Il tennis come metafora della vita, ovvero: come controllare Il proprio Moloch interiore?

pallinaFoto di Dianella Bardelli

Il tennis singolo più di ogni altro sport ci permette di identificarci in chi lo sta giocando. Chi è in campo è com noi: solo. Di fronte ad una difficoltà: vincere. La vittoria gli/ci darà gioia, la sconfitta dolore. Da milenni ci si interroga su come superare la gioia momentanea della vittoria e la profonda ( per alcuni definitiva ) sofferenza della sconfitta. Perché, come dice Pier Paolo Zampieri il tennis ” è solo apparentemente uno sport” (Ubitennis del 30/10/2014 nella sua celebre recensione del libro di Wallace D.F, Il tennis come esperienza religiosa ).
A questo proposito una cosa intelligente l’ha detta recentemente Kelsey, moglie del tennista Kevin Anderson: “I tennisti? Quasi tutti dei perdenti” ( Ubitennis dell’11/08/2015 nell’articolo a cura di Michele Gasperini ). E ha aggiunto a scanso di equivoci ( l’equivoco poteva essere intendere perdenti per sfigati ): ” La maggior parte di loro vengono sconfitti praticamente ogni settimana della loro carriera visto che in ogni torneo c’è un solo vincitore. Solo un giocatore alza il trofeo, mentre il resto dei tennisti deve far fronte alla sconfitta”. Bisogna quindi imparare a superare la frustrazione del non vincere senza perdere l’entusiamo e la volontà di volerlo. Sembra un gioco di parole, e forse lo è, anche. Voler vincere sapendo che molto probabilmente non accadrà. Un pò come voler vivere sapendo che si morirà. Ecco allora un gran parlare di mental training. Ci sono i testi degli specialisti della materia. Ad esempio:
Umberto Longoni, La partita invisibile
Agam Bernardini, Lo zen e l’arte di giocare a tennis
Joseph Correa, Diventare mentalmente resistenti nel tennis utilizzando la meditazione
Federico Di Carlo, Il cervello tennistico
Alberto Castellari, Angelo D’Aprile, Stefano Tamorri, Tennis Training. Allebamento tecnico, fisico, mentale, esercitazioni e programmi. Aspetti biologici.
Timothy Gallwey, Il gioco interiore nel tennis
E poi tutti gli articoli di Pier Paolo Zampieri su ubitennis

Ci sono inoltre le testimonianze dirette dei giocatori. La più eclatante la troviamo proprio in ubitennis, quello del 03/09/2015, in un articolo dedicato all’addio al tennis di Mardy Fish, a causa dei suoi gravi problemi d’ansia. Possiamo citare anche un’intervista a Boris Becker al Cheltenham Literature Festival apparsa in ubitennis del 05/10/2015 in un articolo a cura di Paolo Valente, in cui afferma che i tennisti avrebbero il diritto di esternare le proprie emozioni come accadeva ai tempi di McEnroe ” che rompeva cinque racchette al giorno e tutti lo amavano”. Oppure quella a Serena Williams ( ma prima della sconfitta da parte della Vinci ) apparsa su ubitennis del 12/07/2015 in cui la tennista fa leva sulla motivazione, e afferma che ” chiunque è in grado di fare tutto ciò che si è messo in testa di fare”.
A mio modesto parere ci devono essere delle componenti di base in una persona per essere in grado di far fronte nella vita agli insuccessi, cioè un pò stabili si nasce. Oppure si fa appello a quella che potrei chiamare disperazione attiva. Si sta malissimo ma si reagisce, non si affonda nella frustrazione. Si possono anche compensare le frustrazioni altrove: nella famiglia, negli amori, negli amici. Nelle persone comunque. Non negli oggetti, case, soldi che si posseggono. Come dice il Dalai Lama ne I Consigli del cuore: “Quando incontro delle persone ricche, di solito dico loro che, secondo l’ insegnamento del Buddha, la ricchezza è un buon segno. È il frutto di un dato merito, la prova che un tempo sono state generose. Ciò nonostante non è sinonimo di felicità. Se lo fosse, più ricco uno è più sarebbe felice…Anche quando pensate di essere veramente felici, se date per
acquisita la felicità, soffrirete doppiamente qualora le circostanze non vi
siano più propizie”.
Dal punto di vista di come impostare nel tennis il lavoro di un mental training molto interessante è l’intervista a Federico Di Carlo in ubitennis del 06/08/2015. Di Carlo ha un approccio non teorico al problema, secondo lui ( a mio parere giustamente ), bisogna rendere automatici in campo alcuni comportamenti mentali atti a rimanere concentrati sul momento presente, sul singolo punto. Un tema questo affrontato magistralmente da Claudio Giuliani in ubitennis del 23/09/2014 in un suo pezzo dall’eloquente titolo ” Il tennis moderno e l’ossessione dell’asciugamano” in cui si dice che “basta un pò di psicologia spicciola per capire che questo ricorrere ossessivamente all’uso dell’asciugamano sia più una necessità mentale che fisica”. E si cita Federer che afferma che ” l’asciugamano è come la coperta di Linus: dà sicurezza e tranquillità. Lo uso per rilassarmi fra un punto e l’altro”. Giuliani aggiunge che ” l’asciugamano consente al tennista di resettare la mente, cancellare il pensiero del punto appena perso e aumentare la concentrazione”.
Il centrodi tutta la questione del rapporto tra tennis e emozioni negative dei giocatori/giocatrici in campo è proprio questo: Come nella vita di tutti i giorni, del resto. Perché come dice Allen Ginsberg: ” La mente è come una farfalla che si adagia su una rosa o svolazza su fetidi escrementi”.
Come eliminare allora nel tennis come nella vita quotidiana quell’offesa, quel rifiuto, quell’errore, come far fronte senza farsene travolgere a quelli che Shakespeare chiama “i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna”? E come sconfiggere i pensieri negativi che Baudelaire definisce ” un popolo di demoni”? E come affrontare la verità di Leopardi: ” Fantasmi sono la gloria e l’onor; diletti e beni mero desio; non ha la vita un frutto, inutile miseria”?
L’estremo oriente da millenni dà le sue risposte. La vita, dice ad esempio il buddismo, è sofferenza ( ci si ammala, si è offesi, si subiscono ingiustizie, si muore…). Ma ci sono gli antidoti. C’è la possibilità di vincere la sofferenza che deriva dalle emozioni negative, nel caso del tennis dovute a paura, stanchezza psicofisica, ansia, squilibri emotivi causati da situazioni extratennistiche. La meditazione di base che ogni scuola buddista propone è la concentrazione univoca su un punto. Nella meditazione formale seduta si usa il respiro. Ma si può utilizzare qualunque oggetto, in qualunque situazione; nel campo da tennis l’asciugamano dopo ogni punto, le dita che stuzzicano le corde della racchetta prima di battere o in attesa della battuta dell’avversario. Qualcuno ha calcolato che in una partita di tennis singolo professionista ci siano più tempi cosiddetti morti che giocati. Dico cosiddetti perché in realtà sono tempi utilizzati a recuperare energia, pensiero positivo, fiducia in se stessi. Assistere ad un incontro di tennis singolo tra professionisti infatto è soprattutto questo: li si osserva, li si scruta per capire quanto siano carichi di positività o al contrario quanto si stiano lasciando andare allo sconforto. I bei colpi, i bei punti saranno frutto soprattutto di questi due stati mentali. E’ più salutare nei momenti di difficoltà spaccare cinque racchette come suggerisce Becker o imparare l’impassibiltà di Djokovic?
Un grande Lama tibetano del passato, Lama Yeshe, risponde così in un suo testo intitolato “Un approccio buddista alla malatia mentale”:
In occidente, alcune persone credono che ci si possa liberare della rabbia esprimendola, e che quindi manifestando la rabbia essa si esaurisca. In effetti, ciò che avviene in questo caso è che quando vi arrabbiate depositate una impronta psichica nella vostra mente, e che in seguito questa impronta mentale fa in modo che andiate in collera nuovamente. L’effetto è proprio l’opposto di quello che si crede. Sembra che la vostra rabbia sia svanita, ma di fatto state semplicemente accumulando una maggiore quantità di rabbia nella vostra mente. L’impronta che la rabbia lascia nella vostra coscienza semplicemente rafforza la vostra tendenza a reagire a determinate situazioni con maggiore rabbia. Secondo la nostra opinione, non permettere che la rabbia si manifesti non significa che la stiate reprimendo, colmandovi di collera inespressa. Anche questo è pericoloso. Dovete investigare la natura più profonda della rabbia, dell’aggressione, dell’ansia o di qualsiasi altra cosa vi disturbi”.
Le tecniche di mental training funzionano dove c’è la vera vita, la vera paura, la vera rabbia: sul campo da gioco, quello del tennis e quello della vita fuori, nelle strade, nelle case. Il singolare del tennis professionista porta all’estremo la possibiltà di vincere rabbia e paura o di soccombervi. Se saprai controllare le emozioni negative sarai in grado di stabilire strategie, adeguarti a chi hai di fronte, di dirigere l’incontro. Spesso mi domando se sia la sola vittoria ( con relativi guadagni ) a gratificare un giocatore/giocatrice di tennis professionista. Oppure l’aver verificato in sè e nel proprio gioco di saper controllare la mente un pò più dell’incontro del giorno o della settimana prima.
Quello che comunque il tennis insegna ai non giocatori è che non c’è alternativa al “gioco”, non c’è “il non gioco”. Anche se ti rintani nel posto più isolato del mondo avrai sempre di fronte te stesso.
Quello che mi ha più impressionato del trionfo di Djokovic su Nadal al recente torneo Atp 500 di Pechino, non è stata solo la perfezione di gioco del primo. Ma il fatto che Djokovic non avesse mai avuto durante l’intero incontro il viso contratto dall’ansia. Anzi, quando aspettava la battuta dell’avversario su di lui aleggiava il lieve sorriso non del predatore ma del samurai diventato saggio.

Jack, Allen, Lenore: dalla beat generation alla summer of love: il ruolo della scrittura

A differenza che in Italia negli USA, la beat generation fu una cosa seria. E questo per sua forza intrinseca; non fu un movimento sponsorizzato dalle accademie, da altri intellettuali, da lobbies di qualche genere; non fu sponsorizzato dall’editoria, non fu un escamotage inventato da qualcuno per fare soldi. Fu un movimento del tutto autonomo che traeva forza solo da se stesso, dalle proprie capacità, dall’avere qualcosa di nuovo e importante da dire. Altri tempi insomma.
La beat generation è stato un movimento di scrittori, niente a che fare con il modo in cui è stata venduta quando se ne è impossessata l’industria culturale, ma anche quella dell’abbigliamento, delle scarpe, degli oggetti. Questo è accaduto dopo che Kerouac e Ginsberg, gli inventori del nuovo modo di scrivere, avevano già prodotto i loro capolavori. Come si sa Kerouac aveva già scritto sei dei suoi capolavori più importanti prima di veder pubblicato il suo On the road nel 1957, dopo che fu costretto a “normalizzare” pur di essere pubblicato la versione del 1951.
Il mio interesse si è incentrato su Kerouac e Ginsberg, rispetto agli altri scrittori beat, perché quello che mi affascina degli scrittori è la loro scrittura non le storie che raccontano ( che sono sempre le stesse da Omero). E mi interessa anche il grado e il modo di essere spirituale di questa scrittura, perché, a mio modo di vedere, la letteratura deve scavare nella coscienza umana e ricavarne frammenti utili per tutti sul piano delle eterne domande sulla nostra condizione umana. E sia Kerouac che Ginsberg sono maestri nella scrittura spirituale che nasce dalle loro improvvisazioni.

Quando iniziò a pensare al suo romanzo “ On the road”, Kerouac decise che quella storia per essere scritta aveva bisogno di un nuovo modo di raccontare. Doveva essere la scrittura dei tempi moderni, così come il jazz di Dizzy Gillespie e Charlie Parker era la musica dei tempi moderni e l’espressionismo astratto di Jackson Pollock la pittura dei tempi moderni.
Quello che stava accadendo tra i giovani artisti in quegli anni in America, era che protagonista dell’arte diventava la coscienza umana. Attraverso i fatti, i luoghi, i personaggi si raccontava direttamente la condizione della mente umana, la vita interiore dell’anima. Dall’esterno di sé si andava a raccontare l’interno di sé, senza mediazioni, tentennamenti, censure.
Già Hemingway aveva fatto la stessa cosa con l’invenzione strepitosa del dialogo come strumento narrativo, come componente della trama interiore dei personaggi.
Ma gli scrittori beat volevano raccontare un’altra America, l’America dei “battuti e beati”, l’America dei giovani emarginati del secondo dopoguerra.
Come dicevo fu Kerouac a trovare, scrivendo e lavorando indefessamente, la nuova scrittura. Inventò la Prosa Spontanea che teorizzò nei saggi contenuti in “ Scrivere Bop”, e in una miriade di articoli pubblicati sulle riviste dell’epoca. La prosa Spontanea non è il flusso di coscienza di Joyce, o la scrittura automatica dei Surrealisti. La Prosa spontanea è il raccontare la vita mentre accade. E’ l’unità di mente e corpo mentre agiscono.
Fu una grande scoperta. Geniale. L’essere umano tornava a quell’unità originaria e innata di corpo e spirito che la società tiene tuttora separati. Kerouac amava citare a questo proposito un passo del Vangelo: “ Non preoccupatevi di ciò che direte, ma ciò che a voi sarà ispirato in quel momento, quello direte, poiché non siete voi a parlare ma lo Spirito Santo” ( Marco, 13.11).
Allen Ginsberg imparò da Kerouac, suo amico, questa nuova modalità di scrittura e la trasferì nella poesia. Nacque così il suo capolavoro: il poema “Urlo”, e le altre centinaia di sue poesie.
Sì, perché l’improvvisazione di Poesia e Prosa spontanea è un fiume inesauribile, è il fluire della mente, fonte infinita di ispirazione che sempre si rinnova e si ricrea.
Ma di cosa si tratta concretamente?
Dopo aver scritto il romanzo La città e la metropoli ( il solo che gli fu pubblicato poco dopo averlo scritto, nel 1950 ), Jack si accorse che lo stile tradizionale che aveva appreso da Tom Wolfe e William Saroyan non gli piaceva più. Ha dovuto scrivere un romanzo di 1000 pagine che ha impiegato due anni e mezzo a scrivere per accorgersene. Qualcosa macinava, fermentava e maturava in quelle sedute alla macchina da scrivere che duravano tutta la notte; c’era un sottotesto, un altro testo che stava sbocciando nella mente di Jack e che avrebbe dato luogo all’invenzione della tecnica dell’improvvisazione nella scrittura.
Oltre che dall’insoddisfazione rispetto al suo modo originario di scrivere, la tecnica dell’improvvisazione nasce da altre sollecitazioni e influenze. Prima di tutto il nuovo stile del jazz degli anni ’50, il Bop, suonato dai musicisti che Kerouac andava ad ascoltare nei locali di New York come il Minton’s e che erano Dizzy Gillespie, Charley Parker, Thelonious Monk, Lionel Hampton. Jack li ascoltava questi campioni del nuovo stile e pensava: come posso fare a scrivere come loro? Come posso fare a trasferire nella scrittura tutta quell’energia, quel sudore, quella fatica, quella bellezza che sembra nascere solo da se stessa e che non è scritta in nessuno spartito, ma sboccia lì improvvisata sul palco?
Come fare tutto questo divenne per Jack un’ossessione. E quando uno scrittore è ossessionato da qualcosa deve per forza provare a scriverlo questo qualcosa.
E poi c’era stata la lettera di 40 pagine che Neal Cassady gli aveva scritto e che Jack aveva prestato a Allen Ginsberg e che lui aveva prestato a Gerd Stern che poi l’aveva persa; e così noi non l’abbiamo mai potuta leggere. Quella lettera di migliaia di parole era un grande, immenso unico paragrafo che parlava della strada, delle sale da biliardo, delle camere d’albergo e delle prigioni di Denver.
Ma la l’improvvisazione di Prosa Spontanea non è il flusso di coscienza. Non è la scrittura automatica dei surrealisti. Non si tratta di vuotare l’inconscio o di svuotare la mente o di andare a ruota libera. E non si tratta nemmeno di libere associazioni.
La prosa spontanea è lo strumento con cui lo scrittore analizza la propria coscienza. Ma è uno strumento letterario, non psicologico, perché serve al racconto: come si scrive è tutt’uno con quello che si scrive, i due aspetti non appaiono più scindibili.

Così la prosa e la poesia diventano il linguaggio dello spirito umano.
La spiritualità diventa così una componente fondamentale della scrittura di Kerouac e Ginsberg. Spiritualità che proviene dalla educazione religiosa di entrambi, cristiana quella dei Kerouac, ebraica quella di Ginsberg. Entrambi poi saranno fortemente influenzati nel loro lavoro letterario dal buddismo zen che si andava diffondendo in quegli anni in America. Per Kerouac ( che lo studiò a fondo, da poco è uscita una riedizione a cura di Tommaso Pincio, di una sua vita di Buddha) questa filosofia fu solo un passaggio. Ritornò infatti al cristianesimo. Per Ginsberg il buddismo rappresentò invece il sentiero spirituale di una intera vita. E’ Ginsberg, nei suoi scritti teorici, a parlare di scrittura come meditazione e scavo interiore. In “Facile come respirare”, scrive: “la soluzione è scrivere cose che non pubblichi o che non mostri agli altri. In altri termini significa smettere di essere un poeta, lasciar perdere l’idea di essere un profeta con onore e dignità, la gloria della poesia, e accontentarsi del fango della propria mente”.

Dalla beat generation all’hippy generation

Dell’epoca post–beat americana si sa ben poco in Italia. Coincide in parte con quella psichedelica di Ken Kesey e Timothy Leary, e ha avuto il suo centro nel quartiere di Haight Ashbury di San Francisco per una durata molto limitata, dall’autunno del 1966 al 1968.
Per semplificare la possiamo chiamare l’epoca hippy. Riguardò una minoranza significativa di giovani americani e si caratterizzò per l’attività di vari gruppi, riviste, giornali. Il gruppo più importante fu quello dei Diggers.
Questo gruppo fu attivo in vari campi, in quello artistico, teatrale e letterario prima di tutto; ma ben presto cominciò a occuparsi di problematiche sociali, secondo una prospettiva pragmatica e non ideologica. Cominciarono a offrire gratuitamente pasti a chiunque ne avesse bisogno, aprirono un negozio per la distribuzione gratuita di vestiti e una clinica in cui chiunque poteva essere curato gratuitamente.
L’hippy generation fu trattata in modo ancor più distorto e fuorviante rispetto alla beat generation: Solo fiori, amore, sesso e droga. Tutto questo c’era, ma c’era anche molto altro.
I Diggers avevano capito che lo stile era cooptabile, ma quello che non era cooptabile era fare le cose gratuitamente, senza chiedere soldi. Bisognava fare in modo che le persone non fosse più il pubblico (“audience”) ma dei veri partecipanti. I Diggers chiamavano questo modo di procedere Life acting. In questo senso I Diggers erano convinti che le analisi ideologiche fossero spesso un modo per ritardare “the action” necessaria a manifestare un’alternativa. Questo concetto sta alla base del Digger free food, la distribuzione gratuita di cibo che avveniva ogni pomeriggio. “If you wanted to live in a world with free food, then create it”.
Con il 1968 tutto cambia, I Diggers si sciolgono, ad Haight Ashbury prendono il sopravvento commercianti e spacciatori, l’epoca hippy è finita e comincia il turismo hippy. Una parte dei Diggers confluisce negli Hell’s Angels, altri come creano delle comuni agricole in posti remoti, altri ancora creano movimento ecologisti.

Lenore Kandel, leader e poetessa

Lenore Kandel ( N.Y 1932 – S.F. 2009 ) è stata una poetessa americana della San Francisco degli anni ’60. Leader del movimento dei Diggers è nota soprattutto per un piccolo libro di poesie erotiche, “The love book”.
La sua bellezza carismatica e la profondità del suo spirito colpivano chiunque la incontrasse. E questo accadeva sempre, sia nella sua prorompente giovinezza che nell’età della vecchiaia e della malattia. Fu l’unica donna a salire sul palco dell’”Human be-in”, il raduno hippy al Golden Gate Park di San Francisco del Gennaio del 1967, dove declamò alcune sue poesie. Su quel palco c’erano personalità del calibro di Allen Ginsberg, Gary Snyder, Timoty Leary. Era il compleanno di Lenore e 10.000 voci si levarono a cantarle “ Happy Birthay to you”. Il suo libro “The love book” tratta dell’amore fisico tra un uomo e una donna. Il libro subì un processo e fu condannato per oscenità. Lenore in aula si difese declamando San Giovanni della Croce e affermando che “Amore è una parola di quattro lettere, le parole veramente oscene sono odio, guerra, bomba. Se possiamo riconoscere la nostra propria bellezza, sarà impossibile per ogni essere umano recare danno ad un altro essere umano”.
The love book è scritto in prima persona e quindi rispecchia le personali esperienze della poetessa; il linguaggio esplicito usato nel poema paradossalmente è ciò che spiritualizza l’atto sessuale in esso descritto e lo rende sacro, pur rimanendo un atto di piacere.
Lenore Kandel è stata una persona libera e anticonformista rispetto allo stesso mondo underground a cui apparteneva. Non era femminista, nel senso corrente del termine, non ce l’aveva con gli uomini e non li voleva imitare, li adorava. Aveva idee personali su questo argomento, adorava fare sesso con il proprio uomo, pensava che uomini e donne avessero compiti diversi, del resto un modello degli hippies di San Francisco erano le tribù dei nativi americani, in cui i compiti degli uomini e delle donne erano separati. Lenore esaltò nella sua vita e nella sua poesia la diversità, la femminilità,e la sacralizzò proprio nelle sue manifestazioni sessuali; allo stesso modo esaltò e sacralizzò la sessualità maschile.

Il tennis come arte

vinci-pennetta-4Fonte: Rete

Prima della finale Vinci – Pennetta

Per molti anni ho giocato a tennis. Ho smesso quando dopo storte e cadute ho avuto paura di farmi troppo male. Mi è dispiaciuto. Praticare questo sport era anche legato a un circolo tennis grande, ma di carattere familiare. Si spendeva poco e l’abbonamento annuale comprendeva anche una bellissima piscina, un parco, un bar, un ristorante e una sala relax. C’ho passato giornate e serate intere. Era un periodo di “singolaritudine” e quindi il circolo rappresentava un rifugio, un porto sicuro dalla solitudine. Quel circolo non esiste più. Ma io ho anche cambiato la “location” della mia vita. Mi sono sposata, ora vivo in campagna. Sono questi i miei rifugi (si potrebbe dire: ma  lei cerca sempre rifugi, ebbene sì… ). Ora il tennis lo guardo in TV, sul canale televisivo di Supertennis.

Gli US Open di New York, dove le nostre tenniste Vinci e Pennetta hanno fatto faville, non li ho potuti vedere perché non ho un abbonamento TV, ma su deejay tv potrò vedere in chiaro la finale tra le due italiane. Chissà se avrò qualcosa da dire in proposito.

Guardare i grandi e le grandi del tennis in Tv per me è una esperienza rincuorante. Prendiamo il singolare. I due tennisti sono lì da soli. Non ci sono compagni  di gioco cui appoggiarsi. In più sei in una specie di arena dei tempi antichi dove il pubblico se vuole ti sostiene oppure ti fischia. Tu giocatore puoi fare affidamento solo tu te stesso. Non basta essere bravi. Essere bravi se si è deboli d’animo non serve a niente. Lì sul campo da tennis bisogna essere bravi ma anche determinati. Sapere azzerare dalla mente il punto appena fatto dall’avversario, o il proprio  sbaglio che potrebbe compromettere l’incontro. Per come sono fatta io, una sfida impossibile. Devi vincere la paura di perdere e quella di vincere. Devi andare dentro te stesso e trovare quella forza mentale che neanche sapevi di avere. Ecco cosa fa la differenza. E superare la paura ha permesso alla nostra Pennetta di vincere la semifinale degli Oper Usa 2015 contro una campionessa come Simona Halep. Così come alla Vinci di sconfiggere una tennista come Serena Williams.

Il tennis mi piace, dicevo, perché mi rincuora. Mi rincuora del fatto che nel mondo c’è chi va avanti e “vince” senza meritarlo. Sul campo da tennis invece se vinci lo fai in prima persona, nessuno ti può spingere o aiutare, e soprattutto nessuno può farlo al posto tuo e dopo attribuirtene il merito.

 

La Finale tra la Pennetta e la Vinci 

La partita tra la Vinci e la Pennetta l’ha vinta quest’ultima. Quella delle due più in forma in quel momento. Ma nel dopo partita, in quel loro abbracciarsi e dirsi parole confidenziali, si è vista tutta la loro complicità e amicizia. Durante la premiazione hanno detto cose non di rito, in qualche modo si sono rivelate per quello che sono come persone e non nel ruolo di tenniste, rimarcando come fosse stato bello giocare tra amiche. Uscire davanti a milioni di persone dal proprio ruolo per essere “semplicemente” quello che si è, ritengo sia una delle cose più difficili. È necessaria una buona dose di autostima scevra da presunzione, bisogna essere istintivamente saggi.

L’incontro in sè non mi ha emozionato come credevo. Mi sono sentita come chi assiste non ad una partita di calcio tra compagini diverse, ma tra esponenti della stessa squadra. Il fatto poi di sapere che la Vinci e la Pennetta sono amiche mi ha impedito di fare un vero tifo per l’una o per l’altra. Le ho ammirate entrambe nonostante la diversità del loro gioco. La Pennetta è maestra di tecnica, costanza e determinazione. Qualità che nel mio immaginario corrispondono ad essere una persona razionale. Ammiro la Vinci per il suo contrario: passione e creatività.

Vorrei concludere citando un pensiero che ho del tutto condiviso e vissuto assistendo a questa finale, quello del grande giornalista Gianni Clerici nel suo articolo su La Repubblica del giorno seguente l’incontro: «Non avevo mai visto, nella finale di un Grande Slam, due ragazze sedute a chiacchierare sorridendo, come se avessero appena finito una partita di club, e si stessero facendo confidenze, a proposito di un qualche argomento poco importante, quasi una domandasse all’altra a che film avrebbe assistito, un paio d’ore dopo, o che tavola calda avesse scelto…»  (http://www.repubblica.it/sport/tennis/2015/09/13/news/come_fosse_una_sfida_in_famiglia-122768663/?ref=HREC1-15).

Queste parole sintetizzano perfettamente quello che si è visto in Tv dopo la partita tra le due italiane. È stato davvero bello assistere al loro comportarsi in modo tanto spontaneo. Incuranti di dove si trovassero, nel luogo principe del business del tennis mondiale, hanno manifestato più la loro amicizia che la gioia della vittoria.