Il tennis visto, ovvero immaginato in Blow – up di Michelangelo Antonioni


Siccome il tennis è metafora perfetta di quello di bello e di brutto si incontra nella vita, la scena finale del film di Michelangelo Antonioni Blow-up, in cui due mimi inscenano una “finta” partita di tennis, è la partita di tennis per antonomasia. E’ una scena formidabile, protagonista il vento che mai si ferma, e l’erba che sempre cresce. Di “reale” ci sono loro, vento, erba e un vero campo da tennis in un vero grande prato. C’è un vero pubblico, c’è Thomas, personaggio principale del film, che passeggia proprio lì. E cosa vede e soprattutto cosa capisce?
All’inizio vede due mimi che fanno finta di giocare una partita di tennis. Lo fanno bene, sono mimi, è la loro professione fare finta di mangiare, amare e appunto giocare a tennis. Poi piano piano Thomas si fa prendere da quello che avviene nel campo da tennis e comincia a crederci. Comincia cioè a vedere una vera partita di tennis con non solo i giocatori che corrono e saltano come hanno fatto finora, comincia a vedere nelle loro mani le racchette e le palline. Perché? Ma perché le hanno sempre avute. Era lui che non le vedeva. E finalmente anche per Thomas, giovane fotografo annoiato e ricco della Londra anni ’60, la vita comincia a scorrere nelle sue vene e nel suo cervello. La vita, finalmente. Che è fatta di vento, erba, corse e salti e non di “vere racchette” e “vere palline”. Che scena meravigliosa! Cosa esiste infatti se non solo quello che la mente può/vuole vedere?

Lucio Battisti e la sublime disperazione d’amore

Ci sono romanzi, racconti, poesie e canzoni che colpiscono il cuore e rimangono lì per sempre. Le canzoni contenute nell’album “Emozioni” del 1970, frutto della collaborazione tra Lucio Battisti e Mogol, fanno parte a pieno titolo di questa categoria.C’è stato un tempo in cui un ragazzo e una ragazza si conoscevano ballando un lento.
Vuoi ballare?
Sì, se era carino
No, se era brutto
Se era carino si cominciava così: Come ti chiami? Cosa fai? E basta. Poi si ballava il lento, su Gino Paoli, ad esempio, oppure su Lucio Battisti appunto. Per essere quel tempo lontano dei lenti (anni ’60-’70 ) un periodo puritano e bacchettone, questo fatto che alle feste private, che usavano molto, e nei locali si ballassero i lenti era una gran furbata. C’era questo immediato contatto fisico, fatto di tatto, odorato, vista, ci si abbracciava, insomma, prima ancora di conoscersi. Ed era una cosa considerata normale, del tutto non trasgressiva. Era considerato normale cioè che ci si toccasse prima di conoscersi sul piano mentale. Bello, no? Sì, perché cosa c’è di più intimo tra due estranei che ballare un lento su una canzone d’amore di Lucio Battisti? Tra i due cominciava subito una storia, a volte “solo” un’amicizia, altre iniziava e finiva con quel primo e unico ballo; ma era comunque una storia di corpi, cuori e sentimenti. E questo perché si svolgeva in presenza di quel motore potente che è una canzone d’amore. Naturalmente non tutte le canzoni d’amore hanno questo potere di trapassare corpo e mente ed insediarsi stabilmente nel nostro cuore. Quelle di Lucio Battisti sì. Sono racconti, storie vere e proprie e sono le nostre! E’ quello che ci sta capitando, ci è capitato o ci capiterà. Spesso le canzoni dell’album “Emozioni” sono storie d’amore non ricambiato o frainteso, sono cioè storie dell’amore disperato. E il loro potere evocativo sta nella meravigliosa miscela che si crea tra la musica, le parole e la voce inconfondibilmente coinvolgente e romantica di Lucio Battisti. Prendiamo “ Fiori rosa fiori di pesco”. Prima di tutto c’è questo chiedere all’amata “scusa”. Solo i perdenti e gli incompresi in una storia d’amore chiedono sempre scusa. E subito dopo dice: “Sono venuto qui questa sera, fammi entrare per favore”. A chi non è capitato di chiedere e di implorare…di umiliarsi. Perché umiliarsi per amore è una cosa nobile e bella. Lei, l’amata, ha le mani fredde e trema; che bello, forse mi ama ancora, pensa lui. Ma poi vede l’altro e chiede scusa anche a lui: “ Signore chiedo scusa anche a lei”, dice. Chi non si è mai trovato in una situazione del genere alzi la mano.
Perché “Mi ritorni in mente” non è deliziosamente disperante? Lui e lei ballano insieme. Si capisce subito che la più forte nel rapporto è lei. Lui infatti è quello che ama di più. Dice il testo: “Quella sera ballavi insieme a me/ e ti stringevi a me/ all’improvviso, mi hai chiesto lui chi è/ lui chi è/ un sorriso, e ho visto la mia fine sul tuo viso/ il nostro amor dissolversi nel vento/ ricordo, sono morto in un momento” Le canzoni hanno testi che naturalmente vanno ascoltati insieme alla musica . Ma questi delineano la scena di una storia che ha un prima e un dopo. E la parola più importante che dà il senso alla storia è “All’improvviso”. All’improvviso è il topos di ogni romanzo, racconto, poesia che si rispetti. Perché tutto nel cuore umano avviene “all’improvviso”. Ed infatti basta l’ istante di uno sguardo per passare dall’idillio romantico alla disperazione. Perché lei fa quella domanda così crudele: “lui chi è?” E soprattutto perché la fa proprio a quello a cui è abbracciata? La risposta è semplice. Lei ha così tanto potere da volere che sia il suo innamorato diventato “all’improvviso” il suo ex innamorato, a portarle su un piatto d’argento il suo nuovo amore. Tanto che lui ricordando quell’amore ormai finito dice “ ricordo sono morto in un momento”. La morte nel cuore, chi non l’ha provata? Prima del tradimento, prima dell’essere lasciati. Perché il cuore sa tutto prima, molto prima della ragione, delle spiegazioni, delle parole.
La disperazione d’amore è il tema di tante altre canzoni di Lucio Battisti, basti pensare alle celebri parole contenute in “Emozioni” (che dà il titolo all’album del 1970): “E guidare come un pazzo a fari spenti nella notte/ per vedere/ se poi è così difficile morire. Oppure le parole altrettanto celebri di “Non è Francesca”, in cui il tradimento non viene preso in considerazione tra le cose che possono accadere: “Se c’era un uomo poi,
no, non può essere lei/Francesca non ha mai chiesto di più/chi sta sbagliando son certo sei tu/Francesca non ha mai chiesto di più/
perché/ lei vive per me. Cito infine la più emblematica tra le canzoni di Battisti sulla disperazione d’amore: “Io vivrò” in cui si dice: “Che non si muore per amore/è una gran bella verità/…solo continuerò e dormirò/mi sveglierò, camminerò/lavorerò, qualche cosa farò/qualche cosa farò/ sì, qualche cosa farò/qualche cosa di sicuro io farò/piangerò/sì io piangerò…”
Le canzoni dell’album di Battisti del 1970 le trovate cantate da Lucio Battisti qui:http://www.youtube.com/watch?v=F3NhSTix6rM&index=2&list=PLE6A1EC6093E54079

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

James Koller, il poeta del mondo naturale

James Koller

Ci sono persone che condensano in se stesse epoche intere; con i loro scritti e le loro apparizioni pubbliche testimoniano e tramandano eventi diventati tradizioni, poesie diventate poetiche, storie diventate letteratura.Una di queste persone è James Koller, ( Oak Park ( Illinois) 1936 ), poeta, esponente del Bioregionalismo , fotografo, editore.Da giovane partecipò alla Beat Generation e in seguito ai movimenti nati nella San Francisco degli anni ’60. Diventato amico di Franco Beltrametti con lui girò gli Stati Uniti e l’Europa. Nel 1964 fonda la rivista Coyote’s Journal e la casa editrice Coyote Books, attualmente attive. Oggi vive nel Maine e spesso viene in Italia per dei Readings. E’ spostato e ha sei figli. Jame Koller è un uomo alto e allampanato, dalle spalle un po’ curve, una lunga coda di cavallo portata con affascinante disinvoltura, scarpe grosse antiche e una faccia piena di nostalgia degli anni finiti. Jim è un poeta. Per il mondo è anche altre cose ( marito, padre, fondatore del movimento bioregionale e di riviste…). Ma per me è soprattutto un poeta. Anzi Jim è la poesia. La sua faccia, il suo parlare, il suo camminare, il suo guardarti, la sua malinconia sono poesia vivente. Jim non è diverso dalla sua scrittura, ecco il segreto del vero poeta. Le sue poesie parlano di coyotes, lupi, cervi, vecchi capi indiani, donne dalle ampie gonne, amori troppo presto finiti.Jim quando viene in Italia a leggere le sue poesie e a salutare vecchi e nuovi amici si ferma nelle case, nelle osterie, nelle librerie, si alza e legge. Non mostra alcuna emozione particolare nel farlo. Jim è molto cool a vederlo. Non solo quando legge le sue poesie, ma anche quando parla, quando sta in mezzo alle ragazze piene di curiosità per questo vecchio ragazzo beat, che chissà quante storie ha da raccontare. Molte delle poesie di Jim sono tradotte e pubblicate in “Terrapoesia”, collana poetica della rivista Lato Selvatico. Le poesie di Koller si inseriscono nella tradizione naturalistica della poesia americana (di cui un altro importante rappresentante è Gary Snyder) che pone al centro della propria ispirazione dettagli, aspetti piccoli e grandi della vita animale e naturale, così come si presentano “ nel mondo reale”. Un mondo reale, concreto, di vita e di morte, ma spiritualizzato. In una intervista di qualche anno fa Koller ha infatti affermato “Credo che tutto ciò che esiste abbia uno spirito e che questi spiriti rimangano anche mentre noi cambiamo le nostre forme”. E’ un mondo reso sacro dall’attenzione quello di James, pratica mentale che ferma il tempo: “ Prendo tempo/ prendo tempo/esamino tutto/ la siepe, l’orlo del bosco/esamino tutto/ attentamente”. La possibilità di recuperare la nostra natura originaria James Koller l’affida quindi al suo sguardo poetico su falchi, cervi, boschi, fiumi, monti, volpi.. Nella raccolta “Canto del Falco della coda rossa e altre poesie” scrive:
Parla a tutti quelli che ne hanno bisogno/quelli venuti prima di te/quelli ancora con te adesso/quelli che passano, porta il messaggio/parla alle aquile, parla ai corvi/parla al vento, parla al fulmine/parla ai monti, parla agli alberi/parla ai fiumi, parla alla pioggia/sotto & sopra & attorno/Questo è dove tutto comincia…”
Ancora più legati alla tradizione popolare americana sono i testi raccolti in “Lo spettacolo delle ossa” ( The bone show).
Solo un esempio:
Coyote:

Ritorno sempre -/rinasco, rinasco./Come il Cielo Azzurro./So quello che mi precede/quello che segue e quello che verrà./So tutto, chiedetemi./Tutto succederà./Tutto al momento giusto./Tutto come è previsto./Guardate come faccio io….”
Ma ci sono poesie anche di argomento personale, legate alla passione amorosa. Nella raccolta “Cenere e Brace”troviamo il tema dell’abbandono:
Quando ho visto l’abito bianco appeso/ho visto lei in quell’abito, l’ho visto aderire/alla sua vita lunga e snella, allargandosi sui fianchi./L’ho portato a casa e glielo ho dato./Non ha voluto provarselo mentre la guardavo./E’ rimasto sulla macchina da cucire per giorni,/per settimane piegato nella cesta dei rammendi./Quando mi ha detto di prendere il largo/ha buttato l’abito in un sacco marrone/per beneficenza”
Il motivo amoroso lo troviamo anche qui:
…Lei si è mossa sul letto/nella luce lunare./Le curve del suo corpo/erano lì, luce e ombra/sul lenzuolo scuro./Ho tracciato l’ombra/con la punta delle mie dita./Lei descriveva le onde/che tornano indietro/più larghe e rimangono/anche quando sono andate…”
James Koller, dopo l’esaurirsi dell’energia creativa della beat generation, è approdato al movimento bioregionale, diffusosi a partire dagli anni ’70 negli Stati Uniti, e presente anche in Italia intorno alla rivista Lato Selvatico e al suo animatore Giuseppe Moretti.
In un’intervista Koller alla domanda Che cos’è il movimento bioregionale, risponde:
Un’isola ha un perimetro chiaramente definito. Ciò che accade sull’isola, a proposito della struttura dell’ambiente e in termini di economia e dinamica della popolazione, fa parte di modelli biogeografici. I famosi ecosistemi,i cui perimetri sono meno chiaramente definiti su un più vasto gruppo di terreni contigui, sono analogamente regioni con modelli biogeografici. Si deve pensare a tali regioni come a delle bioregioni. Il movimento bioregionale iniziò negli U.S.A negli anni ’70 quando i componenti di gruppi ecologicamente consapevoli, specialmente coloro che sentivano di essere parte di una “società alternativa”, si risistemarono nelle abitazioni o nelle aree nuove, cercando di ridefinire e di capire ex novo il concetto di “regione” in termini di ecologia e del “vivere in maniera giusta” in quelle aree prescelte. Uno studio della progressione culturale umana e delle usanze in questi luoghi aiutò a chiarire i modelli biogeografici e quei cambiamenti positivi o negativi che si erano effettuati o che erano stati resi possibili con ogni nuovo tentativo”.
Non so nulla della vita americana di Jim, non so come sia la sua casa, la sua cucina, il suo armadio. Ma so com’è il bosco dove lui cammina, i falchi che ha visto mille volte, la donna che ha molto amato e che non lo capiva. Me li posso immaginare perché lui nelle sue poesie ne parla. Rispecchiano quel mondo e per chi non ne sa nulla possono anche spiazzare. Questo perché da noi non siamo abituati alla spontaneità in poesia, al fatto che essa rappresenti ed esalti momenti di vita di una grande intensità pur nella loro semplicità e quotidianità. Da noi resiste ancora l’idea che più la poesia è oscura e meglio è.L’ultima volta che Jim è venuto in Italia è stato l’anno scorso per il suo solito tour di readings. E’ venuto anche a leggere le sue poesie alla Locanda Pincelli di Selva Malvezzi vicino a Bologna. Abbiamo stampato dei volantini per pubblicizzare l’evento. E’ venuta gente da Bologna, ma più che altro c’era la gente del paese, quella che i venerdì si raduna in questo locale per ascoltare musica rock dal vivo, mangiare buon cibo della cucina bolognese e bere buoni vini. Jim è stato la star della serata. La star venuta dall’America. Quell’America da molti di noi sognata, immaginata mille volte sui libri di Ginsberg, Kerouac, Ferlinghetti e gli altri meravigliosi frutti di quella generazione.

 

 

 

 

 

 

Amore e amicizia nella beat generation americana

 Quella della beat generation americana fu una grande storia d’amore nata tra un gruppo di giovani uomini e poi allargata a centinaia e migliaia di persone che divennero i loro fans e proseliti. I più significativi esponenti di questo gruppo furono Jack Kerouac, Neal Cassady e Allen Ginsberg.

Questa circolazione d’amore passò poi attraverso la fase psichedelica e hippy per poi finire intorno al 1968 quando questo grande movimento amoroso, che prese varie denominazioni ( peace and love ad esempio) esaurì la propria carica creativa ( sia la beat generation che il movimento hippy-psichedelico americano non hanno nulla a che vedere con i movimenti giovanili del ’68 in Italia). Alcuni esponenti di quella generazione sono attivi ancora oggi e cercano di portare avanti quel valore dell’amore come collante ed essenza dei rapporti umani che erano stati all’origine di tutto. Ad esempio in Italia c’è la rivista Lato Selvatico e negli Usa vive e prospera ancora al Naropa Institute di Boulder in Colorado la scuola di scrittura creativa voluta da Allen Ginsberg in onore di Jack Kerouac e che porta il suo nome. E ancora sono molto attivi vari poeti di quella generazione come James Koller e Gary Snyder.

Mi piace immaginare che in noi, come dice il buddismo tibetano, esistano due fonti di inesauribile energia, il cervello e il cuore. Ogni attività umana si può mettere in pratica usando l’una o l’altra fonte. Ma con esiti diversi. Anche in letteratura si può dare la preminenza all’una o all’altra. Sicuramente i ragazzi della beat generation americana usavano prevalentemente il cuore. In loro ad esempio amore e amicizia erano sinonimi. Tra loro non ci fu mai quel tipo di amicizia interessata rispetto all’ottenimento del successo che oggi è così diffusa, si difesero e si sostennero sempre, e questo fu un elemento importantissimo per le loro creazioni letterarie. Si leggevano l’un l’altro, chi aveva un contatto con un editore si faceva in quattro non solo per sé ma anche per gli altri. Si aiutavano con suggerimenti e consigli, ad esempio Allen Ginsberg imparò ad improvvisare le sue poesie da Kerouac che aveva inventato il suo celebre metodo dell’improvvisazione di scrittura spontanea. I ragazzi della beat generation americana diedero origine ad un nuovo filone spirituale nella letteratura che in qualche maniera, ma rinnovandolo, era già iniziato con Whitman. Scrivere cioè ha prevalentemente lo scopo di dare voce a quella spiritualità che c’è in ognuno di noi e nella quale gli esponenti della generazione beat credevano profondamente. La poesia e prosa spontanea da loro praticata è il metodo attraverso cui lo spirito interiore parla all’essere umano. Tra Kerouac, Cassady e Ginsberg successe questa cosa strana: era amore, era amicizia, era creatività, era spiritualità. Tutto mischiato insieme.

Neal Cassady protagonista del mio romanzo “Il Bardo psichedelico di Neal”, fu la fonte di ispirazione di due opere fondamentali di Jack Kerouac: “Sulla strada” e “Visione di Cody”. Nella prima si raccontano i viaggi americani di Jack e Neal alla fine degli anni ’40, il secondo è un omaggio alla loro amicizia e consiste, in parte, nella trascrizione di alcune loro conversazioni registrate. Per quanto riguarda Ginsberg Neal Cassady fu il primo e più grande amore della sua vita, amore a cui Ginsberg dedicò molte poesie.

Neal Cassady fu per Kerouac e Ginsberg un mito vivente; ai loro occhi egli era il ragazzo selvaggio americano per antonomasia, il giovane ribelle, bello, coraggioso, trasgressivo, anarchico, amato da stuoli di donne. Ma lui scrisse poco ( ci è rimasta una sua autobiografia incompiuta) e questo perché a suo dire era più bello vivere che scrivere: la scrittura era troppo impegnativa, richiedeva troppa dedizione e lo annoiava. Ma senza Neal a Kerouac e Ginsberg sarebbe mancata la musa principale delle loro opere e loro stessi non sarebbero quindi potuti essere i grandi scrittori che furono.

Il Qui e Ora nella scrittura – il buddismo e la letteratura – di Dianella Bardelli

 

Il Qui e Ora nella scrittura
il buddismo e la letteratura

di Dianella Bardelli

Scrivere non è denominare le cose, dare loro dei nomi. Scrivere è prendere coscienza delle cose: cose percepite con i sensi, emozioni, ricordi, idee, ispirazioni. Nella Poesia e Prosa Spontanea esperienza e parola coincidono, ovvero si tende a fare in modo che coincidano. Come dire che avere esperienze significa, tramite la scrittura, averne coscienza, averne consapevolezza.
La tecnica della scrittura spontanea inventata da Kerouac è quella che si avvicina maggiormente, nell’ambito letterario, al concetto buddista di consapevolezza e presenza mentale. Al Qui e Ora. Sto in questa situazione (con questo stato d’animo, emozione, ispirazione ) e la scrivo. Non la descrivo o la nomino, ma la scrivo, la racconto, racconto cosa accade a me, qui e ora. Ecco perché bisogna nella scrittura di consapevolezza o spirituale, prendere sempre appunti; bisogna annotare cosa accade ora, che è come dire bisogna esserne consapevoli.
Nel buddismo la consapevolezza di ciò che accade in questo momento ha lo scopo di tenere la mente ferma al momento presente, affinché non fugga nei ricordi o nelle aspettative. Serve anche a tenere lontana la paura, l’ansia, a tenere sotto controllo la mente. La stessa cosa accade nella scrittura, più mi calo in quello che accade, più ne sono consapevole, più il testo è ricco e interessante.
Essere consapevole nel buddismo e nella Poesia e Prosa Spontanea non significa aver razionalizzato una certa emozione o percezione, essere consapevole significa che riconosco ciò che accade, identifico ciò che accade, non lo copro con i pensieri razionalizzanti. Per prendere consapevolezza di ciò che accade bisogna vederlo, riconoscerlo, e questo lo può fare anche la scrittura, quella spontanea, che vede quel che accade e lo scrive senza prima porlo al vaglio del giudizio razionale. In questo senso la scrittura può diventare uno strumento di consapevolezza e presenza mentale.
Ci sono momenti pieni di suggestione, piccole cose, nostre reazioni a qualcosa che colpisce i nostri sensi o il nostro spirito; questi momenti non andrebbero lasciati correre, bisognerebbe scriverne. Sono momenti creativi, nel senso letterale del termine, momenti in cui noi creiamo partendo da questa suggestione, che è un rapporto particolare, intimo , che si crea qualche volta tra noi e un dettaglio del mondo esterno. A questa suggestione dobbiamo dare la nostra voce, che è una voce interiore, che si concretizza in parole, che non descrivono quella suggestione bensì la esprimono. In quel tipo di suggestione è come se le cose entrassero in contatto con noi, ci parlassero nel loro linguaggio muto ( o comunque non verbale, come con la musica). Questo è un contatto spirituale tra noi e il mondo a cui possono corrispondere testi nati non per descrivere ma per esprimere, appunto dare voce.
La poesia e la prosa spontanea, frutto di un’improvvisazione letteraria, si affida al cosiddetto “caso”: volti, atteggiamenti, oggetti, foglie, nuvole, sole, pioggia, uno sguardo, un’ombra, un filo d’erba…., tutto ciò insomma che cade sotto i nostri sensi e la nostra attenzione. È il caso quindi a creare la bellezza di un’opera. C’è un noi stessi nella forma casuale ( spontanea) che non conosciamo: qualcosa si rivela dietro la patina della razionalità: lì comincia l’arte, da lì può nascere una forma artistica; il “caso” è il nostro archivio sconosciuto, misterioso, ma immensamente ricco. Il pittore Francis Bacon chiamava il suo incontro d’artista con il caso “incidente”, lo scrittore André Breton usava i termini di “esca”, “labirinto”, “foresta di indizi”, per James Joyce si trattava di “epifanie”.

Meditazione e scrittura
la meditazione cos’è? E’ sedersi con se stessi, stare con se stessi e comprendersi” Thich Nhat Hanh”

Nella meditazione noi guardiamo dentro noi stessi, guardiamo i nostri pensieri, le nostre emozioni e sensazioni. Se non siamo distratti li possiamo vedere nitidamente. E ne possiamo scrivere, possiamo improvvisare un testo, una poesia, una prosa su quello che c’è in noi in questo momento; in tal modo possiamo conoscere meglio noi stessi.
La meditazione si basa essenzialmente sulla situazione di questo preciso istante, qui e ora, e significa lavorare con questa situazione, questo presente stato mentale. Non dobbiamo forzarci nella pratica della meditazione, ma solo lasciare essere quello che c’è nella mente, sentire il flusso dell’energia senza cercare di sottometterlo, allora si diventa più aperti; quel che più conta è che il mio cuore sia aperto, in questa maniera studiamo noi stessi e impariamo a conoscere la natura della nostra mente. Questo vale anche per la scrittura, soprattutto per il il metodo della poesia e prosa spontanea inventato da Jack Kerouac e fatto proprio dal suo amico Allen Ginsberg; secondo questo metodo dobbiamo operare come nella meditazione: “ il punto principale di ogni pratica spirituale è uscire dalla burocrazia dell’Io. Ciò significa uscire dal costante desiderio dell’Io di una versione più alta, più spirituale, più trascendente della conoscenza, della religione, della virtù…” ( Chogyam Trungpa ).
Anche nella scrittura dobbiamo abbandonare ogni conoscenza precedente, ogni nostra aspirazione estetica, poetica, ogni nostra concezione della letteratura, ogni nostro modello o ideale artistico, per essere semplicemente con quello che c’è in questo momento e scriverlo. Kerouac definisce questo atteggiamento: “confessare tutto a tutti”, Ginsberg chiama la poesia frutto di questo atteggiamento: “poesia da me a te”.
Nella mia esperienza personale vi sono alcuni concetti e insegnamenti del buddismo che valgono anche nelle improvvisazioni di poesia e prosa spontanea: quello di attenzione, di presenza mentale, di introspezione.

 La pratica dell’attenzione e della presenza mentale

 Presenza mentale è ricordarsi di ritornare al momento presente; essere in grado di entrare in contatto con noi stessi: ogni volta che nasce una formazione mentale possiamo praticare il puro riconoscimento: ogni oggetto delle nostre percezioni è un segno, un’immagine della nostra mente, non esistono percezioni separate dall’oggetto percepito: il soggetto della conoscenza non può esistere separato dall’oggetto della conoscenza: vedere è vedere qualcosa, essere in collera è essere in collera per qualcosa; possono essere oggetti mentali una montagna, una rosa, la luna piena, la persona che ci sta di fronte. Noi crediamo che queste cose esistano fuori di noi, come entità separate, invece questi oggetti della percezione sono noi stessi. Proprio come la vegetazione è sensibile alla luce, così le formazioni mentali sono sensibili alla presenza mentale. Questo avviene anche nella scrittura: non perderti nel passato, non perderti nel futuro, scrivi la mente qui e ora. Si tratta di porre l’ attenzione all’oggetto di cui si scrive, di porre la mente sull’oggetto di cui si scrive, proprio come si fa nella meditazione, quando si osserva la mente e si registra quello che succede in essa: pensieri, sensazioni, emozioni.

 La pratica dell’introspezione

 L’introspezione si impara, ovvero, guardo bene in faccia, con coraggio, eroicamente dentro di me e quel che vedo scrivo: guardo in faccia il nemico e facendo così diventa amico. Si scrive quello che passa dentro di noi, nella nostra mente qui e ora: non come dovrebbe essere, ma come è. Nell’introspezione è la domanda che porta alla risposta; nessuno ci può aiutare in questo, dobbiamo farlo da soli, si è soli in questo, è la via ardua: la risposta arriva dalla domanda perché per il buddismo la mente se non è offuscata dalla afflizione ha una capacità cognitiva, può conoscere. Tramite la meditazione possiamo facilmente comprendere la verità di tutto ciò, come con la scrittura: per trovare le parole bisogna guardare meglio: “ Qualcosa di quello che senti troverà la sua forma”; “ Non fermarti per pensare alle parole ma per mettere meglio a fuoco il disegno complessivo” ( Kerouac). La stessa cosa dicono i maestri buddisti: guarda meglio: la meditazione rivela ogni cosa presente nella vostra mente, tutta la vostra spazzatura, e tutte le cose positive; tutto è percepibile attraverso la meditazione: essere consapevoli, attenti, in presenza mentale. La vera natura della mente è conoscenza e saggezza.
Bisogna essere l’ oracolo di se stessi, interrogarsi, ascoltarsi, come se dentro di noi albergasse un oracolo; sono le voci di una divinità nascosta che si rivela e parla solo se interrogata, proprio come dice Kerouac ne I Fondamenti della Prosa Spontanea: “Sottomesso a qualsiasi cosa, aperto, in ascolto”; “Sii il folle santo muto della mente”; “Le inesprimibili visioni dell’individuo”; “Il gioiello centrale d’interesse è l’occhio dentro l’occhio”; “Credi nel sacro profilo della mente”.
La psicologia buddista elenca sei afflizioni fondamentali che producono frustrazione e disturbano la pace della mente: l’attaccamento, l’ira, l’ignoranza, l’orgoglio, il dubbio e l’influenza delle opinioni distorte. Questi non sono fenomeni esterni, ma mentali. Senza un’indagine della propria mente e lo sviluppo della conoscenza introspettiva, anche se parliamo di afflizioni, non ne sappiamo niente.

 La pratica della scrittura come strumento di meditazione

Nella mia esperienza di scrittura e di meditazione ho verificato che questi due momenti possono mutuarsi a vicenda, essere utili l’un l’altro; ho notato che la meditazione, proprio per la sua capacità di far spazio dentro di noi, favorisce la creatività nella scrittura, e la scrittura, a sua volta, può essere un modo efficace per realizzare attenzione, presenza mentale e introspezione: la poesia e prosa spontanea sono state pensate da Kerouac e Ginsberg proprio come strumenti della mente, per mettere a nudo la propria mente a sé e agli altri

  Il buddismo e la letteratura occidentale:le quattro Nobili Verità

 Il buddismo personalmente mi ha dato una nuova chiave di lettura e interpretazione della realtà. Questo vale anche per la letteratura e la scrittura che sono il mio interesse principale e che pratico quotidianamente.
Uno degli insegnamenti più importanti del buddismo e che accomuna tutte le tradizioni e scuole buddiste è il discorso di Buddha sulle Quattro Nobili Verità. La prima Nobile Verità è la sofferenza: esiste la sofferenza; con essa dobbiamo entrare in contatto, e la scrittura può essere un modo per farlo; la seconda Nobile Verità è l’origine della sofferenza; l’origine del dolore si identifica con l’attaccamento, che trova appagamento ora qua ora là; la terza Nobile Verità è la cessazione della sofferenza; è il completo abbandono e rifiuto di questo attaccamento; la quarta Nobile Verità è il sentiero spirituale che conduce alla cessazione del dolore.
Quello di cui mi sono resa conto, a proposito di questo insegnamento di Buddha, è che tutti gli scrittori e poeti occidentali hanno affrontato la prima Nobile Verità nelle loro opere; ma che solo quelli con una spiccata vocazione spirituale nella loro scrittura hanno fatto intravedere una via d’uscita dalla sofferenza umana; due per tutti tra i più grandi: Manzoni Dostoevskij.

Spiritualità e scrittura in alcuni autori americani

 Facendo proprio l’insegnamento di Walt Whitman (1818-1892) scrittori e poeti della cosiddetta Beat Generation come Jack Kerouac, Allen Ginsberg e Gregory Corso, hanno liberato la letteratura da ogni estetismo, da ogni scopo letterario, accademico. Il loro unico fine è rivelarsi onestamente nel momento presente attraverso la poesia. Le loro opere hanno sempre una caratteristica spirituale, sono inni alla propria personale vita interiore e vengono offerti come fossero fiori e frutta ad una merenda tra amici che si vogliono bene.
A questo proposito in un’intervista Allen Ginsberg disse: la parte più difficile è superare la tendenza alla censura; alcuni pensieri sembrano troppo imbarazzanti, crudi, nudi, irrilevanti, impacciati, personali, rivelatori, dannosi per la propria identità, troppo strani, individualistici. Quando si comincia a scrivere sorgono tutta una serie di immagini, di pensieri, di pensieri che non ci piacciono , e quella è la parte più importante. Le parti che ti imbarazzano di solito sono quelle più poeticamente interessanti, più nude e crude, più impacciate, più strane ed eccentriche al tempo stesso, più rappresentative, più universali …… . In altri termini significa smettere di essere un poeta, lasciar perdere l’idea di essere un profeta con onore e dignità, la gloria della poesia, e accontentarsi del fango della propria mente. Poi quello che succede è che dopo una settimana si tira fuori quello che si è scritto e gli si dà un’occhiata: Così non appare più imbarazzante, sembra quasi divertente. Il sangue si è asciugato, in un certo senso. Bisogna proprio decidere di scrivere per se stessi, solo per se stessi, senza voler far colpo su se stessi o sugli altri, solo buttare giù ciò che comunica il proprio sé.

questo testo come prima pubblicazione è uscito nel sito di Samgha: http://samgha.wordpress.com