Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio

Il partigiano Johnny è il romanzo incompiuto di Beppe Fenoglio.
Dopo la sua morte a soli quarant’anni, due stesure di questo libro furono ritrovate dal fratello Walter nel cassetto dove Beppe teneva i suoi scritti.
Piero Neri Scaglione, nella sua bella biografia artistica ed esistenziale dello scrittore intitolata “Questioni private”, scrive che poco prima di morire (il 18 Febbraio del 1963 ) lo scrittore disse al fratello di bruciare tutte le sue opere inedite. Per nostra fortuna  le centinaia di fogli lasciati in quel cassetto non verranno bruciati. Tra loro ci sono due versioni di quello che diventerà Il partigiano Johnny. Opera incompiuta questa ma, a detta di molti, opera della piena maturità artistica del suo autore. Il suo capolavoro. Lui stesso la definisce così quando inizia a scriverla: ” ….ciò che sto scrivendo ora sarà il mio capolavoro” (Scaglione, pag. 190). Siamo nel 1956. Ma nell’autunno del ’58 incontrando un compagno dell’inverno tra il 1944 e il 1945 gli dice, parlando di questo suo libro: ” l’ho finito. Ma ho ancora molti dubbi. Per il momento lo lascio stare” ( Scaglione, pag. 214). Da quel  momento Fenoglio non lo riprenderà più in mano, dedicandosi ad altre opere.
Il partigiano Johnny  che oggi leggiamo nell’edizione Einaudi, è frutto del montaggio fatto da Dante Isella nel 1992 utilizzando parti di entrambe le versioni lasciate da Fenoglio. Nella prima edizione di Lorenzo Mondo del 1968 il montaggio delle due versioni era stato diverso, mentre l’edizione critica diretta da Maria Corti e curata da Maria Antonietta Grignani, del 1978 per l’Einaudi le pubblicava interamente una dietro l’altra.
Lo stesso titolo fu scelto nella prima edizione del ’68, non avendo lasciato Fenoglio alcuna indicazione in proposito.

La trama si dipana a partire dall’autunno del 1943 fino al Febbraio del 1945. Il poco più che ventenne Johnny decide di lasciare la sua città natale, Alba, in cui è tornato dopo l’8 Settembre da Roma dove prestava il servizio militare, e di andare sulle colline delle Langhe . La sua intenzione è quella di unirsi ai partigiani e ai soldati inglesi. Johnny infatti è un appassionato conoscitore della cultura e della lingua inglese.  Così  era stato per il suo stesso autore fin dall’adolescenza. “ Fenoglio fin dagli anni del ginnasio si era immerso, come un pesce si immerge nell’acqua, nel mondo della letteratura inglese, nella vita, nel costume, nella lingua” ( Pietro Chiodi, Fenoglio scrittore civile).
Il personaggio di Johnny viene caratterizzato fin dalle prime pagine del romanzo in maniera netta, tagliente, precisa. Una caratterizzazione più esistenziale che psicologica. Di fronte al padre preoccupato per gli avvenimenti succeduti all’8 Settembre ’43 “ Johnny pensò alla disperata tristezza d’essere vecchi…., vecchi e bianchi e rugginosi uomini nello scatenamento della gioventù agile e superba e feroce” ( pag. 32).
Tutto per Johnny comincia quando lascia la casa in collina che gli avevano trovato i genitori per nascondersi dalla leva obbligatoria della Repubblica di Salò. “ Partì verso le somme colline, la terra ancestrale, che l’avrebbe aiutato nel suo  immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana” (pag. 52).
Qui, come nel resto del romanzo, Fenoglio non usa la parola uomo nel senso di  essere umano, ma proprio di maschio; infatti il Partigiano è una storia di soli uomini, le donne fanno da contorno, non sono mai protagoniste, come se non c’entrassero con quella “avventura”. Questa è la storia che Fenoglio ha voluto narrare, e credo che in questo sia stato molto onesto, come onesto era lui come persona. Dico onesto, perché, ripeto,  questa è la storia che ha voluto raccontare, non è il suo punto di vista sulla resistenza italiana in quanto tale. Sappiamo infatti che le cose non stavano così in molte altre situazioni ( a quanto pare furono circa 35.000 le donne combattenti nella Resistenza italiana).
Ma questo è un altro discorso e un altro romanzo.

Quello che fa la differenza e distingue questo romanzo da qualunque altro, sono da una parte la cura, l’attenzione, la precisione data  ai dettagli nella narrazione, e dall’altra, naturalmente lo stile, che fa di Fenoglio un caso, a mio parere, meraviglioso, di inventiva e coraggio.
Il Partigiano non è semplicemente, come hanno detto molti, un romanzo antieroico; quello che maggiormente emerge è che Johnny è un uomo in carne ed ossa con tutte le sue contraddizioni, ma irremovibile nelle sue convinzioni più profonde e assolutamente determinato a compiere le azioni necessarie a realizzarle. Fino ad accettare di uccidere ed essere ucciso. Ma la mostruosità e l’inumanità della violenza della guerra  sono mostrate nel romanzo in tutta la loro concretezza. In certi momenti sembra davvero di sentirlo l’odore della paura e del sangue. La mia impressione rileggendo il Partigiano è quella della prima volta, e cioè che questo sia un romanzo che vuole raccontare una guerra giusta ma che sia nello stesso tempo anche un romanzo pacifista. Come se scrivendolo Fenoglio abbia voluto ripercorrere  tutta la sofferenza non soltanto subita ma anche inflitta.“ Una battaglia è una cosa terribile, dopo ti fa dire…mai più. Un’esperienza terribile, bastante, da non potersi ripetere….Eppure Johnny sapeva che sarebbe rimasto…” ( pag. 100).
Andando in montagna a raggiungere i partigiani le aspettative del protagonista sono enormi; i partigiani sono stati da lui ammirati, mitizzati, divinazzati. L’incontro reale sarà inizialmente totalmente deludente. Il primo in cui si imbatte parla con accento siciliano. Invece nelle aspettative di Johnny “ tutto aveva da essere così nordico, così protestante” ( pag. 54). Inoltre capisce subito di essere capitato tra partigiani comunisti, ma lui avrebbe voluto unirsi ai badogliani. “ vide bene le stelle rosse ricucite sui baveri e sulle visiere dei più. Stava constatando come ognuno di quegli uomini, suoi nuovi compagni, gli fosse abissalmente inferiore per distinzione fisica, proprio come fatti d’altra carne e d’altre ossa” ( pag. 56).
Ma le cose cambiano subito. Johnny quella notte stessa familiarizza con Tito.
“ Tu sei comunista, Tito?- Io no- sbottò lui- Io sono niente e sono tutto. Io sono soltanto contro i fascisti” ( pag. 62).  E qui abbiamo la famosa frase che fa da sottolineatura al personaggio di Johnny e a tutta la sua avventura: “ I’m in the wrong sector of the right side”… I’m in the wrong sector of the right side, si ripetè. Ma dovevano esserci sulle colline altre formazioni, formazioni azzurre” ( pag. 62).
Johnny dovrà d’ora in poi non solo affrontare la battaglia, ma anche la noia dei giorni che la precedono, le rappresaglie verso i civili da parte di tedeschi e fascisti,  le requisizioni partigiane delle derrate alimentari portate via ai contadini. Oltre alla consapevolezza della propria prossima inevitabile morte in combattimento.
A questo punto è necessario cominciare a parlare della lingua usata da Fenoglio. Che è la cosa, a mio parere più importante e affascinante di questo romanzo, quella da cui possiamo anche noi imparare qualcosa.
Fenoglio scrisse queste pagine prima in inglese e poi le tradusse. Usava un inglese molto personale, di cui sono presenti numerose tracce nel testo. Intere frasi, o singolo parole. Lo scopo è quello di trovare una scrittura nuova, inventarla anzi, un po’ come ha fatto Kerouac, in altro contesto e luogo. Ma per lo stesso motivo. Per raccontare una determinata storia  a volte è necessario  ideare una scrittura completamente nuova,una nuova  la sintassi e un nuovo lessico. Naturalmente questo è molto rischioso, quello che si rischia è il fallimento, ma se questo non accade si scrive un capolavoro. Come il partigiano Johnny. In Fenoglio la trama è un riflesso della scrittura e non viceversa. La luce alla trama la dà la scrittura. Una scrittura come pathos, energia di cuore più che di cervello. Una scrittura che non preordina, che va avanti per blocchi narrativi quasi indipendenti gli uni dagli altri. In cui quello che domina tutto sono i sentimenti, i pensieri, le emozioni di Johnny. “ Scrivo anche per restituirmi sensazioni passate”, scrive Fenoglio in una sua scheda biografica per l’antologia Ritratti su misura a cura di Elio Filippo Accrocca. La vita interiore di Johnny che domina la trama deve coincidere con essa perché Fenoglio scrive un romanzo d’azione non un romanzo psicologico. Eco perché nella stessa scheda afferma che scrivere “ mi costa una fatica nera. Scrivo con a deep distrust and a deep faith”.

Il romanzo è un susseguirsi di azioni di guerra e di attesa di esse. Si vive nell’attesa di uccidere o di essere uccisi. Non c’è ideologia nel Partigiano Johnny, non ci sono discorsi politici. Ma c’è l’odio. Che imbarbarisce e ti fa vedere il nemico non più come un essere umano.
Eppure dopo il primo scontro accanto ai suoi nuovi compagni, “ il cuore di Johnny s’apriva e si scioglieva, girò tutta l’aia apposta per farsi partecipe e sciente di ogni uomo…gli si era completamente liquefatto dentro il senso umiliante dello scacco di classe. Avevano combattuto con lui, erano nati e vissuti, ognuno con la sua origine, giochi, lavori, vizi, solitudine e sviamento…” ( pag. 99).
Quando finalmente il protagonista raggiunge i badogliani la narrazione ha il sopravvento rispetto al personaggio di Johnny. Il blocco centrale di questa parte del romanzo è dedicata alle trattative con i fascisti per la conquista provvisoria di Alba da parte dei partigiani azzurri,e  alla ritirata degli stessi dalla città.
Altri personaggi si affacciano sulla scena, Pierre, Ettore. E soprattutto Nord, il capo indiscusso dei partigiani di quella zona delle Langhe. L’ammirazione dei suoi uomini per Nord è tale da idealizzarne non solo il coraggio, la bravura nel comando ma anche la bellezza fisica. “ Nord aveva allora trent’anni scarsi, aveva cioè l’età in cui a un ragazzo appena sviluppato come Johnny la maturità trentenne appare fulgida e lontana ma splendidamente concreta come un picco alpestre.  L’uomo era così bello quale mai misura di bellezza aveva gratificato la virilità” ( pag. 160).
A mio parere questa parte del romanzo, quella che va dalla primavera del ’44 fino al dicembre dello stesso anno, è quella in cui il personaggio di Johnny appare meno scandagliato; il suo punto di vista, quello che ha caratterizzato le prime 100 pagine, si perde e si diluisce in quello d’altri personaggi. Poi però con l’ordine dato dagli alleati ai partigiani di sbandarsi, ritornare a casa fino alla primavera, Johnny torna protagonista della vicenda fino alla fine del romanzo. Non vuole tornare a casa, non vuole tornare a nascondersi. Non segue il consiglio datogli da un amico contadino a trovarsi un nascondiglio “dove stare fino a guerra finita, soltanto mangiare e dormire e godersi il calduccio” ( pag. 459). “ Mi sono impegnato a dir di no fino in fondo- gli risponde Johnny- e questa sarebbe una maniera di dire di sì. …Fa’ almeno un boccone di cena con noi- gli dice l’uomo- ma Johnny era già affogato nella nebbia” ( pag. 460).La solitudine di Johnny torna ad essere quella dei primi capitoli. Ha perso in combattimento quasi tutto i suoi compagni, e deve comunque sopravvivere fino al 31 Gennaio ’45 per l’appuntamento con Nord e la ripresa dei combattimenti.
Solo nella neve, affamato e nella morsa del freddo “ tutto concorse ad affondarlo in un sonoro orgoglio. Io sono il passero che non cascherà mai! Io sono quell’unico passero!”( pag. 460).
Al raduno del 31 Gennaio Nord  tiene un discorso ai suoi uomini che pare già post-bellico e post-vittoria. “ L’inverno venturo saremo in pace, forse in una bella camera, calda a 22 gradi, forse in vestaglia, forse in pantofole e forse, pensateci! Sposati. ..Scommetto la testa che ci assalirà allora una barbara nostalgia di questo terribile inverno” ( pag. 469).
Il romanzo si conclude con la sconfitta di Johnny e del manipolo di suoi compagni nella battaglia di Valdivilla. “ Johnny si alzò col fucile di Tarzan ed il semiautomatico…Due mesi dopo la guerra era finita” ( pag 480).

Da questo romanzo nel 2000 è stato tratto un film, per la regia di Guido Chiesa. Come dimostrano le fotografie scattate sul set del film e contenute nel libro Il partigiano Johnny, uno scrittore nella guerra civile uscito nello stesso anno, per realizzarlo è stato fatto un gran lavoro sulla verosimiglianza dei luoghi, degli abiti, del contesto concreto e fisico del romanzo e della vicenda partigiana dello stesso Fenoglio. A mio modesto parere, il film non è all’altezza del romanzo, ovvero c’è Johnny, c’è il contesto storico e politico, ma manca la coscienza di Johnny, la sua mente, la sua vita interiore. Come dice Dante Isella nel suo saggio che accompagna l’edizione Einaudi, “ Rispetto alla letteratura resistenziale, il romanzo di Fenoglio è come il Moby Dick di Melville. La sua dimensione epica dilata lo spazio e il tempo dell’azione oltre le loro misure reali” ( pag. 509). Per quanto mi riguarda io toglierei anche l’aggettivo epico, quello che cerca Johnny viene detto all’inizio,la sua “normale dimensione umana”, che, come sappiamo, è più facile trovare e realizzare in situazioni difficili o addirittura estreme.
Ma Guido Chiesa ammette esplicitamente la sua non fedeltà al romanzo nell’intervista  contenuta in Il partigiano Johnny, uno scrittore nella guerra civile.: “ Mi aspetto che parte della critica letteraria dirà che il film non è stato fedele al romanzo. Sinceramente non mi interessa, spero che chi vede il film trovi un discorso con una sua coerenza e che questo lo colpisca, lo interessi, lo emozione” E alla domanda Che tipo di eroe è Johnny?, risponde un eroe epico”. E’ su questa definizione che non mi trovo d’accordo. Per essere tale avrebbe dovuto rinunciare ai suoi dubbi, al suo essere comunque sempre solo, avviluppato in questa sua solitudine, che solo occasionalmente si rompe in un impeto di empatia umana. E’ la necessità che spinge Johnny a combattere, il fatto di non avere, a suo parere, altra alternativa. Niente a che vedere con altri e più autentici  personaggi epici della letteratura occidentale, gli Achille, gli Ettore, i veri e impossibili eroi.

 

 

 

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In questo blog sono presenti mie recensioni di romanzi e saggi su vari argomenti, soprattutto sulla letteratura della beat e hippy generation. Scrivo romanzi, spesso ambientati negli anni '70-'80'; e poesie; ne ho pubblicati alcuni : Vicini ma da lontano, I pesci altruisti rinascono bambini, Il Bardo psichedelico di Neal ; è un romanzo sulla vita e la morte di Neal Cassady, l’eroe di Sulla strada. Poi ho di recente pubblicato il romanzo "Verso Kathmandu alla ricerca della felicità", per l'editore Ouverture; ho pubblicato un libretto di poesie: Vado a caccia di sguardi per l'editore Raffaelli. Ho ancora inediti alcuni romanzi, uno sulla vita e la poesia di Lenore Kandel, poetessa hippy americana; un secondo invece è un giallo ambientato nella Bologna operaia e studentesca del '68; un terzo è è sull'eroina negli anni '80 a Milano e un altro ancora sul tema dell'amore non corrisposto. Adoro la letteratura della beat e hippy generation, soprattutto Keroauc, Ginsberg e Lenore Kandel. Scrivo recensioni su http://samgha.me/ e http://cronacheletterarie.com/ mio profilo in Linkedin: http://www.linkedin.com/pub/dianella-bardelli/45/71b/584

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