Alcuni discorsi di Dharma di due Lama Tibetani: Lama Yeshe, Lama Zopa Rinpoce, Il potere della saggezza – la scienza interiore del Buddha, Chiara Luce Edizioni, 2006

 

Questo libro contiene i discorsi tenuti da Lama Thubten Yeshe e dal suo discepolo Lama Thubten Zopa Rimpoce, sia durante un loro viaggio negli Stati Uniti nel 1974, che in altri viaggi avvenuti in Svezia e Svizzera nel 1983. Il volume contiene anche un’intervista a Lama Yeshe a proposito dell’Educazione Universale, e una sua lezione tenuta a Kopan nel 1975. Questi due Lama avevano iniziato ad insegnare il buddismo tibetano ad occidentali provenienti da tutto il mondo, in prevalenza giovanissimi hippies, a partire dalla metà degli anni ’60 sulla collina di Kopan, nei pressi di Kathmandu. Il primo corso vero e proprio avvenne nel 1971, seguito da molti altri negli anni seguenti. Ancora oggi il monastero buddista di Kopan è meta di studenti provenienti da tutto il mondo desiderosi di imparate il Dharma. Per quanto riguarda gli insegnamenti tenuti negli Stati Uniti essi avvennero a Nashville, nell’Indiana, a Boulder nel Colorado, a Berkeley in California, alla Columbia University di New York, a Fair Lawn nel New Jersey. Riguardarono gli aspetti principali del sentiero buddista di tradizione tibetana, come ad esempio: “Lo scopo della meditazione”; Alla ricerca delle cause dell’infelicità”; Come sorgono le illusioni”, “I tre aspetti principali del sentiero”; “Integrare il Dharma nella vita”.Lama Yeshe ( morto nel 1983) e Lama Zopa, attualmente a capo dell’organizzazione da loro creata, l’FPMT, ovvero la Fondazione per la preservazione della tradizione Mahayana, furono in grado di rivolgersi ai giovani occidentali che raggiungevano la collina di Kopan, e agli altri che li incontrarono in Occidente, in un linguaggio non tecnico, non esoterico, semplice in fondo, e soprattutto che entrava empaticamente in contatto con le loro menti desiderose di spiritualità.

 Sopratutto Lama Yeshe possedeva un enorme potere carismatico, nel senso più strettamente religioso che possiamo dare a questo termine ( dono di Dio, grazia). Egli fu il primo Maestro Tibetano a comprendere il potenziale spirituale di quei giovani occidentali che in fuga dalle lusinghe materialistiche dell’Occidente, cercavano una vita alternativa che andasse al di là delle droghe che in quel periodo era così facile procurarsi in India e Nepal. Molti divennero suoi discepoli, altri si dedicarono allo studio del tibetano, moltissimi si diedero alla vita monacale, dedicandosi a lungi ritiri sulle montagne del Nepal. Oggi dirigono Centri e Monasteri, insegnano il Buddismo e traducono nelle lingue occidentali testi e insegnamenti dati dai Lama in tibetano.

 

Tra gli insegnamenti contenuti nel volume vorrei partire con il riassumere e commentare ( con le mie modeste capacità) “Accostarsi alla studio del Dharma”, discorso tenuto da Lama Yeshe al Naropa Institute di Boulder in Colorado nel Luglio del 1974. All’inizio di questo discorso Lama Yeshe mette in guardia dall’avvicinarsi al buddismo con l’unico scopo di collezionare l’ennesimo insegnamento. Le persone sono affascinate dalle parole e “dall’infinita varietà di conoscenze che si possono acquisire…Questa avidità intellettuale dimostra quanto sia radicata quella superstizione che spinge a credere che sia possibile raggiungere la sicurezza, felicità e la liberazione semplicemente accumulando la conoscenza di nozioni e fatti” (pag. 28). Bisogna mettere in pratica quello che si studia. Come? Adottando una disciplina mentale, che significa “ sviluppare una grande consapevolezza di tutte le vostre azioni… Quanto più diventerete consci delle vostre azioni, tanto più svilupperete la saggezza, in altre parole potrete modificare coscientemente il vostro karma” ( pag. 32). E in questa parte del suo discorso Lama Yeshe mostra come quello del karma non sia un concetto difficile, solo perché è espresso con una parola straniera. Mangiare, camminare, dormire è karma, ogni giorno creiamo centinaia di azioni karmiche anche se non ne siamo consapevoli. Imparare a esserne coscienti è la disciplina del controllo della propria mente. Anche gli altri testi contenuti in questo volume ruotano intorno a quella che è la vera natura della mente umana e le illusioni che la oscurano. Infatti l’insegnamento nel buddismo tibetano è sempre lo stesso da centinaia di anni e dipende dal lignaggio a cui appartiene chi lo insegna.

Nel caso di Lama Yeshe e Lama Zopa essi appartengono al lignaggio del grande studioso Lama Tzong Khapa ( 1357-1419) che fondò la scuola Ghelup a cui appartiene anche il Dalai Lama. Dal momento in cui Lama Yeshe e Lama Zopa cominciarono ad insegnare agli occidentali ( su loro richiesta) è il modo di esporre l’insegnamento che è cambiato non l’insegnamento in sé. Lo dice molto bene Lama Yeshe nel testo contenuto nel volume dal titolo “L’educazione Universale” laddove afferma che “ il buddhismo riguarda l’universo nel suo complesso, e noi tibetani possediamo le istruzioni che svelano la realtà universale. Ma questi insegnamenti devono assumere una nuova forma, devono adottare un nuovo linguaggio, solo così questo patrimonio potrà contribuire al benessere comune di tutta l’umanità” (pag. 248).
Dal punto di vista teorico e filosofico il testo più importante contenuto nel volume è l’esposizione e il commento da parte di Lama Zopa de “ I tre aspetti principali del sentiero composto da Lama Tsong Khapa, testo che fa parte della tradizione degli insegnamenti Lam Rim ( il Sentiero graduale verso l’Illuminazione) . Dice Lama Zopa: “ L’essenza di tutti gli insegnamenti di Dharma si può riunire in tre punti essenziali, solitamente definiti I Tre Aspetti Principali del Sentiero per l’Illuminazione: la mente dotata di autentica rinuncia; la motivazione illuminata di bodhicitta ( ovvero l’aspirazione altruistica di ottenere la piena illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri); e la corretta visione della vacuità ( la natura ultima della realtà, la totale assenza di esistenza inerente e di vera identità di tutti i fenomeni)” ( pag 88). Cos’è l’autentica rinuncia? A cosa dobbiamo rinunciare? Diciamo subito che non si tratta di rinunciare alle cose che ci piacciono della nostra vita, si tratta di rinunciare alla sofferenza e alle sue cause. Sofferenza che non deriva dalle cose che possediamo o dalle cose che ci piacciono, ma dall’attaccamento ad esse, dall’ossessione che abbiamo per esse. “ Il problema non è godere dei nostri beni ma provare dell’attaccamento per essi” (pag. 101). Ma praticare la rinuncia non è sufficiente. “Se vogliamo raggiungere la meta suprema della mente di Buddha, la mente dotata di una completa rinuncia deve possedere bodhicitta, cioè la motivazione di voler ottenere l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri viventi” (pag. 108). La parola chiave è motivazione. Essere altruisti non basta e non conta se non è accompagnato dalla giusta motivazione, quella che aspira al benessere universale. Presupposto di questa motivazione è l’avere già sviluppato dentro di sé la compassione, cioè il desiderio che tutti gli esseri siano liberi dalla loro sofferenza. A sua volta la compassione nasce dall’amore, cioè dal desiderio che tutti gli esseri siano felici. Ma questo a sua volta sarà possibile solo se avremo praticato l’equanimità, che consiste nel considerare tutti nella stessa maniera, senza distinzioni tra amici e nemici. Il terzo sentiero, dopo quello della rinuncia e della mente di bodhicitta è la saggezza della vacuità, ovvero la corretta visione della realtà. “ E’ molto difficile avere una visione chiara della realtà perché la nostra mente è abituata da sempre a percepire le cose in modo distorto” (pag. 122). Per spiegare la vacuità Lama Zopa parte dal concetto buddista di Io, che è molto diverso, anzi antitetico al modo che hanno avuto la religione, la filosofia e la psicologia occidentali di intenderlo. Egli afferma che “ Da tempo senza inizio abbiamo pensato al nostro io come a qualcosa di inerentemente unico, innato e dotato di una esistenza completamente indipendente che sembra non dipendere dal nostro corpo, dalla nostra mente, o da qualsiasi altro fattore”( pag. 122). E continua dicendo che esiste effettivamente un io convenzionale , ma noi lo percepiamo nella maniera sbagliata, ovvero come qualcosa di indipendente e autonomo. Oppure al contrario come qualcosa che è un tutt’uno con il corpo e la mente. Ma se così fosse questo io sarebbe identificabile in qualche parte del nostro corpo, ma così non è. Riflettendo a lungo su questi concetti, afferma Lama Zopa, si arriva facilmente alla conclusione che non può esistere un io indipendente. Più avanti si afferma che esistono due livelli di verità: la verità convenzionale o relativa, e la verità assoluta e definitiva, la vacuità, cioè la percezione diretta del fatto che tutti i fenomeni “sono privi di una reale e indipendente esistenza a sé stante” (pag. 125). Si parla qui di percezione diretta della vacuità, non di quella puramente intellettuale, bensì di quella intuitiva. Non si afferma, continua Lama Zopa, che l’io non esiste, e che non esistono i fenomeni e le persone. Esistono ma in dipendenza del nostro corpo e della nostra mente; esiste un io che vive, compie azioni, che fa parte di un continuum di azioni e reazioni. L’estremismo nichilista, afferma Lama Zopa, è molto pericoloso e può portare a gravi disturbi. Dobbiamo raggiungere uno stato in cui saremmo in grado di distinguere la verità assoluta della vacuità dei fenomeni, e nello stesso tempo apprezzare le gioie della verità relativa.

Nel testo “Integrare il Dharma nella vita”, discorso tenuto da Lama Yeshe nell’agosto 1974 nel New Jersey, si pone l’accento sul fatto che “ I Lama parlano soprattutto del presente, di ciò che sta accadendo nella vostra mente proprio in questo momento” (pag. 131). E continua dicendo “ Alcuni possono pensare che il Dharma sia un fenomeno culturale strettamente limitato all’Oriente, ma non è affatto così…La saggezza del Dharma è universale…Come iniziare la giornata con la saggezza del Dharma? Invece di seguire gli istinti del vostro Ego, che vi spinge a soddisfare il bisogno di caffè. svegliatevi con calma, e con attenzione osservate il vostro stato mentale, quindi determinate la motivazione che vi sosterrà per tutto il resto della giornata. Vivere semplicemente per il caffè non ha nessun valore. E’ molto meglio dedicare questa giornata allo sviluppo di bodhicitta” (pag.134). Come si vede da questa prima affermazione di Lama Yeshe praticare il buddismo non è una cosa semplice. E’ un impegno, è un assumersi delle responsabilità non solo verso se stessi, ma soprattutto verso gli altri, e come si dice nel testo appena citato, per tutta la nostra giornata. Come abbiamo visto la bodhicitta non è semplicemente amore e compassione per gli altri è l’aspirazione altruistica di ottenere la piena illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri, quindi si “lavora” non per raggiungere l’Illuminazione per noi stessi ma perché solo così potremmo essere di beneficio agli altri. Lama Yeshe era famoso perché non raccontava storie antiche tibetane per spiegare con esempi la pratica buddista. Gli esempi li traeva dall’esperienza dei suoi studenti occidentali. In questo testo per spiegare cosa siano la realtà convenzionale e quella ultima fa l’esempio dei bianchi e dei neri in America ( ricordiamoci che siamo negli anni ’70). Egli afferma che quando un bianco e un nero sono uno di fronte all’altro è come se non si vedessero. “ Il bianco proietta una minacciosa immagine nera sull’altro, e il nero fa lo stesso. E prosegue dicendo: “ Ciò che fa la differenza non è cosa vedono ma come lo vedono” (pag. 139). Liberarsi della falsa visione della realtà, frutto delle proprie illusioni, non è una cosa da “brave persone”, perché liberarsi dalle illusioni e vedere la realtà così com’è e il presupposto per essere felici. A questo proposito nel testo si dice: “Potreste pensare: Il lama parla molto, ma sono solo congetture, prive di fondamenti pratici” ( pag. 140). A questa possibile obiezione Lama Yeshe risponde come sempre dicono di fare i Lama tibetani, e cioè invita a mettere alla prova gli insegnamenti sperimentando di persone se sono validi o no. Un ultimo testo contenuto nel volume Il potere della saggezza a cui vorrei solo accennare perché è piuttosto lungo è “Vita, Morte e Stato Intermedio”, insegnamento tenuto da Lama Yeshe in Svizzera nel 1983. E’ un testo bellissimo e andrebbe citato parola per parole, anche perché Lama Yeshe non esponeva gli insegnamenti semplicemente così come li aveva appresi, era come se intuisse quello di cui le persone che lo stavano ascoltando avessero bisogno, e questo senza addolcire o annacquare le difficoltà contenute nell’insegnamento stesso. Questo perché non erano cose che lui aveva solo studiato, lui le aveva vissute, lui parlava per esperienza personale. Purtroppo non l’ho conosciuto di persona perché mi sono avvicinata al buddismo tibetano da pochi anni, ma ho letto i suoi libri e soprattutto visto i video che lo mostrano durante gli insegnamenti. Corrispondono a quello che mi hanno detto tutti coloro che lo hanno conosciuto. Quelli almeno che ho contattato personalmente dato che sto cercando di scrivere un romanzo ispirato ai primi giovanissimi studenti di Lama Yeshe a Kopan negli anni ’70. Tutti, che fossero italiani, americani, canadesi o tedeschi, mi hanno detto la stessa cosa: “era come se vedesse dentro di me, ci amava e aveva un senso dell’umorismo grandissimo”. Forse questi tre aspetti non sono di moda in un maestro qualificato, ma personalmente non sono contrario alla devozione, se praticata in misura ragionevole.
Tornando a “Vita, Morte e Stato Intermedio”. C’è una grande differenza tra la concezione della morte in occidente e la concezione della morte nel buddismo tibetano; la differenza più grande, a mio parere, non sta tanto nel fatto che in occidente si pensa che non ci sia niente dopo la morte oppure se si è cristiani che ci sarà una vita, ma in un luogo “altro” rispetto al nostro, quando invece nel buddismo si crede nelle infinite rinascite. A mio parere la differenza più grande è che per il buddismo la morte non consiste nella cessazione del respiro. Dice Lama Yeshe nel testo. “ I dottori occidentali credono che quando avete smesso di respirare siete morti, pronti per la cella frigorifera! Secondo il buddhismo anche se la persona non respira è ancora viva e sta sperimentando le cosiddette quattro visioni: la visione bianca, la visione rossa, la visione nera e la visione di chiara luce” (pag. 210). Dopo inizia il bardo in cui accadono cose simili a quelle che sperimentiamo durante lo stato di sonno: “Proprio come nel sogno, quando il corpo riposa addormentato, la bramosia del desiderio opera allo stesso modo. Ed è così potente che anche quando il corpo è freddo e la circolazione dell’aria e del sangue è cessata, interiormente continua a funzionare, insieme agli altri veleni psichici…” (pag. 236). Ma poche righe dopo assicura i suoi ascoltatori dicendo che questo a loro non capiterà: “ Non dovere preoccuparvi delle difficoltà della morte. Non dovere preoccuparvi perché dentro di voi avete tutti un certo grado di amore e benevolenza” (pag. 237
Biografie di Lama Yeshe e Lama Zopa:
Lama Thubten Yeshe, il cui nome è conosciuto e pubblicato in Italia come Lama Yesce, nacque in Tibet. All’età di sei anni entrò nell’Università Monastica di Sera Je, a Lhasa, capitale del Tibet. Studiò nel monastero fino al 1959, quando l’invasione cinese del Tibet lo obbligò a fuggire in India.Lama Yeshe continuò a studiare e meditare in India fino al 1967, quando, con il suo principale discepolo, Lama Thubten Zopa Rinpoce, decise di recarsi in Nepal, dove, due anni dopo, fondò il monastero di Kopan, vicino a Kathmandu.Nel 1974 i due lama iniziarono a fare viaggi di insegnamento in Occidente, in seguito ai quali si formò una rete mondiale di centri di insegnamento e meditazione di buddhismo, l’FPMT internazionale.Nel 1984, dopo dieci anni di insegnamenti mahayana e dopo aver ispirato alla ricerca interiore e alla pratica del buddhismo molti occidentali, Lama Yeshe lasciò il corpo, all’età di quarantanove anni. Nel 1985 nacque in Spagna, da genitori spagnoli, Ösel Hita Torres, che Sua Santità il XIV Dalai Lama identificò quale reincarnazione di Lama Yeshe, nel 1986.
Lama Zopa Rinpoce è nato a Thami, in Nepal, e a tre anni è stato riconosciuto come la reincarnazione dello yogi Kunsang Yeshe, il lama di Lawdo, dell’etnia scerpa e del lignaggio buddhista Nyingma. All’età di dieci anni, durante un viaggio con lo zio, volle fermarsi in Tibet a studiare e meditare nel monastero di Domo Ghesce Rinpoce, vicino a Pagri, dove rimase fino a quando l’occupazione cinese del Tibet non l’obbligò a mettersi in salvo nel Buthan. Lama Zopa Rinpoce, in seguito, raggiunse il campo profughi di Buxa Duar, nel Bengala occidentale (India), dove incontrò Lama Yeshe, che divenne il suo Maestro principale. I due lama si recarono in Nepal nel 1967, e nei successivi due anni fondarono i monasteri di Kopan e di Lawdo. Nel 1971, Lama Zopa Rinpoce guidò il primo dei suoi corsi-ritiro sul lam-rim (il sentiero graduale mahayana), che si rinnovano annualmente a Kopan. Nel 1974, insieme a Lama Yeshe, Rinpoce iniziò a insegnare in varie parti del mondo e a fondare centri di buddhadharma. Quando Lama Yeshe lasciò il corpo nel 1984, Rinpocedivenne direttore spirituale della FPMT invitato da S.S. il Dalai Lama.
(Da http://www.iltk.org/it/istituto/lignaggio-e-maestri/i-fondatori#yeshe )

Questa recensione è già apparsa in http://samgha.wordpress.com/
siti utili:
http://www.lamayeshe.com/ ( l’archivio ufficiale)
http://biglovelamayeshe.wordpress.com/ ( biografia a puntate)
http://www.iltk.org Il centro a Pomaia ( Pisa)

 Le foto presenti in questo articolo provengono dall’archivio LamaYeshe: http://www.lamayeshe.com/

 

 

 

Recensione del libro di Elio Guarisco: Quando il Garuda volò a Occidente

 Nato a Como nel 1954, Elio Guarisco da giovanissimo lascia l’Italia per dedicarsi agli studi del Buddismo recandosi in India. Ritornato in Europa, dal 1976 al 1986 soggiorna nella Svizzera francese dove apprende la lingua tibetana, sia classica che parlata, e la filosofia buddista da Geshe Rabten. Inizia così la sua attività di traduttore, che continua tuttora.
Alcuni anni fa ha scritto questa autobiografia che personalmente ho letto come un romanzo; lo stile infatti è narrativo, e pur essendo scritta in prima persona, in essa l’autore dà l’impressione di raccontare la storia di qualcuno che non è lui. E’ una strana impressione questa, in genere anche negli scrittori migliori ( ad esempio dal mio punto di vista Jack Kerouac ), l’uso della prima persona è alquanto insidioso dato che si presta così facilmente all’auto compiacimento, all’auto assoluzione, e all’auto glorificazione. Niente di tutto questo nel libro di Guarisco. L’impressione di raccontare non la sua storia ma quella di un altro è data dal fatto che lui stesso non dà particolarmente importanza alle vicende che racconta, come se fossero cose normali, vita di tutti i giorni. In genere invece chi scrive un’autobiografia è convinto che la sua vita sia tanto eccezionale da meritare di essere scritta.
Lasciare tutto a 16, 18, 20 anni per andare all’avventura in India era usuale negli anni ’70; andarci con l’autostop, su una jeep dell’esercito americano, su un pulmino volkswagen o in auto scassate era effettivamente il modo abituale di andarci. Soprattutto non bisognava avere molti soldi e neanche molta fretta. Non c’erano stages, master da frequentare in Occidente; i giovani cercavano altro, se stessi principalmente. L’Hippy trail prevedeva di attraversare paesi che oggi, per via delle guerre internazionali e civili non è più possibile attraversare.
E così nel libro Guarisco ci racconta di come egli si spostasse tranquillamente per l’India al seguito il maestro di meditazione Goenka che aveva incontrato prima a Sarnath ( dove Buddha aveva pronunciato il suo primo sermone ai suoi primi cinque allievi), e in seguito a Body Gaya ( luogo in cui Buddha raggiunse l’illuminazione).
A proposito di questi e altri luoghi sacri Guarisco fa alcune riflessioni interessanti che personalmente condivido e che frequento spesso nel dialogo interiore con me se stessa: “ Allora ignoravo l’esistenza di questi luoghi e cercavo il luogo sacro dentro di me, ma ora che li conosco e che sono conscio della loro importanza sento allontanarsi il vero luogo sacro. A quel tempo ero solo con la mia ricerca interiore, mentre oggi le false responsabilità altruistiche, gli impegni organizzativi e il senso di identificazione intaccano la freschezza della mia ricerca. Vorrei trovarmi ancora tremendamente solo” (pag. 21).
Tornato a Milano dopo poco Guarisco si reca in Svizzera invitato da un amico e qui l’incontro con il maestro Gheshe Rabten dà una svolta fondamentale alla sua vita. Ne diventa discepolo, e rimane con lui per molti anni.
Il libro prosegue con il racconto della biografia di Gheshe Rabten che si conclude con la riproduzione dei versi scritti da questo maestro dopo un lungo ritiro sulla montagna che sovrasta Dharamsala in India dove vive il Dalai Lama. Quest’ultimo li ritenne così importanti da convincere Gheshe Rabten a recarsi in Europa ad insegnare il Buddismo Tibetano. Scrive Guarisco: “ Ghesche nel ’76 lasciò definitivamente l’India e benché non desiderasse venire in Europa e preferisse restare in montagna a continuare l’intensa attività contemplativa, si stabilì in Svizzera su richiesta del Dalai Lama che lo riteneva utile agli occidentali” (pag. 49).
I versi di Gheshe Rabten sono il risultato della sua meditazione e contemplazione della vacuità. Furono in seguito pubblicati in Svizzera con il titolo: The song of the Profound View; ne riporto alcuni che hanno molto a che vedere con ognuno di noi e la nostra presunta conoscenza della Verità delle cose.

Chi non capisce come sorgono le emozioni
E’ come una grotta vuota.
Se non si è abili nell’usare i mezzi per riconoscere
l’aggrapparsi al sé,
Le magnifiche e profonde verità che proclamiamo
Sono soltanto un’eco.” (pag. 49)

Elio rimase due anni con Gheshe Rabten nel monastero di Rikon in Svizzera; qui insieme ad alcuni altri ragazzi occidentali, divenne monaco e cominciò a studiare la filosofia del buddismo tibetano la lingua tibetana per poter leggere i testi in lingua originale e per poter tradurre gli insegnamenti del maestro rivolti ai monaci occidentali e ai laici di passaggio. A proposito del suo stato d’animo in quei primi anni in Svizzera Guarisco scrive: “ A Rikon sembrava di vivere in un sogno: non eravamo in Occidente o in Svizzera, eravamo in Oriente. Per noi l’unica cosa importante era imparare il Dharma e quindi ci sentivamo estranei e disinteressati al mondo circostante. Volevamo comprendere le verità più profonde ai piedi di un grande maestro dalla personalità carismatica….sembrava che in quel periodo avessimo dimenticato la nostra identità culturale per assumerne un’altra” (pag. 64). E’ un passo molto importante della vicenda umana di Guarisco, simile a quella di altri ragazzi occidentali che in quegli anni fecero le sue stesse scelte radicali. In pochi anni però questa scelta si trasformerà nel suo contrario. Più avanti nel libro infatti afferma: “ Il nostro entusiasmo verso l’insegnamento si trasformò in un vivace antagonismo alla cultura tibetana colpevole di presentare il Buddismo in una veste e in in linguaggio medievali….Così cominciammo a circolare libri di Paul Tillich, Martin Heiddeger, Husserl, Nietzsche….La cultura tibetana è una cultura medievale che l’invasione cinese ha catapultato nell’epoca moderna. Per insegnare il Buddhismo tibetano in Occidente occorre una conoscenza della cultura occidentale che un tibetano cresciuto in Tibet non potrà mai avere…Nella sostanza l’insegnamento può rimanere invariato, ma nella forma deve adattarsi al contesto sociale in cui viene trasmesso” ( pp 128-129). Queste e altre simili riflessioni lo portarono alla fine degli anni ’70 a lasciare la vita monacale e la Svizzera per fare ritorno a Milano. Di lì a poco Guarisco si avvicina al Buddhismo Dzogcen diNamkahi Norbu di cui è tuttora il traduttore, anche se questo maestro ha vissuto fin dalla gioventù in Italia ed è uno dei pochi maestri tibetani a parlare molto bene l’italiano.

 Elio Guarisco, Quando il Garuda volò a Occidente – L’esperienza di un discepolo buddhista con un lama tibetano, Shang Shung Edizioni, 1994

 Il sito della Shang Shung Edizioni http://www.shangshungpublications.org/

Il sito della comunità Dzogcen in Italia: http://www.dzogchen.it/

Intervista a http://www.rinpoche.com/teachings/ktginterview-1.pdf

Kopan 1970

Erano pieni di difetti –
erano arroganti
erano gelosi un dell’altro
lo stesso essere così giovani
era di per sè un difetto –
e poi fumavano gli spinelli
e gli piaceva l’LSD –
si arrabbiavano
ed erano assetati di sesso
lo facevano, gli piaceva
e gli piaceva il buon cibo
e gli piaceva la birra gelata –
eppure ci provarono
ci provarono
a praticare la calma mentale
e a non attaccarsi troppo
ai piaceri dei loro sensi –
ci provarono
ci provarono
ancora e ancora –
quello che si può fare
è solo provarci
ma senza riuscirci mai del tutto
riuscendoci solo un pò
e per qualche piccola volta –
 ma Z. meditò morendo

Il dipinto di Buddha Sakiamuni

Nuvole come fiori, petali come frutti, pietre preziose
nell’arco dietro l’effigie del Buddha Sakiamuni –
vesti leggere, sciolte, regali
mani morbide dalle unghie pallide –
braccia e busto forti
come di chi cammina e lavora
eppure sta seduto, gli occhi socchiusi
che a guardarli solo un pò ipnotizzano
e ti portano in un luogo bianco
profondo, dove due pupille blu come la chioma
ti guardano e a sè ti portano

Il Qui e Ora nella scrittura – il buddismo e la letteratura – di Dianella Bardelli

 

Il Qui e Ora nella scrittura
il buddismo e la letteratura

di Dianella Bardelli

Scrivere non è denominare le cose, dare loro dei nomi. Scrivere è prendere coscienza delle cose: cose percepite con i sensi, emozioni, ricordi, idee, ispirazioni. Nella Poesia e Prosa Spontanea esperienza e parola coincidono, ovvero si tende a fare in modo che coincidano. Come dire che avere esperienze significa, tramite la scrittura, averne coscienza, averne consapevolezza.
La tecnica della scrittura spontanea inventata da Kerouac è quella che si avvicina maggiormente, nell’ambito letterario, al concetto buddista di consapevolezza e presenza mentale. Al Qui e Ora. Sto in questa situazione (con questo stato d’animo, emozione, ispirazione ) e la scrivo. Non la descrivo o la nomino, ma la scrivo, la racconto, racconto cosa accade a me, qui e ora. Ecco perché bisogna nella scrittura di consapevolezza o spirituale, prendere sempre appunti; bisogna annotare cosa accade ora, che è come dire bisogna esserne consapevoli.
Nel buddismo la consapevolezza di ciò che accade in questo momento ha lo scopo di tenere la mente ferma al momento presente, affinché non fugga nei ricordi o nelle aspettative. Serve anche a tenere lontana la paura, l’ansia, a tenere sotto controllo la mente. La stessa cosa accade nella scrittura, più mi calo in quello che accade, più ne sono consapevole, più il testo è ricco e interessante.
Essere consapevole nel buddismo e nella Poesia e Prosa Spontanea non significa aver razionalizzato una certa emozione o percezione, essere consapevole significa che riconosco ciò che accade, identifico ciò che accade, non lo copro con i pensieri razionalizzanti. Per prendere consapevolezza di ciò che accade bisogna vederlo, riconoscerlo, e questo lo può fare anche la scrittura, quella spontanea, che vede quel che accade e lo scrive senza prima porlo al vaglio del giudizio razionale. In questo senso la scrittura può diventare uno strumento di consapevolezza e presenza mentale.
Ci sono momenti pieni di suggestione, piccole cose, nostre reazioni a qualcosa che colpisce i nostri sensi o il nostro spirito; questi momenti non andrebbero lasciati correre, bisognerebbe scriverne. Sono momenti creativi, nel senso letterale del termine, momenti in cui noi creiamo partendo da questa suggestione, che è un rapporto particolare, intimo , che si crea qualche volta tra noi e un dettaglio del mondo esterno. A questa suggestione dobbiamo dare la nostra voce, che è una voce interiore, che si concretizza in parole, che non descrivono quella suggestione bensì la esprimono. In quel tipo di suggestione è come se le cose entrassero in contatto con noi, ci parlassero nel loro linguaggio muto ( o comunque non verbale, come con la musica). Questo è un contatto spirituale tra noi e il mondo a cui possono corrispondere testi nati non per descrivere ma per esprimere, appunto dare voce.
La poesia e la prosa spontanea, frutto di un’improvvisazione letteraria, si affida al cosiddetto “caso”: volti, atteggiamenti, oggetti, foglie, nuvole, sole, pioggia, uno sguardo, un’ombra, un filo d’erba…., tutto ciò insomma che cade sotto i nostri sensi e la nostra attenzione. È il caso quindi a creare la bellezza di un’opera. C’è un noi stessi nella forma casuale ( spontanea) che non conosciamo: qualcosa si rivela dietro la patina della razionalità: lì comincia l’arte, da lì può nascere una forma artistica; il “caso” è il nostro archivio sconosciuto, misterioso, ma immensamente ricco. Il pittore Francis Bacon chiamava il suo incontro d’artista con il caso “incidente”, lo scrittore André Breton usava i termini di “esca”, “labirinto”, “foresta di indizi”, per James Joyce si trattava di “epifanie”.

Meditazione e scrittura
la meditazione cos’è? E’ sedersi con se stessi, stare con se stessi e comprendersi” Thich Nhat Hanh”

Nella meditazione noi guardiamo dentro noi stessi, guardiamo i nostri pensieri, le nostre emozioni e sensazioni. Se non siamo distratti li possiamo vedere nitidamente. E ne possiamo scrivere, possiamo improvvisare un testo, una poesia, una prosa su quello che c’è in noi in questo momento; in tal modo possiamo conoscere meglio noi stessi.
La meditazione si basa essenzialmente sulla situazione di questo preciso istante, qui e ora, e significa lavorare con questa situazione, questo presente stato mentale. Non dobbiamo forzarci nella pratica della meditazione, ma solo lasciare essere quello che c’è nella mente, sentire il flusso dell’energia senza cercare di sottometterlo, allora si diventa più aperti; quel che più conta è che il mio cuore sia aperto, in questa maniera studiamo noi stessi e impariamo a conoscere la natura della nostra mente. Questo vale anche per la scrittura, soprattutto per il il metodo della poesia e prosa spontanea inventato da Jack Kerouac e fatto proprio dal suo amico Allen Ginsberg; secondo questo metodo dobbiamo operare come nella meditazione: “ il punto principale di ogni pratica spirituale è uscire dalla burocrazia dell’Io. Ciò significa uscire dal costante desiderio dell’Io di una versione più alta, più spirituale, più trascendente della conoscenza, della religione, della virtù…” ( Chogyam Trungpa ).
Anche nella scrittura dobbiamo abbandonare ogni conoscenza precedente, ogni nostra aspirazione estetica, poetica, ogni nostra concezione della letteratura, ogni nostro modello o ideale artistico, per essere semplicemente con quello che c’è in questo momento e scriverlo. Kerouac definisce questo atteggiamento: “confessare tutto a tutti”, Ginsberg chiama la poesia frutto di questo atteggiamento: “poesia da me a te”.
Nella mia esperienza personale vi sono alcuni concetti e insegnamenti del buddismo che valgono anche nelle improvvisazioni di poesia e prosa spontanea: quello di attenzione, di presenza mentale, di introspezione.

 La pratica dell’attenzione e della presenza mentale

 Presenza mentale è ricordarsi di ritornare al momento presente; essere in grado di entrare in contatto con noi stessi: ogni volta che nasce una formazione mentale possiamo praticare il puro riconoscimento: ogni oggetto delle nostre percezioni è un segno, un’immagine della nostra mente, non esistono percezioni separate dall’oggetto percepito: il soggetto della conoscenza non può esistere separato dall’oggetto della conoscenza: vedere è vedere qualcosa, essere in collera è essere in collera per qualcosa; possono essere oggetti mentali una montagna, una rosa, la luna piena, la persona che ci sta di fronte. Noi crediamo che queste cose esistano fuori di noi, come entità separate, invece questi oggetti della percezione sono noi stessi. Proprio come la vegetazione è sensibile alla luce, così le formazioni mentali sono sensibili alla presenza mentale. Questo avviene anche nella scrittura: non perderti nel passato, non perderti nel futuro, scrivi la mente qui e ora. Si tratta di porre l’ attenzione all’oggetto di cui si scrive, di porre la mente sull’oggetto di cui si scrive, proprio come si fa nella meditazione, quando si osserva la mente e si registra quello che succede in essa: pensieri, sensazioni, emozioni.

 La pratica dell’introspezione

 L’introspezione si impara, ovvero, guardo bene in faccia, con coraggio, eroicamente dentro di me e quel che vedo scrivo: guardo in faccia il nemico e facendo così diventa amico. Si scrive quello che passa dentro di noi, nella nostra mente qui e ora: non come dovrebbe essere, ma come è. Nell’introspezione è la domanda che porta alla risposta; nessuno ci può aiutare in questo, dobbiamo farlo da soli, si è soli in questo, è la via ardua: la risposta arriva dalla domanda perché per il buddismo la mente se non è offuscata dalla afflizione ha una capacità cognitiva, può conoscere. Tramite la meditazione possiamo facilmente comprendere la verità di tutto ciò, come con la scrittura: per trovare le parole bisogna guardare meglio: “ Qualcosa di quello che senti troverà la sua forma”; “ Non fermarti per pensare alle parole ma per mettere meglio a fuoco il disegno complessivo” ( Kerouac). La stessa cosa dicono i maestri buddisti: guarda meglio: la meditazione rivela ogni cosa presente nella vostra mente, tutta la vostra spazzatura, e tutte le cose positive; tutto è percepibile attraverso la meditazione: essere consapevoli, attenti, in presenza mentale. La vera natura della mente è conoscenza e saggezza.
Bisogna essere l’ oracolo di se stessi, interrogarsi, ascoltarsi, come se dentro di noi albergasse un oracolo; sono le voci di una divinità nascosta che si rivela e parla solo se interrogata, proprio come dice Kerouac ne I Fondamenti della Prosa Spontanea: “Sottomesso a qualsiasi cosa, aperto, in ascolto”; “Sii il folle santo muto della mente”; “Le inesprimibili visioni dell’individuo”; “Il gioiello centrale d’interesse è l’occhio dentro l’occhio”; “Credi nel sacro profilo della mente”.
La psicologia buddista elenca sei afflizioni fondamentali che producono frustrazione e disturbano la pace della mente: l’attaccamento, l’ira, l’ignoranza, l’orgoglio, il dubbio e l’influenza delle opinioni distorte. Questi non sono fenomeni esterni, ma mentali. Senza un’indagine della propria mente e lo sviluppo della conoscenza introspettiva, anche se parliamo di afflizioni, non ne sappiamo niente.

 La pratica della scrittura come strumento di meditazione

Nella mia esperienza di scrittura e di meditazione ho verificato che questi due momenti possono mutuarsi a vicenda, essere utili l’un l’altro; ho notato che la meditazione, proprio per la sua capacità di far spazio dentro di noi, favorisce la creatività nella scrittura, e la scrittura, a sua volta, può essere un modo efficace per realizzare attenzione, presenza mentale e introspezione: la poesia e prosa spontanea sono state pensate da Kerouac e Ginsberg proprio come strumenti della mente, per mettere a nudo la propria mente a sé e agli altri

  Il buddismo e la letteratura occidentale:le quattro Nobili Verità

 Il buddismo personalmente mi ha dato una nuova chiave di lettura e interpretazione della realtà. Questo vale anche per la letteratura e la scrittura che sono il mio interesse principale e che pratico quotidianamente.
Uno degli insegnamenti più importanti del buddismo e che accomuna tutte le tradizioni e scuole buddiste è il discorso di Buddha sulle Quattro Nobili Verità. La prima Nobile Verità è la sofferenza: esiste la sofferenza; con essa dobbiamo entrare in contatto, e la scrittura può essere un modo per farlo; la seconda Nobile Verità è l’origine della sofferenza; l’origine del dolore si identifica con l’attaccamento, che trova appagamento ora qua ora là; la terza Nobile Verità è la cessazione della sofferenza; è il completo abbandono e rifiuto di questo attaccamento; la quarta Nobile Verità è il sentiero spirituale che conduce alla cessazione del dolore.
Quello di cui mi sono resa conto, a proposito di questo insegnamento di Buddha, è che tutti gli scrittori e poeti occidentali hanno affrontato la prima Nobile Verità nelle loro opere; ma che solo quelli con una spiccata vocazione spirituale nella loro scrittura hanno fatto intravedere una via d’uscita dalla sofferenza umana; due per tutti tra i più grandi: Manzoni Dostoevskij.

Spiritualità e scrittura in alcuni autori americani

 Facendo proprio l’insegnamento di Walt Whitman (1818-1892) scrittori e poeti della cosiddetta Beat Generation come Jack Kerouac, Allen Ginsberg e Gregory Corso, hanno liberato la letteratura da ogni estetismo, da ogni scopo letterario, accademico. Il loro unico fine è rivelarsi onestamente nel momento presente attraverso la poesia. Le loro opere hanno sempre una caratteristica spirituale, sono inni alla propria personale vita interiore e vengono offerti come fossero fiori e frutta ad una merenda tra amici che si vogliono bene.
A questo proposito in un’intervista Allen Ginsberg disse: la parte più difficile è superare la tendenza alla censura; alcuni pensieri sembrano troppo imbarazzanti, crudi, nudi, irrilevanti, impacciati, personali, rivelatori, dannosi per la propria identità, troppo strani, individualistici. Quando si comincia a scrivere sorgono tutta una serie di immagini, di pensieri, di pensieri che non ci piacciono , e quella è la parte più importante. Le parti che ti imbarazzano di solito sono quelle più poeticamente interessanti, più nude e crude, più impacciate, più strane ed eccentriche al tempo stesso, più rappresentative, più universali …… . In altri termini significa smettere di essere un poeta, lasciar perdere l’idea di essere un profeta con onore e dignità, la gloria della poesia, e accontentarsi del fango della propria mente. Poi quello che succede è che dopo una settimana si tira fuori quello che si è scritto e gli si dà un’occhiata: Così non appare più imbarazzante, sembra quasi divertente. Il sangue si è asciugato, in un certo senso. Bisogna proprio decidere di scrivere per se stessi, solo per se stessi, senza voler far colpo su se stessi o sugli altri, solo buttare giù ciò che comunica il proprio sé.

questo testo come prima pubblicazione è uscito nel sito di Samgha: http://samgha.wordpress.com

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dalai Lama, Lezioni italiane
“ Recentemente un monaco cattolico mi ha chiesto il significato di sunyata, e io gli ho prontamente risposto: Non è affare tuo. Per quale motivo? Mi ha domandato sconcertato. La ragione sta nel fatto che la nozione di non sé, la mancanza di esistenza dell’io, avrebbe potuto seriamente interferire con il suo concetto di Dio Creatore” ( Dalai Lama)

Questo libro riassume gli insegnamenti tenuti dal Dalai Lama nel 2007 al Palasharp di Milano nei giorni dal 7 al 9 Dicembre. In questi tre giorni Tenzin Gyatso affrontò vari argomenti che vengono riportati nel libro in forma riassunta e semplificata. Tra questi ricordo I principi della pace e dell’armonia; La religione e il bisogno di pace interiore; il Buddismo da Nalanda alla diffusione in Tibet. Ma l’argomento principale degli insegnamenti del Dalai Lama in questi tre giorni milanesi è stato commentare un libro di Nagarjuna, studioso indiano del II secolo d.C.: Commentario alla mente dell’Illuminazione. Questo libro affronta un tema essenzialmente nel Buddismo: la Vacuità.
Premetto che non sono un’esperta qualificata di nessun aspetto del Buddismo, ma solo una che cerca di praticare alcune meditazioni relative a questa tradizione ( poco e male). Ho una predisposizione verso gli aspetti del “provare le cose” più che teorizzarle; e naturalmente sono ad un livello molto basso nella pratica della meditazione, nel senso che non ho eliminato manco per niente tutte le mie afflizioni mentali; il sentiero esposto nel libro di Nagarjuna si indirizza sul piano pratico a chi ha già eliminato le proprie afflizioni mentali e può accedere non solo intellettualmente il concetto di vacuità.
A proposito de I principi della pace e dell’armonia il Dalai Lama afferma che : “Il modo più intelligente per ottenere la pace è di sicuro quello di svilupparla dentro di sé…Ora la pace interiore da cosa può essere disturbata? Solo da paure, angosce, stati emotivi afflitti”. (pag. 7). Per ottenere questa pace il Dalai Lama usa un definizione molto efficace e che mi è piaciuto molto: disarmo interiore che “ è basata sullo sviluppo di qualità come il buon cuore e la tolleranza, valori professati da tutte le religioni”. (pag. 14). Ne La religione e il bisogno di pace interiore il Dalai Lama afferma che uno dei modi per coltivare la serenità mentale è vivere secondo una fede religiosa. Dopo avere accennato alle varie religioni viene affrontato la nascita del buddismo da un punto di vista filosofico. Tema diffusamente affrontato nel capitolo seguente: il Buddismo da Nalanda alla diffusione in Tibet. Tre sono le dottrine che Buddha insegnò quando iniziò a “fare girare la ruota del Dharma”:
L’esposizione delle Quattro Nobili Verità ( “ la verità del disagio, dukkha, la verità dell’origine di dukkha, la verità della sua cessazione, la verità del Sentiero” (pag. 27).
L’esposizione della Perfezione della Saggezza
L’esposizione della Discriminazione Raffinata
Di questi due argomenti si parla nel Commentario alla mente dell’Illuminazione di Nagarjuna.
A questo proposito il Dalai Lama accenna all’università indiana di Nalanda, che nel tempo antico fu la più grande e importante università buddista. Qui si formarono i più grandi studiosi della filosofia buddista come Nagarjuna. Afferma il Dalai Lama: “ La tradizione spirituale buddista tibetana va rintracciata nella più pura tradizione dell’università di Nalanda”. (pag. 31).
Vorrei puntualizzare a questo proposito che nel 2007 ero presente a questi insegnamenti del Dalai Lama, ma devo confessare che capii molto poco delle spiegazioni dettagliate che del libro di Nagarjuna egli ci diede. Fortunatamente le Lezioni italiane mi sembra semplifichino abbastanza concetti ardui e apparentemente astratti contenuti nel Commentario alla mente dell’Illuminazione.
Il testo tratta di cosa sia la realtà, se essa esiste o no. A questo proposito si dà il significato di Illuminazione: in sanscrito: Bodhi. Questo termine ha due caratteristiche, la prima riguarda l’ eliminazione di tutto ciò che oscura, la seconda riguarda lo sviluppo delle qualità positive dopo che queste oscurazioni sono state eliminate. Insieme questi due aspetti realizzano lo stato del Risveglio. Gli oscuramenti di cui parla Nagarjuna non sono solo le afflizioni mentali come rabbia, angoscia, ecc…L’oscuramento principale, da cui nascono tutti gli altri è non comprendere la natura ultima della realtà. Qui si fa riferimento al secondo e terzo giro della Ruota del Dharma : la mancanza di esistenza intrinseca dei fenomeni e la distinzione tra fenomeni che esistono e quelli che sono solo una elaborazione concettuale. Dice il Dalai Lama: “quando si parla di fenomeni ci si riferisce a quelli transitori, gli aggregati psicofisici sulla base dei quali viene costruito l’io. L’io definito dai proponenti non buddisti è un io separato dagli aggregati continuamente mutevoli”. E aggiunge che per il buddismo “ non può esistere un io dotato di identità propria, unitario e permanente, indipendente o autosufficiente, separato dai fenomeni funzionali, cioè gli aggregati psicofisici sulla base dei quali esiste”. Questo significa forse che l’io non esiste?…L’io esiste, ovviamente, ma la sua è un’esistenza particolare: è un sé che viene colto sulla base degli aggregati…Ora, se osserviamo la nostra mente e analizziamo le nostre percezioni ci sembra che il nostro sé abbia un’esistenza vera, permanente, a prescindere dal mutare del corpo e della mente. Ma questa mente alla quale l’io appare come eterno e indipendente dagli aggregati, è erronea. (pag 46-47).
Questo discorso è veramente quello che distingue il buddismo da altre religioni o sentieri spirituali. Spesso ho sentito e sento tuttora dire dai Lama Tibetani che la meditazione può essere praticata da chiunque, buddisti, cattolici, atei. La meditazione ha lo scopo di allentare la morsa di rabbia, angoscia, ansia e tutte le altre emozioni negative che ci affliggono. Quindi ben venga per tutti. Ma solo un buddista dirà che queste emozioni negative sono causate dallo aggrapparsi e proteggere un io che si crede erroneamente immutabile ed eterno. Quindi nel buddismo non si può parlare di anima.
Il testo di Nagarjuna che il Dalai Lama commenta in queste Lezioni Italiane è la fonte ufficiale del buddismo tibetano così come si è sviluppato in Tibet in epoche remote; l’invasione cinese ha messo in contatto questa filosofia e una gran quantità di Lama tibetani con noi occidentali. Quindi è chiaro che ogni occidentale che si avvicina al buddismo lo farà in base a quello che è stato finora, alla sua occidentalità. Ci sarà chi si sentirà portato verso la filosofia, chi verso le pratiche devozionali e i riti, chi, come me, soprattutto verso la pratica meditativa.
Ma in ogni caso prima o poi non si potrà non prescindere da questa concezione filosofica della vacuità, cioè della non esistenza di un io stabile, indipendente dagli aspetti psicofisici di una persona. Per questo il Dalai Lama avverte sempre gli occidentali di interessarsi al buddismo ma di non convertirsi ad esso. Lo dice anche nelle Lezioni italiane: “ Di base suggerisco alle persone che provengono da differenti tradizioni religiose di mantenere la propria fede…Per esempio in passato una mia conoscente europea di origine polacca, membro della Società teosofica divenne buddista. Al momento della morte cadde in confusione perché le si presentò alla mente, in modo molto intenso, il concetto di Dio Creatore. Si era cioè evidenziata in quel momento la presenza di una confusione interiore latente”. (pag. 132).
Un altro concetto molto importante affrontato dal Dalai Lama in questo libro è quello della Legge di causa ed effetto. Per ogni risultato ci deve essere una causa, che è ciò che promuove un risultato. Mi viene in mente ad esempio la nostra volontà di raggiungere un determinato obiettivo nella nostra vita. Ma questa causa non basta per ottenere un risultato, sono necessarie le condizioni che “ sono ciò lo formano, lo modellano”. (pag. 62). Questo risultato a sua volta diventerà la causa di ulteriori risultati e così via. La legge di causa ed effetto dà luogo al karma. Ciò che ci spinge a compiere un certo atto, che il buddismo chiama motivazione, sarà a sua volta la causa per un risultato futuro. “ La legge di causa ed effetto è ciò che governa il sorgere dei fenomeni, quindi la possiamo comprendere come una legge naturale, qualcosa che governa il divenire, l’esistere delle cose. Ciò è dovuto al fatto che c’è una causa karmica. Questa causa o impronta karmica viene stabilita nella mente da una motivazione” (pag.63). Questa motivazione può essere positiva o negativa. La motivazione negativa è causata dall’ignoranza, che dà origine al samsara
(il ciclo infinito di vita, morte e rinascita.)
(pag. 63). E più avanti il ragionamento si conclude così: “Questo è il senso del vuoto, della mancanza o vacuità di un’esistenza indipendente e intrinseca dei fenomeni. Il fatto che i fenomeni sorgono per via di un altro elemento indica che sono vuoti di un’esistenza intrinseca. (pag. 69).
Il riconoscimento da parte nostra della legge di causa ed effetto porta a compiere atti positivi che danno luogo, sono cause di esperienze di felicità; nella visione buddista questo darà origine a rinascite in cui si vivranno esperienze positive. Per ottenere questo è necessario assumere una moralità. Il Dalai Lama elenca le azioni negative da abbandonare, come rubare, mentire, calunniare, avere brama, ecc. Ma questo non è l’unico metodo per evitare la sofferenza; c’è anche quello relativo alla meditazione. Con la concentrazione e stabilizzazione meditativa si evita la sofferenza del cambiamento, cioè l’alternarsi di esperienze piacevoli e spiacevoli. Ottenute queste realizzazioni la mente sarà completamente purificata da quelli che il buddismo chiama oscuramenti. Manifesterà allora spontaneamente la propria natura originaria, “la sua natura primordiale è immacolata e libera da ostacoli” (pag. 86). Dice il Dalai Lama: “Nagarjuna spiega come, capendo il sorgere dipendente, si sviluppi comprensione verso la sofferenza degli esseri e si cerchi quindi il modo di promuovere la loro liberazione. (pag.88).
Un’ultima annotazione: il libro contiene in Appendice il testo completo delle 112 stanze di cui è composto il Commentario alla mente dell’Illuminazione di Nagarjuna. Un’utile e vasto Glossario completano l’opera.

APPROFONDIMENTI IN RETE
Sito ufficiale: http://www.dalailama.com/
Sito che riassume gli insegnamenti del Dalai Lama nei tre giorni a Milano;
riporta inoltre i viaggi e gli insegnamenti del Dalai Lama in varie parti del mondo in italiano: http://www.sangye.it/wordpress2/?cat=8
in Lankelot: http://www.lankelot.eu/buddismo

 Anshin Thomas Claude, Una volta ero un sodato (At Hell’s gate)

“ Il mio lavoro in Vietnam era uccidere la gente. Quando, dopo due o tre mesi dal mio arrivo, per la prima volta fui ferito in combattimento, mi ero già reso direttamente responsabile della morte di diverse centinaia di persone. E oggi, giorno dopo giorno, vedo ancora la faccia di molte di loro” ( C.A.T))

Quando dopo molti anni dal suo ritorno dal Vietnam, Claude Anshin Thomas si recò ad un ritiro per reduci presso un monastero buddista in Francia, dove insegnava e insegna tuttora il monaco vietnamita Thich Nhat Hanh, si accampò fuori da monastero. Era convinto, in caso contrario, che i vietnamiti che ci vivevano lo avrebbero assalito e ucciso. “ Tracciai un perimetro intorno alla mia tenda di venti metri per trenta all’incirca e ci misi delle trappole” (pag. 53)
Dal suo ritorno in America nel 1968 fino a quel momento, e cioè fino a 1990, aveva percorso tutto il baratro di molti altri reduci dal Vietnam: alcool, droghe, violenze e perdita di tutti gli affetti. Anche se non beveva e non si drogava più da sette anni, era perseguitato da incubi spaventosi e insonnia indomabile.
Al monastero di Plum Villagei vietnamiti non lo assalirono, anzi, dice Claude nel libro, gli volevano bene. Ma ogni loro viso resuscitava un ricordo: esplosioni, sangue e morte. Un giorno un Mirage francese sorvolò il monastero. Claude si buttò a terra in preda al panico. Una monaca gli spiegò che avrebbe dovuto imparare a guardare al passato come fosse riflesso in uno specchio di acqua calma.
Durante questa prima permanenza al monastero buddista Claude imparò la meditazione seduta e camminata, imparò cioè l’attenzione al respiro e la presenza mentale, le due pratiche fondamentali del buddismo zen. Quando Thich Nhat Hanh gli propose di vestire l’abito da monaco, Claude rifiutò. Però nel 1992 entrò in contatto con la comunità zen di New York e con il suo abate Bernie Glassman.Con lui decise di prendere i voti di novizio nella tradizione buddista giapponese del Soto Zen.
E’ da questo momento che la vita di Claude Anshin Thomas cambia radicalmente: conduce ritiri di meditazione, ha vissuto per strada insieme ai senza tetto, ha intrapreso pellegrinaggi a piedi, va in zone di guerra a parlare ai soldati, insegna la meditazione ai reduci delle guerre e ai carcerati.

La sua pratica di guarigione è semplice: bisogna guardare la nostra sofferenza, parlare liberamente di come ci sentiamo, creare un linguaggio dei sentimenti “ e usarlo per cominciare a rompere il silenzio così necessario a proteggere e a perpetuare i cicli della violenza e dell’aggressione” (pag. 60).
A questo proposito Claude racconta così il suo incontro con il buddismo: “ mi ha fatto conoscere un modo di vivere pienamente cosciente, in cui si dà attenzione al più piccolo dettaglio del pensiero, del sentimento e della percezione; il termine che definisce questo modo di vivere è presenza mentale…Uno degli strumenti che mi sono stati dati per aiutarmi a stare nel momento presente è la consapevolezza del respiro. Se sono completamente consapevole del mio respiro non posso essere in nessun altro posto che nel presente” ( pag. 65).
Una parte molto interessante del libro sono i pellegrinaggi che vi sono raccontati. Il primo fu quello che Claude intraprese nel 1994 partendo da Auschwitz per arrivare, il più possibile a piedi, in Vietnam. Il pellegrinaggio fa parte del modo in cui Claude intende il suo essere monaco. “ Ho scelto di vivere come un monaco pellegrino mendicante…ho fatto voto di non accumulare beni materiali e di non avere fissa dimora. Per questo trascorro nove mesi all’anno viaggiando per il mondo, facendo un pellegrinaggio ogni anno, accettando inviti ad insegnare meditazione e vivendo per strada come un senza tetto” ( pag. 88). Una cosa che contraddistingue Claude Anshin Thomas è che quando insegna non accetta altro compenso che il cibo, l’alloggio e le spese di viaggio.
Egli fa parte dello Zen Pacemaker Order( Ordine dei costruttori della pace Zen ) ed infatti il suo primo pellegrinaggio prese il nome di “Pellegrinaggio per la pace e per la vita”. Questo viaggio durò otto mesi e i pellegrini attraversarono ventuno nazioni. Nel libro viene raccontato dettagliatamente nel capitolo V intitolato “Camminare per camminare”.
Anche un altro pellegrinaggio viene narrato nel libro con molti dettagli. Si tratta dell’American Zen Pilgrimage. Il primo Marzo del 1998 Claude Anshin Thomas, insieme ad un gruppo di pellegrini partì da Yonkers nello stato di New York e arrivò ad Albany in California il 28 Luglio dello stesso anno. In tutto camminarono centocinquanta giorni. Attraversarono a piedi l’America rurale dei piccoli centri incontrando a volte aiuto e comprensione, molte altre volte sospetto e pregiudizio. Viaggiavano senza soldi, fermandosi a fine giornata in una città o villaggio chiedendo cibo e alloggio alle persone che vi abitavano. Non sempre questo accadeva. “ In una città della Pennsylvania ci respinsero in tutte le chiese, sotto una pioggia gelida che si andava trasformando in nevischio. Finimmo per dormire all’addiaccio in una porcilaia…Fu una delle notti più belle; ero così grato per quel riparo!” (pag. 115).
Raramente l’aiuto per il cibo e l’alloggio venne dalle chiese, quattro su cinque dicevano di no. Una volta addirittura il pastore di una chiesa che aveva rifiutato di aiutare il gruppo di pellegrini, li raggiunse nel parco dove si erano fermati a riposare. Scrive Claude che mentre conversavano l’uomo gli disse che lui era nientemeno che l’anticristo. Un’altra volta invece il predicatore di una Chiesa del Pieno Vangelo li invitò a partecipare ad una funzione e dopo li presentò ai suoi fedeli con parole gentili. Inoltre in alcune chiese cristiane fu data loro la possibilità di allestire un altare e celebrare una funzione buddista.
L’ultima parte del libro è dedicata sia alla riconciliazione di Claude Anshin Thomas con suo figlio, che aveva abbandonato quando aveva tre anni a causa della sua dipendenza da alcool e droghe, che alla spiegazione di alcune tecniche di meditazione.
In conclusione vorrei aggiungere che quello che insegna questo libro è che si può cambiare, migliorarsi, evolvere. Che gli errori, pur se gravi, possono portare a qualcosa di buono. Del resto questo è il messaggio di tutti i sentieri spirituali e religiosi.

 

Lama Thubten Yesce, Diventare il proprio analista

Premetto che non ho particolari titoli per parlare e scrivere di Buddismo e in particolare di quello tibetano, arduo da capire e analizzare per i suoi innumerevoli testi di Psicologia, Logica, Filosofia e Metafisica. Ho solo la mia piccola esperienza personale fatta di alcune letture di testi del Dalai Lama, di alcuni insegnamenti ricevuti dallo stesso Dalai Lama, durante due sue visite in Italia, e da altri Lama come Tenzin Thempel e Alak Rinpoche. Attualmente il mio interesse è principalmente rivolte a impratichirmi nella meditazione, in particolare in quella tantrica.Il libretto in questione riguarda proprio la meditazione e quindi alcuni aspetti, apparentemente semplici  nella loro esposizioni ma notevolmente complicati da mettere in pratica, della psicologia buddista.

Questo libro, attualmente in ristampa, viene distribuiti gratuitamente dalla casa editrice Chiara Luce che opera all'interno della Fondazione per la Preservazione della tradizione Mahayana (FPMT), che in Italia ha la sua sede a Pomaia ( Pisa). La stessa Chiara luce distribuisce altri testi di Lama Yesche, che si trovano anche presso i portali di vendita online di libri.Lama Yesche è uno dei due fondatori dell'FPMT, l'altro è Lama Thubten Zopa Rimpoce che tuttora la dirige.Lama Yesce iniziò ad insegnare il buddismo agli occidentali nel 1969 nel Monastero di Kopan a Kathmandu e nel 1975, su invito di alcuni suoi giovani allievi venne in Italia, dove venne fondato l'Istituto Lama Tzong Khapa con sede a Pomaia, attualmente molto attivo.

Esistono le registrazioni e anche un dvd in cui è possibile ascoltare e vedere Lama Yesche nel suo modo tutto particolare di insegnare. Usava un linguaggio adatto agli occidentali, a cui quegli insegnamenti erano rivolti, quindi un linguaggio non tecnico, senza dotte citazioni in sanscrito, ma con molti esempi tratti dalla vita quotidiana dei ragazzi a cui il Lama si rivolgeva. Si era negli anni '70, quindi erano i viaggiatori di allora, giovani hippies provenienti da tutto il mondo in fuga dall'Occidente, in cerca di se stessi e di un maestro. Incontrare proprio Lama Yesche fu per loro una fortuna, e anche per me lo è stato, perché pur non avendolo conosciuto, dalle registrazioni e dal dvd ho potuto afferrare concetti altrimenti difficili da comprendere con la sola lettura di libri.Naturalmente questo vale anche per “Diventare il proprio analista”, da solo la lettura può fare poco, è necessario, soprattutto per le tecniche di meditazione, affidarsi ad un maestro competente. Il libretto consiste nella trascrizione di tre discorsi di Lama Yesce di introduzione alla psicologia e alla meditazione buddiste. Furono tenuti nel 1975 in Australia e Nuova Zelanda. In tutti e tre i testi l'autore insiste sugli stessi concetti: il buddismo non è una religione ma un modo per conoscere se stessi, ovvero la propria mente; per fare questo non è necessario affidarsi ad un esperto ma solo a se stessi; la saggezza dovuta alla conoscenza di noi stessi e non la fede ci porta alla felicità; la natura della mente è pura e priva di ego; il Buddismo non consiste nelle parole del Buddismo ma nella pratica, ovvero nel metodo per integrare i suoi insegnamenti nella vita quotidiana.Buddha non aveva nessun interesse che la gente credesse in lui, per cui sino ad oggi il buddhismo non ha mai incoraggiato gli aderenti a credere semplicemente nel Buddha. Siamo sempre stati maggiormente interessati alla comprensione della psicologia umana, alla comprensione della natura della mente” (pag. 27). “ Bhuddha stesso ha affermato: credere non è importante. Non credete a quello che dico solo perché sono mie parole…Fantasticare su meravigliose idee religiose e straordinarie esperienze spirituali, senza avere alcun interesse per le azioni da compiere per iniziare un cammino spirituale è totalmente irrealistico. Se non avete alcun metodo, alcuna chiave per integrare la vostro religione nella vostra vita quotidiana, una coca cola vi sarebbe di maggiore utilità”.(pag. 29)Con questo l'autore vuole mettere in guardia gli occidentali dal pensare che il buddhismo sia un'insieme di idee, una costruzione intellettuale. E' invece un sistema con il quale impariamo a investigare la nostra mente, a conoscerla e quindi automaticamente a controllarla. “ Quando comprendete la natura della vostra mente, sarete in gradi di controllarla in modo naturale.” (pag. 30). Un concetto molto importante esposto nel libro è che ego e mente non coincidono, non sono la stessa cosa; l'ego è una nostra costruzione mentale, è l'ego che soffre, si agita, si aggrappa alle aspettative materiale, mentre la mente umana è pura per natura. Non è vero, si dice, che se perdiamo il nostro ego perdiamo la nostra personalità, credere di essere tutt'uno con il proprio ego è un'illusione, al contrario è proprio perdendolo che è possibile essere felici. La meditazione, qui definita come comprensione della propria mente, può condurci oltre l'ego, che è la nostra mente agitata e incontrollata, per trovare la pace e la soddisfazione della nostra vera natura.Dove si trova la felicità duratura? Non è nel cielo o nella giungla…la felicità perenne si trova dentro di voi, nella vostra psiche, nella vostra coscienza, nella vostra mente….felicità e gioia, sconforto e infelicità, sensazioni neutre sono tutte dentro di noi… La meditazione rivela ogni cosa presente nella vostra mente; tutta la spazzatura, ogni vostro lato positivo, tutto è percepibile mediante la meditazione…La mente debole pensa. Oh lui mi ha fatto star male, lei mi fa sentire in modo orribile. Questa è la mente debole all'opera”(pag.47).

Lama Yesche aggiunge un concetto che ci può essere molto utile, e cioè che esaminare costantemente le nostre esperienze e sensazioni, i nostri stati mentali sia un modo di imparare costantemente qualcosa. Inoltre questo modo di analizzare noi stessi porta a incolpare sempre meno il mondo esterno dei nostri guai e fallimenti. Non è sostituendo un oggetto di desiderio con un altro che si risolve il problema. A questo punto una domanda può sorgere spontanea, la fa infatti uno dei presenti al discorso di Lama Yesce. “Quando si esamina la mente essa dice sempre la verità?”. La risposta è che se ci poniamo una domanda su noi stessi in modo isterico, agitato, pretendendo una risposta invece di attenderla, essa può essere sbagliata. Il Lama suggerisce di prendere nota della domanda, di sedersi e riflettere. La risposta comunque verrà, ha bisogno solo del giusto tempo. “ Perché la vostra essenza fondamentale è saggezza. Non crediate di essere totalmente e irrimediabilmente ignoranti” (pag. 49).

 http://www.chiaraluce.it/
www.lamayeshe.com

http://www.iltk.it/it/L1_homepage.htm

http://www.fpmt.org/

Altri Libri in commercio di Lama Yesce:

Lampi di libertà: La scienza del Buddha e la saggezza dell'Occidente; Il potere della saggezza. La scienza interiore del Buddha; Commentario al Tantra di Ghyalwa Gyatso; La beatitudine del fuoco interiore. Il cuore della pratica dei sei Yoga di Naropa; Il suono del silenzio. Cristianesimo e Buddhismo nelle riflessioni di un Lama tibetano; Heruka Vajrasattva. La gioia luminosa della mente pura; Meditazione e azione. Introduzione alla psicologia della pratica buddhista; Buddismo in occidente. Una via per una nuova ecologia della mente La via del Tantra. Una visione di totalità.

Tutti questi libri sono editi da Chiara luce edizioni

DVD: Introduzione al Tantra, Je Tzong Khapa edizioni

 
 

Cavani Liliana, Milarepa
Come potrei uccidere degli esseri viventi se non potessi resuscitarli?”

Intenso. Rispettoso. Simbolico. Spirituale. Ingenuo (“nel raccontare ho voluto essere ingenua”, dice la regista nel video che accompagna il DVD). Un piccolo grande film animato da un'idea e una visione in cui oriente e occidente si annullano per dare vita alla semplice condizione umana. Geniale l'idea di fare essere ognuno di noi, con la nostre facce bianche, con i nostri occhi chiari e vacui, i protagonisti di un storia che in “teoria” dovrebbe essere totalmente tibetana, inavvicinabile, come molti pensano, alla nostra occidentale capacità di comprensione.

Se chiedi ad un Lama tibetano come mai c'è così tanta violenza e sopraffazione in paesi dove il buddismo è la religione prevalente o l'unica religione, ti risponde che gli esseri umani sono uguali ovunque e ovunque sbagliano e commettono cattiverie. E che tutti dobbiamo liberarci da ira e rabbia ovunque viviamo. Cominciando subito, in questo preciso momento perché la morte ci può cogliere ora e allora noi non avremmo avuto il tempo di intraprendere il cammino della liberazione, e rinasceremo con le stesse afflizioni che ci fanno soffrire in questa vita.
La genialità della
Cavani in questo film ( girato dopo Fancesco, I cannibali, Il portiere di notte, L'ospite, Galileo), consiste nell'aver fatto del grande yogi tibetano dell'XI secolo Milarepa, uno di noi e di Marpa un maestro o un padre un po' troppo rigido come ce n'è tanti in una qualunque scuola o famiglia italiana.
Lo scopo della regista non è stato quello di ricostruire un Tibet e dei tibetani credibili, ma di cogliere e trasmettere con il film lo spirito e il senso universale della vicenda umana di Milarepa e Marpa. Se si pensa all'epoca in cui il film è stato girato ( 1974) questo ha del profetico. Tibetani allora in Italia ce n'erano pochissimi. Sono pochi anche
oggi. Hanno cominciato a frequentare il nostro paese quando fu creato a Pomaia ( Pisa)L’Istituto Lama Tzong Khapa fondato daLama Yeshee Lama Zopanello stesso anno 1974. Allora questi due Lama erano giovanissimi ed erano stati invitati da alcuni ragazzi italiani a venire ad insegnare il buddismo qui da noi dopo che li avevano conosciuti in Nepal.

La Cavani non dà alcuna importanza agli aspetti realistici del contesto in cui vissero Milarepa e Marpa; il suo non è un film storico. E neanche un film agiografico sul buddismo tibetano.
Nel video che accompagna il DVD la regista parla di questo suo film di tanti anni fa. E' una Cavani ancora entusiasta di quella esperienza, ha gli occhi che le brillano e sorride spesso pensando a quella bella avventura.
Veniamo a sapere che l'idea di fare un film su Milarepa le venne nel '70 dopo che Elsa Morante le prestò il libro Milarepa, grande yogi del Tibet, scritto dal suo discepolo Rechus (XII sec.) nella traduzione inglese del 1926. La Cavani rimase fortemente impressionata dalla lettura di questo libro e decise di trarne un film.” Era un mondo che approfondiva il processo della mente, che ha una vita propria…Per dare energia alla mente c'erano altre fonti, mi colpì moltissimo”.
La prima cosa che fece fu un viaggio in Nepal e in Mustang che è il paese più vicino al Tibet e in cui il buddismo praticato è quello tibetano.
Dice la Cavani: “ Non potevo raccontarla realisticamente questa storia, dovevo essere quello che ero, uno studente, una studentessa che incontra questo libro con un professore”. Aggiunge che decise che non avrebbe mai potuto e saputo raccontare una storia totalmente tibetana, così decise di raccontare un “ Tibet immaginato, il Tibet che ho immaginato io”. Fosco Marainile consigliò allora l'Abruzzo, il Parco del Gran Sasso come il paesaggio più somigliante a quello tibetano e così è lì che è stato girato il film. Fu finanziato dalla Rai e la Cavani creò apposta una casa di produzione, la LOTAR. Al film parteciparono a titolo gratuito il grande fotografo Armando Mannuzzie il montatore Franco Arcalli.
I luoghi, i paesaggi, le montagne in cui è ambientata la vicenda sono ripresi in maniera stupenda e non sono un semplice contorno alla vicenda umana di Milarepa e Marpa. Le case, le tende, il vento, le bandierine tibetane che sventolano con i loro
Mantradipinti, le pietre, il verde dell'erba e i corpi delle persone fanno tutti parte del messaggio spirituale del film esplicitato verso la fine: tutto è unito a tutto. “Capii, dice Milarepa, che nessuna cosa si differenzia dall'altra, e quindi l'unità di tutte le cose”.

La trama è semplice: un ragazzo di nome Leo ha tradotto in italiano il libro sulla vita di Milarepa. Mentre è in macchina con il suo professore e sua moglie accade un incidente e il professore rimane intrappolato nell'auto. Leo e la moglie del professore rimangono incolumi. Mentre la donna sale la scarpata in cui è finita l'auto per cercare aiuto, il professore fa capire a Leo che vuole che gli racconti la storia di Milarepa. Quindi ritroviamo l'attore che interpreta Leo nelle vesti di Milarepa e il professore in quelle di Marpa, il suo Maestro, nel Tibet immaginato dalla regista.
Dopo la morte del padre gli zii hanno portata via alla sua famiglia tutti i propri beni. Su richiesta della madre Milarepa decide di recarsi da un mago per imparare la magia nera e vendicarsi degli zii. Così accade; con un sortilegio Milarepa distrugge la famiglia degli zii e gran parte degli abitanti del villaggio. Pentitosi parte alla ricerca di un Maestro per apprendere la vera pura dottrina. Così incontra Marpa che lo sottopone a prove durissime allo scopo di distruggere in lui l'Io con i suoi difetti mentali ( nel buddismo si parla di tre veleni: ignoranza, attaccamento, rabbia). Anche se le prove che deve superare Milarepa sono terribili dal punto di vista fisico, in realtà sono le stesse che debbono superare a livello mentale tutti coloro che davverohanno il coraggio e la forza di eliminare da se stessi ( come si recide un giunco si dice nel film ) il proprio Io per fare posto alla mente dell'illuminazione.
Dopo un lungo ritiro in una caverna Milarepa parte per tornare dalla madre e quindi, su indicazione del maestro, raggiungere il deserto.
Ma nella sua casa non c'è più nessuno, la madre è morta, di lei è rimasto solo lo scheletro.” Il nostro incontro fu illusione”, dice Milarepa, “praticherò la legge della realtà”.
Alla fine è il discepolo a guidare il maestro. Marpa muore e Milarepa lo aiuta ad attraversare lo stadio ntermedio (
il Bardo). “ Ti aiuterò ad attraversare l'esistenza intermedia. Puoi passare, se vuoi, volare via leggero, hai davanti il tempo senza giri di sole e luna. Tutto è silenzio, oppure c'è qualcosa che ti tiene ancora legato?”.

In questo film la recitazione degli attori è affascinante, così distante dagli stereotipi attuali. Non vuole sedurre lo spettatore, non lo vuole suggestionare. Gli attori recitano come fossero in teatro, come si trattasse di una tragedia greca. Le parole sono quelle che contano, non le espressioni del viso o gli ammiccamenti emotivi. I volti sono fissi, come fossero fotogrammi immortalati in una serie limitata di espressioni. Quasi sempre neutre. La Cavani non vuole che l'aspetto esteriore degli attori prevalga sull'aspetto interiore dei due protagonisti, che si deve manifestare con le parole, poche, significative e preziose.
Questo è un film di cui non si può, non si deve, non si vuole perdere neanche una battuta. Perché si tratta di imparare qualcosa di vitale ed essenziale di noi stessi.
A questo proposito nel video che accompagna il film la Cavani dice: “ Mi sono posta l'immediatezza, come si racconta ai bambini una storia che non sanno, è una storia difficile perché è la ricerca della saggezza. E' la ricerca del tesoro, la ricerca dell'incapacità di fare del male. Dal male si va al bene. Il film è piaciuto molto per questo. La storia di Milarepa è esemplare, serve per porti delle domande. Nel film c'è una piccola resurrezione. Milarepa nella ricerca del Maestro trova un pescatore che mangia un pesce che ha arrostito. Quando butta la lisca il pesce si riforma. Ad un certo punto la ricerca fa sì che a delle domande a cui non hai risposta ci sia una risposta visibile, pratica. Si tratta di saperla vedere, volerla vedere. Noi la chiamiamo magia, ma è una magia che fa sì che quello che sembra morto torni vivo. Il ritorno in vita. La ruota delle vite”.
E aggiunge che il compito del cinema è sì raccontare la realtà nuda e cruda ma anche l'immaginario. E questo ha fatto lei con questo film.

appare anche qui
http://www.lankelot.eu/

Un maestro

A. Rimpoche, monaco e Lama
in una cucina come tante,
come tutte,
in un paesino
serrato tra villette, parchi e giardini
come tanti
come tutti
qui nella nostra pianura,
insegna a purificare
gesti, parole, mente-
millenni di sapere trasmessi
con la gentilezza di tè e biscotti,
sorrisi e fotografie di Gompa e Divinità-
Alak Rimpoche
ha famiglia, lontana
e cinque bambini tibetani orfani adottati
che, lui dice,
affamati com’erano
ora mangiano dieci volte al giorni-
per il suo sapere semplice e immenso
l’offerta richiesta è poca e libera