Recensione del romanzo di Emma Cline, Le ragazze

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Il tema di fondo di questo romanzo è cosa si è disposti a fare, fin dove possiamo spingerci pur di essere notati, apprezzati, considerati, che non è lo stesso che essere amati. É una cosa proprio diversa. C’ è un bisogno più insaziabile dell’amore sembra voler insegnare questo romanzo: essere ritenuti bravi, interessanti, intelligenti, belli, creativi. Essere amati può succedere anche se si è stupidi e brutti, ma l’ essere considerati interessanti e creativi ci fa emergere dalla massa, ci fa accedere alla categoria degli eletti. Evie, la protagonista de “Le ragazze”, ha questa aspirazione, essere notata, uscire dalla massa informe delle sue coetanee, tutte scuola, casa, amiche. La sua vita  è raccontata in vari momenti, che nel corso della narrazione si intrecciano continuamente. All’inizio la troviamo già adulta quando si arrangia facendo la badante per anziani e bambini. Ma quando rimane disoccupata accetta l’ospitalità nella casa di vacanze di un amico. Qui capita il figlio del proprietario con la sua ragazza. La loro arroganza, il loro fiacco modo di vivere le ricordano la sua antica adolescenza vissuta in un piccolo chiuso mondo fatto da una madre divorziata e infelice, un’unica amica che presto si allontana da lei e dalla prospettiva di partire per il collegio. Nessuno nota Evie, la vede, ha un vero interesse per lei. E’ una ragazzina sola che non sa rassegnarsi a rimanere tale costi quel che costi. E così, dopo averle incontrate per caso, si lega alle “ragazze”, giovani sbandate che vivono nel “ranch”, una catapecchia nel cuore della California anni ’60. Russell ne è il dio assoluto, rappresentato nel romanzo come una copia molto simile di Charles Manson e le ragazze sono anche loro simili a quelle della sua cosiddetta “famiglia”, così come simili sono gli omicidi compiuti dal gruppo alla fine del romanzo. Da qui inizia il racconto della vita di Evie adolescente, dei suoi quattordici anni, che sembrano quelli di tante ragazze di allora dall’anima dolorosa, insoddisfatta, fragile. Evie viene plagiata da Suzanne, la leader del gruppo delle ragazze hippy che l’accolgono nel ranch all’inizio per brevi periodi e poi definitivamente. Il completo vuoto mentale è la caratteristica principale degli abitanti del ranch, vuoto ammantato dalle parole altisonanti del loro capo indiscusso Russell, come “amore universale”, “disfarsi del proprio io egoistico”, “vivere il presente”, concetti che ancora oggi infestano i nostri social, riviste, articoli sul benessere mentale, le nostre stesse aspirazioni interiori. La mia impressione è che, al di là dei delitti perpetrati dal gruppo del ranch alla fine del romanzo, un giudizio negativo e liquidatorio sia dato dal romanzo sul movimento hippy americano degli anni ’60 in quanto tale; è un approccio inconsueto a quel periodo, a quel mondo che molti di noi, io per prima, abbiamo idealizzato e tuttora continuiamo a farlo. Il ranch è un’accozzaglia di gente capitata lì per caso e per bisogno, che vive nell’incuria e nella sporcizia, dorme molto, e sennò si droga, e il cui unico collante nella vita è Russell, musicista fallito con scarse doti artistiche, ma con una di quelle personalità ( come il vero Charles Manson) in grado di dominare giovani ragazze bisognose di “essere notate”, guardate, considerate. Come Evie appunto, che si sente onorata di rubare soldi a sua madre o a uno sprovveduto amico per portarli al ranch e nelle tasche di Russell, così come si sente onorata delle sue attenzioni sessuali in qualunque momento lui ne abbia voglia. A lei bastano frasette della serie vieni qui piccola per cadere ai suoi piedi. Che qualcuno mi noti, veda che esisto e valgo qualcosa, sembra chiedere continuamente al mondo Evie. La sua in fondo è la storia di un qualunque innamoramento che si viva come assoluto. Non semplicemente nei confronti di una persona, ma di quello che questa persona rappresenta, un’idea di mondo come dovrebbe essere che noi vediamo personificata in lei, in base alle nostre aspirazioni, bisogni profondi, carenze affettive abissali. Se ci si sente come Evie e si è in un periodo di forti cambiamenti sociali come quelli della California hippy anni ’60, è facile cadere preda dei primi bulli che incontri scambiandoli per i tuoi salvatori. A mio parere il sottotesto di questo romanzo ( al di là dell’ultima parte in cui la strage è raccontata magistralmente) è il bisogno senza fondo che abbiamo dell’altrui consenso; Evie, che ne soffre morbosamente, si fa sedurre dagli abitanti del ranch scambiandoli per i suoi eroi, ma ha la fortuna di scampare dal doversi macchiare della loro furia omicida.
Verso la metà del romanzo le cose cominciano a precipitare per le ragazze del ranch. Prese dalla voglia di fare qualcosa di forte Evie dà in pasto a Suzanne e Donna, un’altra ragazza del gruppo, la casa dei Dotton, quella del suo amico Teddy, a cui tempo prima aveva portato via ben 65 dollari da consegnare a Russell con la scusa che gli avrebbe procurato della droga, ma non sapeva quando. Facendo questo Evie ha la consapevolezza che avrebbe fatto qualunque cosa per compiacere Suzanne, che adora e ammira. Mettono a soqquadro la casa sporcandola per il solo piacere di farlo. Evie sarà l’unica a venire scoperta e per un po’ la madre la spedisce a stare dal padre a Palo Alto. In sua assenza al ranch la situazione cambia, ci si prepara a diventare una setta di violenti, ci si esercita a sparare. Tutto perché Mitch, musicista di una certa fama amico di Russell, non può mantenere la promessa di fargli avere un contratto musicale. Suona e canta troppo male e nessuno vuole produrgli un disco. Diventa così il capro espiatorio contro cui indirizzare l’odio della comunità del ranch verso l’intera società. Girano una gran quantità di anfetamine ma pochissimo cibo, non ci sono più soldi per comprarlo. Ma tutti rimangono, nessuno abbandona il capo. Una notte Russell ordina l’agguato alla villa di Mitch. Un gruppetto tra cui Evie, parte per raggiungerla e ucciderlo. Lei è in auto vicino a Suzanne che strafatta di anfetamina non la degna di uno sguardo. Quando Evie allunga una mano verso la sua ha uno scatto. Fa fermare l’auto e le ordina di scendere. Così Evie si salva. Non partecipa alla carneficina a casa di Mitch. Lui non c’è, ma la sua ex moglie e il figlioletto, il custode della villa e la sua ragazza vengono massacrati.
Evie non dice nulla alla polizia, mantiene il segreto, torna a casa e parte per il collegio. Solo mesi dopo i colpevoli del massacro saranno arrestati.
Questo è un romanzo ben congegnato, la prima persona usata nell’intrecciare i vari momenti della vita di Evie rende la narrazione scorrevole e convincente, ci immedesimiamo facilmente nelle sue traversie interiori che la portano a compiere errori anche gravi, dai quali però ci viene continuamente da assolverla, come se aver avuto maestri falsi e bugiardi sia una cosa che in fondo è capitata e capita a tutti.

Emmanuel Carrère, L’avversario

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Intanto il titolo, L’avversario. Inizialmente mi sembrava non attinente alla storia di un uomo che nel 1993 uccise moglie, figli e genitori nello stesso giorno, tentando poi di suicidarsi senza riuscirci. Poi a pagina 17 parlando del momento della morte dei suoi genitori per mano del loro stesso figlio, Carrère scrive: ” Avrebbero dovuto vedere Dio e al suo posto avevano visto, sotto le sembianze dell’amato figlio, colui che la Bibbia chiama Satana, l’avversario”. Facendo una ricerca in internet ho saputo che la parola avversario è di origine ebraica e si trova in molte parti dell’Antico e Nuovo Testamento. Questo ha dato tutto un altro significato alla lettura che stavo facendo di questo testo. Come se “lui”, l’angelo disobbediente, fosse il vero protagonista della storia sotto le sembianze di Jean – Claude Romand. Forse perché sono suggestionata da un film Liberami presentato al Festival di Venezia che parla di esorcismi. Diciamo che se fosse vero che il male esiste sotto forma di uno spirito che si impossessa di uno di noi e ci fa soffrire o compiere delitti, guerre, violenze di ogni genere, sarebbe tutto più semplice, perlomeno nel dare un senso, una spiegazione certa a tutto quello che di “male” compiamo verso noi stessi e gli altri.Pur essendo il resoconto fedele di fatti realmente accaduti questo libro non è una biografia, ma una testo che si può definire fiction anche se Carrère in un’intervista afferma di non volerne dare una definizione precisa. Alla domanda come definirebbe i suoi libri? Reportage, biografie…, risponde: «Non lo so, preferisco non dargli un nome. Sono libri, è basta. Non li chiamerei romanzi, perché il romanzo prevede invenzione, ma neanche non-fiction, che mi sembra abbia una connotazione negativa. Adesso si usa dire auto-fiction, considerandolo un genere nuovo. Ma io penso che questa sia una delle più antiche modalità di scrittura, e anche uno dei motivi per cui si scrive. Raccontare la propria esperienza, cosa si è imparato dalla vita, la nostra e quella degli altri”. La storia infatti è raccontata in prima persona dallo stesso Carrère, tutto è vero, fatti, nomi, date, ma c’è sempre lui, Carrère e la sua impossibile domanda: perché una persona normale ad un certo punto diventa un “mostro”? Jean – Claude Romand è un uomo stimato da tutti, padre e marito amorevole ma per diciotto anni ha fatto finta di essere un medico, ha sperperato i soldi che amici e parenti gli avevano affidato affinché li utilizzasse in investimenti sicuri, e infine ha fatto una carneficina delle persone a lui più vicine e amate. E mentre leggiamo anche noi lo vogliamo capire perché lo ha fatto e ci identifichiamo totalmente nella voce narrante in prima persona. Anche noi ogni giorno ci domandiamo perché il male avviene, perché lo compiamo, perché ne siamo vittime e perché ne sono vittime milioni di persone. Se riuscissimo a capirlo capiremmo anche noi stessi. Carrère ne è addirittura ossessionato e per raccogliere materiale e scrivere il libro, un piccolo libro di 161 pagine, ci mette sette anni. Vuole entrare nella mente di Romand, e per farlo deve mettersi alla sua pari, non deve considerarlo come tutti un mostro. In questo libro trapela la posizione dello scrittore-narratore nei confronti di questo assassino, ovvero non lo considera nè diverso nè peggiore di lui. Afferma di vedere in Romand ” Non un uomo che ha fatto qualcosa di terribile, ma un uomo a cui è accaduto qualcosa di terribile, vittima sventurata di forze demoniache” ( pag. 28 ).
Carrère ha affermato di esserci ispirato a Truman Capote di A sangue freddo quando ha cominciato a pensare di scrivere questo libro. Ma poi se ne è distaccato proprio scegliendo di scrivere in prima persona; in un’altra intervista infatti afferma: “Tutte le teorie di Capote sul non fiction novel mi hanno aiutato a trovare questa forma che è molto libera e nella quale mi sento molto a mio agio. E adesso che mi ci fa pensare, se vogliamo penso di poter dire di essermi tirato fuori da quest’ombra così ingombrante. Perché a un certo punto ho dovuto – forse addirittura costretto – passare alla prima persona singolare, cosa che Capote non fa, anzi, al contrario: lui si tira fuori, pretende una grande obiettività – che naturalmente non ha: fa finta di non essere implicato, ma non è vero, è una gran balla.  Io ho scelto – o forse non si è trattato di una scelta, ripeto, quanto di un passaggio obbligato – di entrare in scena, di entrare anche io dentro”.
Tutta la vicenda di Romand comincia con una prima bugia detta in famiglia quando era studente del secondo anno della facoltà di Medicina. Non ha sostenuto un esame e lo ha tenuto nascosto. Da lì, da una prima piccola bugia facilmente rimediabile nascono tutte le altre. Fece finta di sostenere tutti gli esami fino a laurearsi, infine disse di essere stato assunto in un istituto di ricerca a Ginevra. Intanto si sposa, ha due figli. Ogni giorno parte da Ferney-Voltaire e fa finta di recarsi a Ginevra. Invece passa il tempo nei bar di Lione, o nei boschi a passeggiare o in macchina a leggere riviste. Nessuno ha mai dubitato di niente. Neanche del fatto che non avesse dato a sua moglie il numero di telefono del suo ufficio. A casa portava un buon stipendio, per farlo per anni ha attinto al conto in banca dei genitori, del quale aveva una delega. E loro non si meravigliavano vedendo assottigliarsi il loro conto, pensavano che il figlio li avesse investiti altrove. Lo stesso fecero altri parenti.
Dopo qualche anno si innamorò e cominciò a spendere somme ingenti per andare ad incontrare la sua amante in hotels di lusso a Parigi. Poi tra i due la storia d’amore finisce ma lei ha talmente fiducia in lui da affidargli i suoi 900000 franchi affinchè li investisse per farli fruttare. Romand se ne servirà per tirare avanti con l’alto tenore di vita della famiglia. Alla quale, come a tutti gli amici e parenti e alla stessa amante, aveva raccontato di essere malato di cancro. Questo per potersene stare a casa senza dover andare ogni giorno a passare la giornata da qualche parte.
Passano i mesi e verso la fine dell’anno del 1993 Romand capisce che si è alla resa dei conti. I soldi in banca stanno finendo e lui non ha nessuna possibilità di rimpinguarli. Va a Parigi per incontrare un’ultima volta la sua amante; in quella occasione le dà appuntamento per il 9 Gennaio per restituirle tutti i suoi soldi. Al ritorno a casa decide che si ucciderà entro il 9 Gennaio. Ma la sera dell’ultimo dell’anno al ritorno da una cena a casa di amici con moglie e figli Jean – Claude pensa che non può fare loro questo. Lasciarli con il suo suicidio nudi di fronte al mondo con quella orrenda verità sulla sua doppia vita che li avrebbe marchiati per sempre. Da qui in poi l’andamento del racconto di Carrère è quello di un destino che si compie. Romand si comporta come un automa, compra una carabina con relative pallottole e un dissuasore elettrico, ma ancora non dice a se stesso ” per ucciderli”. Li compra come se servissero a qualcos’altro. E poi ci sono le terribili pagine in cui durante il processo a suo carico Romand racconta come ha ucciso la moglie e i figli e subito dopo i suoi genitori. E come dopo aver ingerito del barbiturici abbia dato fuoco alla casa dopo essersi sdraiato sul letto accanto alla moglie morta da parecchie ore. Ma mancandogli il respiro corre alla finestra e la apre. Lo salvano. E’ costretto a confessare tutto.
Nell’ultima parte del libro c’è la descrizione della sua vita in carcere, la perplessità degli psichiatri rispetto al suo comportamento sempre calmo e misurato come se recitasse ancora la parte del Romand medico buon padre di famiglia. E infine c’è il resoconto di alcune parti del processo. E qui la situazione diventa davvero spiazzante per il lettore; si viene a sapere in tribunale che la maestra di uno dei figli di Romand ha intrapreso una relazione con l’assassino, con lettere d’amore e poesie da parte di lui. Ci sono persone dunque che continuano ad avere fiducia in lui anche dopo quello che ha commesso…E anche una volontaria del carcere interrogata dal pubblico ministero dimostra comprensione per l’assassino. Come pure un altro volontario che diventa suo amico e lo va a trovare in carcere ogni settimana. Le ultime pagine del libro a questo proposito sono terribili come i delitti terribili compiuto da Ramond. I due volontari, cattolici ferventi del movimento degli Intercessori, hanno così tanta fede nel ravvedimento di Romand da includerlo tra coloro che si danno il cambio in una catena ininterrotta di preghiere. Carrère ne è scandalizzato, e nelle ultime righe del libro dice: ” Sono sicuro che non stia recitando per ingannare gli altri, mi chiedo se il bugiardo che c’è in lui non lo stia ingannando…non sarà caduto ancora una volta nelle rete dell’avversario?”.
Mi domando allora Satana è dunque non solo Il disobbediente a Dio ma anche Il bugiardo? Disobbedisce mentendo? La bugia è la disobbedienza a Dio per antonomasia?
Romand è ancora una volta la dimostrazione della banalità del male. Lontano eoni dalla grandezza del rimorso di personaggi non reali ma emblematici come un Raskol’nikov di Delitto e castigo o di un Ivan de I fratelli Karamazov. E di un Padre Cristoforo de I Promessi Sposi che si porta dietro per tutta la vita il pane del perdono per non dimenticare il male che ha compiuto.
Carrère afferma in una delle sue varie interviste che se avesse inventato una storia del genere e poi l’avesse proposta al suo editore gliela avrebbe rifiutata in quanto non verosimile. Scrivere questa storia dice a se stesso nell’ultima riga del libro ” non poteva essere che un crimine o una preghiera”.

Alcune interviste dell’autore qui: http://www.minimaetmoralia.it/wp/?s=carrere

Nel 2002 ne è stato tratto un film http://www.spietati.it/z_scheda_dett_film.asp?idFilm=982

Mia recensione di “Un altro posto” di Cristina Pacinotti

un altro posto

Abito in campagna, anche se non in un posto isolato come quello di cui si parla in questo romanzo. Dove sto io è una frazione di un paese della “bassa” tra Bologna e Ferrara. Anni fa si parlò di costruire da queste parti un grande centro-divertimenti con negozi e anche appartamenti. Campi di grano, frutteti, alberi, maceri, oasi d’acqua sarebbero stati spazzati via. Eravamo preoccupati. Ci sentivamo in trappola. Ma qualcuno era pure contento. Le case si sarebbero “rivalutate”. Poi per fortuna non se ne fece più niente. Il fatto è che parlare di grandi opere in generale è un conto, ma quando la grande opera te la fanno vicino casa allora è un altro paio di maniche. E non la vuoi. Sei disposto anche a partecipare ad assemblee, comitati di cittadini, perfino riunioni di partito, tutte situazioni in cui non ami stare. Ami la vita tranquilla della tua frazioncina.
Un altro posto” di Cristina Pacinotti non mi è piaciuto tanto per la tematica che affronta: l’irruzione della grandeopera (come viene sempre chiamata nel romanzo senza mai dire di cosa si tratta) in un’oasi meravigliosa e incontaminata dell’alta Toscana. Mi è piaciuto che la scrittrice ne abbia parlato in modo intelligente e non ideologico. Come? Mostrandoci la vita quotidiana dell’ecovillaggio di Frabosco, che deve essere coinvolto dalla grandeopera tanto da ricevere una disposizione ufficiale dalle autorità in base alla quale deve essere evacuato. L’aia fuori dall’uscio di casa, il bosco in cui si fa legna e lunghe passeggiate, il frutteto, i vario orti, l’allevamento di pecore e capre, il pane da preparare nel forno a legna e le altre mille mansioni giornaliere degli abitanti di Frabosco, la strada da fare per andare in paese a leggere il giornale del giorno prima costituiscono la tessitura su cui è costruito il romanzo. E poi ci sono le persone. Chi narra tutta la storia è Maria che insieme al marito Ema e i loro tre figli ha fondato l’ecovillaggio. Su di loro è costruito l’intreccio dei rapporti umani a Frabosco, gli altri abitanti, come la coppia di norvegesi con i loro bambini, Giovanna, la professoressa di matematica, o Ugo, venuto dalla Sicilia fanno da sfondo e di loro non si parla molto. Il punto di vista che ci viene raccontato su Frabosco e la grandeopera è quello di Maria. E’ il suo piccolo mondo che verrebbe spazzato via; a questo proposito mi è piaciuto il modo delicato e “amoroso” con cui vengono descritti i gesti che accompagnano la sua vita domestica, i suoi pensieri, le sue rabbie e paure,il suo amore per il marito e i figli. Ma tutto questo piccolo mondo ha ragion d’essere lì in mezzo ai boschi ancora incontaminati tra la Lunigiana e la Garfagnana, dove si raccolgono liberamente funghi, lamponi, more, erbe selvatiche che si è imparato a riconoscere da Eva, una donna antica di anni ed esperienza che ha vissuto tutta la via in quel villaggio poi abbandonato che i fraboschini hanno rimesso a nuovo per viverci. E tutto questo è reso con una scrittura efficace e coinvolgente che già conoscevo dall’aver letto il precedente suo romanzo “Luogo comune”: http://lascrittura.altervista.org/recensione-del-romanzo-luogo-comune-di-cristina-pacinott/ . Una scrittura semplice, piana quella di Cristina che racconta anche con molti dialoghi un mondo in pericolo. Una comunità e i suoi gesti in pericolo. La grande opera è già cominciata, il cantiere già impiantato, gli operai sono già all’opera.
Ma cos’è Frabosco? E’ un piccolo insieme di case abbandonate trovate da Maria ed Ema dopo una lunga ricerca. Sono state ristrutturate da un piccolo gruppo di adulti con i loro figli. Chi si dedica alle capre e pecore, chi fa il falegname, chi il contadino, chi come Maria alla conduzione della casa e alla scrittura. Sembrano andare tutti d’accordo. E questa è una cosa bella, non facile in genere, ma loro paiono riuscirci senza sforzo. Anche se i figli di Maria e Ema appena possono se ne vanno in cerca di una vita più movimentata. Poi qualcuno porta una notizia: Frabosco sarà evacuato. Come ci fosse una guerra o una catastrofe imminente. Ma la mobilitazione per salvare il villaggio è difficile da realizzare. Non siamo più negli anni ’70. Molti della zona sono favorevoli alla grandeopera, porterà lavoro, sviluppo, porterà ricchezza. Nessuno si mobiliterà per impedirla. Allora a Frabosco si decide di fare una festa per mobilitare il mondo degli “alternativi”. La festa riesce bene e come potrebbe essere altrimenti? Bel posto, buon cibo e vino, gente affratellata da identici o simili stili di vita e valori. Ma si respira un’aria di sconfitta. Le mobilitazioni per giuste cause sono in disuso. A volte anche chi le condivide non ci crede più. Strano eh? Condividere qualcosa ma non crederci. E’ così oggi, se ci pensiamo. Non si crede più che una mobilitazione possa andare al di là dell’avere un valore simbolico. Anche a Frabosco le scelte che funzioneranno saranno quelle individuali. La famiglia di norvegesi decide subito di andare via. Lo aveva fatto per lo stesso motivo lasciando la Norvegia; anche lì una grande opera li aveva costretti a lasciare la loro fattoria. Cercheranno un altro posto dove ricominciare da capo il loro allevamento di pecore e capre. Mano mano tutti gli abitanti di Frabosco a parte Maria e Ema decidono di lasciare il villaggio. Intanto qualcuno venuto da fuori dà fuoco al cantiere della grandeopera. I figli di Maria e Ema si uniscono ai militanti che hanno compiuto questa azione e fuggono con loro. Tutto precipita. Inutile resistere. Dopo un periodo di lontananza i ragazzi tornano. La famiglia si riunisce, ma il sogno di un eden nei boschi svanisce. Ci sono altri ecovillaggi e molti ne stanno nascendo. Maria e Ema andranno a vivere in uno di questi.
Ci vedo una morale nel modo in cui il conflitto vita nei boschi- grandi opere viene affrontato da Cristina. Potrebbe stupire che la comunità di uomini donne e bambini di Frabosco si disgreghi, che ognuno se ne vada in un posto diverso, che ognuno cerchi un altro posto per sé e non per tutti. Ma sempre così succede. Una comunità, se tale, dovrebbe sopravvivere indipendentemente dal luogo dove si è formata. Invece quella comunità poteva esistere solo in quei boschi e non ad esempio in altri. Con tutte le riunioni, i “cerchi” in cui ognuno dice la sua a nessuno viene fatto di dire: costruiamo un altro villaggio per tutti noi in un altro posto; oppure trasferiamoci tutti in quel dato ecovillaggio che già esiste. Questa possibilità non è data. Questa è la morale che ci vedo,forse era quella che la scrittrice voleva comunicare ai suoi lettori. Apparentemente un romanzo contro le grandi opere che distruggono il paesaggio, la fisionomia di un paese, ma in realtà dietro questo tema solo apparentemente centrale ce ne è un altro. Cosa è rimasto degli ideali comunitari del nostro recente passato di occidentali? Poco, forse niente.

Pacinotti Cristina, Un altro posto, Edizioni ETS, Collana Obliqui, pagine 224, 2016, Illustrazione della copertina di GIPI.
Questa recensione è apparsa prima qui: http://www.lankenauta.eu/?p=4088 

Mie riflessioni su “Le cose come sono”di Hervé Clerc

E’ un bel libro. Ci sono tante cose. Vale la pena comprarlo che per me è sinonimo di leggerlo. Perché ormai compro solo libri che so vale la pena leggere. Che mi servono. Per la mia anima. Per la mia vita interiore. Anzi sono libri che rileggo. Anzi sono libri che consulto. Li riguardo. Cerco in essi quel nome, quel concetto che mi aveva colpito. Oppure cerco altre cose, spero di trovarvi altre cose.
Questo non è un libro sul buddismo. No, non lo è. Assolutamente. E’ un’autobiografia spirituale, l’autobiografia intima di Hervé Clerc. Il suo essere un pò buddista. Che vuol dire che un pò non lo è. Nessuno ormai è più qualcosa di netto, definitivo, alternativo a qualcosa. Sono i nostri tempi. Ma questo libro è importante perché affronta il problema del rapporto tra il buddismo e l’occidente. Che è stato ed è tuttora, secondo Clerc, un enorme travisamento, l’innamoramento verso qualcosa che non si è capito, ma che molti in occidente hanno accettato incondizionatamente. Clerc è scettico sulla possibilità che si sviluppi un buddismo occidentale. Se accadrà ci vorranno secoli. Come ad esempio accadde in Cina e Tibet. Per ora gli occidentali hanno questa grande attrattiva per il buddismo vissuto come qualcosa di esotico, di affascinante, come qualcosa da prendere così com’è senza cercare di integrarlo nelle proprie tradizioni culturali, metterlo in contatto con la nostra straordinaria tradizione letteraria, artistica, religiosa e filosofica. In questo Clerc è un buddista atipico. Anzi non si definisce neanche tale. E’ interessato ad un buddismo che lui definisce “comune”; qualcosa che ha più a che vedere con la propria intima condizione umana piuttosto che con quell’insieme immenso di dottrine che possiamo racchiudere nella parola buddismo. Dice anche di non cercare un maestro. Cosa che tutti coloro che si definiscono buddisti tengono in massima considerazione. Ci siamo passati tutti in questa fase. Ci passiamo tuttora. Dice Clerc a questo proposito:  “Non credo molto ai maestri, nè, di conseguenza ai discepoli, ma solo agli incontri” (pag. 161 ). Come è vero! E come è bello, gratificante e utile credere solo nelle esperienze concrete. Nella saggezza che viene dal vivere.
Ma solo alla fine del libro ci racconta la sua  esperienza mistica. Perché solo l’esperienza a lui interessa, non la dottrina. Questa esperienza è il motivo che mi ha spinto a comprare questo libro. Perché non capita tutti i giorni sentirsi raccontare di aver vissuto, anche se per molto poco tempo, il Nirvana. Fu da giovane e fu improvvisa, in pieno ’68. Il ’68 non politico, quello cui apparteneva Clerc. Fu una specie di esperienza psichedelica. Perché fu conseguenza dell’ “azione di una sostanza illecita potentemente allucinogena”. Per descriverla Clerc usa parole come “splendore”, “folgorazione”, “Sollievo”. Dice: ” Questa felicità era di una intensità tale che poi, riflettendoci, mi sembrò si potesse benissimo morirne” (pag. 196 ).  Di colpo il mondo gli appare così com’è. Non è più costruito, ma si rivela. Qualcosa di difficile da definire, anche se Clerc riesce a farlo splendidamente. E noi che non abbiamo mai vissuto un’esperienza del genere? Proviamo una grande invidia.
Mi sono parecchio identificata nelle posizioni, punti di vista, sentimenti di Clerc verso il buddismo (  lui nel libro fa riferimento a quello hinayana ). Soprattutto nel fatto che non si definisce buddista ma pratica la meditazione. Cioè Clerc ha un approccio esperienziale al buddismo, che dice non essere la sua filosofia, tanto meno la sua religione. Ma in tutto il libro mi è sembrato di avvertire ( magari è una mia proiezione mentale ) quella certa malinconia di colui che non crede abbastanza in qualcosa da potersene definire un allievo, un adempo, uno che appartiene a qualcosa. La malinconia di colui che non crede ma lo vorrebbe molto.

Paura di Stefan Zweig

C’è l’adulterio, il matrimonio borghese, c’è il veleno. Ma non ha niente a che vedere con Madame Bovary. Paura di Stefan Zweig è un fantastico romanzo breve che ho letto ieri pomeriggio dopo pranzo stesa sul divano. Me lo sono bevuto tutto d’un sorso, come fosse un giallo di cui voler sapere subito come va a finire. Finisce bene, e questo consola la fatica del lettore a cui alle due del pomeriggio della fine di Giugno, non si appanna mai l’occhio, non si stanca la vista, non si chiude la palpebra. E un pò un   giallo è  “Paura”, perché se il finale consola, anche sorprende. Ma più di tutto denota nel suo autore una capacità di sottigliezze psicologiche dell’animo femminile, in cui tutto nel romanzo è il contrario di tutto. Chi sbaglia è anche chi “fa bene”, chi soffre è anche chi gioisce, e tutto, tutto sempre contemporaneamente

Scrivere Zen di Natalie Goldberg

“Ecco cos’è creare la nostra pazzia. Il baratro tra l’amore sviscerato che nutriamo per il mondo quando ci sediamo a scriverne,e il disinteresse che proviamo verso esso nella nostra vita quotidiana. Hemingway scrive della sovrumana pazienza di Santiago il pescatore, ma non appena ha smesso di scrivere maltratta la moglie e beve fino ad abbruttirsi. Dobbiamo cominciare a riavvicinare questi due mondi. L’arte è un atto di non aggressione. Quest’arte noi dobbiamo viverla nella nostra esistenza quotidiana” ( N. G.)Scrivere Zen è il primo libro sulla scrittura creativa che ho avuto tra le mani molti anni fa. Ha un’impostazione simile a quella teorizzata da Jack Kerouac in Scrivere Bop, verso la quale ho un debito di ammirazione e riconoscenza. Kerouac non fu solo un maestro di se stesso e di Ginsberg, che imparò da lui a scrivere le poesie per cui è divenuto celebre, ma lo è stato per un sacco di altra gente, come me ad esempio. Natalie però rispetto a Kerouac ha una più solida e meglio meditata impostazione buddista.Scrivere Zen è un libro molto conosciuto, copiato, praticato. E’ un libro utile, uno dei pochi libri sulla scrittura creativa che servano a qualcosa. E’ anche molto vicino, come ho detto, alla scrittura spontanea che a me piace tanto e che non significa scrivere quel che capita, ma scrivere in presenza mentale, in consapevolezza di quel che accade dentro e fuori di me adesso.Scrivere zen è un libro semplice, un libro facile. Non dà regole su come si scrive,neanche troppi suggerimenti. Presenta invece delle situazioni su cui si può scrivere. Pur non essendo un eserciziario quindi cerca di mettere chi lo legge nelle condizioni di scrivere.Natalie Golberg è una scrittrice americana e un’insegnante di scrittura creativa. Infatti da anni guida un gran numero di corsi di scrittura un po’ dappertutto negli Stati Uniti. Dal libro sembra di capire che farlo le piaccia molto, perché come dice a pagina 14 “ Quando insegno ad un corso per principianti, sono contenta. Devo tornare indietro e rimettermi nella testa del principiante, tornare a pensare e sentire come quando ho cominciato scrivere. …In realtà ogni volta che ci mettiamo a scrivere, ci chiediamo come sia stato possibile riuscirci in precedenza. Ogni volta è un nuovo viaggio senza mappe”.E’ da questo libro che ho imparato gli esercizi a tempo. E anche ad improvvisare in maniera sistematica, cioè secondo un metodo. Come dice Natalie a pagina 18: tenere la mano in movimento; non cancellare; non preoccupatevi dell’ortografia, della punteggiatura e della grammatica; perdete il controllo; non pensate, non fatevi invischiare dalla logica; puntate alla giugulare. “ Se scrivendo viene fuori qualcosa che vi fa paura o vi fa sentire esposti, tuffatevici dentro. Probabilmente è carico di energia” (pag. 18).Natalie ha una grande fiducia nei confronti della libertà e creatività della mente umana. In questo senso scrittura e pratica meditativa si equivalgono, infatti nel libro viene data più importanza al processo della scrittura che al risultato. “Nello scrivere, quando si è veramente assorbiti, , non ci sono più colui che scrive, la carta, la penna, i pensieri. C’è solo la scrittura che crea se stessa; tutto il resto è scomparso” ( pag.22).E’ il qui e ora. E’ lui ad essere poetico, sempre. E’ l’attimo passeggero, impermanente. E che ha il sapore della vacuità. In questo senso “ Non esiste separazione tra la scrittura, la vita e la mente” (pag. 42). C’è anche qualche consiglio tecnico nel libro, sui dettagli, sul leggere molto, lo scrivere molto, sull’essere precisi, sul dimostrare invece di dichiarare. Insieme ad un certo numero di esercizi è la parte meno interessante del libro. L’aspetto più affascinante è l’idea espressa in molte parti, che essendo ogni momento, attimo, minuto della nostra vita sempre mutevole, c’è sempre qualcosa da dire, se ce ne convinciamo. Se cioè abbandoniamo l’idea di noi stessi come qualcosa un di fisso, permanente e immutabile e del mondo come qualcosa di altrettanto stabile e identico a se stesso. I piccoli e grandi mutamenti dentro e fuori di noi sono l’oggetto della scrittura. Se accettiamo questa impermanenza e mutabilità della nostra realtà psichica, nulla ci è impossibile nell’ambito dello scrivere. Se vuoi scrivere un romanzo, scrivilo, sostiene la Goldberg. Imparerai a farlo scrivendolo. Imparerai le tue regole, la tua sintassi, imparerai a rispecchiarti nella tua scrittura e la tua scrittura imparerà a rispecchiarsi in te, in questo gioco divertente dell’identificazione di soggetto e oggetto, di perdita di quella dualità ( io/tu; noi/loro; bello/ brutto…) che ci domina e ci rovina la vita. In questo senso allora la scrittura può diventare uno strumento di crescita, di evoluzione spirituale. Diventa anche uno strumento del coraggio di vivere ( che quasi nessuno di noi ha ) pienamente qualunque momento e situazione. Si veda a questo riguardo il capitolo: “Suscitare compassione”, che parla così concretamente del perdersi, del disperarsi, e della possibilità del ritrovarsi tramite la scrittura. Perché la scrittura, soprattutto quella d’improvvisazione ci mette immediatamente in contatto con quello che c’è ora, ristabilendo una relazione tra me e il mondo e non più tra me e la mia paranoia. “ Se per scrivere prendiamo le mosse dalla nostra sofferenza, alla fine nascerà in noi la compassione per le nostre vite cieche e meschine. Dall’abbattimento nascerà una nuova certezza per il cemento che calpestiamo, per l’erba secca che fruscia sotto la sferza del vento. Potremo toccare cose che una volte ritenevamo brutte, e vederne i particolari irripetibili, la vernice che si stacca a scaglie, il grigio delle ombre – semplicemente per quel che sono, né un bene né un male, ma parte della vita che ci circonda” ( pag.110).

Natalie Goldberg, Scrivere Zen, Ubaldini editore, 1987
http://en.wikipedia.org/wiki/Natalie_Goldberg
Sito ufficiale:
www.nataliegoldberg.com

Recensione del film Chappaqua di Conrad Rooks


E’ un viaggio. I Fugs suonano. LSD scritto con zollette bianche. Danze, maschere. Giovani donne ridono. Un uomo cammina. Sono ricordi sovrapposti lungo un viaggio in aereo non si sa per dove. Ricordi di locali, LSD, Peyote. Una donna molto bella vestita di bianco. E’ un film bellissimo, una specie di documentario su se stesso, sulla propria mente (malata), musica bellissima. E’ la storia della propria dipendenza da alcool e droghe. Il protagonista arriva in una città. Si chiama Russel. Viene portato via in macchina da un autista. E’ una continua allucinazione. E’ un film bellissimo. Ma non chiedetemi perché. Ma è un film bellissimo. Tutto fa molta pena. Russel non vuole uscire dall’auto. E’ costretto a farlo. Entra in una clinica per disintossicarsi. Russel piange. Gli viene fatta una iniezione, poi scappa. E’ un film un po’ scemo ma bellissimo, non so perché. Poi Russel va a finire in una bara durante una cerimonia in cui i fedeli entrano in trance. Ma lui si risveglia nella clinica. Parla con uno psicologo. Dice che vuole andare a Chappaqua. Si vede la festa di paese di Chappaqua. Lui è un bambino. Si vedono danze indiane. Tutto è molto drammatico e lirico. Belle visioni. Il peyote. Cominciò tutto con quello per Russel. Il peyote gli ha dato “fantastiche visioni”. Inca e una donna bellissima. Un cervo. “Qui dentro ho visto un cerchio d’oro” (nella testa). Ravi Shankar suona il sitar. Oh il 1966 anno mitico!. Anno hippy. “Poi sono entrato nella visione”. Ma lo psicologo vuole la logica. E’ un film totalmente autobiografico. “Che logica potevo avere a 18 anni?”. A 18 anni entra in un cinema. Poi Russel di nuovo nella clinica. Allucinazioni. Allucinazioni di Russel. E’ la storia della sua dipendenza dalle droghe. Ma detta così è banale. In realtà il film è fatto di immagini e visioni bellissime. Liriche e drammatiche. Poi le allucinazioni diventano un incubo. Russel diventa Dracula. Si ritorna poi nella clinica. Verso la seconda metà il film perde di mordente. Langue. In giochetti visivi abbastanza inutili e noiosi. Russel scappa e va a Parigi. Entra in un bar. Beve. Ma in questa parte il film si perde. Non morde e non stupisce più. Neanche emoziona. Poi riprende quota. Russel è sempre più ubriaco. Ogni tanto compare William Burroughs. E poi di nuovo musica e danza indiana. Strade dell’India sporche e povere. Russel vaga lì e nella sequenza successiva è a Parigi. Lui è ubriaco. Entra in un locale jazz. Ha lo sguardo assente, perso. Continua a bere. Comincia a ballare. Nella sequenza successiva è nella clinica dove lui balla con un’infermiera. E poi è di nuovo nel locale jazz. Poi compare un maestro indiano su un prato e poi di nuovo Russel nel locale jazz. Subito dopo siamo di nuovo in India dove lui impara la meditazione e poi è di nuovo nel locale jazz. Russel è a terra privo di sensi. Poi musica balinese e India. India antica. E lui è lì sopra un cammello e va. Fuma hashish insieme a dei santoni. E poi di nuovo nella clinica balla e fuma con lo psicologo. Poi una danza sfrenata di una bellissima donna. Poi di nuovo nel letto della clinica e urla. Poi scappa. Poi è di nuovo nel letto. Poi balla il twist. Penso: è così la mente. Salta da una cosa all’altra. Da un pensiero all’altro. Da un’emozione ad un’altra. Poi Russel è in un locale dove tutti ballano. Poi di nuovo in clinica. E’ completamente pazzo, dice lo psicologo. Il film è arbitrario e logico insieme. Poi compare una roulette. Russel è un giocatore alla roulette. Poi i giocatori si passano una siringa e si iniettano una droga. Poi di nuovo ballo sfrenato della donna bellissima. Che ora fa l’amore con Russel. Freneticamente. Poi lui è di nuovo nel letto della clinica. Poi toccata e fuga di Bach. Fischio di un treno. E poi Russel cade a terra morto. Santoni indiani. Poi Russel che balla con una donna in un bosco. Ancora un po’ d’India. Poi Russel è di nuovo nella clinica. Poi lascia la clinica come se fosse guarito. Ma poi riflesso in un vetro ricompare vicino ad una infermiera. Infine fugge in elicottero. “Addio!”, grida dall’elicottero. Bel film? Sì, bel film. (auto – film, film su se stesso). Insomma fugge ma ricompare sempre lì dov’è. Nell’intervista che accompagna il dvd Rooks dice che salvò una donna dal carcere. Era una spacciatrice. Parla della sua vita beat. Parla di Robert Frank. Dice che si identifica in Jack Kerouac. E’ “cattivo” con i beat. Dice che la vera rivoluzione è quella hippy.

Conrad Rooks regista americano (Chappaqua 1934-Pattaya 2008)
data di uscita: 1966
Nazionalità: USA
Lingua inglese, sottotitoli Italiano
Colore: bianco e nero
Durata 82 minuti
Fotografia: Robert Frank
Musica Ravi Shankar,Philip Glass, The Fugs, Donovan
Leone d’argento alla 31° mostra di Venezia del 1966
Interpreti:
Doctor Benoit: Jean-Louis Barrault
Russel Harwick: Conrad Rooks (protagonista)
Opium Jones: William S. Burroughs
Messiah: Allen Ginsberg
Sun God: Ravi Shankar
Water Woman: Paula Prichett
Peyote Eater: Ornette Coleman
Guru: Swami Satchidananda
The Prophet: Moondog
The Fugs: Ed Sanders
Distribuzione: Medusa H.E.
Luogi delle riprese:
Manhattan, New York City, New York, USA
Stonehenge, Salisbury Plain, Wiltshire, England, UK
Orly Airport, Orly, Val-de-Marne, Francia
Chappaqua Indian reservation, Chappaqua, New York, USA
New York City, New York, USA
Paris, Francia
Chappaqua è la città ndi origine di Conrad Rooks
Sito del film: http://winklerfilm.com/chappaqua_detail.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Chappaqua

Dostoevskij Fedor Michajlov Delitto e Castigo

Questa non è una recensione completa di Delitto e Castigo di Dostoevskij. Quello che prendo qui in esame è il nocciolo della storia, l’intreccio principale, quello tra Raskòl’nikov e la sua coscienza. Quindi ho tralasciato di prendere in considerazioni tutte le storie laterali che si intrecciano a quella del protagonista e che ne fanno il grande romanzo storico della Pietroburgo della seconda metà del 1800. Ho scelto di sintetizzare e commentare solo il centro della storia perché la trovo molto attuale per la mia vita personale e probabilmente per la vita di molte altre persone. E cioè qual è il rapporto tra me e la mia coscienza?
Raskòl’nikov è un ragazzo povero, studia ma ha pochi soldi per mantenersi. Fa, come tanti ancora oggi dei lavoretti. Arriva ad un punto tale di rabbia e ribellione ( mi incattivii, dice il personaggio nel testo) nei confronti della sua povertà, da volerla portare all’estremo. Non va più all’Università, non fa più lavoretti, si macera, si isola da tutti, fa montare in sé la rabbia tanto da trasformarla in furore. Fino a quando capisce che auto emarginarsi da tutto e tutti non gli basta più. Ha bisogno di mettersi alla prova, con qualcosa di più forte, pericoloso, rischioso. Ma il suo desiderio di un rito di iniziazione è volto al negativo, al diabolico. “ Fu il diavolo a trascinarmi”, dice Raskòl’nikov nel romanzo ( pag. 498); vuole perdersi e portare con sé qualcuno. Avete presente quelli che si suicidano e portano con sé qualcuno “ non consenziente? Una cosa del genere. Il suo è anche il delirio della coscienza rarefatta ma appesantita dalla fame, dall’insonnia, dall’isolamento. La sua è diventata una coscienza sottile ma anche densa, fastidiosa. Comincia a farsi domande del tipo: ma perché se ammazzo qualcuno sono un assassino, e se invece Napoleone ammazza migliaia di persone in guerra è un eroe? Non vi pare una domanda quanto mai attuale? Del resto si sa Dostoevskij non è solo un grande scrittore, è un grande scrittore profetico. Lui vedeva “oltre”.
Così Raskòl’nikov decide di compiere un’azione che sia una risposta alla domanda che si è fatto e che lo renda simile a “ chi è capace di disprezzare più cose e chi più di tutti è capace di osare”. ( pag. 496).
Così decide. Ucciderà una vecchia usurai odiata da tutti, proverà a se stesso di riuscire a farlo ( “ avevo bisogni di sapere al più presto se io fossi un pidocchio, come tutti, o un uomo” pag 498).
Le cose vanno come previsto, Raskòl’nikov è capace di compiere il delitto. Sa affrontare le insidie e i rischi dell’impresa e sa affrontare la sua paura. Ma come spesso accade ci rimette un innocente; la sorella buona, quella che tutti amano, quella maltrattata della vecchia usuraia si trova anche lei in casa in quel momento. Muore guardando il suo aggressore non impaurita, non terrorizzata, ma sorpresa.
Raskòl’nikov viene sospettato di essere l’autore dei due delitti, ma la fa franca, non ci sono prove contro di lui. Ma nella sua coscienza avviene l’unica cosa che lui non aveva previsto e che lui non riesce a perdonarsi: il rimorso.
E così l’ultima parte del romanzo affronta questo tema: come si fa a far fronte alla sofferenza interiore?
Raskòl’nikov, come spesso avviene, per essere aiutato va a cercare un maestro. Il suo “guru” è Sonja, adolescente immacolata e pura, che si prostituisce per dare da mangiare ai suoi fratellini nudi e affamati.
La ragazza lo redime. Cioè lo convince a costituirsi. Raskòl’nikov, dopo molte reticenze, segue il suo consiglio nella speranza che questo gesto pareggerà i conti con la sua coscienza. Ma non è così. La giustizia degli uomini non ha niente a che vedere con quella interiore. E così le privazioni, le sofferenze fisiche che il protagonista deve sopportare ai lavori forzati in Siberia, non lo scalfiscono affatto. Neanche le sente. Perché il dolore vero, che non si acquieta mai e mai si sfama è il suo orgoglio ferito dalla scoperta di provare rimorso, di non essere un uomo di potere ma un “pidocchio” come tutti gli altri.
Poi ecco improvviso, non cercato, non desiderato in Raskòl’nikov si fa strada un sentimento nuovo , portato, provocato da uno sguardo al grande fiume che separa il popolo civilizzato da quello selvatico dei popoli nomadi della Russia Asiatica . “ Laggiù nella steppa immensa, inondata dal sole, nereggiavano, come punti appena visibili, le tende dei nomadi. Là era la libertà, e vivevano altri uomini per nulla simili a quelli di qui, là il tempo stesso si era come fermato, come se non fossero ancora passati i secoli di Abramo e delle sue greggi” (pag. 652). E’ come se quella vita nomade, libera e selvatica fosse per Raskòl’nikov portatrice di una qualità umana nuova, la riscoperta della propria natura originaria. Alla dialettica subentrava la vita” (pag.653)
Grazie a questa sua scoperta, a questa sua nuova apertura alla vita in quanto tale, e altrettanto improvviso nasce un nuovo sentimento finora sconosciuto, l’amore. “Come ciò fosse accaduto neppure lui lo sapeva”(pag. 652).
Dostoevskij chiama questo processo “resurrezione”, resurrezione per una nuova vita”. A me piace chiamarla la scoperta dell’amore come unica forza che tiene unito il mondo.
Fedor Michajlov Dostoevskij, Delitto e Castigo, Einaudi, 1993)

 

Gary Snyder e la wilderness

gary

Gary Snyder (San Francisco 1930 ) è un poeta americano, ma anche un noto saggista e un leader del Movimento Bioregionale americano e internazionale. Il bello di persone come Gary è che non hanno un Io diviso. Pochi ci riescono. Bisogna sapere chi si è, cosa si vuole e con chi farlo. Lui lo sa. Almeno io così credo, anche se non lo conosco personalmente, ma solo dalle sue opere e dai racconti di Giuseppe Moretti che è suo amico e collega nel Movimento Bioregionale.
Gary Snyder è dunque molte cose insieme, buddista, poeta, saggista, marito, padre e leader di un Movimento che esorta a tornare alle piccole comunità territoriali. Tutte queste attività creano in Snyder un equilibrio spirituale che si avverte leggendo le sue opere. Amico di Allen Ginsberg e Jack Kerouac non fece mai parte integrante della beat generation. Ben presto, nel 1956, infatti partì per Il Giappone dove rimase dieci anni a imparare il giapponese in modo da poter leggere i testi buddisti in lingua originale ed essere a contatto con la reale vita in un monastero zen.
Scrive Gary Snyder nel suo “La grana delle cose”,(1) “ Durante i primi due anni del mio soggiorno a Daitoku-ji Sodo, mentre lavoravo nell’orto o aiutavo a stivare la legna o a fare il fuoco per l’acqua del bagno, avevo notato certi piccoli miglioramenti che si potevano introdurre. Alla fine mi decisi a suggerire ai monaci responsabili alcune tecniche per risparmiare tempo e fatica. Per un po’ di tempo si mostrarono tolleranti. Alla fine un bel giorno uno di loro mi prese da parte e disse: noi non vogliamo fare le cose in modo più veloce o migliore, perché non è quello il punto : il punto è che la vita va vissuta tutta intera. Se accelerassimo il lavoro in giardino, il tempo guadagnato lo passeresti a sedere nello zendo e le gambe ti farebbero più male. E’ tutta una sola meditazione. Quello che conta è il giusto equilibrio, e non come fare per risparmiare tempo da una parte o dall’altra” (pag. 54). Questi anni passati a lavorare e faticare oltre che a meditare hanno prodotto frutti preziosi nella mente e nel cuore di Snyder e da lui sono giunti a noi attraverso i suoi libri. Un libro in cui Snyder ci racconta il suo modo di intendere una pratica buddista, fatta di legna da tagliare oltre che di ore di meditazione, è “La pratica del selvatico”(2). In esso Snyder ci dà una definizione teorica semplice del suo buddismo: “ Per essere veramente liberi si devono prendere le condizioni di base per quello che sono – dolorose, impermanenti, aperte, imperfette…Il mondo è natura e a lungo andare è inevitabilmente selvatico, perché il selvatico, come processo ed essenza della natura, è anche un ordine dell’impermanenza” (pag. 17). Nella sua visione dunque il concetto di impermanenza, che è una delle basi del buddismo, è tutt’uno con quello di wilderness. Vediamo come. In un capitolo de “La pratica del selvatico” interamente dedicato a come Snyder intenda il buddismo, dopo averci raccontato brevemente la dura disciplina dei suoi anni giapponesi nei monasteri buddisti, ci mette in guardia sul non intenderlo in senso troppo professionale e rigido. Questo è il rischio che secondo lui corre in buddismo giapponese rimasto così fedele ad una pratica solo monastica. Perché dice Snyder “ Ci sono stati innumerevoli Bodhisattva(3) sconosciuti che non hanno mai avuto un addestramento spirituale e non si sono mai impegnati in una ricerca filosofica. Si sono formati e maturati in mezzo alla confusione, alla sofferenza, alle ingiustizie, promesse e contraddizioni della vita. Sono quelle persone ordinarie, generose, coraggiose, indulgenti, modeste, che hanno un grande cuore e hanno sempre sorretto la famiglia umana” (pagg. 173-174).
Con questa riflessione Snyder ci fa capire che in base alla sua esperienza non esiste un unico sentiero sia esso inteso in senso spirituale o pratico. Per lui c’è sia il sentiero che l’uscire dal sentiero. L’uscire dal sentiero, dalla via conosciuta, dal già sperimentato per Snyder equivale ad addentrarsi alla wilderness, che non è solo quella esterna, la natura selvatica, ma soprattutto quella interiore, il selvatico dentro di noi; quella parte inconscia ma incontenibile che ci muove fuori dalle strade già percorse da noi o da altri. Che ci porta nell’altrove da noi, che a dire di Snyder, è la vera via verso il ritorno a casa, cioè a noi stessi. Il concetto di wilderness è contenuta in varia maniera in tutte le opere di Snyder. Anche in quelle poetiche, soprattutto in quelle poetiche, ambito che maggiormente mi compete e mi appassiona. Un libro molto famoso di Gary Snyder è “L’isola della tartaruga”(4), con il quale nel 1975 lo scrittore vinse il premio Pulitzer per la poesia. Difatti tutta la prima parte contiene solo poesie, la seconda anche delle prose, tutte attinenti al concetto di wilderness esteriore ed interiore. Prima di passare alle poesie contenute in questo libro mi sembra utile sintetizzare brevemente il concetto di wilderness così come viene spiegato da Snyder in questo e in un altro suo libro intitolato “Nel mondo poroso”(5). E’ deprecabile afferma il poeta che la cultura occidentale non abbia fatto suo questo concetto. “Una cultura che rende se stessa aliena dalla sua natura più autentica e profonda – dalla wilderness esterna ( ovvero la natura selvatica, il selvatico e gli ecosistemi autosufficienti e autoregolati), e dell’altra wilderness, quella interiore – è condannata ad un agire distruttivo…” (L’Isola della tartaruga, pag. 196).
Estrapolando qua e là dai due testi di Snyder sopra citati ecco altri concetti attinenti alla wilderness:
La wilderness è energia, energia dei corpi in un processo di auto-organizzazione
La selvaticità è ciò che di essenziale c’è nella natura
le opere umane riflettono questa selvaticità
il linguaggio apre una finestra sul mondo selvatico e ci dà modo di rappresentarlo
c’è un lato selvatico e un lato addomesticato della mente umana. Chi esplora il lato selvatico della mente sono gli scrittori e gli artisti
nel percorso evolutivo il livello più alto non è l’uomo ma un alto grado di diversità biologica
è importante recuperare la parte selvatica dell’uomo

Cos’è esattamente dunque la pratica del selvatico? Così risponde Snyder ne “Il mondo poroso”: “ Iniziamo riconoscendo il selvatico che è in noi stessi, nel capire come l’immaginazione sia selvatica. Il linguaggio è selvatico…Quel processo profondo che usa i nostri corpi e le nostre menti è il primo livello di un certo tipo di pratica. Se una persona può entrare in contatto con tutto questo e lo apprezza per ciò che è, allora le sue simpatie possono espandersi alla vita e allo spirito che dimora là fuori negli ecosistemi” (pag. 133). La naturale conseguenza di questo discorso sulla wilderness è per Snyder, il Ri-abitare. Come vedere, si chiede Snyder il selvatico? Come fare a sapere chi siamo e dove siamo? Bisogna ri- abitare un luogo, che sia il nostro originario o quello dove abbiamo scelto di vivere. Dobbiamo ricreare delle comunità. A questo proposito in un’intervista contenuta ne “Il mondo poroso” e risalente al 19796, ben prima dell’esistenza delle reti internet, Snyder dice una cosa che mi ha molto impressionato per essere così tanto profetica. Sarà una citazione un po’ lunga, ma a mio avviso, vale la pensa, trascriverla quasi totalmente. “ Ci sono due specie di livelli con i quali tutti noi ci relazioniamo. Uno è la rete, e l’altro è la comunità. Ci sono persone che non hanno una comunità verso la quale relazionarsi, ma solo una rete. La rete è qualcosa come tutti i dentisti negli Stati Uniti hanno un giornale… C’è anche una rete dei poeti. Io corrispondo con poeti americani e altri poeti in altre parti del mondo….Ma c’è anche la comunità, che è la gente del posto dove vivi… Trovo che per il mio lavoro e per la mia crescita spirituale il tipo di vita che si svolge nella comunità sia più preziosa di quella della rete. Perché la rete ti incoraggia a pensare che sei importante, mentre la comunità no” (pag. 29). Come sono vere ancora oggi queste ultime parole. Ognuno di noi le sperimenta ogni giorno.
Quello che sono andata dicendo di Gary Snyder finora si rispecchia fedelmente nelle sue poesie. Come ho detto la sua raccolta poetica più nota è “L’isola della tartaruga. Ma mi fa piacere citare anche Gary Snyder, “Madre orsa”, un piccolo libro di poesie contenute in Lato Selvatico ‘Libraria’, che ha una fantastica copertina di Suzanne De Veuve(7).
Lo stile delle 58 poesie contenute in “L’isola della tartaruga” è antiretorico, disadorno, ispirato alla lingua parlata. E’ un condensato di tutte le esperienze di Gary: artistiche, antropologiche, filosofiche. In certi casi il poeta prende spunto dall’indecifrabilità dei Koan buddisti8,altre volte dal linguaggio degli sciamani nativi americani. Il tono a volte è lirico a volte didattico. I temi sono quelli della vita selvatica, della famiglia, della politica e della società.
Ispirata all’essenzialità dello zen è “Fuori”:

Il silenzio
della natura
dentro.

Il potere dentro
il potere

fuori.

Il percorso è qualsiasi cosa passa – non
fine a se stesso

il fine è
grazia – semplicità –
la cura,
non la salvezza.

Il canto
la prova

la prova del potere dentro
Di tipo descrittivo invece questa, bellissima: La Grana delle cose

( Oggi in barca, remando insieme a Zach e Dan nei pressi di Alcatraz e intorno a Angel Island)

leoni marini e uccelli,
il sole attraverso la nebbia
a intermittenza pulsa e ciondola,
dritto negli occhi, abbagliante.
Foschia solare;
una lunga nave cisterna lentamente galleggia alta e leggera.

La linea nitida e discontinua del mare frangente –
interfaccia di flussi delle maree –
gabbiani si posano sul punto d’incontro
per il pasto;
scivoliamo accanto a scogliere imbiancate.

La grana delle cose.
Sciaborda e sospira,
scivola via.
Alcune poesie de L’isola della tartaruga parlano apertamente e in maniera disinvolta della morte e la descrivono; è la morte degli animali quella che mette in scena Snyder; una per tutte:“ Uno non dovrebbe discutere con un abile cacciatore delle cose proibite del Buddha” ( Hsiang -yen)

Una volpe grigia, femmina, nove libbre e tre once.
Lunga 39 pollici e 5/8 con la coda.
La scuoiamo ( Kai ci ha ricordato di cantare lo Shingyo prima)
pelliccia fredda, grinze; e odore di muschio
insieme al primo puzzo di corpo morto.

Contenuto dello stomaco: un intero scoiattolo ben masticato
più una zampa di lucertola
e, da qualche parte dentro lo scoiattolo,
un pezzo di carta stagnola.

Il segreto.
E il segreto nascosto in profondità in questo.

Come ultima poesia vorrei citare Roccia, poesia d’amore dedicata a Masa, la seconda moglie di Snyder.

Laghetto nevoso granito caldo
ci accampiamo,
nessun pensiero di cercare ancora.
Sonnecchiamo
e abbandoniamo le nostre menti al vento.

Sulla roccia, gentilmente inclinati,
il cielo e la pietra,

insegnami ad essere tenero.

Il tocco che quasi non tocca –
l’incrocio fuggevole di sguardi –
passi minuscoli –
che infine ricoprono mondi
dal duro terreno.
Batuffoli di nuvole e nebbie
raccolti nelle pozze blu ardesia
delle piogge estive.

NOTE:
1 Il libro consiste in un’intervista realizzata da Peter Barry Chowka realizzata nel 1977 e pubblicata in “East West Review; è stata ripubblicata nel 1980 in Real Work; prima edizione italiana:1987 da Edizioni Gruppo Abele; l’ultima edizione italiana :edizioni e/o, 1996
2 Gary Snyder, La pratica del selvatico, Fiori Gialli Edizioni, 2010
3 L’ideale del Bodhisattva è specifico al Sentiero del Mahayana. Bodhi significa il risvegliato, sattva significa ‘un essere’. Insieme essi significano una persona risvegliata e che è deputata alla liberazione ed al benessere di ogni essere umano e di tutte le creature (da http://www.centronirvana.it/sent_bodhisattva.htm)
La prima edizione: Turtle Island, New Directions Publishing Corporation , 1974; pubblicato in Italia da Stampa Alternativa, nella Collana Eretica Speciale nel 2004, traduzione di 4 4 4 4 Chiara D’Ottavi, introduzione di Giuseppe Moretti.
5 Gary Snyder, Nel mondo poroso, sottotitolo: Saggi e inteviste su Luogo, Mente e Wilderness, a cura di Giuseppe Moretti, Mimesis Edizioni, collana Eterotopie, 2013; selezione di testi di Gary snyder di varie epoche fatta con il suo permesso, Introduzione di Giuseppe Moretti
6 Intervista del 1979 fatta a Snyder ad un suo vicino, Colin Kowal, apparsa in “Intercettare l’uomo naturale”, tratto da The real work, a New Direction Book, e presente in italiano ne “Il mondo poroso”
7 http://www.sentierobioregionale.org/letture.html

 

 

 

 

 

Peter Coyote, Sleeping where I fall

copertina

Dell’epoca post–beat americana si sa ben poco in Italia. Coincide in parte con quella psichedelica di Ken Kesey e Timothy Leary, e ha avuto il suo centro nel quartiere di Haight Ashbury di San Francisco per una durata molto limitata, dall’autunno del 1966 al 1968.
Per semplificare la possiamo chiamare l’epoca hippy. Riguardò una minoranza significativa di giovani americani e si caratterizzò per l’attività di vari gruppi, riviste, giornali. Il gruppo più importante fu quello dei Diggers.
Questo gruppo fu attivo in vari campi, in quello artistico, teatrale e letterario prima di tutto; ma ben presto cominciò a occuparsi di problematiche sociali, secondo una prospettiva pragmatica e non ideologica. Cominciarono a offrire gratuitamente pasti a chiunque ne avesse bisogno, aprirono un negozio per la distribuzione gratuita di vestiti e una clinica in cui chiunque poteva essere curato gratuitamente.
Mi sono interessata ai Diggers di Haight Ashbury perché ho raccolto materiale per un romanzo che ho scritto , su una poetessa che ne ha fatto attivamente parte, Lenore Kandel. Nel 1966 divenne abbastanza famosa per un piccolo libro di poesie che fece scandalo tra i benpensanti di allora: “The love book”. Lenore tratta con linguaggio esplicito ma mai volgare (potere della poesia… ) dell’atto sessuale tra uomo e donna come qualcosa di sacro e fisico allo stesso tempo. Personalmente la reputo una grande poetessa. È morta nel 2009 a 77 anni. Gli ultimi quaranta li ha quasi sempre passati nel suo piccolo appartamento di San Francisco, per le conseguenze fisiche di un incidente di moto che le capitò nel 1970. La moto era una Harley Davidson e a guidarla era il suo bellissimo e carismatico compagno, Bill Fritsch “Sweet William”, che dai Diggers era, insieme a Lenore, confluito negli Hell’s Angels.
Di tutto questo e di molto altro parla un libro autobiografico scritto da Peter Coyote, un attore diventato negli anni famoso (ad esempio è uno dei protagonisti del film di Spielberg, “E.T.”) dal titolo “Sleeping where I fall”, pubblicato dalla COUNTERPOINT di Berkeley.

È un libro molto utile per capire innanzitutto il modo distorto e fuorviante in cui i media hanno trattato in Italia il mondo hippy. Solo fiori, amore, sesso e droga. Tutto questo c’era, ma c’era anche molto altro. Il libro di Peter Coyote ne parla diffusamente. Ed è interessante anche per sapere che fine hanno fatto tutti quei ragazzi e ragazze nel corso degli anni. Molti, ad esempio, hanno contribuito alla creazione della rete ecologista del bioregionalismo ( http://www.planetdrum.org/ ) molto attiva anche in Europa e in Italia (dove viene pubblicata la rivista “Lato Selvatico”).
Il libro è diviso in capitoli, ognuno dei quali dedicato a un periodo della vita di Peter, dal 1964 agli anni Novanta. Tutto quello che gli è capitato in questo lungo lasso di tempo sembra essere avvenuto per caso, gli incontri soprattutto. Un amico gliene presenta un altro ed eccolo nel 1965 all’interno del gruppo teatrale del Mime Troupe di San Francisco, dove rimarrà fino a quando quest’ultimo confluirà nei Diggers. Buona parte del libro è dedicato a questo gruppo. “Confederation of friends”, li chiama Peter, giovani anarchici che teorizzano il fatto che il potere del capitalismo è dovuto alla sua flessibilità e alla sua capacità di cooptare ogni cosa. “Everything but doing things for free” (pagina 35).
I Diggers avevano capito che lo stile era cooptabile, dice Peter, ma quello che non era cooptabile era fare le cose gratuitamente, senza chiedere soldi. Bisognava fare in modo che le persone non fosse più il pubblico (“audience”) ma dei veri partecipanti. I Diggers chiamavano questo modo di procedere Life acting. In questo senso, dice Peter, I Diggers erano convinti che le analisi ideologiche fossero spesso un modo per ritardare “the action” necessaria a manifestare un’alternativa. Questo concetto sta alla base del Digger free food, la distribuzione gratuita di cibo che avveniva ogni pomeriggio. “If you wanted to live in a world with free food, then create it” (pag. 71).

Un capitolo viene dedicato all’Human Be-In a San Francisco nel 1967, il grande raduno hippy a cui parteciparono come oratori Allen Ginsberg, Gary Snyder, Timothy Leary e come unica donna la poetessa Lenore Kandel. Peter Coyote dice che il 14 Gennaio del 1967 si radunarono 50.000 persone al Golden Gate Park di San Francisco a drogarsi, danzare, dipingersi la faccia, fare l’amore, accendere barbecue, vendere merce, suonare flauto e tamburi.
Alcuni capitoli sono dedicati alle case e alle comuni in cui Peter Coyote ha vissuto e ai suoi numerosi amori, e alle droghe di cui in quel periodo lui, come molti, fece un uso esagerato. Un certo spazio nel libro viene dedicato al clima di violenza e sopraffazione legato agli Hell’s Angels. Spesso partecipavano come servizio d’ordine nei concerti musicali dell’epoca, come quello dei Rolling Stones durante il quale un ragazzo del pubblico perse la vita proprio per mano di un Hell’s Angels. Una delle parti del libro più interessanti è quella dedicata ad alcune figure carismatiche di quell’epoca che Peter ha particolarmente amato o ammirato. Il dodicesimo capitolo, ad esempio, è intitolato “The Sweet William’s story”, ed è la storia del compagno della poetessa Lenore Kandel, e delle sue avventure con gli Hells’ Angels. Per farci capire che tipo fosse Sweet William Peter racconta del suo incontro con Lenore presso una cooperativa di scrittori dove si era recato con un amico. Appena vide Lenore se ne innamorò immediatamente, andò a casa, prese i suoi vestiti, disse good-bye a sua moglie e ai suoi figli e li lasciò. Ma quando Peter incontrò Sweet William negli anni Novanta per intervistarlo era conciato molto male, paralizzato nella metà del corpo per una pallottola ricevuta in una rissa, povero e solo, a vivere in una fetida stanza di una pensione. Era come un lupo, dice Peter, che ha perso una zampa per fuggire da una trappola e l’unica cosa che sa è quanto gli manca quella zampa.
Con il 1968 tutto cambia, I Diggers si sciolgono, ad Haight Ashbury prendono il sopravvento commercianti e spacciatori, l’epoca hippy è finita e comincia il turismo hippy. Una parte dei Diggers confluisce negli Hell’s Angels, altri come Peter creano delle comuni agricole in posti remoti, altri ancora creano movimento ecologisti. L’aggettivo che mi viene spontaneo per definire questa autobiografia è “onesta”. Per noi europei colma una lacuna: aiuta a capire, come dicevo all’inizio, un periodo che conosciamo solo per stereotipi e approssimazioni. La scrittura è semplice, perfino elementare, nel senso che Peter racconta quel che si ricorda di aver vissuto, quello che ha raccolto durante le interviste con alcuni protagonisti, senza mai un briciolo di enfasi o di retorica, né tanto meno di nostalgia.
Quello che nel libro mi sarebbe piaciuto leggere, dopo il capitolo dedicato a Sweet William, ma che purtroppo manca, sarebbe stato un altro capitolo dedicato a Lenore Kandel. Mi sarebbe sembrato logico visto il rapporto profondo che c’era stato tra i due e visto che per entrambi l’incidente di moto che li coinvolse fu l’inizio di una precoce decadenza fisica. Parlando della loro decisione di entrare a far parte degli Hell’s Angels Peter dice: “Bill entrò nel reame dell’inferno e Lenore lo seguì volentieri”.

Prima che venissi a mancare ( nel Dicembre 2014 ) ho avuto la fortuna di ospitare nella casa di campagna vicino a Bologna, dove vivo, James Koller, per un reading poetico. Vedere e ascoltare le parole di James, che ha conosciuto tutti i protagonisti di quegli anni da Allen Ginsberg a Lenore Kandel, è stato, e lo dico senza retorica, come essere di fronte al monumento vivente di un’epoca intera.
Peter Coyote (New York, 1941) scrittore e attore americano.
Peter Coyote, “Sleeping where I fall. A Chronicle” COUNTERPOINT, Berkeley, 2009.
Prima edizione: 1999
sito ufficiale di Peter Coyote: http://www.petercoyote.com/index.html
sito dei Diggers: http://www.diggers.org/