Una mia recensione della raccolta poetica di Gary Snyder “Questo istante presente”

All’inizio ho sbagliato. Leggevo le poesie di “Questo istante presente” di Gary Snyder ( libro uscito nel 2017 a cura di Giuseppe Moretti nella traduzione italiana di Rita Degli Esposti per Jouvence Edizioni ) una ad una e scrivevo man mano un mio commento, una mia riflessione. Poi ho capito. Mi sono lasciata andare alla lettura. Solo allora ho avuto l’impressione di avere comprese, assimilate, fatte mie queste poesie. E ho colto come siano il diario-bilancio di una vita. Fatta di costruire, scrivere, amare, viaggiare e osservare la natura nella dimensione del selvatico. La prima e l’ultima poesia parlano dello stesso tema, la perdita di una donna molto amata. E’ un cerchio questa raccolta poetica, Snyder lo tratteggia da un primo punto di matita fino all’ultimo punto di matita. Che sono l’amore e la perdita di una donna. In mezzo c’è la vita di tutti i giorni, molto lavoro manuale, i viaggi, gli amici, la vita solitaria con l’unica compagnia di un cane.
E’ sempre con un misto di sorpresa e aspettativa che mi avvicino ogni volta ad un testo di Snyder. Come a qualcosa che ha a che vedere con il sacro e con il silenzio, ovvero con quella che lui chiama la wilderness.


 

La prima e l’ultima poesia di “Questo istante presente” mi hanno molto commosso. Leggendo la prima dal titolo “Contorto” ti aspetti che parli solo di ciocchi segati di un pino. Sono ciocchi lisci e regolari, ma alcuni sono contorti. Improvvisi come fuori testo, come parlassero d’altro, gli ultimi versi: “la mia donna era dolce”. Non c’è solo la contrapposizione tra contorto e dolce (che è già qualcosa di profondo e inusuale), ma anche quel continuare i soliti lavori manuali, che però non riescono a distogliere dal pensiero dell’ amore perduto, e anzi lo evocano continuamente. L’ultima poesia (“Adesso vai”) del cerchio immaginario che, almeno nella mia mente, rappresenta questa raccolta poetica, affronta direttamente il tema della morte. Qui Snyder fa quello che troviamo anche in altre sue raccolte poetiche a proposito della morte di animali cui gli è capitato di assistere, cioè non lesina sui dettagli concreti. Questo avviene ad esempio in alcune poesie contenute nel volume “L’isola della tartaruga”.
“Adesso vai” affronta con la stessa accuratezza di particolari la morte della donna amata, ” niente dio o illuminazione o accettazione…della fine della nostra vita”, ma solo la realtà così come si presenta ai sensi e al cuore. E’ bella e terribile questa poesia, è lunga e si continua a leggere per vedere fin dove si spinge il coraggio dello scrittore. Si spinge dove è difficile scrivere come ti riduce la malattia rispetto a quello che eri, come ti riduce quando sei ancora vivo e come ti riduce quando sei morto. Non so come si sia sentito Snyder nello scrivere così dettagliatamente la malattia e la morte della donna amata. Non lo so. So che leggere “Adesso vai” mi ha fatto molta impressione e credo che abbia avuto lo scopo di dire a se stesso e a noi lettori cos’è la morte e come sia possibile continuare ad amare con la stessa intensità qualcuno oltre la bellezza e la salute di un corpo. Amarlo mentre si disfa già da vivo e poi si decompone e infine brucia, ” Ancora innamorato, essere lì/vedere, annusare, sentire/pensare addio/valeva la pena, anche con l’odore”.

Tra “Contorto” e “Adesso vai” sono racchiuse le altre poesie su temi consueti nella produzione poetica di Snyder. Prima di tutto la natura e il selvatico. Come in “Postazione siberiana”, una poesia narrativa incentrata su una tempesta di pioggia e grandine passata sotto un grande vecchio pino che evoca al poeta una sua possibile vita precedente vissuta da monaco. Oppure ” Canzoni del mattino” che parla di stelle che svaniscono al richiamo delle oche selvatiche, o “Qui”, in cui Snyder si chiede ( come spesso facciamo anche noi) “Perché siamo qui”.

Poet Gary Snyder in his Nevada City, California, home.
Credit: ANDREW NIXON / CAPITAL PUBLIC RADIO

E poi ci sono le poesie dedicate agli amici e ai luoghi visitati. A proposito di questi ultimi mi hanno colpito quelle dedicate all’Italia. Sono composte con lo sguardo preciso e allo stesso tempo distaccato pur se pieno di empatia che mi pare sia tipico dello stile poetico di Snyder. Cito solo a mo’ di esempio ” Giovane David a Firenze, prima di uccidere”. L’ammirazione del poeta per questa scultura di Michelangelo nasce dalla descrizione dettagliata che ne fa,che lo porta alla riflessione finale: ” Tranquillo, in un posto profondo/una cerniera del tempo/modestia e grazia nuda”. Lo stesso accade in “Sette poesie brevi dall’Italia che termina con questi bei versi: ” appoggiato/ad una panca guardo in alto/il duomo del cielo blu/l’unica chiesa che mai ci servirà”. Tra le poesie dedicate agli amici mi piace ricordare “Rabbia, bestiame, e Achille”. E’ incentrata sul perdersi di vista per anni e poi ritrovarsi per caso nel retro di un bar. Infine ci sono le poesie dedicate ai lavori manuali. Due mi sono piaciute particolarmente: ” Avviare l’orto di primavera pensando a Thomas Jefferson” e Storia della notte”. La prima tratta della differenza tra teorizzare (contraddicendosi rispetto al proprio concreto operare) e il semplice fare, perché ” mai troppo tardi/mai fermarsi/una zappa puoi usare/la tua gente lascia andare”. Versi che sono una specie di elogio della vita solitaria e del lavoro manuale. “Storia della notte” invece tratta del tema dell’energia, quella dei generatori di casa che si guastano e bisogna aggiustare e quella della bomba atomica. A questo proposito la poesia racconta del viaggio di Snyder nel 1963 a Hiroshima piena di verde, caffè-shop e soravvissuti pieni di cicatrici lucide. “Quello che mi dà fastidio della Bomba”, scrive il poeta, è il troppo potere”.

Credit : Christopher Felver

Infine vorrei sottolineare l’utilità della posfazione di Giuseppe Moretti. In essa oltre a ricordare gli aspetti più salienti della biografia di Snyder, Moretti ci mostra come la sua poesia si discosti da quella dei suoi amici della beat generation, perché la sua poesia “puntava verso un nuovo ma nello stesso tempo antico stato della mente”. Ed ora ” ultra ottantenne Snyder è un poeta che ha vissuto (e che vive tuttora) intensamente la sua visione. L’ha condivisa in ogni forma e in ogni dove nel mondo, l’ha mantenuta intatta, lucida, coerente e ferocemente connessa per una Terra viva e selvatica”.

Intervista a Giuseppe Moretti, scrittore, contadino e leader del movimento bioregionale sulla sua amicizia con il poeta americano Gary Snyder

“In compagnia di un’aquila non puoi fare altro che sforzarti a volare alto”

Giuseppe Moretti, è uno scrittore e uno dei fondatori del movimento bioregionale italiano oltre che redattore della rivista Lato Selvatico. E’ amico di Gary Snyder e di altri esponenti americani della rete Bioregionale. Coltiva la sua terra nella valle fluviale del Po.
Gary Snyder è un poeta e scrittore americano, buddista da sempre e leader del movimento bioregionale, è stato amico di Allen Ginsberg e di altri esponenti della beat generation. Vive fin dalla gioventù in una casa della Sierra Nevada in California costruita con l’aiuto di alcuni amici.
E’ autore di un gran numero di raccolte poetiche e saggi, alcuni dei quali sono stati raccolti recentemente in un libro dal titolo “Nel mondo poroso” (http://lascrittura.altervista.org/gary-snyder-nel-mondo-poroso-saggi-e-interviste-su-luogo-mente-e-wilderness-mimesis-edizioni/); molto importanti le sue raccolte poetiche come “La grana delle cose” ( http://www.lankelot.eu/letteratura/snyder-gary-la-grana-delle-cose.html) . Nella serie terrapoesia della rivista Lato Selvatico. È uscito un bellissimo libretto di poesie “Madre Orsa”
( http://www.lankelot.eu/letteratura/snyder-gary-madre-orsa.html)

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1) Gary Snyder come molti esponenti americani della sua generazione è molto lontano dal modo di scrivere e forse anche di pensare che c’ è stato e c’ è in Italia, condividi questa mia opinione? Se sì come spieghi questa profonda differenza?

La scrittura di Snyder, verrà forse ricordata come quella di un autore che più che guardare a est, alla tradizione letteraria europea, ha guardato a ovest. E questo non solo per un dato oggettivo, la costa occidentale degli Stati Uniti si affaccia a occidente, verso Cina, Giappone, Corea, Siberia, ma anche e soprattutto per l’attrazione verso gli aspetti culturali e spirituali di quella parte del mondo, culminati poi nella scelta di Snyder di andare a studiare buddhismo Zen in Giappone, nel 1956. Altro aspetto, di non poco conto, che nel tempo ha dato conferma a Snyder della giustezza di guardare a ovest è stata la nuova definizione di luogo propria del bioregionalismo, una ipotesi che bypassa i confini temporali, politico/legislativi, per adottare quelli che invece seguono l’orografia della terra, gli spartiacque montani, i bacini idrografici, i litorali marini, che, nel caso in questione, disegnano l’orlo del Pacifico settentrionale (il North Pacific Rim). Un orlo, appunto, che abbraccia tutti gli Stati del nord-ovest americano, fino all’Alaska e le isole Aleutine, per poi scendere dall’altro lato toccando le isole Hokkaido, il Giappone, l’isola di Taiwan e il sud della Cina.
Lo sguardo culturale di Snyder verso l’Oriente fa innanzitutto riferimento alla lunga tradizione degli eremiti taoisti (famosa è la sua traduzione dei versi di Han Shan, vissuto tra il 7° e 8° secolo d.C.) e ai dettami del buddhismo Zen. Si potrebbe affermare che la sua poesia e prosa comprenda un mix di saggezza orientale, forti dosi di cultura amerinda e una convinta fede nelle potenzialità della mente originale/selvatica.
Vien da sé, l’evidenza delle differenze con la maggior parte degli autori europei e italiani, limitati all’umanesimo e non oltre gli insegnamenti del mondo classico. Detto questo, comunque, sarebbe errato dire che Snyder non abbia uno sguardo attento verso la cultura e la storia europea, soprattutto per quanto riguarda l’Europa antica, il paleolitico e il neolitico, verso cui ha un interesse particolare, direi quasi riverenziale.
2) Che persona è Gary Snyder? Conosciamo da varie letture la sua biografia, ma com’è lui dal punto di vista interiore?

Per come lo conosco io, Gary Snyder è una persona veramente importante per il momento storico in cui viviamo, sia per le cose che scrive, per la coerenza della sua vita e per la chiarezza e profondità delle sue idee, ma anche perché sa essere una persona semplice, più che accessibile e disponibile, nei limiti, ovviamente, che una persona pubblica come lui può essere. Se poi con lui si hanno degli ideali in comune allora cade ogni formalità e si ‘gioca’ alla pari. Almeno per me è stato così, e questo, a dire il vero, mi ha messo un po’ a disagio (viste le differenze conoscitive abissali), per poi accorgermi che in realtà è stata una grande opportunità di crescita: in compagnia di un’aquila non puoi fare altro che sforzarti a volare alto.
3) Ci parli della sua vita quotidiana e della sua famiglia?

Per quel poco che ho potuto vedere, Gary Snyder è un metodico, molto preciso nelle cose che fa, sia che si tratti di scrittura, di ordinare la cucina o di preparare una lettura. La mattina per lui inizia all’alba, breve seduta di meditazione allo Zendo (non lontano da casa), colazione, e poi nella libreria/studio, dove si dedica alla cura dei suoi lavori e interessi letterari. Dopo pranzo cura il podere, riordina gli attrezzi, fa rifornimento di legna, incontra i vicini, riceve persone (di tutti i tipi, giornalisti, scrittori come lui, semplici persone…). Spesso alla sera ha ospiti a cena o è lui che va a cena dagli amici del Ridge (Crinale). Partecipa alla vita della comunità, tenendo letture al locale North Columbia Cultural Center e dando il proprio contributo alle iniziative e alle controversie che investono il comprensorio del bacino idrografico del fiume Yuba. Dopo la scomparsa della quarta moglie, Carole Koda, ora vive da solo, anche se a poca distanza, nella casa che fu di Allen Ginsberg, vive il secondogenito Gen,. Kai, il primogenito, vive in Oregon. Le due figlie di Carole, Mika e Robin, invece vivono, rispettivamente una in Maine e l’altra a Grass Valley, California.
Come tutti per vivere in questo mondo, anche Snyder, fa un discreto uso della tecnologia: computer, auto, motosegna per tagliare legna, viaggi in aereo etc…, ma per tutto il resto sono le ‘vecchie maniere’ a scandire le giornate, prova ne è la veranda di casa (vero ponte fra esterno e interno), così ben fornita di attrezzi e indumenti per la vita all’aperto, a contatto con gli elementi del luogo: impermeabili, cappelli, corde di ogni tipo e misura, racchette da neve, accetta, zaini, guanti, torcia a pile, elmetto antincendio etc.. . Ancora oggi, a ottantacinque anni, si prende cura della casa e del bosco, tagliando legna da ardere, bruciando le ramaglie (con particolare attenzione alla direzione del vento e al grado di umidità nell’aria. Tutta l’area della Sierra è soggetta ad incendi boschivi), curando il piccolo frutteto: perlopiù meli e susine, il piccolo orto: protetto dai cervi con una siepe alta due metri, tenendo in ordine i pannelli solari e i generatori di corrente di riserva, la tubazione antincendio sotterranea, la legnaia e il rustico con gli attrezzi. Quando ha bisogno di una mano si avvale dei vicini o assume qualche giovane del posto.
4) Che ne pensi del suo modo di scrivere poesie?

Non sono un poeta, non scrivo poesie, quindi non saprei darti una risposta tecnica. La mia impressione comunque è che siamo di fronte a una poetica che ha ‘potere’, nel senso che la poesia di Snyder è una poesia che va oltre il semplice poetare. Le idee, i concetti profondi, le intuizioni, le descrizioni che tanto apprezziamo nella sua prosa, sono anche nelle sue poesie, anzi, in molti casi è vero il contrario, prima sono nelle poesie e poi, proprio per esemplificarne i concetti, li articola nei saggi. La poesia per Snyder è una sorta di grimaldello per sondare i misteri del profondo in noi stessi “The silence of nature within / the power within / the power without…”, ma anche un modo per andare ‘oltre’ (sia a livello culturale, che immaginifico), sondare altri mondi/modi, altre possibilità. La poesia come ‘scout’ in avanscoperta, per aprire varchi, delineare percorsi… ‘occhi’ per leggere la realtà più ampia, per vedere le cose che non si vedono “Here in the mind, brother / Turquoise blu…”.
5) Ci descrivi la sua casa e quello che c’ è intorno, è completamente immersa nella natura? Ed è vero che l’ ha costruita da solo con l’ aiuto di alcuni amici?

Sì, la sua casa è all’interno di un’ampia zona di boschi e foreste, composti da pini Ponderosa, cedri, abeti Douglas, querce nere, madrone e manzanita, un arbusto sempreverde, quest’ultimo, dal fusto rosso ruggine, molto diffuso. Come fauna, abbondanti sono i cervi, procioni, volpi grigie, coyote, comuni seppur poco visibili sono l’orso nero e il puma. Tra i volatili, diverse specie di picchi, gufi e falchi. La casa porta il nome di un minuscolo arbusto locale, il kitkitdizze, in lingua nativa Wintun, ed è stata costruita all’antica con materiale locale tra il 1969 e 70 da Snyder stesso, coadiuvato da un folto numero di amici, tra questi molti giovani studenti in architettura, e arti e mestieri. La forma è un mix tra cascina giapponese e dimora indiana, con apertura al centro del tetto per permettere al fumo di fuoriuscire dal focolare in basso (ciò è avvenuto per un certo periodo, poi si è optato definitivamente per la stufa a legna, conservando comunque l’apertura al centro, ora chiusa a vetro). La porta d’ingresso è rivolta a est.
Negli anni a seguire sono stati aggiunti altri edifici funzionali alla casa, una legnaia, un rustico per gli attrezzi, un bagno e lavatoio esterno, un gazebo sotto cui mangiare d’estate e quello che lui chiama il barn (fienile), dove c’è la libreria e l’ufficio. Durante i primi anni la luce in casa veniva fornita da lampade a kerosene, poi negli anni ’80 sono stati installati i pannelli solari che sopperiscono completamente al bisogno energetico della casa. L’acqua viene da una fonte vicina, alimentata dalle nevi perenni della Sierra. C’è anche uno stagno vicino a casa, alimentato soprattutto dalle acque piovane.

6) Che tipo di comunità c’ è nel posto in cui vive? È riuscito a realizzare lì il suo ideale di vita?

Tutt’attorno alla casa di Snyder c’è il bosco e, a distanza di qualche chilometro, le une dalle altre, le case dei vicini, che compongono la molto attiva e poliedrica comunità del San Juan Ridge, il cui centro e fulcro è il North Columbia Cultural Center. Tra i servizi principali, c’è una scuola elementare, un servizio antincendio volontario, uno spaccio, una piccola clinica, una community farm, che rifornisce le famiglie di prodotti freschi pagati in abbonamento mensile. È tutta gente arrivata dai primi anni settanta in poi, molti oramai sono passati a miglior vita, ma i tanti giovani sembrano fortunatamente mantenere, seppur con aggiustamenti, la direzione dei genitori. Le case, tutte in legno, sono graziose/fantasiose e ben curate. Molti sono artisti, poeti e scrittori, come Snyder, altri hanno avviato piccole imprese di falegnameria, ceramica, edilizia, manutenzione e cura del bosco, piccole farm, attività artistiche, studio di architettura, perfino c’è chi fa lavori di alta tecnologia etc… Oltre a questi nuovi abitanti esistono sul posto anche fattorie di vecchia data, con le quali il rapporto è da sempre discreto.
Dal 1990 la comunità ha istituito il Yuba Watershed Institute, che si occupa della gestione congiunta con l’Ufficio per la gestione del territorio (BLM), della ‘Inimim Forest, un lembo di foresta primaria, fonte e orgoglio della comunità stessa, che così facendo ne ha assicurato la preservazione e l’integrità. Pubblicano un giornale a scadenza annuale “Tree Rings” e altre pubblicazioni www.yubawatershedinstitute.org .

7) Che amicizia c’ è tra voi?

Siamo amici dal 1991, quando ci incontrammo al primo raduno della bioregione Shasta, in California. Credo che la nostra amicizia sia fondata sulla stima reciproca, sulla condivisione di valori e di ideali. Attraverso questa stima ho potuto pubblicare, qui in Italia, diversi libri e articoli suoi, e a portarlo nel nostro paese nel 2004 (anche grazie alla compianta Carole, che desiderava visitare l’Italia), per la presentazione del libro che gli ha valso il Premio Pulitzer nel suo paese, L’Isola della Tartaruga. Il viaggio è poi proseguito andando a visitare L’Uomo dei ghiacci al Museo Archeologico di Bolzano, le Dolomiti ed è terminato lungo le rive del Po.
8) Che rapporto ha avuto Gary con Ginsberg e Kerouac?

Direi un ottimo rapporto, soprattutto con Ginsberg, col quale viaggiò estesamente l’India e successivamente comprarono in partenariato il podere alle pendici della Sierra, che ora è solo di Snyder (avendolo riscattato dall’amico), compresa la casetta che Ginsberg si era costruito per i suoi saltuari ritiri sui monti. L’amicizia con Kerouac è stata invece più breve, quantunque molto intensa, da indurre Kerouac a scrivere il libro cult I Vagabondi del Dharma. Snyder ne ha sempre riconosciuto le capacità letterarie e la sincerità di approccio al buddhismo, ma disconoscendo alcuni particolari del libro sopra citato, che, secondo lui, sono più frutto dell’inventiva di Kerouac che della realtà dei fatti.

Gary Snyder, Nel mondo poroso. Saggi e interviste su luogo, mente e wilderness, Mimesis Edizioni

Si tratta di una raccolta di saggi ed interviste per lo più inediti in Italia, tradotti, per la collana Eterotopie della casa editrice Mimesis diretta da Salvo Vaccar e Pierre Della Vigna, da Rita Degli Esposti con la collaborazione di Etain Addey, esponente di primo piano del movimento bioregionale italiano. Giuseppe Moretti, uno dei fondatori di questo movimento e redattore della rivista Lato Selvatico, ha curato l’intero volume.Gary Snyder è la persona che meglio incarna la mia personale necessità di collegare in un qualcosa di mentalmente unico ( anche se complesso e articolato) i tre o quattro ruscelli che costituiscono ciò che mi interessa nella vita. Questo scrittore deve averci pensato molto a quanto è complessa la realtà e deve averla ( a leggere la sua biografia, in parte racchiusa e romanzata da Kerouac ne I vagabondi del Dharma) anche vissuta molto questa complessità, prima partecipando all’epopea beat, poi viaggiando in Oriente e soprattutto in Giappone e infine insediandosi alle pendici della Sierra Nevada in una casa costruita con le proprie mani. Il tutto senza mai smettere di studiare e scrivere. Ed è riuscito, per quello che posso aver capito leggendo i suoi testi e le sue poesie, ad unificare tutte queste esperienze in una filosofia di vita vissuta. In essa la necessità di essere se stessi ( e quindi di conoscersi), di rapportarsi da pari a pari con gli altri esseri viventi umani e non umani, il bisogno di attingere sia alle culture locali che a quelle più fisicamente lontane come quella buddista, trovano la possibilità di incontrarsi e soprattutto di fondersi in un’unica entità mentale. Questo è uno degli aspetti più interessanti della sua vita di uomo e di scrittore così come è racchiusa in “ Il mondo poroso”. Tutti i vari temi affrontati in questo magnifico libro, come il bioregionalismo, la wilderness, la poesia naturale, sono tutti analizzati tenendo presente questa necessità di colmare gli spazi che fanno della nostra vita una vita magari anche bella ma frammentaria. Da una parte il lavoro, da un’altra la famiglia, da un’altra ancora i propri interessi personali. Il tutto racchiuso in compartimenti stagni separati e incomunicabili tra loro. In tal senso Gary Snyder in questo, come in tanti altri suoi libri, si pone come fondatore di un nuovo umanesimo. E per cultura, esperienza, buona fede, è pienamente autorizzato a farlo. Come? La cosa più importante a questo proposito è la prospettiva da cui guardare la realtà. Abitualmente è sempre quella degli ultimi 2000 anni. A voler essere lungimiranti gli ultimi 3000. La prospettiva di Snyder è ben più ampia. Noi facciamo parte d un tempo che ha inizio 40.000 mila anni fa. Nel saggio contenuto in Un mondo poroso e intitolato “La politica dell’Etnopoetica” (1977) egli afferma infatti che “tutto ci conferma che, 40000 anni fa, la fantasia, l’intuizione, l’intelletto, l’ironia, la decisione, la velocità e l’abilità erano completamente sviluppate…Prendere in considerazione quest’intelligenza e questa arcaica attenzione di lunga durata dovrebbe far parte della fondazione del nuovo umanesimo” (pag. 56). E più avanti in questo stesso saggio affrontando il tema della necessità di combattere il genocidio culturale delle tradizioni orali afferma che “ nella scala cronologica di 40000 anni siamo tutti parte di un solo popolo. Siamo tutti ugualmente primitivi, con la differenza di due o tremila anni da una parte, o di cento dall’altra. Allora Omero, da questo punti di vista, non è l’inizio di una tradizione, ma ne è il punto centrale. Omero contiene e organizza i primi ottomila anni di materiale orale” (pag 65). Questa è la prospettiva temporale all’interno della quale si muovono e si sviluppano le riflessioni di Snyder. Quello che a lui interessa è recuperare la naturalità dell’uomo, che a suo avviso, è la sua vera umanità, quella non separata dagli altri esseri non umani, quella che anzi è tesa a recuperare la parte selvatica dell’uomo, perché “ la civiltà rappresenta una parte molto piccola dell’esperienza umana” (pag. 57). Ecco allora il significato di “mondo poroso”. Dice lo scrittore nel saggio omonimo che dà il titolo all’intero volume: “ Uno può scegliere di vivere in un posto come ospite, oppure abitarlo” (pag. 32). E nel suo caso questo ha significato andare a vivere “una vita permeabile e porosa” tra querce e pini dove la casa è aperta durante l’estate a vespe, pipistrelli e scoiattoli, che a volte, dice Snyder, possono anche dare fastidio. “Ma se uno è abituato alla vita all’aperto, questo è un gran modo di godere la foresta”” (pa. 34). Ma naturalmente il concetto di porosità del mondo, va ben al di là dell’essere aperti alla presenza di vespe e pipistrelli. Esso viene ben espresso in un’intervista a Snyder risalente al 1979 che gli fece un amico carpentiere per conto di un giornale di controcultura della Contea del Nevada, dove lo scrittore vive tuttora. In essa egli afferma che siamo tutti nativi di un posto se decidiamo di abitarlo e non semplicemente di viverci. C’è un modo di pensare da nativo, dice nell’intervista, ovvero “ pensare in termini di interezza di tutte le cose viventi” (pag. 26). E questa interezza ha bisogno di tempi lunghi, è qualcosa “che ha a che fare con la pazienza e l’impegno a lungo termine verso un sentiero spirituale” (pag.26). Ad un certo punto l’intervistatore chiede a Snyder se si relaziona di più con la gente del posto dove abita o con i suoi lettori. E la risposta è sorprendente trattandosi del 1979. Infatti dice Snyder: “ Ci sono due specie di livelli con i quali tutti noi ci relazioniamo. Uno è la rete e l’altro è la comunità. Certe persone non hanno una comunità verso la quale relazionarsi, ma solo una rete. La rete è qualcosa come: tutti i dentisti degli Stati Uniti hanno un giornale, fanno delle conferenze…C’è una rete di poeti…C’è una rete di intellettuali…Trovo che per il mio lavoro e per la mia crescita spirituale, il tipo di vita che si svolge nella comunità sia più preziosa di quella della rete. Perché la rete ti incoraggia a pensare che sei importante, la comunità no” (pag. 29). Trovo piuttosto sorprendenti e profetiche di quello che la rete è oggi queste parole di Snyder e mi ci ritrovo abbastanza. Per comunità lo scrittore non intende persone che fisicamente si incontrano per parlare di temi che stanno loro a cuore; per essere una comunità bisogna vivere in un luogo con caratteristiche naturali che non corrispondono ai confini stabiliti in maniera arbitraria nel corso dei secoli. E’ l’argomento affrontato nel saggio RI-ABITARE, già pubblicato in Italia in La grana delle cose (1987). In esso viene spiegato il concetto di bioregione, come area territoriale e culturale con caratteristiche proprie, come bacini idrici, la flora, ma anche la religione, il dialetto, i miti; caratteristiche queste che si sono sviluppate sul pianeta a partire da 40000 anni fa e che in parte sono arrivate fino a noi. E ciò nonostante che nel corso dei secoli la bioregione sia stata sovrastata dagli stati e dai poteri assoluti. Questi poteri hanno creato filosofie e religioni dell’assoluto. “Tutte le grandi religioni del mondo civilizzato rimangono principalmente umano-centriche. C’è un passo successivo che viene escluso o dimenticato – cosa dirai alla gazza? Cosa dirai al serpente a sonagli quando lo incontri? Cosa impariamo dallo scricciolo, o dal colibrì, dal polline del pino?…”(pag.22). E subito dopo arriviamo al nocciolo della scelta bioregionale. “La ragione per cui molti di noi vogliono compiere questo passo è semplice, e si spiega nei termini di questo nostro riallacciarci, che ci riporta indietro di quarantamila anni. Ad un certo punto, in questi ultimi vent’anni, le migliori menti dell’Occidente hanno scoperto con loro sorpresa che viviamo in un Ambiente…Siamo di nuovo consapevoli che viviamo all’interno di un sistema chiuso, di un sistema che ha dei limiti specifici, e che siamo interdipendenti ad esso”.( pag.22). Queste riflessioni continuano e si approfondiscono in altri saggi contenuti in questo libro, ad esempio in “Scrittura innaturale” ( 1992), dove si affronta il tema del rapporto tra scrittura e natura. Come la intende Snyder la scrittura è uno dei modi in cui la natura si svela all’uomo, “un modo per scoprire la grana delle cose, di svelare il caos equilibrato che struttura il mondo naturale” (pag. 72). E’ una definizione di scrittura che mi suona familiare, che nel mio piccolo pratico anche io, camminando e scoprendo, guardandomi semplicemente intorno, osservando dopo la pioggia una lumaca sul terrazzo e domandandomi come ha fatto a salire fin qui? Quella di cui parla Snyder è la scrittura che nasce dall’osservazione, dalle cose naturali così come sono, cioè selvatiche ( come vedremo questo non è sinonimo di wilderness). Citando un’altra sua opera, La pratica del selvatico, che non è presente in questo volume, lo scrittore afferma che i sistemi selvatici possono essere “irrazionali, ammuffiti, crudeli”. C’è una letteratura in altri ordini di esseri, quella “della scia di odore che passa da un cervo all’altro…una letteratura di macchie di sangue, un po’ di urina, uno spruzzo d’estro, un po’ di solchi, un graffio su un arbusto, e via. In questa visione, anche la più piccola foglia d’erba, ogni minuscolo insetto è sacro. In un altro testo di questo libro, “Un’assemblea di villaggio di tutti gli esseri (1995) ” si afferma infatti che “ L’intera natura biologica si può considerare un’enorme puja, una cerimonia di offerta e condivisione” . L’intima percezione dell’interconnessione, fragilità, inevitabile impermanenza e dolore…è un’esperienza che risveglia la compassione” (pag. 78). Da questa esperienza di compassione, si chiede lo scrittore, può nascere “un’etica che vada oltre gli obblighi tra umani, e si allarghi a comprendere la natura non umana?” (pag. 80). Per Snyder sì, ma deve avvenire nella pratica, “luogo per luogo”. Ecco perché esiste la rete bioregionale, per praticare e dare voce a questa etica dell’umano e del non umano. Ma cos’è per Snyder questa natura di cui si parla in tutti i saggi di questo libro? La caratteristica essenziale della natura è la selvaticità. “Selvatico allude a un processo di auto-organizzazione che genera sistemi ed organismi, ciascuno è all’interno dei limiti – e costituisce una componente – di sistemi più grandi, a loro volta selvatici, come i maggiori ecosistemi” (pag. 84). Come ho già accennato in precedenza per Snyder selvatico non è sinonimo wilderness. La differenza è spiegata nell’intervista a David Lukas inserita verso la fine del volume. Con wilderness ci si riferisce a luoghi selvaggi non manipolati dall’uomo, il significato di selvatico invece è quello che ho riportato alcune righe fa, fa riferimento cioè a luoghi in cui avvengono processi universali di auto-gestione. In questo senso, dice infine Snyder, “ una piccola, sottile, non manipolata striscia di terra lasciata selvatica, ma anche un parco urbano devono essere apprezzati” ( pag. 132. Mi sono detta quando ho letto questa definizione di selvatico, come un processo di auto – gestione e auto – organizzazione: ma allora anche noi siamo selvatici, ovvero lo è il nostro corpo di cui non controlliamo il funzionamento, e lo è la nostra mente, quella parte della nostra mente che chiamiamo inconscio. Snyder ne parla in questa stessa intervista. Alla domanda: Cos’è esattamente la pratica del selvatico? Così risponde: “ iniziamo riconoscendo il selvatico che è in noi stessi, nel capire come l’immaginazione sia selvatica. Il linguaggio è selvatico…Quel processo profondo che usa i nostri corpi e le nostre menti è il primo livello di un certo tipo di pratica. Se una persona può entrare in contatto con tutto questo e lo apprezza per ciò che è, allora le sue simpatie possono espandersi alla vita e allo spirito che dimora là fuori negli ecosistemi” (pag. 133).

 Gary Snyder, Nel mondo poroso. Saggi e interviste su luogo, mente e wilderness, Mimesis Edizioni, Collana Eterotopie diretta da Salvo Vaccaro e Pierre Della Vigna
Traduzione di Rita Degli Esposti
Collaborazione per la revisione dei testi Etain Addeu
Il volume è a cura di Giuseppe Moretti

 

 

 

Una mia recensione: Gary Snyder, Nel mondo poroso. Saggi e interviste su luogo, mente e wilderness

Si tratta di una raccolta di saggi ed interviste per lo più inediti in Italia, tradotti, per la collana Eterotopie della casa editrice Mimesis diretta da Salvo Vaccar e Pierre Della Vigna, da Rita Degli Esposti con la collaborazione di Etain Addey, esponente di primo piano del movimento bioregionale italiano. Giuseppe Moretti, uno dei fondatori di questo movimento e redattore della rivista Lato Selvatico, ha curato l’intero volume.Gary Snyder è la persona che meglio incarna la mia personale necessità di collegare in un qualcosa di mentalmente unico ( anche se complesso e articolato) i tre o quattro ruscelli che costituiscono ciò che mi interessa nella vita. Questo scrittore deve averci pensato molto a quanto è complessa la realtà e deve averla ( a leggere la sua biografia, in parte racchiusa e romanzata da Kerouac ne I vagabondi del Dharma) anche vissuta molto questa complessità, prima partecipando all’epopea beat, poi viaggiando in Oriente e soprattutto in Giappone e infine insediandosi alle pendici della Sierra Nevada in una casa costruita con le proprie mani. Il tutto senza mai smettere di studiare e scrivere. Ed è riuscito, per quello che posso aver capito leggendo i suoi testi e le sue poesie, ad unificare tutte queste esperienze in una filosofia di vita vissuta. In essa la necessità di essere se stessi ( e quindi di conoscersi), di rapportarsi da pari a pari con gli altri esseri viventi umani e non umani, il bisogno di attingere sia alle culture locali che a quelle più fisicamente lontane come quella buddista, trovano la possibilità di incontrarsi e soprattutto di fondersi in un’unica entità mentale. Questo è uno degli aspetti più interessanti della sua vita di uomo e di scrittore così come è racchiusa in “ Il mondo poroso”. Tutti i vari temi affrontati in questo magnifico libro, come il bioregionalismo, la wilderness, la poesia naturale, sono tutti analizzati tenendo presente questa necessità di colmare gli spazi che fanno della nostra vita una vita magari anche bella ma frammentaria. Da una parte il lavoro, da un’altra la famiglia, da un’altra ancora i propri interessi personali. Il tutto racchiuso in compartimenti stagni separati e incomunicabili tra loro. In tal senso Gary Snyder in questo, come in tanti altri suoi libri, si pone come fondatore di un nuovo umanesimo. E per cultura, esperienza, buona fede, è pienamente autorizzato a farlo. Come? La cosa più importante a questo proposito è la prospettiva da cui guardare la realtà. Abitualmente è sempre quella degli ultimi 2000 anni. A voler essere lungimiranti gli ultimi 3000. La prospettiva di Snyder è ben più ampia. Noi facciamo parte d un tempo che ha inizio 40.000 mila anni fa. Nel saggio contenuto in Un mondo poroso e intitolato “La politica dell’Etnopoetica” (1977) egli afferma infatti che “tutto ci conferma che, 40000 anni fa, la fantasia, l’intuizione, l’intelletto, l’ironia, la decisione, la velocità e l’abilità erano completamente sviluppate…Prendere in considerazione quest’intelligenza e questa arcaica attenzione di lunga durata dovrebbe far parte della fondazione del nuovo umanesimo” (pag. 56). E più avanti in questo stesso saggio affrontando il tema della necessità di combattere il genocidio culturale delle tradizioni orali afferma che “ nella scala cronologica di 40000 anni siamo tutti parte di un solo popolo. Siamo tutti ugualmente primitivi, con la differenza di due o tremila anni da una parte, o di cento dall’altra. Allora Omero, da questo punti di vista, non è l’inizio di una tradizione, ma ne è il punto centrale. Omero contiene e organizza i primi ottomila anni di materiale orale” (pag 65). Questa è la prospettiva temporale all’interno della quale si muovono e si sviluppano le riflessioni di Snyder. Quello che a lui interessa è recuperare la naturalità dell’uomo, che a suo avviso, è la sua vera umanità, quella non separata dagli altri esseri non umani, quella che anzi è tesa a recuperare la parte selvatica dell’uomo, perché “ la civiltà rappresenta una parte molto piccola dell’esperienza umana” (pag. 57). Ecco allora il significato di “mondo poroso”. Dice lo scrittore nel saggio omonimo che dà il titolo all’intero volume: “ Uno può scegliere di vivere in un posto come ospite, oppure abitarlo” (pag. 32). E nel suo caso questo ha significato andare a vivere “una vita permeabile e porosa” tra querce e pini dove la casa è aperta durante l’estate a vespe, pipistrelli e scoiattoli, che a volte, dice Snyder, possono anche dare fastidio. “Ma se uno è abituato alla vita all’aperto, questo è un gran modo di godere la foresta”” (pa. 34). Ma naturalmente il concetto di porosità del mondo, va ben al di là dell’essere aperti alla presenza di vespe e pipistrelli. Esso viene ben espresso in un’intervista a Snyder risalente al 1979 che gli fece un amico carpentiere per conto di un giornale di controcultura della Contea del Nevada, dove lo scrittore vive tuttora. In essa egli afferma che siamo tutti nativi di un posto se decidiamo di abitarlo e non semplicemente di viverci. C’è un modo di pensare da nativo, dice nell’intervista, ovvero “ pensare in termini di interezza di tutte le cose viventi” (pag. 26). E questa interezza ha bisogno di tempi lunghi, è qualcosa “che ha a che fare con la pazienza e l’impegno a lungo termine verso un sentiero spirituale” (pag.26). Ad un certo punto l’intervistatore chiede a Snyder se si relaziona di più con la gente del posto dove abita o con i suoi lettori. E la risposta è sorprendente trattandosi del 1979. Infatti dice Snyder: “ Ci sono due specie di livelli con i quali tutti noi ci relazioniamo. Uno è la rete e l’altro è la comunità. Certe persone non hanno una comunità verso la quale relazionarsi, ma solo una rete. La rete è qualcosa come: tutti i dentisti degli Stati Uniti hanno un giornale, fanno delle conferenze…C’è una rete di poeti…C’è una rete di intellettuali…Trovo che per il mio lavoro e per la mia crescita spirituale, il tipo di vita che si svolge nella comunità sia più preziosa di quella della rete. Perché la rete ti incoraggia a pensare che sei importante, la comunità no” (pag. 29). Trovo piuttosto sorprendenti e profetiche di quello che la rete è oggi queste parole di Snyder e mi ci ritrovo abbastanza. Per comunità lo scrittore non intende persone che fisicamente si incontrano per parlare di temi che stanno loro a cuore; per essere una comunità bisogna vivere in un luogo con caratteristiche naturali che non corrispondono ai confini stabiliti in maniera arbitraria nel corso dei secoli. E’ l’argomento affrontato nel saggio RI-ABITARE, già pubblicato in Italia in La grana delle cose (1987). In esso viene spiegato il concetto di bioregione, come area territoriale e culturale con caratteristiche proprie, come bacini idrici, la flora, ma anche la religione, il dialetto, i miti; caratteristiche queste che si sono sviluppate sul pianeta a partire da 40000 anni fa e che in parte sono arrivate fino a noi. E ciò nonostante che nel corso dei secoli la bioregione sia stata sovrastata dagli stati e dai poteri assoluti. Questi poteri hanno creato filosofie e religioni dell’assoluto. “Tutte le grandi religioni del mondo civilizzato rimangono principalmente umano-centriche. C’è un passo successivo che viene escluso o dimenticato – cosa dirai alla gazza? Cosa dirai al serpente a sonagli quando lo incontri? Cosa impariamo dallo scricciolo, o dal colibrì, dal polline del pino?…”(pag.22). E subito dopo arriviamo al nocciolo della scelta bioregionale. “La ragione per cui molti di noi vogliono compiere questo passo è semplice, e si spiega nei termini di questo nostro riallacciarci, che ci riporta indietro di quarantamila anni. Ad un certo punto, in questi ultimi vent’anni, le migliori menti dell’Occidente hanno scoperto con loro sorpresa che viviamo in un Ambiente…Siamo di nuovo consapevoli che viviamo all’interno di un sistema chiuso, di un sistema che ha dei limiti specifici, e che siamo interdipendenti ad esso”.( pag.22). Queste riflessioni continuano e si approfondiscono in altri saggi contenuti in questo libro, ad esempio in “Scrittura innaturale” ( 1992), dove si affronta il tema del rapporto tra scrittura e natura. Come la intende Snyder la scrittura è uno dei modi in cui la natura si svela all’uomo, “un modo per scoprire la grana delle cose, di svelare il caos equilibrato che struttura il mondo naturale” (pag. 72). E’ una definizione di scrittura che mi suona familiare, che nel mio piccolo pratico anche io, camminando e scoprendo, guardandomi semplicemente intorno, osservando dopo la pioggia una lumaca sul terrazzo e domandandomi come ha fatto a salire fin qui? Quella di cui parla Snyder è la scrittura che nasce dall’osservazione, dalle cose naturali così come sono, cioè selvatiche ( come vedremo questo non è sinonimo di wilderness). Citando un’altra sua opera, La pratica del selvatico, che non è presente in questo volume, lo scrittore afferma che i sistemi selvatici possono essere “irrazionali, ammuffiti, crudeli”. C’è una letteratura in altri ordini di esseri, quella “della scia di odore che passa da un cervo all’altro…una letteratura di macchie di sangue, un po’ di urina, uno spruzzo d’estro, un po’ di solchi, un graffio su un arbusto, e via. In questa visione, anche la più piccola foglia d’erba, ogni minuscolo insetto è sacro. In un altro testo di questo libro, “Un’assemblea di villaggio di tutti gli esseri (1995) ” si afferma infatti che “ L’intera natura biologica si può considerare un’enorme puja, una cerimonia di offerta e condivisione” . L’intima percezione dell’interconnessione, fragilità, inevitabile impermanenza e dolore…è un’esperienza che risveglia la compassione” (pag. 78). Da questa esperienza di compassione, si chiede lo scrittore, può nascere “un’etica che vada oltre gli obblighi tra umani, e si allarghi a comprendere la natura non umana?” (pag. 80). Per Snyder sì, ma deve avvenire nella pratica, “luogo per luogo”. Ecco perché esiste la rete bioregionale, per praticare e dare voce a questa etica dell’umano e del non umano. Ma cos’è per Snyder questa natura di cui si parla in tutti i saggi di questo libro? La caratteristica essenziale della natura è la selvaticità. “Selvatico allude a un processo di auto-organizzazione che genera sistemi ed organismi, ciascuno è all’interno dei limiti – e costituisce una componente – di sistemi più grandi, a loro volta selvatici, come i maggiori ecosistemi” (pag. 84). Come ho già accennato in precedenza per Snyder selvatico non è sinonimo wilderness. La differenza è spiegata nell’intervista a David Lukas inserita verso la fine del volume. Con wilderness ci si riferisce a luoghi selvaggi non manipolati dall’uomo, il significato di selvatico invece è quello che ho riportato alcune righe fa, fa riferimento cioè a luoghi in cui avvengono processi universali di auto-gestione. In questo senso, dice infine Snyder, “ una piccola, sottile, non manipolata striscia di terra lasciata selvatica, ma anche un parco urbano devono essere apprezzati” ( pag. 132. Mi sono detta quando ho letto questa definizione di selvatico, come un processo di auto – gestione e auto – organizzazione: ma allora anche noi siamo selvatici, ovvero lo è il nostro corpo di cui non controlliamo il funzionamento, e lo è la nostra mente, quella parte della nostra mente che chiamiamo inconscio. Snyder ne parla in questa stessa intervista. Alla domanda: Cos’è esattamente la pratica del selvatico? Così risponde: “ iniziamo riconoscendo il selvatico che è in noi stessi, nel capire come l’immaginazione sia selvatica. Il linguaggio è selvatico…Quel processo profondo che usa i nostri corpi e le nostre menti è il primo livello di un certo tipo di pratica. Se una persona può entrare in contatto con tutto questo e lo apprezza per ciò che è, allora le sue simpatie possono espandersi alla vita e allo spirito che dimora là fuori negli ecosistemi” (pag. 133).

 Gary Snyder, Nel mondo poroso. Saggi e interviste su luogo, mente e wilderness, Mimesis Edizioni, Collana Eterotopie diretta da Salvo Vaccaro e Pierre Della Vigna
Traduzione di Rita Degli Esposti
Collaborazione per la revisione dei testi Etain Addeu
Il volume è a cura di Giuseppe Moretti

 

 

 


 

 Snyder Gary, L’isola della tartaruga
Ogni forma di vita è un mulinello nella corrente,
un vivace turbinio nel flusso continuo
dell’esistenza, un canto” ( G. S.)

Dal sito di Stampa Alternativa,la casa editrice che ha pubblicato il libro,
leggiamo che :”L’Isola della Tartaruga presenta per la prima volta in lingua italiana, nella traduzione di Chiara D’Ottavi, Turtle Island, l’opera che nel 1975 valse a Gary Snyder il Premio Pulitzer. Nel libro già da tempo considerato un “classico” della Controcultura americana, Snyder ribattezza il suo Paese, recuperando l’antico nome datogli dai nativi, Isola della Tartaruga”.

Questa raccolta di poesie e saggi fu scritta tra il 1969 e il 1974, dopo il lungo periodo trascorso da Snyder in Giappone ad imparare non solo tutti i segreti della meditazione zen, ma anche quelli dei suoi riti. Contiene 58 poesie e cinque saggi ed è diviso in quattro parti: Manzanita; Magphie’s song; For the children e Plain Talks ( che contiene i saggi).
Lo stile delle poesie è antiretorico, disadorno, ispirato alla lingua parlata. E’ un condensato di tutte le esperienze di Gary: artistiche, antropologiche, filosofiche. In certi casi il poeta prende spunto dall’indecifrabilità dei Koan buddisti,altre volte dal linguaggio degli sciamani nativi americani. Il tono a volte è lirico a volte didattico. I temi sono quelli della vita selvatica, della famiglia, della politica e della società.
Per Snyder la wilderness non è un tema letterario, è vita vissuta che successivamente ha incontrato il linguaggio dell’anima, cioè la poesia.
La vita selvatica Gary l’ha praticata fin dall’infanzia vissuta in una fattoria, e successivamente in qualità di scortecciatore in una riserva indiana, e come guardiano per la prevenzione degli incendi in un parco nazionale.
Nel 1955 partecipò con un suo poema al famoso reading della Six Gallery a S. Francisco, e quindi entrò nella cerchia dei poeti beat. Kerouac si ispirò a lui per il suo romanzo i Vagabondi del Dharma. E’ in questo romanzo che viene raccontata la partenza di Snyder su una nave diretta in Giappone: “ Non vedo l’ora, sai amico, mi vedo già seduto al mattino sulle stuoie con un tavolinetto basso accanto, intento a scrivere sulla mia macchina portatile, e vicino il mio bricco d’acqua bollente al caldo e tutte le mie carte e mappe e la pipa e la torcia elettrica riposte in bell’ordine e fuori susini e pini coi rami innevati…” ( J. Kerouac, I vagabondi del Dharma, pag. 217).
Alcune poesie contenute nell’Isola della tartaruga sono quasi dei racconti, altre volte rappresentazioni del selvatico. Altre sentono l’influsso dell’essenzialità dello Zen. Come in questa

Fuori

Il silenzio
della natura
dentro.

Il potere dentro
il potere

fuori.

Il percorso è qualsiasi cosa passa – non
fine a se stesso

il fine è
grazia – semplicità –
la cura,
non la salvezza.

Il canto
la prova

la prova del potere dentro

o questa:

Non c’è Pensiero senza Materia

Il padre è il vuoto
sua moglie le onde
materia è figlio loro.
Materia lo fa con la madre
e nasce loro una figlia,
vita.
E’ lei la grande madre
che, insieme a Materia, per lei padre, fratello
e amante,
dà vita alla Mente.

Tenera e percettiva quella intitolata Il Bagno, in cui il vapore della sauna che l’intera famiglia di Snyder si sta godendo, sembra di sentirlo sulla pelle e sul viso mentre si legge. C’è questo dentro ( vaporoso, umido, caldo, non solo fisicamente ma anche emotivamente) e il fuori ( il buio, la foresta, il freddo); ne riporto slcuni versi:

Sudati e ansimanti nel vapore afoso pietra rovente
tavole di cedro tinozza di legno spruzzi d’acqua
tremolio della lampada a cherosene vento tra i pini fuori
sierra bosco montagne nella notte”

Di tipo descrittivo invece questa, bellissima:

La grana delle cose
( Oggi in barca, remando insieme a Zach e Dan nei pressi di Alcatraz e intorno a Angel Island)

leoni marini e uccelli,
il sole attraverso la nebbia
a intermittenza pulsa e ciondola,
dritto negli occhi, abbagliante.
Foschia solare;
una lunga nave cisterna lentamente galleggia alta e leggera.

La linea nitida e discontinua del mare frangente –
interfaccia di flussi delle maree –
gabbiani si posano sul punto d’incontro
per il pasto;
scivoliamo accanto a scogliere imbiancate.

La grana delle cose.
Sciaborda e sospira,
scivola via.

E’ tutto un susseguirsi di vita animale e vegetale anche in molte altre poesie: aghi di pino, querce, boschi di ginepro, funghi, gufi, anatre selvatiche. E’ il mondo in cui è ancora immerso Snyder dal 1970, mondo selvatico della Sierra Nevada, Nord della California. La casa in cui vive è stata costruita completamente in legno con l’aiuto di amici e studenti. In un prezioso libricino della serie Ri-abitare di Lato Selvatico- libraria, uscito nell’aprile del 2009 (che si può richiedere qui: Lato Selvatico libraria, Strada Digagnola, 23, 46027, Portiolo (MN), oppure alla mail di Giuseppe Moretti, [email protected], che ha scritto e redatto il libro) intitolato: IN GIRO IN GIRO PER KITKIDIZZE CON GARY SNYDER, si racconta la storia di questa casa, della sua costruzione e della comunità che vive in quei paraggi. Il libro è accompagnato da foto che illustrano molto bene la bellezza dei luoghi.

Alcune poesie de L’isola della tartaruga parlano apertamente e in maniera disinvolta della morte e la descrivono; è la morte degli animali quella che mette in scena Snyder; una per tutte:
Uno non dovrebbe discutere con un abile cacciatore delle cose proibite del Buddha” ( Hsiang -yen)

Una volpe grigia, femmina, nove libbre e tre once.
Lunga 39 pollici e 5/8 con la coda.
La scuoiamo ( Kai ci ha ricordato di cantare lo Shingyoprima)
pelliccia fredda, grinze; e odore di muschio
insieme al primo puzzo di corpo morto.
Contenuto dello stomaco: un intero scoiattolo ben masticato
più una zampa di lucertola
e, da qualche parte dentro lo scoiattolo,
un pezzo di carta stagnola.
Il segreto.
E il segreto nascosto in profondità in questo.

Questo è il selvatico, la vita e poi la morte e dentro la morte dell’altra vita e dell’altra morte…e così di seguito; il segreto nascosto nella profondità di un altro segreto, e così di seguito. Per quanto? E Da quanto?, mi viene da chiedere a questo “segreto”. Ma i segreti non rispondono.
Come ultima poesia vorrei citare Roccia, poesia d’amore dedicata a Masa, la seconda moglie di Snyder.

Laghetto nevoso granito caldo
ci accampiamo,
nessun pensiero di cercare ancora.
Sonnecchiamo
e abbandoniamo le nostre menti al vento.

Sulla roccia, gentilmente inclinati,
il cielo e la pietra,
insegnami ad essere tenero.
Il tocco che quasi non tocca –
l’incrocio fuggevole di sguardi –
passi minuscoli –
che infine ricoprono mondi
dal duro terreno.
Batuffoli di nuvole e nebbie
raccolti nelle pozze blu ardesia
delle piogge estive.
Prendiamo il tè nella sera purpurea e stellata;
la luna nuova sta per tramontare,
perché ci vuole così
tanto per imparare ad
amare,
ridiamo
e soffriamo.

I testi in prosa sono contenuti nella seconda parte del libro intitolata “Parlar chiaro”.
Risalgono al 1969 e trattano di inquinamento, consumi, ricchezza del patrimonio genetico. Uno è intitolato “ La wilderness”. Snyder la definisce la “ sua circoscrizione elettorale” ( pag. 196). Dice lo scrittore: “ Ci sono molte cose ammirevoli nella cultura occidentale, è vero. Ma una cultura che rende se stessa aliena dalla sua natura più autentica e profonda – dalla wilderness esterna (ovvero la natura selvatica, il selvatico e gli ecosistemi autosufficienti e autoregolati), e dall’altra wilderness, quella interiore – è condannata ad un agire distruttivo, e a lungo andare, forse, autodistruttivo…la voce che parla a me in quanto poeta, la Musa per gli occidentali, è la Natura stessa, chiamata dai poeti antichi la grande dea, la Magna Mater. Io considero questa voce un’entità vivente ( pagg. 196-197).
Nel 2005 Gary Snyder venne in Italia a presentare il suo L’isola della tartaruga. Un resoconto dettagliato di questo evento è possibile trovarlo nel n. 26 del 2005 della rivista Lato Selvatico ( una copia si può acquistare richiedendola a questa mail: [email protected],, oppure a questo numero telefonico: 0376/611265).
E’ appena uscito il n. 38 del 2011 di Lato selvatico, contiene due recensioni del libro di Gary Snyder, La pratica del selvatico: http://www.sentierobioregionale.org/latoselvatico.html

http://www.stampalternativa.it/libri/8872267986/gary-snyder/l-isola-della-tartaruga.html

 

 


 


Gary Snyder
, Madre Orsa (The bear mother)

Leggo dalla quarta di copertina di questo piccolo libro di poesie: “ Gary Snyder poeta e scrittore di fama mondiale, buddhista laico, bioregionalista praticante. Vive alle pendici della Sierra Nevada, in California. Con la poesia ha ridato voce alla vera natura dentro e fuori l’essere umano. Con la scrittura ha tracciato un percorso. Con la vita ha insegnato la pratica del selvatico”.
Aggiungo che ha vinto un gran numero di premi, tra cui il Pulitzer per L’isola della tartaruga ( The Turtle Island ); l’ultimo suo libro pubblicato in Italia è “La pratica del selvatico”,
Fiori Gialli edizioni.
Altri libri di Gary Snyder usciti in traduzione italiana sono: La grana delle cose (Gruppo Abele); Ri-abitare il Grande Flusso (Arianna editrice); L’isola della Tartaruga (Stampa Alternativa); Ritorno al Fuoco ( Coniglio editore).

 

Madre Orsa, contiene un gruppo di poesie (in lingua originale con traduzione a fronte) dedicate tutte alla figura dell’Orso. Si rifanno ad una leggenda incentrata sulla figura mitica della Madre Orsa che Snyder racconta nell’altro suo libro “La pratica del selvatico”. Vi sono varie versioni di questa storia ma appartengono tutte alla tradizione orale dei nativi americani.

Nella poesia “ La via a Ovest, Sotterranea (The Way West, Undergound)
si sorvolano come in un volo d’alta quota i luoghi dove vive l’orso:

The split-cedar
smokes salmon
cloudy days pf Oregon,
the thick fir forests.
Balck Bear heads uphill in
plumas county,
round bottom scuttling through willows…

Traduzione:
Salmone affumicato col cedro spaccato
giornate nuvolose dell’Oregon
fitte foreste di abeti.
Nella contea di Plumas
l’Orso Bruno sale di quota,
sederotto tondeggiante, sculetta tra i salici…

In “ Proprio nel sentiero” l’orso viene avvistato vicino a casa:

Here it is, near the house,
a big pile, fat scats,
studden with thouse deep red
smooth-skinned manzanita berries…

Traduzione
Eccolo qui, vicino a casa,
un mucchio grossodi feci grosse,
punteggiate di bacche lisce di manzanita
color rosso vivo…

Molto bella è anche la breve “Madre Orsa”

She veils herself
to speak of eating salmon
teases me with
“ What do you know of my ways”
and kisses me through the mountain…

Traduzione
Lei si nasconde
per parlare di salmone mangiato
mi punzecchia
“ Cosa ne sai dei miei modi”
e mi bacia attraverso la montagna…

Queste poesie di Gary Snyder come molte altre sue, nascono dall’osservare , odorare, toccare, intuire, percepire, esternamente e internamente cose molto diverse da quelle che può percepire una persona come me. Vivo in campagna e già mi sembra un miracolo e un privilegio fare una passeggiata e sentire lo scorrere dell’acqua in un canale di irrigazione, o vedere sul mio cammino sassolini , o osservare che fa già caldo ma gli alberi sono ancora senza foglie, o vedere che l’orto del vicino è già pronto e ordinato per le semine primaverili.
E’ chiaro che se sul proprio cammino si vedono tracce e feci di orso si vede dentro e fuori di sé qualcosa di diverso, quello che Snyder chiama percepire “Il selvatico”, la vita Selvatica.
Questo libretto ce ne dà una piccola ma significativa prova.
La copertina contiene l’immagine, a mio parere potente e bellissima, del lavoro di un’artista americana, Suzanne deVeuve che crea quella che lei stessa nel suo sito definisce “ Arte visionaria”.

Il libretto viene venduto al prezzo di 5 euro (avete letto bene, solo 5 euro!) e fa parte della serie terrapoesia della rivista Lato Selvatico.
Lo si può acquistare richiedendolo qui:
Lato Selvatico “ Libraria”
Strada Digagnola 24
46027 Portiolo ( Mantova)
e-mail:
[email protected]
Allo stesso indirizzo mail si possono richiedere altri testi della serie terrapoesia oltre a quelli legati al bioregionalismo.

Qui potete trovare un’intervista fatta a Gary Snyder da parte di Giuseppe Moretti: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=2080