Francesco D’Assisi, Cantico di Frate Sole e Della vera e perfetta letizia, in Gli scritti di Francesco e Chiara d’Assisi

Avevo voglia di scrivere qualcosa sul Natale, e non so perché mi è venuto in mente Francesco D’Assisi e il suo Cantico di Frate Sole. Apparentemente c’entra poco con il Natale, ma nessuno più di lui evoca in me la santità come qualità prettamente umana che deriva però da quel qualcosa di divino che è nel mondo e nelle sue creature. Ma non avevo questo testo e così sono andata dal parroco del mio paese per farmelo prestare. Lo scritto si trova all’interno di un libro antologico che contiene, per quando riguarda Francesco, tra l’altro, la Regola, il Testamento, molte lettere e le Laudi e preghiere, tra cui il Cantico di Frate Sole.
Per andare dal mio amico parroco mi sono messa in macchina per raggiungere la parrocchia che dista qualche chilometro da casa mia. In auto ho messo nel lettore “In my place” perché l’adoro, mi eccita la mente e il cuore, e stamattina mi ha procurato uno stato d’animo che mi ha fatto vedere, mentre guidavo, il mondo intorno a me pieno d’amore. Ma era così anche perché avevo in mente Francesco e pensavo che fosse stato un grande Bodhisattva, cioè un Essere Santo pieno di compassione e amore verso tutti gli esseri viventi. Avevo il cuore pieno della musica dei Coldplay e anche del pensiero di cosa sono gli esseri come Francesco per l’umanità. E allora la campagna sotto il sole d’inverno mi è apparsa bellissima. Un piccolo stormo di passerotti che stazionavano sulla strada si è alzato al mio passaggio, piccoli amorosi esseri forse affamati ma così pieni di vita. Ho detto loro a fior di labbra ciao. Si sono alzati tutti insieme, l’ultimo si è attardato a prendere il volo e mi è sembrato il più simpatico.
Nella canonica ho aspettato il parroco che aveva da fare e infine ho avuto tra le mani questo piccolo libro. E’ un piccolo libro di preghiere dalla copertina modesta e sobria, di colore rosso scuro, modesto e scuro come una stanza di ciechi. E i ciechi siamo noi.
Il Cantico di Frate Sole è una preghiera semplice e sublime al tempo stesso, come tutto ciò che è santo e giusto; è una preghiera per tutti, credenti o no, cattolici o no. E’ la preghiera della vita che prega se stessa. Così almeno, nella mia ignoranza mi viene di intenderla. E’ una preghiera che risuona in me con una potenza e profondità che quasi mi spaventa e comunque mi fa comprendere la distanza abissale tra me e il divino; ma poi anche tutte le creature sono nominate come degne di lodi e ciò mi conforta molto. Infatti l’elenco delle cose belle e vive del mondo nelle parole di Francesco sembrano anche loro non solo belle ma sante, toccate come sono dalla bontà di Dio. Le cose importanti dunque sono tutte qui? Sole, Luna, Vento, Acqua, Fuoco e Morte? E perché noi esseri stupidi e immorali non ce ne accorgiamo? Perché ci comportiamo come se non esistessero? Oppure come ci sembrassero scontate e dovute? Quelle di cui abbiamo paura poi ce le dimentichiamo. Solo i Santi possono lodare anche la Morte e chiamarla sorella, come accade ne I Promessi Sposi i cui si dice che i Frati Cappuccini nel curare gli appestati nel lazzaretto “ci lasciarono la più parte la vita e tutti con
allegrezza
”.
La preghiera è scritta nella lingua umbra del tempo di Francesco. E’ una lingua che a me pare dura come la terra di cui parla e lieve come il vento di cui parla e pura come l’acqua di cui parla. Mi impressiona veramente molto sapere che fu composta in un momento di sofferenza fisica terribile. Francesco era quasi cieco per una malattia agli occhi e soffriva moltissimo. Eppure scrisse questo Cantico che è il contrario della sofferenza nel mezzo della sofferenza, anche di quelle morali per l’opposizione di alcuni frati a seguire il suo esempio di osservanza fedele del Vangelo (“
Vangelo sine glosse”). Dev’essere vero che la sofferenza può essere trasfigurata dalla santità.

Ecco dunque il testo in tutta la sua spirituale bellezza:

Altissimu, onnipotente bon Signore,
Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se konfane,
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi’ Signore cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi Siignore, per sora Luna e le stelle:
il celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.
Laudato si’, mi Signore, per sor’Acqua.
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi Signore, per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi Signore, per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fior et herba.
Laudato si’, mi Signore, per quelli che perdonano per lo Tuo amore
et sostengono infermitate et tribulatione.
Beati quelli ke ‘l sosterranno in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato si’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no ‘l farrà male.
Laudate et benedicete mi Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.

Vorrei ora citare un altro testo che si trova in questo “Gli scritti di Francesco e Chiara d’Assisi”, e cioè “Della vera e perfetta letizia”. E’ un testo in prosa e ci chiarisce molto bene cosa intenda Francesco per felicità, e come sia possibile ottenerla. “Della vera e perfetta letizia” rappresenta per tutti noi un grande insegnamento. Le avversità, i rifiuti, le angherie, tutte le sofferenze fisiche e morali possono essere occasioni per realizzare la perfetta felicità. Come in molti testi di sapienza ( non solo cattolici ma ad esempio anche buddisti ) il testo procede per negazioni. Francesco cioè fa degli esempi di cosa non sia la vera e perfetta letizia. L’esempio più eclatante può essere questo: “E se ti giunge ancora notizia che i miei frati sono andati tra gli infedeli e li hanno convertiti tutti alla fede, oppure che io ho ricevuto da Dio tanta grazia da sanar gli infermi e da fare molti miracoli, ebbene io ti dico: in tutte queste cose non è la vera letizia”.( pag. 173). Invece dice Francesco se di notte busso alla porta del convento nel freddo, nel fango, nel gelo e mi si dà dell’idiota e vengo cacciato, “ Ebbene, se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell’anima” (pag. 173). Trovo straordinaria questo insegnamento di Francesco e così simile, se posso permettermi il paragone, a quello che insegna sull’argomento il buddismo: la pazienza e l’assenza di “conturbamento”. La pazienza e calma mentale nelle situazioni avverse infatti, sono due insegnamenti fondamentali anche nel buddismo. Ma non è un discorso sulle somiglianze tra cattolicesimo e buddismo che mi interessa in questo contesto, anche se Francesco viene da alcuni considerato  il più orientale tra i santi cristiani.

Questo testo mi ha colpito quanto il Cantico, perché ha una forza interna che deriva dall’esperienza personale della verità e non dalla sua sola predicazione. Penso sia questo ciò che distingue il santo dalla persona comune, di chiesa o no che sia, e credo che solo i santi ieri come oggi abbiano davvero qualcosa di essenziale da insegnarci. Anche se questo qualcosa è così lontano dalla nostra portata, abbiamo comunque tutti un bisogno vitale di modelli, di insegnamenti sulla possibilità di essere felici, sulla speranza di poterlo diventare.

Francesco D’Assisi (Assisi 1182- Assisi 1226)
Francesco D’Assisi, Cantico di Frate Sole, in Gli scritti di Francesco e Chiara d’Assisi, 1996
La ricerca di Rino Bartolini Su Francesco D’assisi nel suo “Come fuoco nell’anima”: http://www.teologiaspirituale.it/recensione59.htmlhttp://www.sanfrancescopatronoditalia.it/preghiere/canticodifratesole.pdf
http://it.wikipedia.org/wiki/Cantico_delle_creature
http://www.sanfrancescopatronoditalia.it/preghiere/dellaveraeperfettaletizia.pdf

http://www.dimensionesperanza.it/aree/ecumene/buddismo/item/6281-buddhismo-una-via-senza-mauricio-y%C5%ABshin-marassi.html?tmpl=component&print=1

http://www.lankelot.eu/letteratura/balducci-ernesto-francesco-d-assisi.html+http://www.lankelot.eu/letteratura/larranaga-ignacio-nostro-fratello-di-assisi.html


 

 Per te, Lenore
Improvvisazione dalla gioventù alla vecchiaia su In my place dei Coldplay

è stata dura è stata dura e seguire tutto quello che è successo è stata dura Lenore vero quanto dura Lenore quanto dura oppure oppure oppure no Lenore non è stata tanto dura era quello che ti aspettavi? Ma cosa ti aspettavi aspettavi?qualcosa di più bello no forse no perché sapevi che sarebbe dovuto tutto finire ma tu sei troppo pura troppo pura per riconvertirti a qualcosa d’altro qualcosa d’altro sei troppo pura e così sei andata avanti a vivere che per te è scrivere e invecchiare e soffrire molto nelle ossa, le tue povere ossa sofferenti, scrivere soffrire scrivere soffrire e poi sei morta. Morta? Per me no, per me no, c’è gente che non muore ma non perché sia brava non per questo non perché sia brava per un altro motivo un altro motivo difficile da spiegare difficile da spiegare è una cosa che c’è.

Allen e Neal

Allen era morbido, rilassato
era un amante –
era mistico, disponibile
era un amante
nel senso letterale di colui che ama –
Neal era rigido fisicamente
era multiforme, scattante
era veloce, era inquieto –
amava
faceva
pensava
progettava
molte cose contemporaneamente –
Allen era un amante
nel senso letterale di colui che ama –
Neal andava, andava
e non si voltò mai indietro –
Allen aveva dei Maestri
Neal, no
aveva solo ammiratori

recensione del libro di Natalie Goldberg: Scrivere zen

 Ecco cos’è creare la nostra pazzia. Il baratro tra l’amore sviscerato che nutriamo per il mondo quando ci sediamo a scriverne,e il disinteresse che proviamo verso esso nella nostra vita quotidiana. Hemingway scrive della sovrumana pazienza di Santiago il pescatore, ma non appena ha smesso di scrivere maltratta la moglie e beve fino ad abbruttirsi. Dobbiamo cominciare a riavvicinare questi due mondi. L’arte è un atto di non aggressione. Quest’arte noi dobbiamo viverla nella nostra esistenza quotidiana” ( N. G.)
Scrivere Zen è il primo libro sulla scrittura creativa che ho avuto tra le mani molti anni fa. Ha un’impostazione simile a quella teorizzata da Jack Kerouac in Scrivere Bop, verso la quale ho un debito di ammirazione e riconoscenza. Kerouac non fu solo un maestro di se stesso e di Ginsberg, che imparò da lui a scrivere le poesie per cui è divenuto celebre, ma lo è stato per un sacco di altra gente, come me ad esempio. Natalie però rispetto a Kerouac ha una più solida e meglio meditata impostazione buddista.

Scrivere Zen è un libro molto conosciuto, copiato, praticato. E’ un libro utile, uno dei pochi libri sulla scrittura creativa che servano a qualcosa. E’ anche molto vicino, come ho detto, alla scrittura spontanea che a me piace tanto e che non significa scrivere quel che capita, ma scrivere in presenza mentale, in consapevolezza di quel che accade dentro e fuori di me adesso.

Scrivere zen è un libro semplice, un libro facile. Non dà regole su come si scrive,neanche troppi suggerimenti. Presenta invece delle situazioni su cui si può scrivere. Pur non essendo un eserciziario quindi cerca di mettere chi lo legge nelle condizioni di scrivere.

Natalie Golberg è una scrittrice americana e un’insegnante di scrittura creativa. Infatti da anni guida un gran numero di corsi di scrittura un po’ dappertutto negli Stati Uniti. Dal libro sembra di capire che farlo le piaccia molto, perché come dice a pagina 14 “ Quando insegno ad un corso per principianti, sono contenta. Devo tornare indietro e rimettermi nella testa del principiante, tornare a pensare e sentire come quando ho cominciato scrivere. …In realtà ogni volta che ci mettiamo a scrivere, ci chiediamo come sia stato possibile riuscirci in precedenza. Ogni volta è un nuovo viaggio senza mappe”.

E’ da questo libro che ho imparato gli esercizi a tempo. E anche ad improvvisare in maniera sistematica, cioè secondo un metodo. Come dice Natalie a pagina 18: tenere la mano in movimento; non cancellare; non preoccupatevi dell’ortografia, della punteggiatura e della grammatica; perdete il controllo; non pensate, non fatevi invischiare dalla logica; puntate alla giugulare. “ Se scrivendo viene fuori qualcosa che vi fa paura o vi fa sentire esposti, tuffatevici dentro. Probabilmente è carico di energia” (pag. 18).

Natalie ha una grande fiducia nei confronti della libertà e creatività della mente umana. In questo senso scrittura e pratica meditativa si equivalgono, infatti nel libro viene data più importanza al processo della scrittura che al risultato. “Nello scrivere, quando si è veramente assorbiti, , non ci sono più colui che scrive, la carta, la penna, i pensieri. C’è solo la scrittura che crea se stessa; tutto il resto è scomparso” ( pag.22).

E’ il qui e ora. E’ lui ad essere poetico, sempre. E’ l’attimo passeggero, impermanente. E che ha il sapore della vacuità. In questo senso “ Non esiste separazione tra la scrittura, la vita e la mente” (pag. 42).

C’è anche qualche consiglio tecnico nel libro, sui dettagli, sul leggere molto, lo scrivere molto, sull’essere precisi, sul dimostrare invece di dichiarare. Insieme ad un certo numero di esercizi è la parte meno interessante del libro. L’aspetto più affascinante è l’idea espressa in molte parti, che essendo ogni momento, attimo, minuto della nostra vita sempre mutevole, c’è sempre qualcosa da dire, se ce ne convinciamo. Se cioè abbandoniamo l’idea di noi stessi come qualcosa un di fisso, permanente e immutabile e del mondo come qualcosa di altrettanto stabile e identico a se stesso. I piccoli e grandi mutamenti dentro e fuori di noi sono l’oggetto della scrittura. Se accettiamo questa impermanenza e mutabilità della nostra realtà psichica, nulla ci è impossibile nell’ambito dello scrivere. Se vuoi scrivere un romanzo, scrivilo, sostiene la Goldberg. Imparerai a farlo scrivendolo. Imparerai le tue regole, la tua sintassi, imparerai a rispecchiarti nella tua scrittura e la tua scrittura imparerà a rispecchiarsi in te, in questo gioco divertente dell’identificazione di soggetto e oggetto, di perdita di quella dualità ( io/tu; noi/loro; bello/ brutto…) che ci domina e ci rovina la vita. In questo senso allora la scrittura può diventare uno strumento di crescita, di evoluzione spirituale. Diventa anche uno strumento del coraggio di vivere ( che quasi nessuno di noi ha ) pienamente qualunque momento e situazione. Si veda a questo riguardo il capitolo: “Suscitare compassione”, che parla così concretamente del perdersi, del disperarsi, e della possibilità del ritrovarsi tramite la scrittura. Perché la scrittura, soprattutto quella d’improvvisazione ci mette immediatamente in contatto con quello che c’è ora, ristabilendo una relazione tra me e il mondo e non più tra me e la mia paranoia. “ Se per scrivere prendiamo le mosse dalla nostra sofferenza, alla fine nascerà in noi la compassione per le nostre vite cieche e meschine. Dall’abbattimento nascerà una nuova certezza per il cemento che calpestiamo, per l’erba secca che fruscia sotto la sferza del vento. Potremo toccare cose che una volte ritenevamo brutte, e vederne i particolari irripetibili, la vernice che si stacca a scaglie, il grigio delle ombre – semplicemente per quel che sono, né un bene né un male, ma parte della vita che ci circonda” ( pag.110).

Natalie Goldberg, Scrivere Zen, Ubaldini editore, 1987
http://en.wikipedia.org/wiki/Natalie_Goldberg
Sito ufficiale:
www.nataliegoldberg.com