un bellissimo documentario su Ginsberg, Kerouac, Corso e gli altri della beat generation


 Contiene testimonianze dirette dei protagonisti della beat Generation; è presente anche Timothy Leary che dice cose stravaganti ma di grande interesse. Ci sono filmati dell’epoca davvero inediti sulla scuola di scrittura di Boulder dedicata a Jack Kerouac. Vi compaiono Ginsberg, naturalmente, ma anche Corso, Orlovsky, Waldman, Burroughs, gli studenti che la frequentano. Ci sono letture di poesie in mezzo alla strada, piccole manifestazioni contro la guerra interrotte da poliziotti che hanno la stessa età degli studenti e tutto sommato si comportano in modo gentile, li invitano a spostarsi dal centro della strada o li spostano di peso ma con maniere non violente.
Un mondo a parte quello beat-psichedelico-hippy nelle sue manifestazioni più spontanee, prima che il mercato se ne impossessasse.
Alla scuola di scrittura le lezioni avvengono in luoghi informali, tipo soggiorni con sedie e poltrone sparse qua e là. Gli insegnanti parlano come viene loro di fare lì per lì, in modo del tutto spontaneo, improvvisato, stanno in mezzo agli studenti, non c’è separazione tra gli uni e gli altri. Magnifico, teatrale, Ginsberg quando legge le sue poesie accompagnato dall’harmonium che suona anche bene. Burroughs, come dice Ginsberg nel commento al documentario sembra uno della CIA dai modi di fare calmi e prudenti. Adorante la sempre presente Fernanda Pivano che ascolta scegliendo un angolo della stanza in cui rifugiarsi dalla luce accecante di tanta genialità raccolta tutta insieme davanti a lei.

 

Intervista a Giuseppe Moretti, scrittore, contadino e leader del movimento bioregionale sulla sua amicizia con il poeta americano Gary Snyder

“In compagnia di un’aquila non puoi fare altro che sforzarti a volare alto”

Giuseppe Moretti, è uno scrittore e uno dei fondatori del movimento bioregionale italiano oltre che redattore della rivista Lato Selvatico. E’ amico di Gary Snyder e di altri esponenti americani della rete Bioregionale. Coltiva la sua terra nella valle fluviale del Po.
Gary Snyder è un poeta e scrittore americano, buddista da sempre e leader del movimento bioregionale, è stato amico di Allen Ginsberg e di altri esponenti della beat generation. Vive fin dalla gioventù in una casa della Sierra Nevada in California costruita con l’aiuto di alcuni amici.
E’ autore di un gran numero di raccolte poetiche e saggi, alcuni dei quali sono stati raccolti recentemente in un libro dal titolo “Nel mondo poroso” (http://lascrittura.altervista.org/gary-snyder-nel-mondo-poroso-saggi-e-interviste-su-luogo-mente-e-wilderness-mimesis-edizioni/); molto importanti le sue raccolte poetiche come “La grana delle cose” ( http://www.lankelot.eu/letteratura/snyder-gary-la-grana-delle-cose.html) . Nella serie terrapoesia della rivista Lato Selvatico. È uscito un bellissimo libretto di poesie “Madre Orsa”
( http://www.lankelot.eu/letteratura/snyder-gary-madre-orsa.html)

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1) Gary Snyder come molti esponenti americani della sua generazione è molto lontano dal modo di scrivere e forse anche di pensare che c’ è stato e c’ è in Italia, condividi questa mia opinione? Se sì come spieghi questa profonda differenza?

La scrittura di Snyder, verrà forse ricordata come quella di un autore che più che guardare a est, alla tradizione letteraria europea, ha guardato a ovest. E questo non solo per un dato oggettivo, la costa occidentale degli Stati Uniti si affaccia a occidente, verso Cina, Giappone, Corea, Siberia, ma anche e soprattutto per l’attrazione verso gli aspetti culturali e spirituali di quella parte del mondo, culminati poi nella scelta di Snyder di andare a studiare buddhismo Zen in Giappone, nel 1956. Altro aspetto, di non poco conto, che nel tempo ha dato conferma a Snyder della giustezza di guardare a ovest è stata la nuova definizione di luogo propria del bioregionalismo, una ipotesi che bypassa i confini temporali, politico/legislativi, per adottare quelli che invece seguono l’orografia della terra, gli spartiacque montani, i bacini idrografici, i litorali marini, che, nel caso in questione, disegnano l’orlo del Pacifico settentrionale (il North Pacific Rim). Un orlo, appunto, che abbraccia tutti gli Stati del nord-ovest americano, fino all’Alaska e le isole Aleutine, per poi scendere dall’altro lato toccando le isole Hokkaido, il Giappone, l’isola di Taiwan e il sud della Cina.
Lo sguardo culturale di Snyder verso l’Oriente fa innanzitutto riferimento alla lunga tradizione degli eremiti taoisti (famosa è la sua traduzione dei versi di Han Shan, vissuto tra il 7° e 8° secolo d.C.) e ai dettami del buddhismo Zen. Si potrebbe affermare che la sua poesia e prosa comprenda un mix di saggezza orientale, forti dosi di cultura amerinda e una convinta fede nelle potenzialità della mente originale/selvatica.
Vien da sé, l’evidenza delle differenze con la maggior parte degli autori europei e italiani, limitati all’umanesimo e non oltre gli insegnamenti del mondo classico. Detto questo, comunque, sarebbe errato dire che Snyder non abbia uno sguardo attento verso la cultura e la storia europea, soprattutto per quanto riguarda l’Europa antica, il paleolitico e il neolitico, verso cui ha un interesse particolare, direi quasi riverenziale.
2) Che persona è Gary Snyder? Conosciamo da varie letture la sua biografia, ma com’è lui dal punto di vista interiore?

Per come lo conosco io, Gary Snyder è una persona veramente importante per il momento storico in cui viviamo, sia per le cose che scrive, per la coerenza della sua vita e per la chiarezza e profondità delle sue idee, ma anche perché sa essere una persona semplice, più che accessibile e disponibile, nei limiti, ovviamente, che una persona pubblica come lui può essere. Se poi con lui si hanno degli ideali in comune allora cade ogni formalità e si ‘gioca’ alla pari. Almeno per me è stato così, e questo, a dire il vero, mi ha messo un po’ a disagio (viste le differenze conoscitive abissali), per poi accorgermi che in realtà è stata una grande opportunità di crescita: in compagnia di un’aquila non puoi fare altro che sforzarti a volare alto.
3) Ci parli della sua vita quotidiana e della sua famiglia?

Per quel poco che ho potuto vedere, Gary Snyder è un metodico, molto preciso nelle cose che fa, sia che si tratti di scrittura, di ordinare la cucina o di preparare una lettura. La mattina per lui inizia all’alba, breve seduta di meditazione allo Zendo (non lontano da casa), colazione, e poi nella libreria/studio, dove si dedica alla cura dei suoi lavori e interessi letterari. Dopo pranzo cura il podere, riordina gli attrezzi, fa rifornimento di legna, incontra i vicini, riceve persone (di tutti i tipi, giornalisti, scrittori come lui, semplici persone…). Spesso alla sera ha ospiti a cena o è lui che va a cena dagli amici del Ridge (Crinale). Partecipa alla vita della comunità, tenendo letture al locale North Columbia Cultural Center e dando il proprio contributo alle iniziative e alle controversie che investono il comprensorio del bacino idrografico del fiume Yuba. Dopo la scomparsa della quarta moglie, Carole Koda, ora vive da solo, anche se a poca distanza, nella casa che fu di Allen Ginsberg, vive il secondogenito Gen,. Kai, il primogenito, vive in Oregon. Le due figlie di Carole, Mika e Robin, invece vivono, rispettivamente una in Maine e l’altra a Grass Valley, California.
Come tutti per vivere in questo mondo, anche Snyder, fa un discreto uso della tecnologia: computer, auto, motosegna per tagliare legna, viaggi in aereo etc…, ma per tutto il resto sono le ‘vecchie maniere’ a scandire le giornate, prova ne è la veranda di casa (vero ponte fra esterno e interno), così ben fornita di attrezzi e indumenti per la vita all’aperto, a contatto con gli elementi del luogo: impermeabili, cappelli, corde di ogni tipo e misura, racchette da neve, accetta, zaini, guanti, torcia a pile, elmetto antincendio etc.. . Ancora oggi, a ottantacinque anni, si prende cura della casa e del bosco, tagliando legna da ardere, bruciando le ramaglie (con particolare attenzione alla direzione del vento e al grado di umidità nell’aria. Tutta l’area della Sierra è soggetta ad incendi boschivi), curando il piccolo frutteto: perlopiù meli e susine, il piccolo orto: protetto dai cervi con una siepe alta due metri, tenendo in ordine i pannelli solari e i generatori di corrente di riserva, la tubazione antincendio sotterranea, la legnaia e il rustico con gli attrezzi. Quando ha bisogno di una mano si avvale dei vicini o assume qualche giovane del posto.
4) Che ne pensi del suo modo di scrivere poesie?

Non sono un poeta, non scrivo poesie, quindi non saprei darti una risposta tecnica. La mia impressione comunque è che siamo di fronte a una poetica che ha ‘potere’, nel senso che la poesia di Snyder è una poesia che va oltre il semplice poetare. Le idee, i concetti profondi, le intuizioni, le descrizioni che tanto apprezziamo nella sua prosa, sono anche nelle sue poesie, anzi, in molti casi è vero il contrario, prima sono nelle poesie e poi, proprio per esemplificarne i concetti, li articola nei saggi. La poesia per Snyder è una sorta di grimaldello per sondare i misteri del profondo in noi stessi “The silence of nature within / the power within / the power without…”, ma anche un modo per andare ‘oltre’ (sia a livello culturale, che immaginifico), sondare altri mondi/modi, altre possibilità. La poesia come ‘scout’ in avanscoperta, per aprire varchi, delineare percorsi… ‘occhi’ per leggere la realtà più ampia, per vedere le cose che non si vedono “Here in the mind, brother / Turquoise blu…”.
5) Ci descrivi la sua casa e quello che c’ è intorno, è completamente immersa nella natura? Ed è vero che l’ ha costruita da solo con l’ aiuto di alcuni amici?

Sì, la sua casa è all’interno di un’ampia zona di boschi e foreste, composti da pini Ponderosa, cedri, abeti Douglas, querce nere, madrone e manzanita, un arbusto sempreverde, quest’ultimo, dal fusto rosso ruggine, molto diffuso. Come fauna, abbondanti sono i cervi, procioni, volpi grigie, coyote, comuni seppur poco visibili sono l’orso nero e il puma. Tra i volatili, diverse specie di picchi, gufi e falchi. La casa porta il nome di un minuscolo arbusto locale, il kitkitdizze, in lingua nativa Wintun, ed è stata costruita all’antica con materiale locale tra il 1969 e 70 da Snyder stesso, coadiuvato da un folto numero di amici, tra questi molti giovani studenti in architettura, e arti e mestieri. La forma è un mix tra cascina giapponese e dimora indiana, con apertura al centro del tetto per permettere al fumo di fuoriuscire dal focolare in basso (ciò è avvenuto per un certo periodo, poi si è optato definitivamente per la stufa a legna, conservando comunque l’apertura al centro, ora chiusa a vetro). La porta d’ingresso è rivolta a est.
Negli anni a seguire sono stati aggiunti altri edifici funzionali alla casa, una legnaia, un rustico per gli attrezzi, un bagno e lavatoio esterno, un gazebo sotto cui mangiare d’estate e quello che lui chiama il barn (fienile), dove c’è la libreria e l’ufficio. Durante i primi anni la luce in casa veniva fornita da lampade a kerosene, poi negli anni ’80 sono stati installati i pannelli solari che sopperiscono completamente al bisogno energetico della casa. L’acqua viene da una fonte vicina, alimentata dalle nevi perenni della Sierra. C’è anche uno stagno vicino a casa, alimentato soprattutto dalle acque piovane.

6) Che tipo di comunità c’ è nel posto in cui vive? È riuscito a realizzare lì il suo ideale di vita?

Tutt’attorno alla casa di Snyder c’è il bosco e, a distanza di qualche chilometro, le une dalle altre, le case dei vicini, che compongono la molto attiva e poliedrica comunità del San Juan Ridge, il cui centro e fulcro è il North Columbia Cultural Center. Tra i servizi principali, c’è una scuola elementare, un servizio antincendio volontario, uno spaccio, una piccola clinica, una community farm, che rifornisce le famiglie di prodotti freschi pagati in abbonamento mensile. È tutta gente arrivata dai primi anni settanta in poi, molti oramai sono passati a miglior vita, ma i tanti giovani sembrano fortunatamente mantenere, seppur con aggiustamenti, la direzione dei genitori. Le case, tutte in legno, sono graziose/fantasiose e ben curate. Molti sono artisti, poeti e scrittori, come Snyder, altri hanno avviato piccole imprese di falegnameria, ceramica, edilizia, manutenzione e cura del bosco, piccole farm, attività artistiche, studio di architettura, perfino c’è chi fa lavori di alta tecnologia etc… Oltre a questi nuovi abitanti esistono sul posto anche fattorie di vecchia data, con le quali il rapporto è da sempre discreto.
Dal 1990 la comunità ha istituito il Yuba Watershed Institute, che si occupa della gestione congiunta con l’Ufficio per la gestione del territorio (BLM), della ‘Inimim Forest, un lembo di foresta primaria, fonte e orgoglio della comunità stessa, che così facendo ne ha assicurato la preservazione e l’integrità. Pubblicano un giornale a scadenza annuale “Tree Rings” e altre pubblicazioni www.yubawatershedinstitute.org .

7) Che amicizia c’ è tra voi?

Siamo amici dal 1991, quando ci incontrammo al primo raduno della bioregione Shasta, in California. Credo che la nostra amicizia sia fondata sulla stima reciproca, sulla condivisione di valori e di ideali. Attraverso questa stima ho potuto pubblicare, qui in Italia, diversi libri e articoli suoi, e a portarlo nel nostro paese nel 2004 (anche grazie alla compianta Carole, che desiderava visitare l’Italia), per la presentazione del libro che gli ha valso il Premio Pulitzer nel suo paese, L’Isola della Tartaruga. Il viaggio è poi proseguito andando a visitare L’Uomo dei ghiacci al Museo Archeologico di Bolzano, le Dolomiti ed è terminato lungo le rive del Po.
8) Che rapporto ha avuto Gary con Ginsberg e Kerouac?

Direi un ottimo rapporto, soprattutto con Ginsberg, col quale viaggiò estesamente l’India e successivamente comprarono in partenariato il podere alle pendici della Sierra, che ora è solo di Snyder (avendolo riscattato dall’amico), compresa la casetta che Ginsberg si era costruito per i suoi saltuari ritiri sui monti. L’amicizia con Kerouac è stata invece più breve, quantunque molto intensa, da indurre Kerouac a scrivere il libro cult I Vagabondi del Dharma. Snyder ne ha sempre riconosciuto le capacità letterarie e la sincerità di approccio al buddhismo, ma disconoscendo alcuni particolari del libro sopra citato, che, secondo lui, sono più frutto dell’inventiva di Kerouac che della realtà dei fatti.

Il tennis come metafora della vita, ovvero: come controllare Il proprio Moloch interiore?

pallinaFoto di Dianella Bardelli

Il tennis singolo più di ogni altro sport ci permette di identificarci in chi lo sta giocando. Chi è in campo è com noi: solo. Di fronte ad una difficoltà: vincere. La vittoria gli/ci darà gioia, la sconfitta dolore. Da milenni ci si interroga su come superare la gioia momentanea della vittoria e la profonda ( per alcuni definitiva ) sofferenza della sconfitta. Perché, come dice Pier Paolo Zampieri il tennis ” è solo apparentemente uno sport” (Ubitennis del 30/10/2014 nella sua celebre recensione del libro di Wallace D.F, Il tennis come esperienza religiosa ).
A questo proposito una cosa intelligente l’ha detta recentemente Kelsey, moglie del tennista Kevin Anderson: “I tennisti? Quasi tutti dei perdenti” ( Ubitennis dell’11/08/2015 nell’articolo a cura di Michele Gasperini ). E ha aggiunto a scanso di equivoci ( l’equivoco poteva essere intendere perdenti per sfigati ): ” La maggior parte di loro vengono sconfitti praticamente ogni settimana della loro carriera visto che in ogni torneo c’è un solo vincitore. Solo un giocatore alza il trofeo, mentre il resto dei tennisti deve far fronte alla sconfitta”. Bisogna quindi imparare a superare la frustrazione del non vincere senza perdere l’entusiamo e la volontà di volerlo. Sembra un gioco di parole, e forse lo è, anche. Voler vincere sapendo che molto probabilmente non accadrà. Un pò come voler vivere sapendo che si morirà. Ecco allora un gran parlare di mental training. Ci sono i testi degli specialisti della materia. Ad esempio:
Umberto Longoni, La partita invisibile
Agam Bernardini, Lo zen e l’arte di giocare a tennis
Joseph Correa, Diventare mentalmente resistenti nel tennis utilizzando la meditazione
Federico Di Carlo, Il cervello tennistico
Alberto Castellari, Angelo D’Aprile, Stefano Tamorri, Tennis Training. Allebamento tecnico, fisico, mentale, esercitazioni e programmi. Aspetti biologici.
Timothy Gallwey, Il gioco interiore nel tennis
E poi tutti gli articoli di Pier Paolo Zampieri su ubitennis

Ci sono inoltre le testimonianze dirette dei giocatori. La più eclatante la troviamo proprio in ubitennis, quello del 03/09/2015, in un articolo dedicato all’addio al tennis di Mardy Fish, a causa dei suoi gravi problemi d’ansia. Possiamo citare anche un’intervista a Boris Becker al Cheltenham Literature Festival apparsa in ubitennis del 05/10/2015 in un articolo a cura di Paolo Valente, in cui afferma che i tennisti avrebbero il diritto di esternare le proprie emozioni come accadeva ai tempi di McEnroe ” che rompeva cinque racchette al giorno e tutti lo amavano”. Oppure quella a Serena Williams ( ma prima della sconfitta da parte della Vinci ) apparsa su ubitennis del 12/07/2015 in cui la tennista fa leva sulla motivazione, e afferma che ” chiunque è in grado di fare tutto ciò che si è messo in testa di fare”.
A mio modesto parere ci devono essere delle componenti di base in una persona per essere in grado di far fronte nella vita agli insuccessi, cioè un pò stabili si nasce. Oppure si fa appello a quella che potrei chiamare disperazione attiva. Si sta malissimo ma si reagisce, non si affonda nella frustrazione. Si possono anche compensare le frustrazioni altrove: nella famiglia, negli amori, negli amici. Nelle persone comunque. Non negli oggetti, case, soldi che si posseggono. Come dice il Dalai Lama ne I Consigli del cuore: “Quando incontro delle persone ricche, di solito dico loro che, secondo l’ insegnamento del Buddha, la ricchezza è un buon segno. È il frutto di un dato merito, la prova che un tempo sono state generose. Ciò nonostante non è sinonimo di felicità. Se lo fosse, più ricco uno è più sarebbe felice…Anche quando pensate di essere veramente felici, se date per
acquisita la felicità, soffrirete doppiamente qualora le circostanze non vi
siano più propizie”.
Dal punto di vista di come impostare nel tennis il lavoro di un mental training molto interessante è l’intervista a Federico Di Carlo in ubitennis del 06/08/2015. Di Carlo ha un approccio non teorico al problema, secondo lui ( a mio parere giustamente ), bisogna rendere automatici in campo alcuni comportamenti mentali atti a rimanere concentrati sul momento presente, sul singolo punto. Un tema questo affrontato magistralmente da Claudio Giuliani in ubitennis del 23/09/2014 in un suo pezzo dall’eloquente titolo ” Il tennis moderno e l’ossessione dell’asciugamano” in cui si dice che “basta un pò di psicologia spicciola per capire che questo ricorrere ossessivamente all’uso dell’asciugamano sia più una necessità mentale che fisica”. E si cita Federer che afferma che ” l’asciugamano è come la coperta di Linus: dà sicurezza e tranquillità. Lo uso per rilassarmi fra un punto e l’altro”. Giuliani aggiunge che ” l’asciugamano consente al tennista di resettare la mente, cancellare il pensiero del punto appena perso e aumentare la concentrazione”.
Il centrodi tutta la questione del rapporto tra tennis e emozioni negative dei giocatori/giocatrici in campo è proprio questo: Come nella vita di tutti i giorni, del resto. Perché come dice Allen Ginsberg: ” La mente è come una farfalla che si adagia su una rosa o svolazza su fetidi escrementi”.
Come eliminare allora nel tennis come nella vita quotidiana quell’offesa, quel rifiuto, quell’errore, come far fronte senza farsene travolgere a quelli che Shakespeare chiama “i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna”? E come sconfiggere i pensieri negativi che Baudelaire definisce ” un popolo di demoni”? E come affrontare la verità di Leopardi: ” Fantasmi sono la gloria e l’onor; diletti e beni mero desio; non ha la vita un frutto, inutile miseria”?
L’estremo oriente da millenni dà le sue risposte. La vita, dice ad esempio il buddismo, è sofferenza ( ci si ammala, si è offesi, si subiscono ingiustizie, si muore…). Ma ci sono gli antidoti. C’è la possibilità di vincere la sofferenza che deriva dalle emozioni negative, nel caso del tennis dovute a paura, stanchezza psicofisica, ansia, squilibri emotivi causati da situazioni extratennistiche. La meditazione di base che ogni scuola buddista propone è la concentrazione univoca su un punto. Nella meditazione formale seduta si usa il respiro. Ma si può utilizzare qualunque oggetto, in qualunque situazione; nel campo da tennis l’asciugamano dopo ogni punto, le dita che stuzzicano le corde della racchetta prima di battere o in attesa della battuta dell’avversario. Qualcuno ha calcolato che in una partita di tennis singolo professionista ci siano più tempi cosiddetti morti che giocati. Dico cosiddetti perché in realtà sono tempi utilizzati a recuperare energia, pensiero positivo, fiducia in se stessi. Assistere ad un incontro di tennis singolo tra professionisti infatto è soprattutto questo: li si osserva, li si scruta per capire quanto siano carichi di positività o al contrario quanto si stiano lasciando andare allo sconforto. I bei colpi, i bei punti saranno frutto soprattutto di questi due stati mentali. E’ più salutare nei momenti di difficoltà spaccare cinque racchette come suggerisce Becker o imparare l’impassibiltà di Djokovic?
Un grande Lama tibetano del passato, Lama Yeshe, risponde così in un suo testo intitolato “Un approccio buddista alla malatia mentale”:
In occidente, alcune persone credono che ci si possa liberare della rabbia esprimendola, e che quindi manifestando la rabbia essa si esaurisca. In effetti, ciò che avviene in questo caso è che quando vi arrabbiate depositate una impronta psichica nella vostra mente, e che in seguito questa impronta mentale fa in modo che andiate in collera nuovamente. L’effetto è proprio l’opposto di quello che si crede. Sembra che la vostra rabbia sia svanita, ma di fatto state semplicemente accumulando una maggiore quantità di rabbia nella vostra mente. L’impronta che la rabbia lascia nella vostra coscienza semplicemente rafforza la vostra tendenza a reagire a determinate situazioni con maggiore rabbia. Secondo la nostra opinione, non permettere che la rabbia si manifesti non significa che la stiate reprimendo, colmandovi di collera inespressa. Anche questo è pericoloso. Dovete investigare la natura più profonda della rabbia, dell’aggressione, dell’ansia o di qualsiasi altra cosa vi disturbi”.
Le tecniche di mental training funzionano dove c’è la vera vita, la vera paura, la vera rabbia: sul campo da gioco, quello del tennis e quello della vita fuori, nelle strade, nelle case. Il singolare del tennis professionista porta all’estremo la possibiltà di vincere rabbia e paura o di soccombervi. Se saprai controllare le emozioni negative sarai in grado di stabilire strategie, adeguarti a chi hai di fronte, di dirigere l’incontro. Spesso mi domando se sia la sola vittoria ( con relativi guadagni ) a gratificare un giocatore/giocatrice di tennis professionista. Oppure l’aver verificato in sè e nel proprio gioco di saper controllare la mente un pò più dell’incontro del giorno o della settimana prima.
Quello che comunque il tennis insegna ai non giocatori è che non c’è alternativa al “gioco”, non c’è “il non gioco”. Anche se ti rintani nel posto più isolato del mondo avrai sempre di fronte te stesso.
Quello che mi ha più impressionato del trionfo di Djokovic su Nadal al recente torneo Atp 500 di Pechino, non è stata solo la perfezione di gioco del primo. Ma il fatto che Djokovic non avesse mai avuto durante l’intero incontro il viso contratto dall’ansia. Anzi, quando aspettava la battuta dell’avversario su di lui aleggiava il lieve sorriso non del predatore ma del samurai diventato saggio.

Affidarsi

Ci affidiamo ad un lama, un maesto, una guida perché pensiamo che lui veda oltre,
oltre quel poco o nulla che vediamo noi; ecco perché ci affidiamo a lui. Lui vede quell’oltre
in cui speriamo/crediamo. Alcuni sperano/credono che veda anche dentro di noi. Cosa
vogliamo, cosa desideriamo, dove dobbiamo andare, dove è meglio per noi andare.
Eppure, eppure lo sappiamo anche noi ma non lo vogliamo vedere. Non so se è perché
ci fa paura o ci fa pigrizia, o ci fa orrore quello che è il nostro destino intendo; lo vediamo in realtà il nostro destino, ma è così oscuro, buio, nero, è così triste e senza speranza che ci affidiamo ad un lama, un maestro, una guida che ce lo dia lui un destino, lui che sa e può tutto, che ce lo dia lui che crede e sa, che ce lo dia lui un destino nuovo, bello, luminoso, perfetto, gioioso. Che ce la dia lui la sua/nostra felicità. Lui può…

Incredulità

In molti di noi, pur praticando un sentiero spirituale o addirittura una religione istituzionalizzata, permane un’incapacità, un’impossibilità, che viene vissuta come innata, a credere al sprannaturale. Eppure questa incapacità convive e a volte si scontra con la volontà, il desiderio, l’aspirazione a credere. Si vorrebbe credere ma non riusciamo a farlo. I riti a cui assistiamo, le preghiere che recitiamo sono l’espressione fisica, visibile di questo bisogno di credere. Eppure nel nostro io sentiamo tutta l’amarezza si chi non crede pur volendolo. Questo è il mio caso. Non mi compiaccio di questo mio non credere, non ne faccio un baluardo di libertà. Al contrario lo vivo come una catena, un impedimento, un qualcosa che mi limita e mi impedisce di prendere il volo e finalmente trovare nella fede quella pace a cui aspiro. Nel mio caso si tratta di non credere davvero alla reincarnazione, dato il mio interesse per il buddismo. E per il buddismo tibetano che è così pieno di fede in molteplici divinità, in vari regni ultraterreni e naturalmente nella reincarnazione e nel bardo, luogo non fisico dove la coscienza rimane prima di rinascere in un essere vivente. Il nirvana invece, per come mi è stato insegnato, non essendo un luogo ma uno stato della mente non ho difficoltà ad accettarlo. Un libro illuminante su questo tema del non credere è quello di Stephen Batchelor, Confessione di un ateo buddhista ( Ubaldini editore ).

Dalai Lama, Conosci te stesso ( mia recensione )

Adoro i libri piccoli. Intendo quelli che insegnano qualcosa. Anche per i romanzi faccio sempre più fatica ad affrontare un autore di 500 pagine.Non amo ed evito i testi accademici, quelli che prima di arrivare al nocciolo delle questioni devono scrivere pagine e pagine di introduzione all’argomento; come se non fosse possibile parlare di una cosa senza prima parlare di tutte quelle che l’hanno preceduta. “Conosci te stesso” è un piccolo libro che insegna qualcosa e per insegnarci questo qualcosa non fa tutta la storia del buddismo. Parla di quel determinato qualcosa e basta. In genere i maestri di buddismo tibetano fanno così. Stabilito un argomento trattano quello. Senza dover risalire ogni volta alle origini del buddismo.
“Conosci te stesso” tratta il tema della vacuità dei fenomeni, in base alla quale tutto ciò che vive non esiste in virtù di una vita propria intrinsecamente stabilita una volta per tutte. E’ per questo che soffriamo. Perché non accettiamo l’impermanenza di ciò che fa parte della nostra vita. Non accettiamo il mutamento. Una delle cose che mi ha avvicinato al buddismo è l’idea che si possa cambiare, e soprattutto che l’io muore ad ogni istante per rinascere nel momento successivo. Che nulla è dato una volta per tutte e che l’ignoranza si può superare. In una delle prime pagine di questo piccolo volume si dice che “ comprendere il modo in cui esisti realmente e chi sei effettivamente, senza la cappa della falsa immaginazione è lo scopo di questo libro (pag. 35). E’ il tema cruciale del buddismo: l’ignoranza, causa a sua volta di sofferenza e karma negativo. Nel buddismo il termine ignoranza non ha lo stesso significato che ha in Occidente. Non significa infatti non conoscere certe nozioni o conoscenze. Significa non conoscere la realtà in quanto tale, pensare cioè che essa sia qualcosa di esistente di per sé “in virtù della propria natura” (pag. 34). Se riferiamo a noi stessi il concetto buddista di ignoranza possiamo dire che abbiamo di noi stessi un’idea che è frutto della nostra immaginazione. Quale? Che esista un io uguale a se stesso, immutabile e immodificabile. Questo tipo di ignoranza è la causa delle emozioni negative ( rabbia e bramosia ad esempio) che a loro volta sono causa di azioni negative, cioè del nostro karma, che a sua volta causa il ciclo di morte e rinascita. Al concetto buddista di ignoranza il Dalai Lama dedica in questo libro molte pagine. Per poterla eliminare essa infatti va indagata e capita. L’ignoranza si nutre del modo erroneo in cui percepiamo con i nostri sensi il mondo che ci circonda, “ Alle nostre facoltà di vedere, odorare, gustare e toccare, gli oggetti sembrano esistere di per sé…La mente ignorante non interroga le apparenze per decidere se sono corrette; essa accetta semplicemente il fatto che le cose sono come sembrano” (pag. 37). Gli oggetti ci sembrano concreti perché li possiamo vedere, toccare, annusare. La concretezza degli oggetti di per sé va bene, il fatto che li possiamo percepire, si dice nel testo, è un fatto neutro. Ma è quando incominciamo a dividerli in belli e brutti, buoni e cattivi che nasce il problema, quello dell’attaccamento. Dell’esagerare cioè le qualità eccessivamente positive o negative delle cose e delle persone. L’ignoranza in questo caso consiste nel credere che un dato oggetto o persona siano intrinsecamente buoni o cattivi, belli o brutti. La conseguenza di ciò sarà bramosia ( per il bello e buono) e odio ( per il brutto e il cattivo). Questo porterà ad azioni negative, cioè all’accumulo di karma negativo. Come fare allora per superare l’ignoranza? Come possiamo rimuovere gli ostacoli “che si frappongono alla liberazione dall’esistenza ciclica”? Osservando la nostra mente, suggerisce il Dalai Lama, al fine di scoprire come questo errore è stato concepito e come, col sostegno di una simile ignoranza, sorgono altre emozioni distruttive” (pag. 43). Ciò ci condurrà a capire il nostro errore nell’avere esageratamente sopravvalutato le caratteristiche positive o negative di oggetti e persone. Questa riflessione ci porta direttamente ad affrontare la vacuità di tutti i fenomeni. Tutto ciò che esiste esiste in quanto determinato da cause e condizioni. Non esiste quindi “per forza propria”. Questo processo è definito “il sorgere dipendente”. Ogni fenomeno inoltre è composto da parti. Questi due aspetti, sorgere dipendente e parti costituenti i fenomeni, fanno sì che si possa dire che ogni fenomeno è vuoto di esistenza per facoltà propria. E’ questo il concetto di vacuità. Anche l’io è sottoposto a questa legge. Esiste ma se lo cerchiamo nel nostro corpo non lo troviamo come esistente per sostanza propria. Nulla infatti esiste “nel modo in cui appare ai nostri sensi e ai nostri pensieri, fondato concretamente in sé… I fenomeni “sono vuoti di esistenza intrinseca in virtù del fatto che sono sorgere-dipendenti” (pgg. 65-66). Che i fenomeni siano vuoti di esistenza intrinseca non significa che nulla esiste. Cose e persone esistono, la gioia e il dolore esistono, ma non hanno sostanza propria. Essi sorgono dipendenti da cause e condizioni. Quando si intende la vacuità dei fenomeni in questi termini, sostiene nel libro il Dalai Lama, non si cade nel nichilismo. Questo viene colto nella meditazione profonda sulla vacuità; in essa vacuità e coscienza che la percepisce “sono indifferenziabili come acqua messa nell’acqua” (pag. 70). E così si conclude la prima parte del libro. La seconda parte è dedicata alla spiegazione delle varie meditazioni pratiche. Qual è il loro scopo? Metterci nelle condizioni mentali di cogliere fattibilmente quello che è stato spiegato sulla vacuità dei fenomeni. Senza le distrazioni della mente ordinaria infatti è possibile, secondo il Dalai Lama, cogliere la realtà così com’è. Questo stato si raggiunge nel “calmo dimorare”. A questo proposito vengono proposte vari tipi di oggetti di meditazione, può essere il respiro o un’immagine religiosa come quella di Buddha. La realtà è dunque un’illusione? La risposta del Dalai Lama è che tutti i fenomeni sono simili ad un’illusione. Infatti siamo noi l’origine di un autoinganno dovuto al credere all’esistenza intrinseca dei fenomeni.

 

 

 

 

 

Cosa sarebbe successo se Jack Kerouac avesse incontrato Lama Yeshe?

 Allen Ginsberg si convertì al buddismo tibetano dopo aver conosciuto Chogyam Trungpa. Da quel momento fu un praticante per tutta la vita. Alla sua maniera anticonformista e personale, naturalmente, con tutte le contraddizioni e i conflitti rispetto ad un convertito occidentale “normale”, ovvero di quelli tutti “ammodino”. Credo che la pratica più importante di Allen (oltre alla meditazione quotidiana) sia stata la generosità. Verso tutti, amici, amanti, poeti squattrinati, associazioni e gruppi vari. Allen ebbe il tempo di incontrare il Dharma nella sua versione tibetana. Jack Kerouac no. Perché morì nel 1969 e non poté partecipare, se mai l’avesse voluto, alla diffusione del buddismo tibetano negli Stati Uniti. Però può essere un “gioco” divertente porsi la domanda: cosa sarebbe successo se Jack avesse incontrato Lama Yeshe? Kerouac negli anni 50′ studiò intensamente la filosofia buddista e ha scritto anche una pregevole Storia di Buddha. Ha anche meditato secondo quello che imparava da Gary Snyder del buddismo Zen. Perlomeno ci ha provato. Ma poi negli anni ’60 è tornato alla religione cattolica delle sue origini familiari. Sarebbe accaduto questo se avesse incontrato la figura carismatica ( in senso religioso) di Lama Yeshe? Naturalmente è un ipotesi quanto mai impossibile sul piano concreto. Jack non fece mai, a differenza di Allen, un viaggio in Oriente. Non si sarebbe mai spinto così lontano se non sul piano del desiderio e della poesia. Ma se lo avesse fatto? O meglio, e più plausibilmente se fosse vissuto abbastanza a lungo da incontrare Lama Yeshe in uno dei suoi soggiorni negli Stati Uniti dove cominciò ad andare a partire dalla metà degli anni ’70 ad insegnare il Buddismo tibetano? Come avrebbe reagito Jack se gli fosse venuto il ticchio di andare a sentire questo Lama di cui, per ipotesi, qualcuno gli avesse parlato? Che effetto gli avrebbe fatto? Sarebbe stato come per molti un fulmine benefico che gli avrebbe potuto perfino salvare la vita dall’alcool? Kerouac ammirava moltissimo Gary Snyder, che era buddista zen e che lui mise al centro del suo romanzo “I vagabondi del Dharma”. Quindi non è del tutto fuori luogo domandarsi se la stessa o meglio una maggiore ammirazione l’avrebbe provata per un Guru come Lama Yeshe. Jack non era tipo da mezze misure. O l’avrebbe adorato diventando un suo discepolo, o l’avrebbe rifiutato, ma solo perché non se ne sarebbe ritenuto degno. Non si voleva bene Jack e forse intravedendo davanti a sé l’arduo cammino del cambiamento, non lo avrebbe neppure iniziato. Nonostante che se c’è uno scrittore mistico questo è Jack Kerouac. Ma è un mistico senza resurrezione, senza conversione, senza miracolo. Per tutti sì, ci può essere resurrezione, conversione, miracolo. Per lui no. Lui non se ne reputava degno. Troppo alcolizzato e troppo legato all’idea che aveva di sua madre. L’unico essere che lui adorava perché solo da lei si sentiva riamato nonostante non se ne sentisse degno. Ma Lama Yeshe lo avrebbe amato proprio così. Nonostante il bere e le donne e la cattiva condotta verso di loro. Lo avrebbe amato. Non giustificato si badi bene. Molti di quegli hippies che incontrarono Lama Yeshe piansero ascoltandolo perché sentivano che anche se stava parlando a 200 persone Lama Yeshe parlava al cuore di ognuno di loro. Davanti a Lama Yeshe si sarebbe messo a piangere per le sue disgrazie Jack? O sarebbe scappato? Si sarebbe salvato dall’alcool stando a contatto con questo Lama? Mi sa che sarebbe scappato. Non per paura. Non perché pensasse che l’alcool fosse il suo unico aiuto. Ma perché vedendo in Lama Yeshe la santità non se ne sarebbe ritenuto degno. E’ un sentimento che posso capire. Non mi sono mai ubriacata in vita mia. Né fumato spinelli o usato altre droghe. Non sentirsi degni di essere salvati non c’entra con questi vizi. Non è qualcosa che dipenda da cause tangibili come dipendenza da alcool o droghe. E’ qualcosa di più profondo. Come un marchio invisibile che porta certi a non volerci neanche provare a salvarsi. Ad essere del tutto o almeno un po’ felici.

 

Nata da una pietra e dal una palma

” Non sei nata
dalla pietra e dalla palma”
mi ha detto –
pensando di farmi un complimento
sulla mia presunta competenza letteraria –
non la voglio la competenza letteraria
nella mia recente ( nel senso di alcuni anni) visione
non serve essere competenti
besì serve essere ispirati
perché come dice Allen
inutile scrivere se lo spirito non guida –
così mi ha detto non sei mica nata dalla pietra e dala palma –
che magnifica espressione è nata dalla pietra e dalla palma:
ferma mente e verde vitalità, si potrebbe tradurre –
adoro i simboli
perché sono magici e semplici –
impariamo dalle pietre, dice Francesco a Leone
nel film della Cavani –
aggiungo la fermezza della pietra e la vitalità della palma –
pensando a tutto questo
al fatto di quanta inutile importanza
si dia alla cosidetta critica letteraria –
intesa come cosa seria che solo alcuni
possono e hanno il diritto di praticare –
e pensando a quanto non sono d’accordo
con queste affermazioni –
mi è venuto in mente un pensiero:
certi parlando della loro giovinezza all’LSD
dicono che è come se gli si fosse scoperchiato il cervello
come se fosse stato fermo e compresso
fino a quel momento
e improvvisamente si aprisse al mondo –
nel mio caso è accaduto
che senza droghe 
ad un certo punto
le mie porte della percezione si sono aperte
spontaneamente –
merito di un pò di meditazione
merito  di certi insegnamenti
di alcuni come Allen come Jack
e qualche Lama davvero ispirato
e non solo dotto –
e siccome mi è capitato
ho capito 
anche io
cosa significa
aprire le porte della percezione –
non è una disciplina
non è una competenza
è la mente del cuore