Jack, Allen, Lenore: dalla beat generation alla summer of love: il ruolo della scrittura

A differenza che in Italia negli USA, la beat generation fu una cosa seria. E questo per sua forza intrinseca; non fu un movimento sponsorizzato dalle accademie, da altri intellettuali, da lobbies di qualche genere; non fu sponsorizzato dall’editoria, non fu un escamotage inventato da qualcuno per fare soldi. Fu un movimento del tutto autonomo che traeva forza solo da se stesso, dalle proprie capacità, dall’avere qualcosa di nuovo e importante da dire. Altri tempi insomma.
La beat generation è stato un movimento di scrittori, niente a che fare con il modo in cui è stata venduta quando se ne è impossessata l’industria culturale, ma anche quella dell’abbigliamento, delle scarpe, degli oggetti. Questo è accaduto dopo che Kerouac e Ginsberg, gli inventori del nuovo modo di scrivere, avevano già prodotto i loro capolavori. Come si sa Kerouac aveva già scritto sei dei suoi capolavori più importanti prima di veder pubblicato il suo On the road nel 1957, dopo che fu costretto a “normalizzare” pur di essere pubblicato la versione del 1951.
Il mio interesse si è incentrato su Kerouac e Ginsberg, rispetto agli altri scrittori beat, perché quello che mi affascina degli scrittori è la loro scrittura non le storie che raccontano ( che sono sempre le stesse da Omero). E mi interessa anche il grado e il modo di essere spirituale di questa scrittura, perché, a mio modo di vedere, la letteratura deve scavare nella coscienza umana e ricavarne frammenti utili per tutti sul piano delle eterne domande sulla nostra condizione umana. E sia Kerouac che Ginsberg sono maestri nella scrittura spirituale che nasce dalle loro improvvisazioni.

Quando iniziò a pensare al suo romanzo “ On the road”, Kerouac decise che quella storia per essere scritta aveva bisogno di un nuovo modo di raccontare. Doveva essere la scrittura dei tempi moderni, così come il jazz di Dizzy Gillespie e Charlie Parker era la musica dei tempi moderni e l’espressionismo astratto di Jackson Pollock la pittura dei tempi moderni.
Quello che stava accadendo tra i giovani artisti in quegli anni in America, era che protagonista dell’arte diventava la coscienza umana. Attraverso i fatti, i luoghi, i personaggi si raccontava direttamente la condizione della mente umana, la vita interiore dell’anima. Dall’esterno di sé si andava a raccontare l’interno di sé, senza mediazioni, tentennamenti, censure.
Già Hemingway aveva fatto la stessa cosa con l’invenzione strepitosa del dialogo come strumento narrativo, come componente della trama interiore dei personaggi.
Ma gli scrittori beat volevano raccontare un’altra America, l’America dei “battuti e beati”, l’America dei giovani emarginati del secondo dopoguerra.
Come dicevo fu Kerouac a trovare, scrivendo e lavorando indefessamente, la nuova scrittura. Inventò la Prosa Spontanea che teorizzò nei saggi contenuti in “ Scrivere Bop”, e in una miriade di articoli pubblicati sulle riviste dell’epoca. La prosa Spontanea non è il flusso di coscienza di Joyce, o la scrittura automatica dei Surrealisti. La Prosa spontanea è il raccontare la vita mentre accade. E’ l’unità di mente e corpo mentre agiscono.
Fu una grande scoperta. Geniale. L’essere umano tornava a quell’unità originaria e innata di corpo e spirito che la società tiene tuttora separati. Kerouac amava citare a questo proposito un passo del Vangelo: “ Non preoccupatevi di ciò che direte, ma ciò che a voi sarà ispirato in quel momento, quello direte, poiché non siete voi a parlare ma lo Spirito Santo” ( Marco, 13.11).
Allen Ginsberg imparò da Kerouac, suo amico, questa nuova modalità di scrittura e la trasferì nella poesia. Nacque così il suo capolavoro: il poema “Urlo”, e le altre centinaia di sue poesie.
Sì, perché l’improvvisazione di Poesia e Prosa spontanea è un fiume inesauribile, è il fluire della mente, fonte infinita di ispirazione che sempre si rinnova e si ricrea.
Ma di cosa si tratta concretamente?
Dopo aver scritto il romanzo La città e la metropoli ( il solo che gli fu pubblicato poco dopo averlo scritto, nel 1950 ), Jack si accorse che lo stile tradizionale che aveva appreso da Tom Wolfe e William Saroyan non gli piaceva più. Ha dovuto scrivere un romanzo di 1000 pagine che ha impiegato due anni e mezzo a scrivere per accorgersene. Qualcosa macinava, fermentava e maturava in quelle sedute alla macchina da scrivere che duravano tutta la notte; c’era un sottotesto, un altro testo che stava sbocciando nella mente di Jack e che avrebbe dato luogo all’invenzione della tecnica dell’improvvisazione nella scrittura.
Oltre che dall’insoddisfazione rispetto al suo modo originario di scrivere, la tecnica dell’improvvisazione nasce da altre sollecitazioni e influenze. Prima di tutto il nuovo stile del jazz degli anni ’50, il Bop, suonato dai musicisti che Kerouac andava ad ascoltare nei locali di New York come il Minton’s e che erano Dizzy Gillespie, Charley Parker, Thelonious Monk, Lionel Hampton. Jack li ascoltava questi campioni del nuovo stile e pensava: come posso fare a scrivere come loro? Come posso fare a trasferire nella scrittura tutta quell’energia, quel sudore, quella fatica, quella bellezza che sembra nascere solo da se stessa e che non è scritta in nessuno spartito, ma sboccia lì improvvisata sul palco?
Come fare tutto questo divenne per Jack un’ossessione. E quando uno scrittore è ossessionato da qualcosa deve per forza provare a scriverlo questo qualcosa.
E poi c’era stata la lettera di 40 pagine che Neal Cassady gli aveva scritto e che Jack aveva prestato a Allen Ginsberg e che lui aveva prestato a Gerd Stern che poi l’aveva persa; e così noi non l’abbiamo mai potuta leggere. Quella lettera di migliaia di parole era un grande, immenso unico paragrafo che parlava della strada, delle sale da biliardo, delle camere d’albergo e delle prigioni di Denver.
Ma la l’improvvisazione di Prosa Spontanea non è il flusso di coscienza. Non è la scrittura automatica dei surrealisti. Non si tratta di vuotare l’inconscio o di svuotare la mente o di andare a ruota libera. E non si tratta nemmeno di libere associazioni.
La prosa spontanea è lo strumento con cui lo scrittore analizza la propria coscienza. Ma è uno strumento letterario, non psicologico, perché serve al racconto: come si scrive è tutt’uno con quello che si scrive, i due aspetti non appaiono più scindibili.

Così la prosa e la poesia diventano il linguaggio dello spirito umano.
La spiritualità diventa così una componente fondamentale della scrittura di Kerouac e Ginsberg. Spiritualità che proviene dalla educazione religiosa di entrambi, cristiana quella dei Kerouac, ebraica quella di Ginsberg. Entrambi poi saranno fortemente influenzati nel loro lavoro letterario dal buddismo zen che si andava diffondendo in quegli anni in America. Per Kerouac ( che lo studiò a fondo, da poco è uscita una riedizione a cura di Tommaso Pincio, di una sua vita di Buddha) questa filosofia fu solo un passaggio. Ritornò infatti al cristianesimo. Per Ginsberg il buddismo rappresentò invece il sentiero spirituale di una intera vita. E’ Ginsberg, nei suoi scritti teorici, a parlare di scrittura come meditazione e scavo interiore. In “Facile come respirare”, scrive: “la soluzione è scrivere cose che non pubblichi o che non mostri agli altri. In altri termini significa smettere di essere un poeta, lasciar perdere l’idea di essere un profeta con onore e dignità, la gloria della poesia, e accontentarsi del fango della propria mente”.

Dalla beat generation all’hippy generation

Dell’epoca post–beat americana si sa ben poco in Italia. Coincide in parte con quella psichedelica di Ken Kesey e Timothy Leary, e ha avuto il suo centro nel quartiere di Haight Ashbury di San Francisco per una durata molto limitata, dall’autunno del 1966 al 1968.
Per semplificare la possiamo chiamare l’epoca hippy. Riguardò una minoranza significativa di giovani americani e si caratterizzò per l’attività di vari gruppi, riviste, giornali. Il gruppo più importante fu quello dei Diggers.
Questo gruppo fu attivo in vari campi, in quello artistico, teatrale e letterario prima di tutto; ma ben presto cominciò a occuparsi di problematiche sociali, secondo una prospettiva pragmatica e non ideologica. Cominciarono a offrire gratuitamente pasti a chiunque ne avesse bisogno, aprirono un negozio per la distribuzione gratuita di vestiti e una clinica in cui chiunque poteva essere curato gratuitamente.
L’hippy generation fu trattata in modo ancor più distorto e fuorviante rispetto alla beat generation: Solo fiori, amore, sesso e droga. Tutto questo c’era, ma c’era anche molto altro.
I Diggers avevano capito che lo stile era cooptabile, ma quello che non era cooptabile era fare le cose gratuitamente, senza chiedere soldi. Bisognava fare in modo che le persone non fosse più il pubblico (“audience”) ma dei veri partecipanti. I Diggers chiamavano questo modo di procedere Life acting. In questo senso I Diggers erano convinti che le analisi ideologiche fossero spesso un modo per ritardare “the action” necessaria a manifestare un’alternativa. Questo concetto sta alla base del Digger free food, la distribuzione gratuita di cibo che avveniva ogni pomeriggio. “If you wanted to live in a world with free food, then create it”.
Con il 1968 tutto cambia, I Diggers si sciolgono, ad Haight Ashbury prendono il sopravvento commercianti e spacciatori, l’epoca hippy è finita e comincia il turismo hippy. Una parte dei Diggers confluisce negli Hell’s Angels, altri come creano delle comuni agricole in posti remoti, altri ancora creano movimento ecologisti.

Lenore Kandel, leader e poetessa

Lenore Kandel ( N.Y 1932 – S.F. 2009 ) è stata una poetessa americana della San Francisco degli anni ’60. Leader del movimento dei Diggers è nota soprattutto per un piccolo libro di poesie erotiche, “The love book”.
La sua bellezza carismatica e la profondità del suo spirito colpivano chiunque la incontrasse. E questo accadeva sempre, sia nella sua prorompente giovinezza che nell’età della vecchiaia e della malattia. Fu l’unica donna a salire sul palco dell’”Human be-in”, il raduno hippy al Golden Gate Park di San Francisco del Gennaio del 1967, dove declamò alcune sue poesie. Su quel palco c’erano personalità del calibro di Allen Ginsberg, Gary Snyder, Timoty Leary. Era il compleanno di Lenore e 10.000 voci si levarono a cantarle “ Happy Birthay to you”. Il suo libro “The love book” tratta dell’amore fisico tra un uomo e una donna. Il libro subì un processo e fu condannato per oscenità. Lenore in aula si difese declamando San Giovanni della Croce e affermando che “Amore è una parola di quattro lettere, le parole veramente oscene sono odio, guerra, bomba. Se possiamo riconoscere la nostra propria bellezza, sarà impossibile per ogni essere umano recare danno ad un altro essere umano”.
The love book è scritto in prima persona e quindi rispecchia le personali esperienze della poetessa; il linguaggio esplicito usato nel poema paradossalmente è ciò che spiritualizza l’atto sessuale in esso descritto e lo rende sacro, pur rimanendo un atto di piacere.
Lenore Kandel è stata una persona libera e anticonformista rispetto allo stesso mondo underground a cui apparteneva. Non era femminista, nel senso corrente del termine, non ce l’aveva con gli uomini e non li voleva imitare, li adorava. Aveva idee personali su questo argomento, adorava fare sesso con il proprio uomo, pensava che uomini e donne avessero compiti diversi, del resto un modello degli hippies di San Francisco erano le tribù dei nativi americani, in cui i compiti degli uomini e delle donne erano separati. Lenore esaltò nella sua vita e nella sua poesia la diversità, la femminilità,e la sacralizzò proprio nelle sue manifestazioni sessuali; allo stesso modo esaltò e sacralizzò la sessualità maschile.

Raccontare usando la forma del poema

Scrivere usando la forma del poema  come fa Allen Ginsberg in “Howl” e “Kaddish”, consente, rispetto alla solita e “normale” prosa, di essere più liberi di dire, stra – dire e di stra – fare. Di semplificare o complicare, perchè la poesia alla Ginsberg non ha gli stessi vincoli lessicali, grammaticali, stilistici della prosa, anche di quella spontanea di Jack Kerouac. E quando in Ginsberg il poema stupisce laddove appare oscuro, in realtà obbedisce ad un suo interno ordine – disordine mentale. Quello dello specifico momento che sta vivendo il suo autore mentre scrive. Perché in Ginsberg ( come in Kerouac ) scrittura e spirito coincidono.

Amore e amicizia nella beat generation americana

Quella della beat generation americana fu una grande storia d’amore nata tra un gruppo di giovani uomini e poi allargata a centinaia e migliaia di persone che divennero i loro fans e proseliti. I più significativi esponenti di questo gruppo furono Jack Keroauc, Neal Cassady e Allen Ginsberg.
Questa circolazione d’amore passò poi attraverso la fase psichedelica e hippy per poi finire intorno al 1968 quando questo grande movimento amoroso, che prese varie denominazioni ( peace and love ad esempio) esaurì la propria carica creativa ( sia la beat generation che il movimento hippy-psichedelico americano non hanno nulla a che vedere con i movimenti giovanili del ’68 in Italia). Alcuni esponenti di quella generazione sono attivi ancora oggi e cercano di portare avanti quel valore dell’amore come collante ed essenza dei rapporti umani che erano stati all’origine di tutto. Ad esempio in Italia c’è la rivista Lato Selvatico e negli Usa vive e prospera ancora al Naropa Insititute di Boulder in Colorado la scuola di scrittura creativa voluta da Allen Ginsberg in onore di Jack Kerouac e che porta il suo nome. E ancora sono o sono stati attivi  vari poeti di quella generazione come James Koller e Gary Snyder.
Mi piace immaginare che in noi, come dice il buddismo tibetano, esistano due fonti di inesauribile energia, il cervello e il cuore. Ogni attività umana si può mettere in pratica usando l’una o l’altra fonte. Ma con esiti diversi. Anche in letteratura si può dare la preminenza all’una o all’altra. Sicuramente i ragazzi della beat generation americana usavano prevalentemente il cuore. In loro ad esempio amore e amicizia erano sinonimi. Tra loro non ci fu mai quel tipo di amicizia interessata rispetto all’ottenimento del successo che oggi è così diffusa, si difesero e si sostennero sempre, e questo fu un elemento importantissimo per le loro creazioni letterarie. Si leggevano l’un l’altro, chi aveva un contatto con un editore si faceva in quattro non solo per sé ma anche per gli altri. Si aiutavano con suggerimenti e consigli, ad esempio Allen Ginsberg imparò ad improvvisare le sue poesie da Kerouac che aveva inventato il suo celebre metodo dell’improvvisazione di scrittura spontanea. I ragazzi della beat generation americana diedero origine ad un nuovo filone spirituale nella letteratura che in qualche maniera, ma rinnovandolo, era già iniziato con Whitman. Scrivere cioè ha prevalentemente lo scopo di dare voce a quella spiritualità che c’è in ognuno di noi e nella quale gli esponenti della generazione beat credevano profondamente. La poesia e prosa spontanea da loro praticata è il metodo attraverso cui lo spirito interiore parla all’essere umano. Tra Kerouac, Cassady e Ginsberg successe questa cosa strana: era amore, era amicizia, era creatività, era spiritualità. Tutto mischiato insieme.
Neal Cassady protagonista del mio romanzo “Il Bardo psichedelico di Neal”, fu la fonte di ispirazione di due opere fondamentali di Jack Kerouac: “Sulla strada” e “Visione di Cody”. Nella prima si raccontano i viaggi americani di Jack e Neal alla fine degli anni ’40, il secondo è un omaggio alla loro amicizia e consiste, in parte, nella trascrizione di alcune loro conversazioni registrate. Per quanto riguarda Ginsberg Neal Cassady fu il primo e più grande amore della sua vita, amore a cui Ginsberg dedicò molte poesie.
Neal Cassady fu per Kerouac e Ginsberg un mito vivente; ai loro occhi egli era il ragazzo selvaggio americano per antonomasia, il giocane ribelle, bello, coraggioso, trasgressivo, anarchico, amato da stuoli di donne. Ma lui scrisse poco ( ci è rimasta una sua autobiografia incompiuta) e questo perché a suo dire era più bello vivere che scrivere: la scrittura era troppo impegnativa, richiedeva troppa dedizione e lo annoiava. Ma senza Neal a Kerouac e Ginsberg sarebbe mancata la musa principale delle loro opere e loro stessi non sarebbero quindi potuti essere i grandi scrittori che furono.

La lettera ritrovata – quella che Neal Cassady scrisse a Kerouac e che diede a Kerouac l’impulso a scrivere come poi avrebbe scritto tutti i suoi capolavori, e che si pensava fosse andata perduta –

Neal è l’inizio ( di tutto ) – e anche la fine ( di tutto ) – in mezzo la lettera di 16000 parole scritta a Jack Kerouac nel 1950 senza pensare, senza correggere, così di getto. “Quella lettera” senza la quale nè Kerouac nè Ginsberg sarebbero esistiti come scrittori, perché Jack non avrebbe imparato a scrivere da Neal e Ginsberg non lo avrebbe imparato da Kerouac. Eppure Neal non era uno scrittore e non lo ha mai voluto essere. Lui non aveva tempo da perdere seduto ad un tavolo a macinare parole, lui doveva vivere, in fretta, di corsa, di furia rabbiosa. Ora quella lettera è stata ritrovata. Si pensava perduta, in tutte le biografie di Kerouac e Ginsberg si diceva che era andata perduta e che era un vero peccato. Perché tutto è cominciato da lì, dalla lettera di Neal, l’inizio della beat generation fu quella lettera; perché la beat generation non fu un movimento di costume, fu una grande epopea letteraria, come dopo non se ne sono più viste.
Dicevo, si pensava fosse andata perduta, caduta nell’acqua, per sbaglio, per distrazione di Gert Stern che viveva su una chiatta a Sausalito. Lui l’aveva ricevuta in prestito da Allen Ginsberg che a sua volta l’aveva ricevuta in prestito da Jack Kerouac, a cui era stata scritta da Neal Cassady. Quello che si era sempre saputo, prima del suo ritrovamento, era che Gert Stern l’avesse appunto perduta per incuria o distrazione. Keroauc se ne rammaricò con Ginsberg. In fin dei conti quella lettera era sua e da lei gli era venuta l’intuizione di cambiare lo stile della propria prosa in quella che avrebbe inagurato con On the road. La lettera è sempre stata conoscita come ” The Joan Letter”. In questa lettera, si legge nella biografia di Allen Ginsberg scritta da Bill Morgan, viene raccontata la storia d’amore di Neal Cassady con una donna di nome Joan Anderson. Neal ci aveva messo diversi giorni a scriverla, tra il 17 e il 22 Dicembre del 1950. In realtà ora si scopre che Ginsberg aveva spedito la lettera alla casa editrice Golden Goose Press di San Francisco per farla pubblicare. Da un articolo scritto in questi giorni da Jerry Cimino su http://www.kerouac.com ( http://www.kerouac.com/blog/2014/11/neal-cassadys-joan-anderson-letter-found/
) veniamo a sapere che Gert Sterner gli ha personalmente detto anni fa di non aver perso quella lettera ma di averla restituita a Ginsberg; ” He vehemently denied he lost the Joan Anderson letter and said Ginsberg actually recanted that claim before he died in 1997. Gerd told me, “I gave that letter back to Ginsberg. I didn’t lose that letter – Allen did.”La lettera è stata ritrovata del tutto casualmente. Nel 1955 il proprietario della
Golden Goose Press Richard Wirtz Emerson chiuse la casa editrice; ma siccome divideva l’ufficio con un impresario musicale, quest’ultimo decise di mettere diversi documenti della Golden Goose Press in vari scatoloni, dove sono rimansti per 60 anni. Quando l’impresario è morto la figlia Jean Spinosa è andata a guardare cosa ci fosse dentro quegli scatoloni e ci ha trovato la famosa “The Joan Letter”. Il 17 Dicembre sarà messa all’asta dalla casa d’aste della California meridionale Profiles in History. Ovviamente noi lettori, noi appassionati di ogni singola parola, virgola e respiro di Jack Kerouac, speriamo di poterla almeno leggere. E ci uniamo a Gerry Cimino nel dire: “My most fervent hope is it will be purchased by someone who has a love of Neal & Jack and the other Beats and it will eventually be published in book form and also made available for viewing by the public. The world deserves to see this manuscript. It is historic in a general context, and in the world of the Beats it is beyond historic. It really is The Holy Grail of The Beat Generation in the sense of its significance – the fact it was lost for so many years and the legend and lore and myth that grew up around it in the 60 years it’s been missing only adds to the allure”.

 

Ritrovata la lettera di Neal Cassady che ispirò On the road di Kerouac

È stata ritrovata e sarà messa all’asta la lettera “madre” della beat Generation.18 pagine all’anfetamina scritte nel 1950 da Neal Cassady all’amico Jack Kerouac, che dopo averla ricevuta cestinò la prima bozza di On the Road e in 3 settimane di scrittura rielaborò il romanzo. La lettera, disse Kerouac, era andata persa dall’amico Allen Ginsberg, il quale l’aveva consegnata a Gert Stern, che all’epoca viveva su una chiatta del North Carolina e l’aveva fatta cadere in acqua. Ma in realtà Ginsberg l’aveva spedita alla Golden Goose Press di San Francisco dove non era mai stata aperta. Alla chiusura della casa editrice stava per essere buttata, ma un editore musicale che condivideva l’ufficio ha rilevato tutte le carte. Alla sua morte la lettera è stata ritrovata in fondo a un cassetto
da http://www.rainews.it/dl/rainews/media/ritrovata-lettera-cha-ispirato-on-the-road-di-Kerouac-61590627-b162-428f-8d16-3cd5f9e520d2.html

Urlo di Allen Ginsberg in Jukebox all’idrogeno a cura di Fernanda Pivano


A quelli che scrivono poesie chiedo: ma voi ce la mettete l’anima in quello che scrivete? E lo stomaco ce lo mettete? E il cuore? E le gambe per correre e scappare ce le mettete? E tutta la vostra energia mentale ce la mettete? E tutti i vostri difetti, vizi, porcherie, infedeltà, inettitudini, e paure, ce le mettete?
Se non ce li mettete, va bene lo stesso. Purché lo ammettiate. Ammetterlo è già farlo.
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Il poema Urlo di Allen Ginsberg è un viaggio dentro se stesso e dentro le coscienze dei propri amici e dentro la coscienza dell’essere umano in quanto tale. Ginsberg guarda nel profondo di questo essere umano che egli è e quello che trova lo tira fuori così com’è, e lo scrive nello stesso stato in cui lo trova.
Per leggere Urlo si deve fare un po’ di fatica. Fatica fisica. Perché ti lascia senza respiro. Ma è una bella, stupenda fatica. La traduzione che ho scelto di proporvi è quella della Fernanda Pivano, contenuta nell’antologia di poesie di Ginsberg, Jukebox all’idrogeno. E’ piena di note esplicative e utilissime che ci aiutano a capire luoghi, persone, fatti significativi a cui Urlo si riferisce.
Per capire e apprezzare Urlo bisogna dimenticarsi di quanti jeans Levis ha fatto vendere la cosiddetta beat generation.
Media, industriali e commercianti hanno trasformato fin dal suo inizio la beat generation in un marchio per vendere jeans appunto e camice, macchine e pulmini, cappelli e sciarpe, giornali, film e dischi. E anche un sacco di droga. Anche libri di chi ne faceva parte, e quelli scritti su chi ne faceva parte.
Questo marchio fortunato ha fatto vendere i libri di Ginsberg e Kerouac, anche se pochi li hanno letti come opere letterarie. La maggior parte ha voluti vedere questi e altri scrittori dell’epoca in maniera miope e ristretta, come rappresentanti di una generazione, come simboli di un malessere sociale, o peggio ancora come una manica di degenerati drogati e beoni. Ma solo se li leggiamo unicamente come autori di opere letterarie saremo in grado di apprezzarli o respingerli. Se invece ci facciamo guidare dai nostri pregiudizi sui loro stili di vita non saremo mai in grado di farlo.
“ Le opere che vengono prodotte come opere letterarie andrebbero viste per quello che sono….Tutti i nostri lavori ( si riferisce a Kerouac e Burroughs) hanno decisamente una base di conoscenza della letteratura del ventesimo secolo, da Gertrude Stein ai surrealisti” (A. G.,Facile come respirare, pag. 66-67 ).
Urlo è la poesia in cui, per sua stessa ammissione, Ginsberg utilizza la tecnica di scrittura inventata dal Kerouac. “ Howl è decisamente influenzato dal metodo della scrittura spontanea di Jack ( Facile come respirare, pag. 56 ). Dopo aver scritto delle poesie molto formali, decisi di lasciare andare quello che avevo dentro, di dire tutto quello che mi passava per la testa” ( pag. 100 ).
In Note scritte quando finalmente venne inciso Urlo Ginsberg dice: “ pensai che non avrei scritto una poesia, ma avrei semplicemente scritto ciò che volevo senza paura, avrei lasciato andare la mia immaginazione, aperto il sacrario, e buttato giù versi magici dalla mia mente reale, qualcosa che non avrei potuto mostrare a nessuno. Così il primo verso di Urlo; Ho visto le menti miglioriecc, l’intera prima sezione battuta a macchina all’impazzata in un pomeriggio… lunghi versi come ritornelli di sassofono di cui sapevo che Kerouac avrebbe udito il suono, traendo dalla sua prosa ispirata una poesia veramente nuova” (pag 453 di Jukebox all’idrogeno).
E continua dicendo di essere consapevole che sostenere il verso lungo presente in Urlo senza cadere nella prosa non sia facile. “ E’ l’ispirazione naturale del momento che lo tiene in movimento…la mente usata in spontaneità inventa forme a sua propria immagine” ( pag. 454 ).
In pratica il verso lungo caratteristico di Urlo è la forma naturale che assume l’immaginazione di Ginsberg, un’immaginazione che parla il linguaggio della poesia.
In senso tecnico Urlo si regge sull’uso anaforico di alcune parole come “ che” e “ Moloch”, in versi lunghi alla maniera di Whitman che risultano in tal modo legati e connessi tra loro. L’uso dell’anafora serve inoltre a tenere il ritmo e come base a cui ritornare.
Urlo nasce quindi come una lunga improvvisazione di scrittura in cui Ginsberg, come ha imparato a fare da Kerouac, insegue, rincorre i propri pensieri ed emozioni con il loro originale ritmo. Ginsberg era infatti convinto che questo fosse possibile, che cioè la poesia fosse la lingua con cui la mente esprime se stessa.
Urlo è poesia epica e intimista, universale e autobiografica, legata in gran parte a fatti e situazioni vissuti da una rete di amici scrittori, come Kerouc, Burroughs, Cassady. Ogni strofa è un episodio della loro quotidianità: viaggi, interminabili discorsi, camminate per le strade che duravano tutta la notte, bevute, sesso e droga. Ma il linguaggio è poetico. In un continuo sfuggirsi e rincorrersi come in queste strofe:
”schiera perduta di conversatori platonici precipiti dai gradini d’ingresso dalle scale di sicurezza dai davanzali dell’Empire State giù dalla luna”
“ farfugliando strillando vomitando sussurrando fatti e ricordi e aneddoti e sensazioni ottiche e shocks di ospedali carceri e guerre”
“che guidavano est-ovest settantadue ore per sapere se io avevo una visione o tu avevi una visione o lui aveva una visione per scoprire l’eternità”.
O in quest’altra in cui droga, sesso, buddismo, lavoro e studio vengono tenuti insieme, senza paura di autocontraddirsi: “che si ritiravano in Messico per conservarsi alla droga, o a Rocky Mount per il tenero Buddha o a Tangeri a ragazzini o alla Southern Pacific per la locomotiva nera o a Harvard o a Narciso o a Woodlawn alle orge o alla fossa”.
Protagonista di una parte di Urlo è Neal Cassady, il grande amore giovanile di Ginsberg. A lui si riferiscono queste strofe:
“ che andavano a puttane in Colorado in miriadi di macchine notturne rubate, N.C., eroe segreto di queste poesie, mandrillo e Adone di Denver-gioia alla memoria delle sue innumerevoli scopate di ragazze in terreni abbandonati & retrocortili di ristoranti per camionisti…”
“ che andavano a Denver, che morivano a Denver, che ritornavano a Denver & e aspettavano invano, che vegliavano a Denver…”
Urlo è diviso in quattro parti. La prima tratta della disperazione della vita e delle coscienze, e nello stesso tempo della gioia furibonda dell’essere vivi. E’ totalmente autobiografica, c’è lui, Allen, i suoi amici, le loro strade, città, parchi; e c’è Neal Cassady, il grande non contraccambiato amore della sua vita.
La seconda parte è dedicata a quello che Ginsberg chiama Moloch ( divinità antica resuscitata dal mostro-città ). E’ scritta sotto l’effetto del peyote. “ Mi ubriacavo di Peyote. Vidi sugli ultimi piani di un grande albergo un’immagine del teschio robot di Moloch che fissava nella mia finestra. Qualche settimana dopo mi ubriacai di nuovo, il viso era ancora lì nella metropoli rossa fumosa del centro, scesi giù per Powell Street mormorando Moloch, Moloch tutta la notte e scrissi la seconda parte di Urlo quasi senza correzioni nella cafeteria ai piedi del Drake Hotel” ( Note scritte quando finalmente venne inciso Urlo, pag. 455 ). Eccone alcune strofe:
“ Moloch il cui amore è petrolio e pietra senza fine! Moloch la cui anima è elettricità e banche! Moloch la cui povertà è spettro del genio! Moloch la cui sorte è una nube di idrogeno asessuale! Moloch il cui nome e la Mente”;
Moloch che mi è entrato presto nell’anima! Moloch in cui sono una coscienza senza corpo! Moloch che mi ha fatto uscire spaventato dalla mia estasi naturale! Moloch che io abbandono! Svegliatevi in Moloch! Luce che cade dal cielo!
La terza parte di Urlo è dedicata a Carl Salomon che Ginsberg incontrò in manicomio, dove rimase rinchiuso per quasi un anno. Tratta della pazzia, uno degli incubi della vita di Ginsberg, segnato dalla schizofrenia della madre, cui dedicò il poema Kaddish.
Cito solo una strofa a titolo esplicativo: “ Sono con te a Rockland dove in camicia di forza gridi che stai perdendo la partita al vero ping pong dell’abisso”.
La quarta parte è una specie di litania. “ Ricordai il ritmo archetipo di Santo Santo Santo mentre piangevo in un autobus a Karney Street e lo scrissi quasi tutto in un taccuino lì sul posto ( Note scritte quando finalmente venne inciso Urlo, pag.456 ).
“ Santo Peter, santo Allen santo Solomon santo Lucien santo Kerouac santo Huncke santo Burroughs santo Cassady santi gli sconosciuti mendicanti sodomiti e sofferenti santi gli orrendi angeli umani!

Allen Ginsberg (Newark,1926 – New York 1997) scrittore americano.
Allen Gisberg, “ Urlo”, in Jukebox all’idrogeno“ Guanda Editore, 2006.
Prima edizione: 1992
Allen Ginsberg, Facile come respirare, minimum fax, 1998
Approfondimento in rete:
http://it.wikipedia.org/wiki/Allen_Ginsberg
http://www.allenginsberg.org/
sito della Jack Kerouac School of Disembodied Poetics, scuola di scrittura creativa fondata da Allen Ginsberg e Anne Waldman in onore e ricordo di Jack Kerouac: http://www.naropa.edu/swp/index.cfm.
archivio di innumerevoli risorse in rete di audio di Allen Ginsberg: http://howlcat.naropa.edu/cgi-bin/koha/opac-search.pl?q=howl&limit=:

 

Qualche riflessione su Kaddish di Allen Ginsberg

Una cosa che ha saputo fare Allen Ginsberg è tenere insieme le sue varie anime. Quella ebraica, quella buddista, quella omosessuale, quella beat, quella ambiziosa, quella generosa. Tanto per dirne alcune. Non è una cosa facile. Molti ci perdono la testa. Si perdono. Ginsberg invece ci è riuscito. Come? Accettando le contraddizioni della vita, della sua vita. E rimanendo per tutta la sua esistenza un ricercatore spirituale, prima, molto prima che un poeta. Ma le due cose in lui, come in tutta la letteratura beat, non sono scindibili. Ed è per questo che in Italia gli scrittori beat non sono sempre compresi. Perché senza la loro ricerca spirituale non c’è la loro letteratura. Perché Snyder e Koller scrivano di coyote e falchi, ad esempio, non si capisce senza la loro storia spirituale.

Kaddish rientra in questa capacità di Ginsberg di tenere dentro di sé tutta la gamma delle sue identità. Ma nonostante questo solo tre anni dopo la morte di sua madre egli riuscì a prendere in mano il suo dolore e scriverlo.

Per buona parte della sua vita Naomi Ginsberg è vissuta in un ospedale psichiatrico, preda di una pazzia senza requie e senza rimedio. Ginsberg non si perdonava di averla far chiudere in un ospedale e quando lei morì era affranto da pesanti sensi di colpa. Ecco perché ha dovuto aspettare di far pace con se stesso per poter scrivere della morte di Naomi. Kaddish è il nome di un canto ebraico che si recita nei riti funebri. E il poema di Ginsberg è in effetti il rito funebre di un figlio per la madre. Un rito, non una preghiera, leggendolo si ha la netta sensazione che scrivere questo poema è stato officiare da parte di Ginsberg un lungo rito funebre pieno di parole. Le parole di questo rito-poema, compongono una storia, una biografia, quella di Naomi Ginsberg.
Nella prima parte Ginsberg parte da se stesso, da come si sente dopo aver scritto questo poema. “Una foglia vizza all’alba” in un cielo “ che è un vecchio posto blu”.
Ma subito dopo comincia la storia vera e propria della follia di Naomi che lui a soli 12 anni accompagna in una casa di cura. Per Naomi comincia la lunga serie di ricoveri e ritorni a casa. “ Non avere paura di me”, dice un giorno ad Allen, “solo perché torno a casa dal manicomio”. Lei pensava di avere fili nella testa e tre lunghi bastoni nella schiena, e per tutta la sua vita fu convinta che tutti fossero spie di Hitler, anche i suoi figli, anche suo marito. La parte centrale del poema è dunque tutta dedicata alla storia della pazzia di Naomi, ha il tono del dramma, il dramma di una malattia che sconvolge la vita a chi la subisce e a chi gli sta intorno. L’ultima parte invece è un vero e proprio grido di dolore. Il rimpianto dei suoi occhi, ad esempio: “coi tuoi occhi di Russia…/ coi tuoi occhi pieni di fiori”

 

 

L’improvvisazione, quella “vera”

Nella vera improvvisazione di scrittura non si corregge
non si migliora, si lascia così com’è –
il concetto di estetica poetica è diverso rispetto al canone
tradizionale (ritmo-equilibrio-belle parole…)-
l’imperfezione, la sconnessione è la sua anima parlante –
è così in Ginsberg -anche se lui ha detto di correggere
a volte -ma a leggerlo non sembra così –
la vera improvvisazione di scrittura non dovrebbe seguire
un solo filologico, ma una moltitudine, anzi un’ accozzaglia
di pensieri-parole-mente – perché è così la mente-cuore
questa intendo -la mente del cuore 

Neal Cassady, suo malgrado più personaggio che persona

 Che la vita sia fatta di incontri avvenuti e mancati lo sappiamo tutti per esperienza personale. Neal Cassady, giovane ragazzo di strada nella Denver degli anni ’40, non ne mancò nessuno. Il primo avvenne con la strada, nacque infatti nel 1926 durante una sosta a Salt Lake City dei suoi genitori che stavano viaggiando su una scassata automobile in cerca di fortuna. L’ultimo avvenne anch’esso con la strada 42 anni dopo, una notte lungo una ferrovia messicana per un connubio mortale di troppa vita, troppa anfetamina, troppi barbiturici. In mezzo a questi due appuntamenti che ci fanno riflettere su cosa siano il caso e le coincidenze, vi furono altri incontri che fecero di Neal non più uno dei tanti bad boys dell’America anni ’40, ma un personaggio letterario, nato sulle pagine di due scrittori da lui molto amati e da cui fu molto amato: Jack Kerouac e Allen Ginsberg. Neal Cassady è infatti il protagonista del fortunato e bellissimo romanzo di Jack Kerouac, Sulla strada, storia di scorribande in auto da una costa all’altra degli Stati Uniti, così come anche di Visione di Cody, nostalgica rievocazione della loro amicizia. Compare anche in molte poesie di Allen Ginsberg, di cui fu per un breve periodo, all’inizio della loro conoscenza, amante e poi grande amico. Da quel momento il personaggio letterario si sovrappose al Neal reale e il suo destino fu quello di impersonare per tutta la sua breve vita l’eroe beat: ardito, senza regole, amato da tutte le donne, che si fa di qualunque sostanza, che può guidare automobili per migliaia di chilometri senza fermarsi mai, che compare continuamente in racconti, chiacchiere, pettegolezzi, poesie, che viene richiesto ovunque.

Fai Neal, sembrava chiedere la gente, e lui lo faceva. Per vent’anni Neal fu il protagonista indiscusso prima della scena beat e poi di quella psichedelica, guidò infatti l’autobus del Merry Prankers di Kene Kesey ( autore del romanzo Qualcuno volò sul nido del cuculo da cui fu tratta il famoso omonimo film), e infine sfiorò quella hippy.

Come si sa la gente che partecipa ad un movimento alternativo, quando questo movimento si esaurisce “torna a casa”. Lo fecero in molti quando il movimento beat e quello psichedelico, e infine anche quello hippy, esaurirono la propria energia propulsiva; lo fece Jack Kerouac che tornò a vivere con la madre, anche se dopo poco tempo l’alcol l’ebbe definitivamente vinta sulla sua volontà di smettere; lo fece Ken Kesey che tornò a fare lo scrittore; per quanto riguarda Ginsberg divenne un poeta e un leader acclamato dei diritti civili in tutto il mondo. Lo fecero migliaia di altri. Neal Cassady no. Lui non era uno di quelli che tornano a casa. Era di quelli che vanno sempre avanti. Per lui la strada non era un topos letterario. Era la sua vita e quindi fu anche la sua morte.

Vorrei concludere dicendo che Neal non fu solo l’ispiratore di romanzi e poesie, ma addirittura della stessa tecnica della prosa e poesia spontanea. Fu suggerita infatti a Kerouac ( che la utilizzerà in tutti i suoi romanzi e poesie) e a Ginsberg (che la imparò da quest’ultimo), da una lunghissima lettera che Neal scrisse a Kerouac ( andata perduta ). In essa, senza prendere fiato attraverso la punteggiatura, ma dando alla sua scrittura il ritmo incalzante della sua vita vissuta di fretta per battere l’inesorabile trascorrere del tempo sul suo stesso terreno, gli racconta di sé, della sua vita da vagabondo insieme al padre alcolizzato, delle ore e giorni passati nella sale biliardo, delle macchine rubate per una notte per divertimento. La sua epopea insomma, di cui ci è rimasta traccia in una sua autobiografia intitolata Il primo terzo in cui egli descrive il primo terzo appunto della sua vita.

Ho un amore e una tenerezza speciale per Neal come per tutti quelli che non sono dei perdenti semplicemente perché non vogliono vincere.

 

 

Amore e amicizia nella beat generation americana

 Quella della beat generation americana fu una grande storia d’amore nata tra un gruppo di giovani uomini e poi allargata a centinaia e migliaia di persone che divennero i loro fans e proseliti. I più significativi esponenti di questo gruppo furono Jack Kerouac, Neal Cassady e Allen Ginsberg.

Questa circolazione d’amore passò poi attraverso la fase psichedelica e hippy per poi finire intorno al 1968 quando questo grande movimento amoroso, che prese varie denominazioni ( peace and love ad esempio) esaurì la propria carica creativa ( sia la beat generation che il movimento hippy-psichedelico americano non hanno nulla a che vedere con i movimenti giovanili del ’68 in Italia). Alcuni esponenti di quella generazione sono attivi ancora oggi e cercano di portare avanti quel valore dell’amore come collante ed essenza dei rapporti umani che erano stati all’origine di tutto. Ad esempio in Italia c’è la rivista Lato Selvatico e negli Usa vive e prospera ancora al Naropa Institute di Boulder in Colorado la scuola di scrittura creativa voluta da Allen Ginsberg in onore di Jack Kerouac e che porta il suo nome. E ancora sono molto attivi vari poeti di quella generazione come James Koller e Gary Snyder.

Mi piace immaginare che in noi, come dice il buddismo tibetano, esistano due fonti di inesauribile energia, il cervello e il cuore. Ogni attività umana si può mettere in pratica usando l’una o l’altra fonte. Ma con esiti diversi. Anche in letteratura si può dare la preminenza all’una o all’altra. Sicuramente i ragazzi della beat generation americana usavano prevalentemente il cuore. In loro ad esempio amore e amicizia erano sinonimi. Tra loro non ci fu mai quel tipo di amicizia interessata rispetto all’ottenimento del successo che oggi è così diffusa, si difesero e si sostennero sempre, e questo fu un elemento importantissimo per le loro creazioni letterarie. Si leggevano l’un l’altro, chi aveva un contatto con un editore si faceva in quattro non solo per sé ma anche per gli altri. Si aiutavano con suggerimenti e consigli, ad esempio Allen Ginsberg imparò ad improvvisare le sue poesie da Kerouac che aveva inventato il suo celebre metodo dell’improvvisazione di scrittura spontanea. I ragazzi della beat generation americana diedero origine ad un nuovo filone spirituale nella letteratura che in qualche maniera, ma rinnovandolo, era già iniziato con Whitman. Scrivere cioè ha prevalentemente lo scopo di dare voce a quella spiritualità che c’è in ognuno di noi e nella quale gli esponenti della generazione beat credevano profondamente. La poesia e prosa spontanea da loro praticata è il metodo attraverso cui lo spirito interiore parla all’essere umano. Tra Kerouac, Cassady e Ginsberg successe questa cosa strana: era amore, era amicizia, era creatività, era spiritualità. Tutto mischiato insieme.

Neal Cassady protagonista del mio romanzo “Il Bardo psichedelico di Neal”, fu la fonte di ispirazione di due opere fondamentali di Jack Kerouac: “Sulla strada” e “Visione di Cody”. Nella prima si raccontano i viaggi americani di Jack e Neal alla fine degli anni ’40, il secondo è un omaggio alla loro amicizia e consiste, in parte, nella trascrizione di alcune loro conversazioni registrate. Per quanto riguarda Ginsberg Neal Cassady fu il primo e più grande amore della sua vita, amore a cui Ginsberg dedicò molte poesie.

Neal Cassady fu per Kerouac e Ginsberg un mito vivente; ai loro occhi egli era il ragazzo selvaggio americano per antonomasia, il giovane ribelle, bello, coraggioso, trasgressivo, anarchico, amato da stuoli di donne. Ma lui scrisse poco ( ci è rimasta una sua autobiografia incompiuta) e questo perché a suo dire era più bello vivere che scrivere: la scrittura era troppo impegnativa, richiedeva troppa dedizione e lo annoiava. Ma senza Neal a Kerouac e Ginsberg sarebbe mancata la musa principale delle loro opere e loro stessi non sarebbero quindi potuti essere i grandi scrittori che furono.