Larry Sloman, On the road with Bob Dylan -Storia del Rolling Thunder Revue (1975)

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Questo libro sembra su Bob Dylan e il suo Rolling Thunder Revue del 1975, ma in realtà è un’autobiografia della partecipazione del  suo autore, Larry Sloman al tour stesso; è la sua visione di quel tour di sei settimane dall’ottobre al dicembre del ’75, e del suo strambo modo di avervi partecipato. Sì perché per tutto quel tour lui non fa che prendere pesci in faccia da varie persone dello staff di Dylan che gli impediscono continuamente di avvicinarlo, di soggiornare nel suo stesso albergo, di parlare con i suoi musicisti, e questo dopo che per settimane Larry a New York aveva frequentato Dylan nei locali, alle feste, nello studio di registrazione dove lavorava. Ora si ritrova ad essere cacciato dovunque si presenti, e lui sopporta stoicamente, ingoia tutti i rospi, perché ha uno scopo, scrivere articoli per la rivista Rolling Stones e soprattutto un libro su quel tour.
Infatti quella che apparecchia Sloman è la commedia umana di tutto quel mondo composto da una settantina di persone che sta intorno a Dylan per far sì che il tour funzioni alla perfezione. Dylan in realtà compare poco, a parte i concerti, allora come oggi lui si defila, non si fa afferrare, non risponde alle domande. In compenso è l’oggetto dei desideri, dei discorsi, delle discussioni di tutti gli altri. C’è una gerarchia di ruoli e persone molto rigida e organizzata, se sei Joan Baez e Joni Mitchell puoi fare quello che ti pare, altrimenti devi stare agli ordini. Ratso, come viene ben presto soprannominato Sloman, è all’ultimo gradino della gerarchia insieme ad esempio alla groupie Lisa e alla cantante attrice Ronee Blakley, che nonostante abbia partecipato al film di Altman Nashiville, non è granché considerata dalle altre star durante il tour di Dylan.
Sloman ha registrato ogni conversazione avuta e sentita per strada, sui set del film che si gira sul tour, alle cene e colazioni del mattino dei musicisti in cui è riuscito a intrufolarsi; nel libro vengono spesso riportate parola per parola. Conversazioni su cosa? Niente di trascendentale in realtà, su come ha suonato e cantato Dylan nel concerto della sera prima o in quello che sta avvenendo in quel momento, sul cibo, sulla rivista Rolling Stones o sul film che si sta girando.
Ma lo stile del libro non è da resoconto, da articolo per una rivista, lo stile è narrativo, lo stile è da romanzo. E’ il romanzo della partecipazione di Sloman al  tour di Dylan del ’75, ma, come ho detto, Dylan  compare quasi sempre di sfuggita, esce da una stanza e scompare, si fa vedere in un corridoio e sparisce. Ma poi la sera sale sul palco ed è sempre un trionfo, non solo per il pubblico, ma anche per chi, come Ratso lo spettacolo lo vede ogni sera; si esalta tutte le volte, applaude freneticamente e canta le canzoni insieme al pubblico, perché a quanto pare Dylan dà tutto se stesso ogni sera, ogni sera è migliore di quella precedente. Ci sono pagine dedicate a varie persone, ad esempio a Kerouac quando il tour passa da Lowell o a Leonard Cohen, a Sara, moglie di Dylan e a sua madre Beatty, e a Ruby Carter, incarcerato per un delitto che non ha commesso per la liberazione del quale viene fatto un concerto nella prigione dove è rinchiuso. Tutti in questa rappresentazione che fu il Thunder Revue hanno un copione non scritto che recitano alla perfezione. Solo Ratso non lo ha perché essendo un “fuori casta” gode della libertà di essere se stesso. Lui non deve recitare un ruolo, disprezzato com’è da tutti  non ha una carriera da salvaguardare, non è uno sul ring del successo. Lui è quello che guarda l’altrui successo. Nell’essere ostili o sarcastici o sprezzanti nei suoi confronti gli altri appaiono costretti a recitare la loro quotidiana parte, divertendosi il più delle volte, ma vivendo una vita separata e protetta dal mondo reale che li usa e li adora.
Ci sono foto di gruppo su questo tour in cui tutti quelli che vi parteciparono sembrano degli hippies della summer of love di San Francisco. Per l’abbigliamento, la postura, il modo di sorridere. In realtà nel ’75 il vero mondo hippy era finito da un pezzo ed era cominciato il tempo (non ancora finito in fondo) del fare affari con lo stile  hippy. Con questo voglio dire che anche se il Rolling Thunder Revue poteva sembrare a prima vista una grande comune che viaggiava in America a “fare musica”, in realtà a leggere questo libro sembra essere stato un tour ben organizzato di varie star musicali. Al suo interno ci sono le persone importanti, quelli che fanno la guardia alle persone importanti e poi quelli che non sono per niente importanti. Come Ratso appunto. A me lui è molto simpatico, salta e prilla più o meno strafatto dalla mattina alla sera, fa mille telefonate al minuto, rompe le scatole a tutti, mendica interviste, ma sa di essere uno che deve stare al suo posto; come si dice più volte nel libro “lui non è uno di noi”. C’è il noi e il non noi. I “noi” fanno “la cosa Joan Baez”, “la cosa Joni Mitchell”, “la cosa Bob Dylan”. Quest’ultimo sembra sottrarsi più di tutti alla recita dell’essere Dylan. Dovunque si trovi scappa. Se lo cerchi dove ti hanno detto che è, non c’è più. Un po’ come oggi per il Nobel, probabilmente la fortuna di Dylan è fare “la cosa Dylan” solo sul palco.

Qui un resoconto dettagliato di Larry Sloman sul Rolling Thunder Revue n italiano:
http://www.maggiesfarm.it/bs5booklet.htm

Patti Smith, M Train: cosa penso di questo libro

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Molto diverso questo libro, il cui genere non si può facilmente definire, dalla precedente autobiografia di Patti Smith Just Kids. Quest’ ultima aveva un ordine sia mentale che cronologico, raccontava la vita epica e rocambolesca di una Patti giovane, coraggiosa fino all’incoscienza e bellissima. Che si scopre cantante senza sapere di esserlo, come per caso. E ha quella voce lì. M Train non ha un ordine, “memoir” lo definisce il sottotitolo in copertina, ma è più un diario intimo o un collage di momenti romanzati della propria vita. Mi ricorda l’André Breton di Nadja e di L’Amour fou dove tutto, incontri, parole, pensieri, avvengono sempre come per caso. Quello stesso andare avanti e indietro dentro se stessi.
Mi ci ritrovo in questo libro di Patti Smith, c’è quest’aria di solitudine, di dopo che tutto è già accaduto, di abitudini di cui non si può più fare a meno in uno spazio ridotto di una grande città come New York. Che si tende a circoscrivere in pochi luoghi vicini a casa, da raggiungere a piedi in pochi passi, dopo essersi alzata, buttata addosso il solito cappotto nero e il solito berretto di lana. E dove si fa colazione sempre alla stessa maniera: caffè, una fetta di pane integrale e un piattino di olio d’oliva. La casa è un rifugio, il piccolo Café Ino al Greenwich Village lo è anche di più. Una quotidianità interrotta dai viaggi, Berlino, Londra, Tokio, Tangeri, dove Patti sembra muoversi con grande disinvoltura, come se lontano da New York ritrovasse la natura nomade e curiosa della propria gioventù. Sono viaggi di lavoro, ma anche per incontrare amici o cimiteri. Sì, ci sono molti cimiteri in questo libro; dove sono sepolti amici o poeti e scrittori molto amati; perché ci va? Per ritrovare qualcosa, qualcosa di loro, di loro che ha a che vedere con lei stessa. E’ un andare a trovarli, come si fa con gli amici in carne ed ossa, e forse è un andare a trovarli più intenso, profondo , intimo, perché è un parlar loro silenzioso, assorto, vero.
E poi c’è lo scrivere, si parla molto anche di questo; “E’ così difficile scrivere sul nulla”, ripete spesso l’autrice. Perché è quello il compito che si è data, scrivere ovunque si trovi, oppure andare apposta in un luogo per scrivere, scrivere e basta, non scrivere una storia che si ha in mente o partendo da una suggestione. Mettersi a sedere ad un tavolino di un bar e scrivere per vedere se si è capaci di “scrivere su nulla”. Spesso Patti si sente inadeguata rispetto a questo. Ma sa che è il suo compito, il compito che si è data. Lo scrivere per lo scrivere. Lo scrivere come atto della mente e della mano. E’ una sfida quasi impossibile, che la porta a molti fallimenti, a sentirsi spesso insoddisfatta, ma se un risultato di questa sfida è questo libro, ne è valsa la pena, perché il libro è molto bello, commovente anche, c’è tanto alludere e non dire o dire poco per far capire molto.
Mi ci ritrovo nella storia di questa donna che sembra sempre sola anche quando non lo è, con un velo di noncuranza verso gli oggetti, i luoghi, anche le persone. A meno che non siano quelli del suo passato. M Train, che sta per Mind’s train, è il tempo della mente, ovvero della vita nel tempo, che non solo scorre, ma si ferma e poi riprende la sua corsa. In questo scorrere di tempo e mente le azioni, le scelte di Patti Smith sembrano più casuali che razionali. Come l’acquisto di una casa a Rochaway Beach, a sud di Long Island, mezza diroccata ma di cui lei si innamora e che pagherà lavorando tutta un’estate tra concerti, readings, conferenze. Un tifone che si abbatte su New York la renderà ancora più precaria, ma sarà ristrutturata e ora è diventata la sua casa. Far rivivere quella casa diventa uno dei suoi compiti. Come far rivivere dentro se stessa tutte le persone della sua vita che non ci sono più a partire da suo marito Fred morto vent’anni prima, per finire ai poeti e scrittori che hanno segnato il suo percorso di persona e artista. Ci sono antichi ricordi che le tornano in mente e che fanno parte integrante del suo presente. Certe mattine, certi cieli, certi autunni, certe strade. C’è tanto passato in questo libro. Con i ricordi l’autrice riempie la sua mente-tempo perché sono stati i migliori della propria vita, le tornano in mente in piccoli locali dove lei siede per ore, giorni, anni, e dove su tavoli d’angolo accanto a tazze di caffè c’è sempre il suo taccuino nero. Infatti alla fine del libro scrive: “ Quello che ho perso e non riesco a trovare lo ricordo. Quello che non riesco a vedere provo a richiamarlo” ( pag. 233).

Ascoltando Kaddish di Giulio Castagnoli al violoncello di Eduardo Dell’Oglio

C’è ancora il lago nero tondo –
una vela bianca in mezzo
ferma
la vela è dritta
ma non sventola non si muove –
non c’è vento è tutto fermo
come cristallizzato
immobile nel tempo
che non scorre che non passa –
la vela bianca rigida e senza vento –
eppure nell’aria c’è una musica di tango
su pedane nere lucide
su cui la luce si specchia in lampi chiari improvvisi

Improvvisazione su I Sigur Ros Agaetis Byjun: Lenore Kandel, la mia visione – ricordo di te

 È una commemorazione
una messa in tuo onore
è una messa una cerimonia
c’è un fruscio di gonne
di pelle
di braccia
e qualcuno invoca il tuo nome
poi da lontano un treno
arriva è quello dei miei ricordi di te
che non ho
non ho ricordi di te
ho solo visioni di te
sono come i ricordi le visioni?
In un certo senso sì
anzi in tutti i sensi sì
sono immagini della mente anche quelle, le visioni
c’è insomma questo strano treno dei ricordi
questo treno sottile sottile
ammantato di verde
sottile
sto celebrando una messa per te
una messa poetica per te
c’è anche l’organo e voci bianche è una messa per te –
nessuno ti chiama
nessuno chiama il tuo spirito
non ti chiamano
però ti ricordiamo
io ti ricordo nel senso che ti evoco
ti vedo vecchia e sofferente
ma pur sempre Poeta
non di quelli laureati
cose da Congresso americano
no tu sei il Poeta Laureato della Vita
tu…
sul palco vestita da monaca
monaca amorosa d’uomini e spiriti
monaca della vita
così com’è
ricordi?
Penso tu ora sia in qualche eremo
sulla montagna
hai proseguito quella via
la via mistica
del sedere e meditare
e per te anche scrivere –
c’è un vecchio disco che gira a vuoto
e un vento polare antartico che tira
poi qualcuno bussa
batte, chiama
singulti
tu bandiera fissa della mente
io ti commemoro e non ti dimentico
tu hai aperto una via
come Allen
hai aperto la via
ma per farlo bisogna aver molto vissuto
sbagliato, fallito
incontrato amato
molto sofferto
tu nella tua schiena malata
io ti commemoro
ti commemoro
amica
ti voglio bene e tu nemmeno la sai
non lo hai mai saputo
e non lo saprai mai
L. ha fatto un ritratto di te che sembro io

 

 

 

 

 

Recensione di :Karma Norbu ( Shapaley)Made in Tibet


Prima di incontrare per caso in internet il video di Karma Norbu, meglio conosciuto come Shapaley, non sapevo che oltre a quella tradizionale esistesse una musica tibetana moderna.
Shapeley è un bravo rapper che ha scritto una bellissima canzone dedicata a tutti i tibetani che soffrono in Tibet il genocidio fisico e culturale e a tutti i tibetani costretti all’esilio.
Karma Norbu che io sappia non ha un suo sito o un suo blog, non ha un Cd di sue canzoni. Ma da questo sito http://sociosound.wordpress.com/ ho saputo un po’ di cose su di lui. Studia medicina in Svizzera e si dedica a creare video nel suo tempo libero per diffondere il suo messaggio da tibetano orgoglioso di esserlo.Il video di cui voglio dirvi qualcosa e che vi invito caldamente ad andare a vedere si intitola Made in Tibet: http://www.youtube.com/watch?v=bDwahj8_hhg&context=C33d63bfADOEgsToPDskJqi9pRibbgHlFymCgOPFgO
Il brano è cantato in tibetano con sottotitoli in inglese. A mio parere è molto bello e anche il video è fatto bene, entrambi sono ad un alto livello di professionalità. Da quando è stato messo in youtube ha già ricevuto migliaia di visite. Dico subito che fosse stato pure tibetano l’autore e l’esecutore del brano ma non mi fosse piaciuto non lo avrei certo recensito; se l’ho fatto è perché vale la pena di essere conosciuto da un punto di vista musicale; credo che per molti sarà una vera scoperta.
Il brano è orecchiabile, molto coinvolgente nel testo e nel modo, pur composto, di essere cantato; è una specie di racconto di se stesso, della propria famiglia, della propria gente. Ma non è mai retorico, anche se fa appello ai sentimenti di chi ascolta. E’ rivolto ai tibetani sparsi in Occidente. Perché non perdano la speranza di tornare un giorno in patria; ed è rivolto a chi è rimasto in Tibet affinché non si senta abbandonato da chi vive in Occidente.
Il testo è molto semplice, ai nostri occhi cinici e disincantati può sembrare un po’ “antico” per l’amore così tanto mostrato verso i genitori e la famiglia.
Ne ho fatto una mia traduzione che vi propongo:

Madre e Padre,
voi siete i nostri amati genitori
voi siete stati vicino a noi fin dal primo giorno
voi state con noi fino a che siamo cresciuti
quando eravamo piccoli se eravamo felici, o tristi o malati
voi ci mostravate il vostro amore
e affetto continuamente
e noi vi ringraziamo per questo
noi non vogliamo dimenticare la strada
che ci avete mostrato
giovane uomo qualunque cosa accada
sii compassionevole con gli altri
qualunque avversità tu possa incontrare
sii sempre onesto
se cadi rialzati e vai avanti
qualunque siano gli ostacoli
rimani nel giusto sentiero
giovane ragazza dovunque tu vada
non lasciare mai la tua fede e la tua speranza
amatissimi madre e padre
possiate avere una lunga vita
non abbiamo mai dimenticato da dove veniamo
noi ricordiamo che il Tibet
è la nostra patria
non abbiamo dimenticato da dove veniamo
fratelli e sorelle
non sappiamo se potete ascoltarci
ma noi speriamo possiate ricevere questo messaggio
non preoccupatevi noi stiamo bene
anche se siamo così lontani da voi
noi portiamo nel nostro cuore
il nostro fraterno legame
e nonostante sia passato tanto tempo
noi non vi abbiamo mai dimenticato
noi non ci dimenticheremo mai di voi, credeteci
noi non vi abbiamo abbandonato
noi siamo al vostro fianco
noi siamo e saremo sempre fratelli e sorelle….
e mentre io sono qui e scrivo questi versi
con un inchiostro mischiato alle lacrime
i miei pensieri sono nel posto
che io chiamo la mia terra
Tibet, la terra delle nevi
la nostra terra…

Ascoltando e traducendo questo brano e vedendone l’esecuzione, mi sono arrivati brividi nelle braccia, nelle spalle. Per l’emozione. Era una specie di piacere. Piacere fisico e spirituale. Per la forza di questo brano. E’ solo una canzone. Ma per dirla alla buddista è un grande “mezzo abile” (upaya), un pacifico ma non innocuo mezzo per diffondere un messaggio che è umano, politico, spirituale. Usando con sapienza e professionalità internet questo ragazzo tibetano che all’apparenza non sembra avere più di vent’anni, ha ottenuto quanto e forse di più di un discorso del Dalai Lama, e addirittura di più delle recenti immolazioni. Il video è in youtube da dicembre, quindi vedremo se in futuro avrà un impatto ancora maggiore di quanto non abbia avuto finora. Il Tibet e quello che sta succedendo al suo popolo non c’è modo di saperlo dagli organi di informazione come giornali e TV; solo i siti e le associazioni che si occupano di Tibet ne parlano, e allora ben venga questo giovane e bravo rapper a scuotere le nostre addormentate coscienze.
Anche noi siamo esuli, ma di noi stessi, abbiamo perso il nostro cammino, e non sappiamo più neanche quale sia. Questo brano, così efficace anche dal punto di vista musicale, e questo video così ben fatto dal punto di vista artistico, sono il miglior augurio di buon anno che potessi farmi e farvi.
Mi reputo fortunata ad aver conosciuto alcuni tibetani; l’impressione che ne ho avuto è che fossero persone determinate e miti al tempo stesso. Hanno subito così tanto. Gli è stato tolto così tanto che odiare sarebbe un’aggiunta insopportabile di sofferenza.
Guardate questo video, ascoltate il brano, guardate i ragazzi e le ragazze tibetan che vi compaiono, guardate i loro occhi, il loro saluto a mani giunte, ne vale la pena.
in youtube dal Dicembre scorso: http://www.youtube.com/watch?v=bDwahj8_hhg&context=C33d63bfADOEgsToPDskJqi9pRibbgHlFymCgOPFgO
Altri suoi video qui:
http://www.trinuer.com/tibetantalent/interview-with-karma-norbu-aka-shapale-guy/
altri rapper tibetani http://www.youtube.com/watch?v=aDW8_dUU5pw