Una mia intervista a Luca Pollini su due suoi libri: Restare in Vietnam e Ordine compagni!

Martedì 17 aprile 2018 Luca Pollini ha presentato a Bologna alla Libreria Ubik il suo libro “Ordine compagni!”. Prima di questo evento ho posto all’autore alcune domande su questo testo e sull’altro intitolato “Restare in Vietnam” di cui ho scritto di recente una recensione: http://lascrittura.altervista.org/luca-pollini-restare-vietnam-dalla-parte-del-nemico/
Ecco la registrazione dell’intervista:

 

 

 

“Questo avviene nei film degli indiani”. Come Umberto Eco spiegò la trama gialla de Il nome della rosa a dei quindicenni dell’Istituto Tecnico Aldini-Valeriani di Bologna

 C’è stato un anno in cui in classe abbiamo letto Il nome della rosa di Umberto Eco. Poi abbiamo visto anche il film per fare un confronto. Ho sempre fatto leggere libri “difficili” ai miei studenti, adolescenti ( spesso come in questo caso solo maschi) di seconda del biennio dell’Istituto Tecnico Industriale Aldini – Valeriani di Bologna, perché per me è stata quella l’età della scoperta di Dostoevskij. A volte leggevamo Delitto e Castigo, altri anni I fratelli Karamazov, altre volte ancora I miserabili di Victor Hugo o i racconti di Cecov, oppure Hemingway e altri scrittori americani. In prima invece leggevamo sempre I promessi Sposi.
Dopo aver letto e discusso in classe Il nome della rosa chiesi ai ragazzi se avrebbero avuto piacere di incontrarne l’autore dato che insegnava nell’Università di Bologna. Però dovete fare tutto da soli, dissi loro, secondo me Eco è più interessato a parlare con voi a tu per tu senza la presenza del vostro professore. Dissero di sì. Così due ragazzi della classe andarono ad aspettare Eco fuori da una delle sue lezioni. Le teneva nella chiesa sconsacrata di San Martino e molte persone, non solo i suoi studenti, andavano ad ascoltarlo. Un paio di volte ci andai anche io. Ricordo che dopo  una di queste lezioni alcuni studenti si avvicinarono ad Eco per salutarlo e lui si rivolse in particolare ad una sua studentessa esortandola a studiare di più. Questo particolare mi fece capire che pur essendo un grande intellettuale e un personaggio pubblico importante Eco era soprattutto un professore. Si preoccupava cioè che i suoi studenti studiassero di più.
I due ragazzi che dovevano chiedere un appuntamento a Eco lo fermarono all’uscita della sua lezione e gli chiesero se era disposto ad incontrare la loro classe per un’ intervista su Il nome della rosa. Eco rispose di sì e diede loro un appuntamento per un pomeriggio nella sua Facoltà. I ragazzi la registrarono e ho ancora la cassetta sonora. Alcuni giorni fa l’ho riascoltata e l’ho trovata di grande interesse.
I ragazzi si disposero su indicazione di Eco intorno ad un tavolo. A questo proposito Eco disse loro: ” Per fortuna che vi ho fatto mettere intorno a un tavolo perché se eravate di fronte eravamo in una situazione televisiva”. Infatti poco prima riflettendo con loro sul perché registrassero l’incontro aveva detto: ” C’è questa paura di non capire cosa dice la voce registrata, è normalissimo spostare nella vita quotidiana la situazione radio-televisiva. E io parlo come fossi Pippo Baudo (i ragazzi qui ridono) della situazione….è la fiducia che mettendo tutto su nastro vi rimane e non vi scappa, mentre nessuno riascolterà più il nastro”. Invece il nastro è stato riascoltato e io dopo tanti anni ne sto scrivendo.
In questo articolo non dò conto di tutte le domande dei ragazzi e di tutte le risposte di Umberto Eco. Sarebbe troppo lungo il farlo. Ho scelto quelle che a me sono sembrate le più significative. Ma in realtà tutta l’intervista è estremamente interessante.
Durante la conversazione Eco dà sempre del lei ai ragazzi e nelle risposte alle loro domande si ha l’impressione che non parli solo a loro ma anche a se stesso. Come se le domande di quei quindicenni fossero per lui un’occasione di interrogarsi e di rispondersi in maniera molto personale sulla propria creatività di scrittore. Lo si capisce da come a volte Eco cerchi le parole ad una ad una per essere il più chiaro possibile.
Le domande dei ragazzi riguardarono soprattutto la trama gialla e il contesto storico de Il nome della rosa. Uno ad esempio chiese ad Eco perché il romanzo mette in evidenza monaci malvagi trascurando quelli che potrebbero essere i buoni della situazione. La risposta di Eco fu una piccola e intensa lezione su cos’è un romanzo. Fece capire ai ragazzi che in esso l’ambiguità dei personaggi è il sale della storia raccontata e che è impossibile che ci siano tutti i cattivi da una parte e tutti i buoni dall’altra. “Questo avviene nei film degli indiani”, disse. Ma un ragazzo obiettò che trovare tante persone cattive in un monastero cristiano li aveva sorpresi. E qui naturalmente Eco si trovava nel suo elemento, quello di studioso appassionato del Medioevo. Raccontò ai ragazzi che nei monasteri ne succedevano di tutti i colori, ammazzamenti, avvelenamenti. La cattiveria, la quantità di passioni umane che ci sono nel romanzo ” non vi avrebbe colpito in una legione straniera, vi colpisce in un monastero…Se l’uomo è un animale pieno di contraddizioni lo sarà anche se fa il monaco…basta andare a vedere L’Historia calamitatum di Abelardo, deve scappare dal monastero perché i suoi monaci tentano di avvelenarlo”.
La conversazione si spostò poi su cosa avesse ispirato Eco a scrivere questo romanzo. In particolare uno studente chiese se ad ispirarlo potessero essere stati alcuni aspetti de I Promessi Sposi.
“La letteratura è soprattutto racconto di altri libri”, esordì Eco. Da parte sua poi c’era questa profonda conoscenza del Medioevo e la scommessa di ambientare in quel contesto un romanzo, non un saggio di storia. La scommessa era difficile da realizzare perché non si trattava semplicemente di scegliere un ambientazione storica per un romanzo, ma ” c’era la scommessa di non far dire e di non fare succedere niente che non fosse successo”, disse Eco, e aggiunse: “L’ideale era che qualsiasi cosa che un personaggio diceva in qualche modo fosse stata detta nel Medioevo”. Per quanto riguarda un’eventuale influenza de I Promessi Sposi nella stesura de Il nome della rosa, Eco rivelò la sua passione per questo romanzo “che ho letto per la prima volta a 11 anni”. Mostrò agli studenti come nella struttura dei due romanzi si possono fare dei paralleli, entrambi infatti hanno quelli che lui definì “arie e recitativi”, cioè lunghe parti descrittive e storiche e subito dopo scene d’azione.
Uno studente fece accenno alla semiotica, “la materia che lei insegna”, e chiese : “secondo lei al giorno d’oggi è possibile ancora interpretare il mondo come dice Guglielmo come un libro aperto?”. Eco rispose: ” Io sono do quelli che dicono di sì” e parlò a questo proposito di come la società attuale sia ben più “imbottita di segni” rispetto al Medioevo. “Molte volte”, aggiunse, ” non è possibile leggere il mondo come un libro perché non sappiamo più riconoscere i segni significativi perché li vediamo passare tutto il giorno”.
Cambiando direzione alla conversazione uno studente chiese a Eco che funzione aveva ne Il nome della rosa la Biblioteca, se aveva la funzione di nascondere o mostrare. Eco rispose che aveva entrambe queste funzioni, come del resto ce l’hanno ancor oggi i musei e le biblioteche che contengono centinaia di opere meravigliose che nessuno ha ancora visto e forse mai vedrà. Nel Medioevo in più c’era poi una vera censura verso certi libri, ” una grande censura, ma non censura poliziesca, una specie di grande censura automatica”, disse Eco agli studenti. Come sappiamo questo aspetto diventa il centro della trama gialla de Il nome della rosa. ” C’è se volete”, disse Eco, ” l’idea romanzesca del terrore che si può avere di una verità scoperta e fare di tutto per celarla”.
Un altro studente riprese il discorso dei musei che contengono cose meravigliose che nessuno vedrà mai chiedendo “a cosa serve aprirli a tutti se non tutto si potrà vedere?”. Eco fece un lungo discorso su come sia inutile infilarsi nei musei per vedere decine di opere. Disse che dovrebbero essere organizzati in altra maniera, dove tutto si tiene in magazzino e di volta in volta si mostra al pubblico a rotazione. “Il museo così com’è è un luogo feticistico, nasce dalla galleria del borghese, come raccolta di merci…dà all’utente una specie di soddisfazione di prestigio, ho pagato 2000 lire e ho visto 80 chili di Rinascimento, dopo di che non ho capito un tubo”.
Il discorso si spostò poi su una frase che il personaggio di Guglielmo rivolge nel romanzo al suo giovane assistente Adso, quando gli dice che non esiste nessun posto in cui Dio avrebbe voluto vivere. Uno studente voleva sapere da Eco se questa era una critica verso la Chiesa. “E’ una frase profondamente cristiana e religiosa questo dire che il mondo è un posto dove la gente è così cattiva che Dio non starebbe a proprio agio”, rispose Eco, aggiungendo che ” Io non sono di quelli che pensano il Medioevo come gli evi bui, oggi c’è Reagan, non è che le cose siano migliorate”. A proposito del personaggio di Guglielmo, che è il detective della storia, uno studente chiese a Eco perché scopre le cose per caso, “per esempio l’indizio per trovare il Finis Africae l’ha trovato per caso nelle scuderie”. Eco non voleva scrivere un romanzo giallo classico, ma semmai ” un romanzo sul romanzo giallo”, per cui il suo detective doveva essere un essere umano come tutti gli altri, non doveva avere chissà quali poteri o essere dotato di chissà quale razionalità. A proposito dei personaggi de Il nome della rosa uno studente chiese in quale Eco si identificasse. Nella sua risposta egli fece capire ai ragazzi che un vero scrittore si deve identificare in tutti i suoi personaggi e che “in tutti l’autore mette qualcosa di sè…altrimenti se ne sceglie solo uno vuol dire che tutti gli altri sono delle marionette che lui ha usato tanto per fare”.
La conversazione proseguì con la richiesta da parte degli studenti di un consiglio su cosa leggere dopo Il nome della rosa. Per rispondere a questa domanda Eco fece una riflessione sulla gioventù di quel periodo. “Siete una generazione che con un brutto termine viene chiamata del riflusso, comunque di un periodo di grande crollo delle ideologie…Un grandissimo libro che racconta un dramma simile è Il rosso e il nero di Stendhal”. I ragazzi non sapevano come si scrivesse questo nome e allora Eco lo scrisse alla lavagna; nella registrazione si sente nitidamente il rumore del gessetto sulla lavagna e si avverte con chiarezza con quanta pressione della mano scrivesse Eco. Questo suono antico e inattuale di una mano che spinge su un gessetto su una lavagna per scrivere il nome di uno scrittore mi ha molto colpito, anzi commosso; mi sembra il reperto sonoro di un passato così remoto. Come anche il dare del lei ai dei ragazzini quindicenni da parte di un personaggio tanto famoso e amato a Bologna, o “perdere” più di un’ora di tempo per parlare con loro. Un altro piccolo dettaglio voglio ricordare a questo proposito. Ad un certo punto dell’intervista qualcuno entrò nell’aula e Eco con voce autorevole disse : “tu non puoi entrare”, e poi con voce molto soave, dolce aggiunse “per limiti di età”. Evidentemente quella conversazione che stava avendo con quei ragazzini era di suo gradimento e non la voleva interrompere per nessun motivo.
L’ultima domanda riguardò il titolo del romanzo. Un ragazzo disse: “tutti dicono che viene fuori da un esametro latino, questa rosa cosa vuole essere? Vuole essere tutto? Vuole essere la cultura che c’è attorno, vuole essere niente?, vuole essere un fiore? Che cos’è?”. “E’ il topos ( ed Eco spiegò cos’è un topos) dell’ubi sunt, del dove sono, tipicamente cristiano medievale, la gloria del mondo non dura, quindi dove sono i grandi principi?, dove sono le grandi città?”… Ma l’autore dell’esametro “lancia questa specie di grido di ottimismo o di realismo nel senso che tutte le cose sì passano ma in fondo è il linguaggio quello che ce le conserva”.
Qui si concluse l’intervista e Eco salutò i ragazzi con un “ecco, arrivederci”, e loro di rimando”ci vediamo”.

I capelli a spazzola


Nelle ragazze mi sono sempre piaciuti i capelli a spazzola. Ma non li ho mai portati. Mi ricordo un vecchio film americano in bianco e nero, c’era lei in un appartamento tipo New York, gente con pochi soldi. La casa è tutta dove si entra e c’è il solito tavolo quadrato di legno e una vecchia poltrona in un angolo e in un altro angolo la doccia con la tela di plastica e c’è questa lei, forse la donna di qualche piccolo boss, che esce da questa doccia e si strofina questi suoi capelli castani cortissimi un po’ più che a spazzola, se li strofina con un asciugamano e sono già belli e asciutti e intanto parla con qualcuno, un uomo vestito con l’impermeabile e il cappello come è sempre in questi magnifici vecchi film americani e lei è graziosa, non bella, non vistosa. Graziosa. Ma i capelli così non li ho mai portati, in questo modo così comodo, quando fai la doccia ci puoi stare sempre sotto anche con i capelli tanto si asciugano subito, basta strofinarli con un asciugamano senza bisogno di fon. Ma non li ho mai portati così, ma avrei voluto, anche adesso vorrei. Per la comodità. Un sacco di cose che avrei voluto fare alla fine non le ho fatte. E non le faccio neanche adesso.

Raccontino sulla magia

Una volta uno mi mollò dicendomi: è finita la magia. Per anni ho pensato che era stato un vero stronzo. Prima mi corteggi come piace a me, complimenti, regalini, estasi di fronte alla mia blusa di velluto bordeaux col cappuccio e la guarnizione nera e poi dopo sei mesi ti presenti e mi dici la magia è finita. Invece aveva ragione. E’ così che succede, non solo nell’amore, ma nelle cose di cui vai pazzo e poi all’improvviso ti stufano. Tutto anche a me cambia all’improvviso. Cioè si accumulano tanti piccoli fastidi, difetti, a cui prima non davi peso e poi ecco, all’improvviso quella persona, quello scrittore, quel quadro all’improvviso non ti piacciono più. E’ finita la magia.

 

 

Una ragazza

In un film che ho visto in TV c’era un’attrice di una bellezza disarmante, conscia e nello stesso tempo incurante del fascino che emanava. Mi ha ricordato una ragazza, doveva essere un sabato pomeriggio a scuola, doveva essere il periodo in cui frequentavo il serale e si andava a scuola anche il sabato pomeriggio. C’è la luce che entra dalle vetrate, non il buio e il neon che mi metteva tanta tristezza. C’era questa ragazza, era nuova, era la prima volta che entrava in classe, la prima e l’ultima perché poi non è più tornata. Anche lei aveva quella bellezza luminosa, quel fascino di capelli un po’ scomposti, lunghi, appena ondulati e gli occhi, pelle del viso, delle braccia così seducenti. In me fecero questo effetto appena la vidi seduta a uno dei banchi quando entrai in classe. Provai un’immediata attrazione verso di lei, un desiderio dolce di conoscerla, parlarle, sapere di lei, farmi raccontare la sua storia. Durante l’intervallo lei venne da me per farmi vedere il testo che aveva scritto, era impacciata come una che sa di non saper fare una cosa. Mi piacque quella sua fragilità, mi affascinava, era un tutt’uno con il suo aspetto fisico. Chissà se era un’arma, una strategia che lei metteva in atto per sedurre. A me sedusse, ma dopo quel sabato pomeriggio non la vidi più. Mi pentii di non aver fatto in modo di conoscerla, le avrei potuto parlare, invece non le diedi neanche retta quando mi fece vedere il il suo testo. Avrei potuto chiederle da dove veniva, dove abitava, perché aveva scelto quel tipo di scuola. Ma non lo feci.

La mia newsletter letteraria di Marzo 2018

Questo mese vi propongo due miei articoli, uno  su un libro di Luca Pollini: Restare in Vietnam, l’altro sull’attualità di Sulla strada di Jack Kerouac; infine due mie poesie

 

Un libro imperdibile: Restare in Vietnam di Luca Pollini

Il 12 Marzo del 1922 nasceva Jack Kerouac, quanto è attuale il suo di On the road dopo 60 anni dalla sua pubblicazione?

Due mie poesie:

La gente “strana”

Nowsreal, 1968

Un libro imperdibile: Restare in Vietnam di Luca Pollini

Raramente negli ultimi tempi mi ha stupito la lettura di un libro e ancor più raramente ha suscitato in me entusiasmo. Restare in Vietnam di Luca Pollini (Elemento 115 edizioni, 2017, 10 €) mi ha stupito per il lavoro immenso che c’è dietro (cinque anni mi ha detto lo scrittore) per scovare gli ex soldati americani rimasti in Vietnam e poi per scegliere di raccontare solo la storia di Marlin McDade. Mi ha entusiasmato per la scrittura, così aderente alla materia da divenire con essa un tutt’uno. Questo capita agli scrittori più bravi, quelli cioè che non si limitano a raccontare una storia, ma cercano lo stile, l’unico stile per farlo. Ci riescono in pochi, uno per tutti Kerouac. Conoscere Marlin McDade in un bar di Da Nang e farsi raccontare la sua sconvolgente storia deve essere stata per Luca Pollini un’esperienza indimenticabile. Traspare benissimo nel testo, che  lui ha assemblato sotto forma di una storia raccontata in prima persona. Empatia, vicinanza, comprensione sono riservate a quest’uomo che aveva vent’anni quando nel 1969 parte per la guerra in Vietnam. Quello che mi piace della sua storia è che Luca Pollini è riuscito a raccontarla facendo di lui un ragazzo americano come tanti altri in quegli anni di fermento. Lo stesso giorno in cui parte per l’addestramento militare sarebbe dovuto andare con la sua ragazza al concerto di Woodstock. E questo particolare apparentemente irrilevante è invece sintomatico di quei tempi, se eri un ragazzo americano di vent’anni ti poteva capitare di andare ad ammazzare civili in Vietnam oppure a fricchettonare a Woodstock. Quando ormai in America il movimento contro la guerra si sta diffondendo nelle città e nelle università, Marlin McDade vive in un paese sperduto del Kansas dove non c’è niente di interessante o anche solo piacevole da fare, dove l’unica cosa che la gioventù vuole è andarsene ( come avvenne in altre situazioni simili quando migliaia di giovani si riversarono nel ’67 a San Francisco per vivere la summer of love ). Il padre di Marlin, ex militare e a sua volta figlio di militare è convintissimo della giustezza della guerra contro i comunisti vietnamiti e spinge un confuso e disorientato Marlin ad arruolarsi volontario. Da quel momento per tutto il seguito del racconto la sua è una progressiva e terrificante discesa agli inferi. Il primo gradino è il corso di addestramento, dove bisogna urlare ” uccidere senza pietà è lo spirito della baionetta”, e dove  ti insegnano a non avere rispetto per nessuno :”quando ve li troverete davanti capirete che sono come animali”…anche un bambino può lanciare una granata o essere imbottito di dinamite…sono tutti vietcong e non puoi fargli cambiare idea, li puoi solo ammazzare”. Queste raccomandazioni creano nei soldati americani una paura pazzesca che, come dice Marlin, “fa commettere azioni che non puoi immaginare”. Era in vigore il Body count, il conto dei vietnamiti uccisi che serviva a mostrare i successi americani, facilitava la carriera agli ufficiali, e ai soldati faceva avere più cibo, birra, sigarette o due o tre giorni di vacanza in una spiaggia di Saigon. “Uno schifoso torneo proposto a ragazzi di vent’anni a cui danno un premio se fanno fuori la gente”, dice Marlin.
Far parlare direttamente Marlin è stato fondamentale per aggiungere qualcosa di nuovo su questa guerra. Di libri sul Vietnam e sulle atrocità perpetrate dalle truppe americane se ne sono scritti tantissimi. E sono stati girati anche molti film. Ma vi posso assicurare che se credete di saperne già abbastanza di quella guerra vi sbagliate. Vi manca questo libro per poterlo affermare. Non sono film magnifici come Apocalyspe Now o Il Cacciatore a raccontare come sono andate davvero le cose. Un conto è lo spettacolo della guerra, un conto la sua realtà. Leggere Restare in Vietnam  è stato per me come avere  davanti, seduto al tavolo della mia cucina, Marlin McDade che parla del Vietnam. Il suo personale Vietnam:  “preferisco raccontare quello che ho provato e sentito”, dice nel libro. Efficace in questo senso è
 l’uso della prima persona, ma anche il modo colloquiale, quasi dimesso, con cui atrocità perpetrate sui vietnamiti sono raccontate da Marlin.
Alla fine del ’70 tornato a casa una prima volta per la morte della sorella Susan, scopre che la sua ragazza Eleonore è diventata una fervente pacifista e sta con un altro. Non solo, scopre anche che quello che hanno passato e stanno passando in Vietnam i ragazzi americani non interessa a nessuno, anzi sono odiati da tutti. Perciò nell’Aprile del ’72 torna in Vietnam. Nelle basi americane si comincia a respirare aria di smobilitazione, i soldati non sono più disposti a morire per una guerra che sta per finire, per combattere si riempiono di eroina, disertano o uccidono gli ufficiali pur di non andare in battaglia. Infine in un attacco vietcong nella base americana di Saigon Marlin viene gravemente ferito. Dopo le cure ricevute all’ospedale americano, per la riabilitazione viene mandato in uno vietnamita e qui farà un incontro che gli cambia per sempre la vita. Però nel frattempo è costretto a rientrare in America. Lascia un paese “con dieci anni di bombe, milioni di morti e feriti, milioni di dollari spesi inutilmente, dove ci sono 900 mila orfani, 200 mila invalidi, un milione di vedove, dove la terra coltivata è bruciata e avvelenata”.
Anche in America Marlin avrà un incontro che gli cambia la vita. Il suo principale nell’officina meccanica dove trova lavoro un giorno vedendolo afflitto e triste gli dice: “Marlin devi affrontare i tuoi fantasmi. Secondo me dovresti tornare là”.
Tutta la storia di Marlin è raccontata alla luce della sua scelta fatta dopo la fine della guerra del Vietnam. Quella di ritornare là per restarci e provare a rimediare al male che lui personalmente ha fatto e ha visto fare. Si occupa ancora oggi per varie associazioni dello sminamento di intere aree abitate, che causano ancora migliaia di morti e feriti e della bonifica della terra dall’agente chimico orange, un defoliante usato dagi americani durante la guerra. Marlin sembra aver ritrovato un pò di pace vivendo in Vietnam, ma “quando vengo a sapere di qualcuno che salta in aria per una mina”, afferma, ” beh mi sento di averlo ucciso io”.

E in ultimo qualcosa sull’autore di questo libro. Luca Pollini all’attività di giornalista unisce quella di saggista e autore. Ha pubblicato, tra gli altri: I Settanta, gli anni che cambiarono l’Italia; Gli Ottanta, l’Italia tra evasione e illusione; Hippie, la rivoluzione mancata; Musica leggera; Anni di piombo; Amore e rivolta a tempo di rock;  Ribelli in discoteca; Immortali: storia e gloria di oggetti leggendari. Ha debuttato a teatro col reading Hippie, a volte ritornano. Collabora con mensili e quotidiani, si occupa di storia contemporanea, cura un sito (www.retrovisore.net ).
(Editing a questo articolo di M.C.D.)

Qui una mia intervista all’autore in occasione della presentazione di un altro suo libro dal titolo “Ordine compagni” di recente a Bologna alla libreria Ubik:

Il 12 Marzo del 1922 nasceva Jack Kerouac, quanto è attuale il suo di On the road dopo 60 anni dalla sua pubblicazione?

Ci sono scrittori che sono attuali, anzi necessari proprio perché inattuali rispetto al nostro presente. Sono come un faro che indica la strada in periodi di totale confusione come quello che stiamo vivendo. I sentimenti, le emozioni, i valori che trasmettono (senza volerlo, ma così spontaneamente) derivano dalle storie che raccontano e dal tipo di relazioni tra i personaggi di queste storie. Nel caso di Kerouac quello di lui che ci è ancora necessario è la spericolatezza della sua scrittura, i rischi che continuamente si prende a partire da On the road per inventare una nuova lingua letteraria attraverso cui entrare nel suo mondo interiore fatto di ricerca spirituale, senso assoluto dell’amicizia, curiosità, ma anche un mare di disperazione.
On the road non è il romanzo del “come eravamo”, ma del come potremmo essere. Non è attuale, a mio parere, ciò che semplicemente parla dell’oggi, bensì ciò che ci riporta alla parte più profonda di noi stessi e che abbiamo così tanto perso di vista da pensare che non esista nemmeno. Per me un romanzo, una poesia, un film sono attuali se domandandomi : mi riguardano? La mia risposta è sì.
Sono passati poco più di 60 anni dalla prima pubblicazione in America di On the road, era il 5 Settembre del 1957, ma per me è come un giorno. Per me Kerouac “è” ; non frutto del passato, del suo passato storico, ma frutto di una mente che ha attraversato indenne i decenni e attraverserà altrettanto indenne altri decenni. Perché? Perché il suo è il racconto epico dei tempi moderni e per quanto riguarda me e molti altri punto di riferimento di quel “rimaniamo umani” di cui abbiamo così tanto bisogno in questi terribili tempi in cui ogni cosa, ogni avvenimento, bello o brutto che sia dura un’ora, e poi non se ne parla più. Nel saggio di Howard Cunnell, “Stavolta veloce: Jack Kerouac e la composizione di Sulla Strada” che appare come introduzione in Jack Kerouac/On the road – il rotolo del 1951, si dice una cosa importantissima: ” Assai più che una guida per hipsters Sulla strada è una ricerca spirituale…gli interrogativi che si pone sono gli stessi che ci tengono svegli la notte e scandiscono i nostri giorni. Che cos’è la vita? Cosa significa essere vivi mentre la morte, lo straniero velato, è ai nostri calcagni? Dio ci mostrerà mai il suo volto? Potrà la gioia togliere di mezzo le tenebre?” In on the road questa ricerca è fatta nel modo in cui da che mondo è mondo si cerca se stessi: viaggiando, e con chi? Soli o con un amico. Kerouac aveva già scritto sei dei suoi capolavori più importanti prima di veder pubblicato il suo On the road nel 1957, dopo che fu costretto a “normalizzare” pur di essere pubblicato la versione del 1951. Quando iniziò a pensare a questo suo romanzo decise che quella storia per essere scritta aveva bisogno di un nuovo modo di raccontare. Doveva essere la scrittura dei tempi moderni, così come il jazz di Dizzy Gillespie e Charlie Parker era la musica dei tempi moderni e l’espressionismo astratto di Jackson Pollock la pittura dei tempi moderni.
Quello che stava accadendo tra i giovani artisti in quegli anni in America, era che protagonista dell’arte diventava la coscienza umana. Attraverso i fatti, i luoghi, i personaggi si raccontava direttamente la condizione della mente umana, la vita interiore dell’anima. Dall’esterno di sé si andava a raccontare l’interno di sé, senza mediazioni, tentennamenti, censure. Kerouac voleva raccontare l’America dei “battuti e beati”, l’America dei giovani emarginati del secondo dopoguerra. Per fare questo lavorando indefessamente trovò una nuova scrittura. Inventò la Prosa Spontanea che teorizzò nei saggi contenuti in “ Scrivere Bop”, e in una miriade di articoli pubblicati sulle riviste dell’epoca. La Prosa spontanea è il raccontare la vita mentre accade. E’ l’unità di mente e corpo mentre agiscono. Fu una grande scoperta. Geniale. L’essere umano tornava a quell’unità originaria e innata di corpo e spirito che la società tiene tuttora separati. Kerouac amava citare a questo proposito un passo del Vangelo: “ Non preoccupatevi di ciò che direte, ma ciò che a voi sarà ispirato in quel momento, quello direte, poiché non siete voi a parlare ma lo Spirito Santo” ( Marco, 13.11).
Dopo aver scritto il romanzo La città e la metropoli ( il solo che gli fu pubblicato poco dopo averlo scritto, nel 1950 ), Jack si accorse che lo stile tradizionale che aveva appreso da Tom Wolfe e William Saroyan non gli piaceva più. Ha dovuto creare un romanzo di 1000 pagine che ha impiegato due anni e mezzo a scrivere per accorgersene. Qualcosa macinava, fermentava e maturava in quelle sedute alla macchina da scrivere che duravano tutta la notte; c’era un sotto testo, un altro testo che stava sbocciando nella mente di Jack e che avrebbe dato luogo all’invenzione della tecnica dell’improvvisazione nella scrittura.
Oltre che dall’insoddisfazione rispetto al suo modo originario di scrivere, la tecnica dell’improvvisazione nasce da altre sollecitazioni e influenze. Prima di tutto dal Bop, suonato dai musicisti che Kerouac andava ad ascoltare nei locali di New York come il Minton’s e che erano Dizzy Gillespie, Charley Parker, Thelonious Monk, Lionel Hampton. Jack li ascoltava questi campioni del nuovo stile e pensava: come posso fare a scrivere come loro? Come posso fare a trasferire nella scrittura tutta quell’energia, quel sudore, quella fatica, quella bellezza che sembra nascere solo da se stessa e che non è scritta in nessuno spartito, ma sboccia lì improvvisata sul palco? Come fare tutto questo divenne per Jack un’ossessione. E quando uno scrittore è ossessionato da qualcosa deve per forza provare a scriverlo questo qualcosa. E poi c’era stata la lettera di 40 pagine che il suo grande amico Neal Cassady gli aveva scritto. Quella lettera di migliaia di parole era un grande, immenso unico paragrafo che parlava della strada, delle sale da biliardo, delle camere d’albergo e delle prigioni di Denver. Ed è allo stile e al contenuto di questa lettera di Neal Cassady che si ispirano le storie raccontate in On the road. Senza quella lettera e senza i viaggi su e giù per l’America fatti a fianco di quel grande affabulatore che era Neal, Kerouac non sarebbe diventato lo scrittore che conosciamo. Quel cowboy delle strade d’America divenne non solo suo amico ma soprattutto suo mito idealizzato, musa ispiratrice di una parte consistente della sua produzione letteraria.
In Kerouac la scrittura non ha lo scopo di raccontare una storia, non c’è trama, plot, struttura, scaletta, capitoli, cronologia, filo logico. La scrittura ha una funzione completamente diversa, quella di svelamento, di confessione, di estremo inutile tentativo di “confessare tutto a tutti” come diceva sempre lui; questo suo bisogno disperato di confessione aveva lo scopo di vedere dietro il peccato Dio. Questa fu la sua grande presunzione, ma presunzione giusta, quella di dare alla scrittura una funzione spirituale tramite il romanzo.
Questo nuovo modo di scrivere fu fatto proprio da Allen Ginsberg che lo trasferì nella poesia. Intorno a lui e a Kerouac si formò una cerchia di amici, come Burroughs e Corso, il cui interesse principale era lo scrivere, fare bisboccia, viaggiare, frequentare donne e locali erano la fonte di inspirazione di quello che essi avrebbero fatto confluire nella loro scrittura. Questo fu la beat generation. Un gruppo di amici che insieme cercarono e trovarono un nuovo modo di scrivere. Al di fuori delle università, delle accademie, dei circoli culturali, delle lobbies letterarie. E questo è un punto importante, che ne fa un aspetto attualissimo, da imitare anche oggi, da far proprio,
cercare la scrittura dove la scrittura non è, nelle strade, nelle persone che vediamo per caso, fuori di noi quindi, ma per fare risuonare tutto questo dentro di noi e vedere cosa succede a scriverlo. Ma neanche questo basta. Bisogna anche essere bravi, più che bravi, bisogna essere geniali, trovare da qualche parte dentro di sé questo nostro personale modo di essere geniali. In questo senso Kerouac è inattuale; infatti a parte quelli che hanno cercato di imitarlo pedissequamente non mi pare abbia avuto una vera influenza nella letteratura dei decenni successivi. Del resto le avanguardie letterarie nascono raramente, e personalmente oggi io non ne vedo. Leggo bei romanzi, anche belle poesie, ma poi se voglio davvero tornare alla parte più profonda di me stessa devo rileggere ancora e ancora Sulla strada, Visione di Cody, leggere le astruse poesie di Kerouac, anche quelle brutte, perché sfogliando e risfogliando i suoi “Schizzi” e i suoi haiku, la perla la trovo sempre. Non so cosa sia rimasto in America di quel movimento letterario definito beat generation, l’ultimo poeta beat e che ho avuto l’onore di conoscere è James Koller, morto nel 2014. In Italia con la morte della Pivano dei beat e di quello che hanno rappresentato che io sappia non è rimasto niente.

La malora e Una questione privata di Beppe Fenoglio: Lo stesso cuore, lo stesso sguardo

 

Sono storie diverse, non hanno niente a che vedere l’una con l’altra, ma è lo sguardo, il cuore di Fenoglio che è lo stesso. Lo stesso sguardo, lo stesso cuore, lo stesso amore per i luoghi e per i personaggi, che miracolosamente diventano persone ( ho trovato questa stessa capacità in altri pochi scrittori, Dostoevskji, ad esempio e Kerouac ). Eppure lo stile è così diverso tra La malora e Una questione privata. Quello de La malora mi ha ricordato il Verga de I malavoglia, ma in meglio; la scrittura di Fenoglio infatti non imita la parlata “dei vinti”, lo è. Fenoglio la conosceva, la praticava, non l’ha dovuta imparare. La scrittura di Una questione privata come definirla? Delicata, è la prima parola che mi viene in mente. Delicata ma al tempo stesso piena di fervore, passione trattenuta, pudore, terribile nostalgia, più terribile della paura dei fascisti. Nella scrittura di Una questione privata senti continuamente il respiro affannoso del protagonista, dovuto alle fughe, alle lunghe traversate notturne di pianure e colline, ma anche alle emozioni che gli procura il pensiero di una ragazza che più che oggetto del suo amore è oggetto della sua devozione, la stessa che si deve a una santa o a una dea.
La povertà raccontata ne La malora mi ha lasciato senza parole. E’ il racconto della miseria totale, quella della fame, della fame di tutti i giorni, insieme alla fatica, al lavoro sfiancante, da semi schiavi, senza diritti, ingabbiati in una scala sociale gerarchicamente tracciata. Il farmacista comanda sul mezzadro, il mezzadro comanda sul suo servitore in una catena apparentemente indistruttibile, ma che, anche se tanti anni dopo quei primi del ‘900, alla fine si è riusciti a spezzare. Bisogna leggere La malora di Fenoglio per capire, toccare con mano, quanta strada ha fatto il popolo italiano delle braccia, quello che un tempo si chiamava il proletariato.
In Una questione privata, al contrario, sono i sentimenti del protagonista, un ragazzo della borghesia fattosi partigiano, quelli raccontati da Fenoglio. La grandezza dello scrittore consiste nel non nascondere le sue contraddizioni diviso tra il suo dovere di partigiano e la gelosia nei confronti di una ragazza. La ama, anzi l’adora, ne è geloso, e per questo causerà la fucilazione da parte dei fascisti di un ragazzino di 14 anni. Questione privata e guerra partigiana si intrecciano mirabilmente nella scrittura di Fenoglio, che non è esgerato mettere tra i grandi prima di lui che ne sono stati capaci, ad esempio Omero, o l’Ariosto.