racconto: come si scrive è tutt’uno con quello che si scrive, i due aspetti non appaiono più scindibili.

Così la prosa e la poesia diventano il linguaggio dello spirito umano.
La spiritualità diventa così una componente fondamentale della scrittura di Kerouac e Ginsberg. Spiritualità che proviene dalla educazione religiosa di entrambi, cristiana quella dei Kerouac, ebraica quella di Ginsberg. Entrambi poi saranno fortemente influenzati nel loro lavoro letterario dal buddismo zen che si andava diffondendo in quegli anni in America. Per Kerouac ( che lo studiò a fondo, da poco è uscita una riedizione a cura di Tommaso Pincio, di una sua vita di Buddha) questa filosofia fu solo un passaggio. Ritornò infatti al cristianesimo. Per Ginsberg il buddismo rappresentò invece il sentiero spirituale di una intera vita. E’ Ginsberg, nei suoi scritti teorici, a parlare di scrittura come meditazione e scavo interiore. In “Facile come respirare”, scrive: “la soluzione è scrivere cose che non pubblichi o che non mostri agli altri. In altri termini significa smettere di essere un poeta, lasciar perdere l’idea di essere un profeta con onore e dignità, la gloria della poesia, e accontentarsi del fango della propria mente”.

Dalla beat generation all’hippy generation

Dell’epoca post–beat americana si sa ben poco in Italia. Coincide in parte con quella psichedelica di Ken Kesey e Timothy Leary, e ha avuto il suo centro nel quartiere di Haight Ashbury di San Francisco per una durata molto limitata, dall’autunno del 1966 al 1968.
Per semplificare la possiamo chiamare l’epoca hippy. Riguardò una minoranza significativa di giovani americani e si caratterizzò per l’attività di vari gruppi, riviste, giornali. Il gruppo più importante fu quello dei Diggers.
Questo gruppo fu attivo in vari campi, in quello artistico, teatrale e letterario prima di tutto; ma ben presto cominciò a occuparsi di problematiche sociali, secondo una prospettiva pragmatica e non ideologica. Cominciarono a offrire gratuitamente pasti a chiunque ne avesse bisogno, aprirono un negozio per la distribuzione gratuita di vestiti e una clinica in cui chiunque poteva essere curato gratuitamente.
L’hippy generation fu trattata in modo ancor più distorto e fuorviante rispetto alla beat generation: Solo fiori, amore, sesso e droga. Tutto questo c’era, ma c’era anche molto altro.
I Diggers avevano capito che lo stile era cooptabile, ma quello che non era cooptabile era fare le cose gratuitamente, senza chiedere soldi. Bisognava fare in modo che le persone non fosse più il pubblico (“audience”) ma dei veri partecipanti. I Diggers chiamavano questo modo di procedere Life acting. In questo senso I Diggers erano convinti che le analisi ideologiche fossero spesso un modo per ritardare “the action” necessaria a manifestare un’alternativa. Questo concetto sta alla base del Digger free food, la distribuzione gratuita di cibo che avveniva ogni pomeriggio. “If you wanted to live in a world with free food, then create it”.
Con il 1968 tutto cambia, I Diggers si sciolgono, ad Haight Ashbury prendono il sopravvento commercianti e spacciatori, l’epoca hippy è finita e comincia il turismo hippy. Una parte dei Diggers confluisce negli Hell’s Angels, altri come creano delle comuni agricole in posti remoti, altri ancora creano movimento ecologisti.

Lenore Kandel, leader e poetessa

Lenore Kandel ( N.Y 1932 – S.F. 2009 ) è stata una poetessa americana della San Francisco degli anni ’60. Leader del movimento dei Diggers è nota soprattutto per un piccolo libro di poesie erotiche, “The love book”.
La sua bellezza carismatica e la profondità del suo spirito colpivano chiunque la incontrasse. E questo accadeva sempre, sia nella sua prorompente giovinezza che nell’età della vecchiaia e della malattia. Fu l’unica donna a salire sul palco dell’”Human be-in”, il raduno hippy al Golden Gate Park di San Francisco del Gennaio del 1967, dove declamò alcune sue poesie. Su quel palco c’erano personalità del calibro di Allen Ginsberg, Gary Snyder, Timoty Leary. Era il compleanno di Lenore e 10.000 voci si levarono a cantarle “ Happy Birthay to you”. Il suo libro “The love book” tratta dell’amore fisico tra un uomo e una donna. Il libro subì un processo e fu condannato per oscenità. Lenore in aula si difese declamando San Giovanni della Croce e affermando che “Amore è una parola di quattro lettere, le parole veramente oscene sono odio, guerra, bomba. Se possiamo riconoscere la nostra propria bellezza, sarà impossibile per ogni essere umano recare danno ad un altro essere umano”.
The love book è scritto in prima persona e quindi rispecchia le personali esperienze della poetessa; il linguaggio esplicito usato nel poema paradossalmente è ciò che spiritualizza l’atto sessuale in esso descritto e lo rende sacro, pur rimanendo un atto di piacere.
Lenore Kandel è stata una persona libera e anticonformista rispetto allo stesso mondo underground a cui apparteneva. Non era femminista, nel senso corrente del termine, non ce l’aveva con gli uomini e non li voleva imitare, li adorava. Aveva idee personali su questo argomento, adorava fare sesso con il proprio uomo, pensava che uomini e donne avessero compiti diversi, del resto un modello degli hippies di San Francisco erano le tribù dei nativi americani, in cui i compiti degli uomini e delle donne erano separati. Lenore esaltò nella sua vita e nella sua poesia la diversità, la femminilità,e la sacralizzò proprio nelle sue manifestazioni sessuali; allo stesso modo esaltò e sacralizzò la sessualità maschile.