Dalai Lama, Il sutra del cuore

 Il Sutra del cuore è il testo più conosciuto e recitato dai praticanti buddisti della tradizione Mahayana. Le scritture Mahayana sono successive a quelle della tradizione Hinayana ( i cui testi contengono la trascrizione dei discorsi sicuramente pronunciati dal Buddha Shakymuni) e rappresentano un’evoluzione notevole dell’insegnamento buddista; infatti al suo interno troviamo testi di filosofi e studiosi come Nagarjuna e Asanga, che rispetto al buddismo originario ( “Il Primo giro della ruota del Dharma) aggiungono insegnamenti nuovi pur mantenendosi fedeli anche a quelli originari.
Mentre i testi Hinayana contengono soprattutto insegnamenti e metodi su come liberarsi dagli attaccamenti e quindi dalla sofferenza, quelli Mahayana si concentrano soprattutto sulla vacuità e sulla compassione. La conoscenza e l’esperienza della vacuità di tutte le cose è la saggezza, mentre la compassione è il metodo. L’ideale di vita è il Bodhisattva, cioè colui che ha come unico scopo liberare gli esseri dalla sofferenza, ma lo può fare perché ha sperimentato la vacuità ed è pieno di compassione per qualunque essere vivente. Il praticante anche se non può diventare un Bodhisattva , perché è una via per lui troppo ardua, può coltivare in sé la Bodhicitta, l’aspirazione cioè all’Illuminazione allo scopo di poter liberare gli altri essere viventi dalla sofferenza.
In sintesi se nel sentiero Hinayana ci si incentra soprattutto sulla rinuncia ( agli attaccamenti a cui si deve la sofferenza), in quello Mahayana si dà molta importanza alla compassione. Ma questo metodo non fa a meno di quello basato sulla rinuncia, essi vanno di pari passo e il primo è il presupposto dell’altro e quindi viene prima, ovvero senza aver rinunciato agli attaccamenti che producono le emozioni negative, che a loro volta sono la fonte della sofferenza, non si può provare la Grande Compassione, cioè quel tipo di compassione verso tutti gli esseri indistintamente. Questa precisazione è importante perché i maestri della tradizione tibetana, ad esempio, insistono molto sul fatto che le due tradizioni sono complementari e vanno accettate entrambe.
Mentre i testi Hinayana sono relativamente vicini all’epoca in cui visse Buddha ( furono scritti a partire dal 340 a.C, mentre prima venivano memorizzati), quelli Mahayana furono composti a partire dall’epoca cristiana.
La tradizione mahayana si diffuse in India, Cina, Tibet, Giappone, Corea, Mongolia, Vietnam. La tradizione Hinayana invece si diffuse Thailandia, Sri Lanka, Birmania, Laos, Cambogia.
Gli studiosi contemporanei non considerano in genere i testi Mahayana come trascrizioni di discorsi attribuibili al Buddha. Li considerano prodotti da autori successivi. Nel suo commento al Sutra del cuore Il Dalai Lama affronta questa questione: “Sebbene la tradizione tibetana attribuisca l’origine degli insegnamenti mahayana allo stesso Buddha, eruditi di altre scuole hanno espresso dubbi al riguardo, così come hanno fatto del resto alcuni studiosi contemporanei” (pagina 43). A questo riguardo vi rimando ai saggi introduttivi di Raniero Gnoli, Claudio Cicuzza e Francesco Sferra contenuti nel volume dei Meridiani Mondadori: La rivelazione del Buddha, volume secondo.
Il Sutra del Cuore inizia così:
“Così una volta udii. Il Beato dimorava a Rajghir, sulla montagna del Picco degli Avvoltoi, assieme a una vasta comunità di monaci e a una vasta comunità di bodhisattva. In quell’occasione il Beato era assorbito in quello stato meditativo sulle varietà dei fenomeni chiamato “percezione profonda”. Contemporaneamente, il bodhisattva Avalokiteshvara stava applicandosi proprio nella pratica della profonda perfezione della saggezza, e vide che perfino i cinque aggregati erano privi di un’intrinseca esistenza. Poi, tramite all’ispirazione del Buddha, il venerabile Shariputra così disse al bodhisattva Avalokiteshvara: “Come deve addestrarsi un nobile figlio o una nobile figlia del lignaggio che desideri impegnarsi nella pratica della profonda perfezione della saggezza?” (pag. 61)
Siamo qui in presenza di Buddha, di un bodhisattva e di un allievo, Shariputra .
Quando il testo dice: “Il Beato era assorbito in quello stato meditativo sulle varietà dei fenomeni chiamato “percezione profonda”, intende dire che Buddha era nella concentrazione meditativa sulla vacuità ( “cose come esse sono”). il bodhisattva Avalokiteshvara stava compiendo la stessa pratica e vide che tutto ciò che esiste è privo di una esistenza inerente per suo conto (i cinque aggregati sono: elementi materiali, sentimenti, emozioni, percezioni, formazioni mentali, coscienza). Dice a commento di questa prima parte del testo il Dalai Lama: “Come si evince dal testo in questo caso il Buddha non diede un particolare insegnamento, rimase in meditazione…Nondimeno è proprio la concentrazione meditativa del Buddha a ispirare Avalokiteshvara e Shariputra a iniziare questo dialogo” (pag. 80).
Buddha non parla ma con la sua presenza meditativa ispira gli altri a intrattenere un dialogo che mano mano che si va avanti nella lettura diventa un insegnamento. E’ infatti il bodhisattva Avalokiteshvara a dare l’insegnamento, e l’insegnamento riguarda la vacuità di tutte le cose.
Un lungo elenco, molto suggestivo e poetico e un po’ inquietante se si legge per la prima volta, compone la parte centrale di questo Sutra, cioè Avalokiteshvara elenca a Shariputra tutte le cose prive di esistenza intrinseca:
“Shariputra, tutti i fenomeni sono vuoti; sono privi di caratteristiche; non sono nati e non cessano; non sono contaminati e non sono privi di contaminazioni; non diminuiscono e non crescono…nella vacuità non c’è forma, né sensazione, né discriminazione, né fattore di composizione, né coscienza. Non c’è occhio, né orecchio, né naso, né lingua, né corpo, né mente. Non ci sono forme visive, né suoni, né odori, né sapori, né oggetti tangibili,né fenomeni; e neppure il costituente dell’occhio e così via, fino ad includere il costituente della mente e il costituente della coscienza mentale. Non c’è ignoranza, né estinzione dell’ignoranza, fino ad includere anche vecchiaia e morte, ed estinzione della vecchiaia e della morte….” (pag 62).
Qualcuno potrebbe imputare questo Sutra di nichilismo. Lo stesso Dalai Lama ne parla: “ Mentre ci addentriamo in questo procedimento di successive negazioni, potremmo correre il pericolo di arrivare all’errata conclusione che nulla esiste. Ma se intendiamo correttamente il significato di vacuità riusciremo a vedere che le cose non stanno in questo modo” (pag. 87)
E’ bene allora spiegare cosa si intende nella tradizione Mahayana per vacuità. In termini molto semplicistici si intende il fatto che ogni cosa è priva di un’esistenza sua propria immodificabile ed eterna, anche l’io a cui noi siamo così attaccati ne è privo. “Questo non vuol dire che non esiste nulla”, afferma il Dalai Lama, “ma solamente che le cose non possiedono la realtà intrinseca…le cose esistono, ma non intrinsecamente, e l’esistenza può essere compresa solo in termini di origine dipendente…L’esistenza di cose ed eventi non si discute. E’ il modo in cui esistono che deve essere correttamente compreso” (pgg. 115-116). Da notare che “per origine dipendente” il buddismo intende che ogni cosa sorge in base a cause e condizioni. E’ la vacuità a rendere possibile questa legge di causa ed effetto.
Il fatto è che come noi percepiamo le cose non è come realmente sono. La nostra sofferenza deriva da questa errata visione di come le cose realmente sono. “Coltivando una corretta visione della natura del reale”, avverte il Dalai Lama, “ a poco a poco saremo in grado di ridurre il nostro attaccamento all’idea di un’esistenza intrinseca…” ( pag. 118). L’errore da non compiere è quello di ritenere che la vacuità sia una realtà assoluta, essa è l’autentica natura di cose ed eventi. Ma nello stesso tempo riuscire a cogliere la vacuità dei fenomeni, significa coglierne la verità ultima, che sta oltre quella convenzionale delle nostre percezioni.
Infine il testo dice: “Perciò, Shariputra, poiché i bodhisattva non hanno realizzazioni si relazionano e dimorano nella perfezione della saggezza. Non essendoci più oscuramenti nelle loro menti non hanno paura ed essendo andati oltre l’errore, raggiungeranno la fine del nirvana”. La spiegazione di nirvana che dà qui il Dalai Lama è che esso è la stessa natura della mente ripulita da tutte le afflizioni mentali; la mente infatti per il buddismo ha la natura di Buddha, quindi rimuovendo ciò che l’oscura, ovvero afflizioni ed errate formazioni mentali, essa si apre spontaneamente all’Illuminazione.
Alla fine della recitazione di questo Sutra i praticanti pronunciano questo mantra:
“Andato, andato, andato oltre, completamente oltre, il risveglio avvenga ( in sanscrito TAYATHA GATE GATE PARAGATE PARASAMGATE BODHI SVAHA).

Tenzin Gyatso , XIV Dalai Lama, ( Taktser, Tibet, 1935)
Dalai lama, Il Sutra del cuore, Sperling & Kupfer Editori, 2003
Prima edizione Essence of the heart Sutra, Wisdom Pumlications, 2002
Sito ufficiale: http://www.dalailama.com/
Differenze tra hinyana e mahayana: http://www.centromandala.org/page/buddhismo/storia.shtml
http://it.wikipedia.org/wiki/Sutra_del_Cuore
http://www.centrolamatzongkhapatv.it/GA003_text.pdf
in
lankelot: http://www.lankelot.eu/buddismo