Quante piume ha l’airone?

 

Sulla sponda di uno stretto canale

tra macchine e officine

nella sua grazia immacolata-

sta un  grande airone bianco-

è il re di quella striscia di prato

e delle strade intorno,

delle fabbriche e palazzine,

dei rumori,

delle auto che passano,

della musica che ascolto guardandolo-

oggetti, cose che mi sfiorano appena,

che percepisco in superficie,

come semplice contesto, sfondo,

barlume stanco

evanescente e senza vita-

più reale è una piuma, ho pensato,

di tutto il cemento qui ammassato

e ferro e vetro

che hanno forme pensate,

pre-fabbricate- utili-

quante piume ha l’airone?

ma forse è piuma essa stessa

questa assoluta trionfante bellezza

dal becco giallo-

 che qui regna su una gamba sola, lunga

che affonda nel prato gelato-

l’airone bianco

non guarda, punta,

fissa acuto

e senza scatti.

 

 

La porta di nebbia

 Davanti a me

a cento metri, a cento passi

una porta a vetri

fatta di nebbia,

un velo sottile

un velo sottile di nebbia-

un quadrato

o un rettangolo

ben sagomato

grigio chiaro-

è nebbia,

un quadrato di nebbia

messo lì

a guardia del cammino,

netto, gigante-

una porta di nebbia

che mi divide

un pezzo di qua

un pezzo di là-

cos’è? Mi domando

da lontano-

una porta, rispondo-

intorno il sereno

l’airone

con lo sguardo lento
col suo stesso ritmo
seguo l’airone
che torna da lontano-
con calma alza e abbassa l’ali
le zampe dritte
che fendono leggere l’aria-
sembra voli senza sforzo
naturalmente spinto
dal tramonto
dal cielo
dal tepore
di questa sera d’inverno-
la bellezza non ha parole

inverno

nel mare inverno
della pianura
da una finestra
rosso un tappeto appare,
come un saluto
un richiamo
un richiesta
una fiaccola
mossa da mano amica-
rigido é
il grand’ albero mio,
lo tiene fermo il cielo
cupo di neve, grigio-
si giace
senz’occhi per il verde, il sole,
che non s’aspetta

cielo d’inverno

dentro di me ascolto
il cielo mattutino,
calmo, chiaro e celeste
come un mantello
che guarisce e sazia
benedice e consola
e sfiora appena-
intanto altrove, sulla terra
mille foglie secche
grandi, tonde, ovali
si spargono come frutti
o regali non chiesti,
insperati
ma ben accolti-
il tormento si condanna da solo