Recensione di: Agaetis Byjun dei Sigur Ros

Ci sono persone per cui “celebro messa”: Lenore Kandel, Allen Ginsberg, Jack Kerouac, la mia ultima scoperta musicale Gil Scott-Heron. Anche il ragazzo nero dagli occhi tristi che sta sempre davanti alla coop e dignitosamente sta lì e se qualcuno gli dà qualcosa lui dice grazie, grazie e ciao, e gli occhi si fanno più tristi, si commuove forse pensando a tutte le volte che non gli hanno dato, non so dove vive, non so dove dorme, che Dio lo benedica. Ascoltando e parlando di Agaetis Byjun dei Sigur Ros io celebro messa per tutti loro. E per l’umanità tutta perché è all’umanità tutta a cui i Sigur Ros si rivolgono.Il brano Svefn-g-englar ( Sonnambuli) oggi mi fa pensare a quel mostro davanti al Giglio,sembra ci sia una campana che chiama e risuona, sembra ci siano scricchiolii e sferragliamenti, e qualcosa che si rompe, si spezza e qualcuno che da dentro il mostro chiama, e qualcuno che dalla riva chiama, anche una donna credo.Starálfur ( Elfo osservatore), è il brano che preferisco, mi commuove nel senso letterale del termine. Mi sembra il corrispettivo di “Celebro me stesso “ di Walt Withman. Anche se il testo non è nemmeno simile alla poesia di Withman è la musica e la voce di Jónsi che mi ci hanno fatto pensare, c’è la stessa solennità, lo stesso stupore spirituale, anzi dire religioso, di fronte a tutto ciò che vive.
Ecco il testo in italiano:

Una notte blu ricopre il cielo,
una notte blu incombe su di me,
la osservo svanire fuori dalla finestra.
Nascondo
le mani sotto le guance,
mentre rifletto sulla mia giornata,
sul mio presente e sul mio passato.
Infilo la mia camicia da notte blu,
e subito mi corico a letto.
Sfioro le soffici lenzuola,
chiudo gli occhi
e nascondo la testa sotto le coperte.
Un piccolo elfo mi osserva,
corre verso di me senza muoversi
dal suo posto – Lui,
Un elfo osservatore.
Apro gli occhi,
li pulisco dalle crosticine,
mi allungo e controllo (in caso non l’avessi già fatto)
che tutto sia tornato a posto e che tutto vada bene,
eppure c’è ancora qualcosa che manca,
qualcosa….come le pareti
Ascolto musica quasi esclusivamente per scrivere. Nel senso che uso le emozioni che la musica crea per scrivere un capitolo di un romanzo in cui ad esempio un personaggio deve commuoversi e allora io uso quella mia commozione e la attribuisco al personaggio. I mie personaggi sentono sempre molto e si commuovono, non scrivo di violenza, sopraffazione, lotta. Così questo disco dei Sigur Ros è perfetto, mi sembra perfino di capire le parole, guarda un po’. Il brano Flugufrelsarinn ( Il salvatore di mosche) mi entra nello stomaco, sta lì, lo riempie, lo nutre, di emozioni belle, quelle di una messa appunto. “ Andè a messa”, diceva il vecchio prete, saggio e conservatore, perfino reazionario. Va bene, padre, ci vado, ci sto andando, ci sto stando, immagino perfino la chiesa e i Sigur Ros che cantano e suonano in quella chiesa che è poi la mia auto dove sto scrivendo, il bagagliaio pieno della spesa. Che bello quando la penna va per conto suo, grazie giovani Sigur Ros, capisco l’entusiasmo di Gianfranco e degli altri di lankelot, ma il rito collettivo del concerto dal vivo non mi tocca più, nutro riti interiori, per farmi perdonare peccati di gioventù. Nutro quel mio spirito rinato finalmente che sento anche con questa mistica fantastica rituale musica.
L’inizio del quinto brano Ny batterí mi fa venire in mente Buddha, e la campagna indiana del suo tempo, ma invece è quasi un brano jazz astratto, rarefatto diafano; che prende corpo piano piano e poi torna indiano, se cade rinasce, c’è il volo della mente, c’è preghiera, c’è riguardo, c’è attenzione all’umanità, alla natura e a tutto ciò che esiste. E poi torna quasi disperato, il volo è stato troppo breve? Buffo è l’inizio del sesto brano Hjartað Hamast un accenno di folk americano che si imbastardisce subito corrosivo eccessivo, maestoso, un pianto mormorato, sospirato. Sto con te viene da dire, vedo le labbra, la bocca che si apre, una bocca vicinissima al microfono dentro cui parla – canta. Qualcosa di triste?, di cui vergognarsi? Pentirsi? Il settimo brano Viðrar Vel Til Loftárása sembra fatto per il fermarsi e bevendo magari un tè guardare fuori dalla finestra l’imbrunire che lento viene e la nebbia che lenta sale. La voce dell’ottavo brano Olsen Olsen precede la musica degli strumenti e dopo gentilmente li accompagna. Il nono brano che dà nome all’album è una chitarra e un piano che insieme vanno in un cammino centellinato insieme alla voce magnifica di Jónsi che qualcosa di dolce sicuramente dice in un soffio di tempo, di ritmo come marciasse per finta o per davvero verso un posto bello che sta in alto, mi sembra di vederlo che guarda verso il cielo, lo guarda e cantandolo lo celebra.La solennità dell’ultimo brano Avalon mi stupisce, è così definitivo, un buio senza riflessi, senza schegge di luce anche fosse lontana, non c’è neanche il ricordo di qualcosa che un tempo è stato chiaro e luminoso, evoca un giudizio di colpa definitivo.
Un album magnifico.

Sigur Ros, Agaetis Byjun 1999, Pias Records
http://it.wikipedia.org/wiki/Sigur_R%C3%B3s http://www.ondarock.it/pietremiliari/sigurros_agaetisbyrjun.htm

sito italiano, dove si trovano le traduzioni dei brani:

http://www.sigurros.it/

 

 

This entry was posted in Mie recensioni by Dianella Bardelli. Bookmark the permalink.

About Dianella Bardelli

In questo blog sono presenti mie recensioni di romanzi e saggi su vari argomenti, soprattutto sulla letteratura della beat e hippy generation. Scrivo romanzi, spesso ambientati negli anni '70-'80'; e poesie; ne ho pubblicati alcuni : Vicini ma da lontano, I pesci altruisti rinascono bambini, Il Bardo psichedelico di Neal ; è un romanzo sulla vita e la morte di Neal Cassady, l’eroe di Sulla strada. Poi ho di recente pubblicato il romanzo "Verso Kathmandu alla ricerca della felicità", per l'editore Ouverture; ho pubblicato un libretto di poesie: Vado a caccia di sguardi per l'editore Raffaelli. Ho ancora inediti alcuni romanzi, uno sulla vita e la poesia di Lenore Kandel, poetessa hippy americana; un secondo invece è un giallo ambientato nella Bologna operaia e studentesca del '68; un terzo è è sull'eroina negli anni '80 a Milano e un altro ancora sul tema dell'amore non corrisposto. Adoro la letteratura della beat e hippy generation, soprattutto Keroauc, Ginsberg e Lenore Kandel. Scrivo recensioni su http://samgha.me/ e http://cronacheletterarie.com/ mio profilo in Linkedin: http://www.linkedin.com/pub/dianella-bardelli/45/71b/584

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *