Recensione del romanzo “Luogo Comune” di Cristina Pacinotti

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E’ un’autobiografia. Ma romanzata, non nel senso, almeno credo, che ci siano episodi, persone, luoghi inventati, ma nel senso che il linguaggio è quello narrativo; l’autrice parla in prima persona, ma c’è sempre separazione tra il personaggio della storia e l’io che narra. E poi c’è suspense, ingrediente importante non solo nei  romanzi gialli, ma in generale in ogni romanzo che pretenda un lettore che rimanga attaccato al libro fino alla fine. E questo “Luogo comune” lo fa, rimani attaccato alla storia che racconta e quando finisce ne vorresti ancora. Cosa può chiedere di più uno scrittore?

C’è allegria in questo libro, quasi mai vera disperazione, ma c’è tristezza. Il personaggio principale che è chi scrive ma, come ho appena detto, anche no, è spesso triste; sente il tempo che passa, ha fatto, visto tante cose, ha viaggiato, conosciuto gente, ma poi nessuno andava davvero bene per lei e così per anni ha continuato a cercare “l’isola che non c’è”, fino allo sfinimento fisico e psicologico.

C’è la trama, ci sono i personaggi, c’è un finale. E’ una specie di thriller esistenziale, thriller dell’anima. C’è anche molta toscanità, nei detti, nel modo di criticare e sfottere chi si prende troppo sul serio, nel modo diretto e per nulla diplomatico di avere a che fare con le persone. Anche se sono gli amici, i figli, il compagno della vita. Deve essere anche per questo ( lei pisana io livornese ma trapiantata in Emilia ) che mi sono spesso identificata nel personaggio di Cristina. Anche io ho cercato e poi lasciato quello che avevo trovato, anche io sono stata e sono ( meno con l’età) triste e sconfitta. Anche io dormo poco. Anche io mi sveglio alle quattro e mi faccio il caffellatte ( Cristina nel romanzo si fa il caffè) e come lei sono abbastanza criticona. Anche per questa capacità di far identificare il lettore in chi vive la storia raccontata “Luogo comune” è un bel romanzo, anche se un po’ discontinuo nell’allungare certe fasi della vita della protagonista e nell’accorciarne altre.

La trama comincia con un viaggio in India. Ah l’hippy trail, dirà qualcuno. No, non si tratta di questo; siamo a metà degli anni ’90 e la protagonista fa un viaggio in India con il figlioletto Andrea per il suo eterno bisogno di fuga dalla quotidianità pisana. Ma poi bisogna tornare. Eccola di nuovo la sua poco gratificante quotidianità: la frequentazione del centro sociale in mancanza di alternative, i lavori precari,la solitudine; ma fortunatamente ci sono anche la danza e lo yoga, uniche vere attività nelle quali Cristina sente di realizzarsi. E poi cominciano i soggiorni presso comunità alternative di montagna, che però non la soddisfano sufficientemente da restarci in maniera definitiva. E finalmente l’incontro della vita con Emanuele, detto per tutto il romanzo Ema. Con lui fa due figli, con lui compra un casale e ci va a vivere con tutta la famiglia. Compreso Andrea, che ormai è grande e refrattario alla vita campestre. E poi di nuovo ricomincia la ricerca di un’altra casa perché mancano i soldi per mantenere il casale troppo grande, ed è troppo difficile rendere redditizio l’ uliveto e l’orto.

Non si prende mai fiato in questo libro, il lettore va avvertito di questo. Ma accidenti è proprio questo “ il su’ bello”. L’ho detto è un thriller esistenziale. Strano thriller però, perché per tutto il tempo dei brevi corsivi ci raccontano cosa succede dopo, dopo la fine del libro. Quando finalmente Cristina e famiglia trovano il loro Posto, la loro gente, una comunità con cui vivere.

La parte più bella, a mio avviso, è proprio quella della ricerca del Posto. Che è posto fisico ma poi se tutto è anima, coscienza, vita interiore, magari potrebbe anche non esistere. Potrebbe essere aver raggiunto un’altra meta da quella che si cercava per monti e boschi. Potrebbe essere l’aver semplicemente trovato il centro di sé.