Un mio articolo su Neal Cassady nella rivista Write and Roll Society

Qui un mio articolo su Neal Cassady e sul perché ho scritto un romanzo su di lui: Il bardo psichedelico di Neal

http://www.writeandrollsociety.com/neal-cassady/

 

un bellissimo documentario su Ginsberg, Kerouac, Corso e gli altri della beat generation


 Contiene testimonianze dirette dei protagonisti della beat Generation; è presente anche Timothy Leary che dice cose stravaganti ma di grande interesse. Ci sono filmati dell’epoca davvero inediti sulla scuola di scrittura di Boulder dedicata a Jack Kerouac. Vi compaiono Ginsberg, naturalmente, ma anche Corso, Orlovsky, Waldman, Burroughs, gli studenti che la frequentano. Ci sono letture di poesie in mezzo alla strada, piccole manifestazioni contro la guerra interrotte da poliziotti che hanno la stessa età degli studenti e tutto sommato si comportano in modo gentile, li invitano a spostarsi dal centro della strada o li spostano di peso ma con maniere non violente.
Un mondo a parte quello beat-psichedelico-hippy nelle sue manifestazioni più spontanee, prima che il mercato se ne impossessasse.
Alla scuola di scrittura le lezioni avvengono in luoghi informali, tipo soggiorni con sedie e poltrone sparse qua e là. Gli insegnanti parlano come viene loro di fare lì per lì, in modo del tutto spontaneo, improvvisato, stanno in mezzo agli studenti, non c’è separazione tra gli uni e gli altri. Magnifico, teatrale, Ginsberg quando legge le sue poesie accompagnato dall’harmonium che suona anche bene. Burroughs, come dice Ginsberg nel commento al documentario sembra uno della CIA dai modi di fare calmi e prudenti. Adorante la sempre presente Fernanda Pivano che ascolta scegliendo un angolo della stanza in cui rifugiarsi dalla luce accecante di tanta genialità raccolta tutta insieme davanti a lei.

 

Recensione del romanzo di Emma Cline, Le ragazze

cover1

Il tema di fondo di questo romanzo è cosa si è disposti a fare, fin dove possiamo spingerci pur di essere notati, apprezzati, considerati, che non è lo stesso che essere amati. É una cosa proprio diversa. C’ è un bisogno più insaziabile dell’amore sembra voler insegnare questo romanzo: essere ritenuti bravi, interessanti, intelligenti, belli, creativi. Essere amati può succedere anche se si è stupidi e brutti, ma l’ essere considerati interessanti e creativi ci fa emergere dalla massa, ci fa accedere alla categoria degli eletti. Evie, la protagonista de “Le ragazze”, ha questa aspirazione, essere notata, uscire dalla massa informe delle sue coetanee, tutte scuola, casa, amiche. La sua vita  è raccontata in vari momenti, che nel corso della narrazione si intrecciano continuamente. All’inizio la troviamo già adulta quando si arrangia facendo la badante per anziani e bambini. Ma quando rimane disoccupata accetta l’ospitalità nella casa di vacanze di un amico. Qui capita il figlio del proprietario con la sua ragazza. La loro arroganza, il loro fiacco modo di vivere le ricordano la sua antica adolescenza vissuta in un piccolo chiuso mondo fatto da una madre divorziata e infelice, un’unica amica che presto si allontana da lei e dalla prospettiva di partire per il collegio. Nessuno nota Evie, la vede, ha un vero interesse per lei. E’ una ragazzina sola che non sa rassegnarsi a rimanere tale costi quel che costi. E così, dopo averle incontrate per caso, si lega alle “ragazze”, giovani sbandate che vivono nel “ranch”, una catapecchia nel cuore della California anni ’60. Russell ne è il dio assoluto, rappresentato nel romanzo come una copia molto simile di Charles Manson e le ragazze sono anche loro simili a quelle della sua cosiddetta “famiglia”, così come simili sono gli omicidi compiuti dal gruppo alla fine del romanzo. Da qui inizia il racconto della vita di Evie adolescente, dei suoi quattordici anni, che sembrano quelli di tante ragazze di allora dall’anima dolorosa, insoddisfatta, fragile. Evie viene plagiata da Suzanne, la leader del gruppo delle ragazze hippy che l’accolgono nel ranch all’inizio per brevi periodi e poi definitivamente. Il completo vuoto mentale è la caratteristica principale degli abitanti del ranch, vuoto ammantato dalle parole altisonanti del loro capo indiscusso Russell, come “amore universale”, “disfarsi del proprio io egoistico”, “vivere il presente”, concetti che ancora oggi infestano i nostri social, riviste, articoli sul benessere mentale, le nostre stesse aspirazioni interiori. La mia impressione è che, al di là dei delitti perpetrati dal gruppo del ranch alla fine del romanzo, un giudizio negativo e liquidatorio sia dato dal romanzo sul movimento hippy americano degli anni ’60 in quanto tale; è un approccio inconsueto a quel periodo, a quel mondo che molti di noi, io per prima, abbiamo idealizzato e tuttora continuiamo a farlo. Il ranch è un’accozzaglia di gente capitata lì per caso e per bisogno, che vive nell’incuria e nella sporcizia, dorme molto, e sennò si droga, e il cui unico collante nella vita è Russell, musicista fallito con scarse doti artistiche, ma con una di quelle personalità ( come il vero Charles Manson) in grado di dominare giovani ragazze bisognose di “essere notate”, guardate, considerate. Come Evie appunto, che si sente onorata di rubare soldi a sua madre o a uno sprovveduto amico per portarli al ranch e nelle tasche di Russell, così come si sente onorata delle sue attenzioni sessuali in qualunque momento lui ne abbia voglia. A lei bastano frasette della serie vieni qui piccola per cadere ai suoi piedi. Che qualcuno mi noti, veda che esisto e valgo qualcosa, sembra chiedere continuamente al mondo Evie. La sua in fondo è la storia di un qualunque innamoramento che si viva come assoluto. Non semplicemente nei confronti di una persona, ma di quello che questa persona rappresenta, un’idea di mondo come dovrebbe essere che noi vediamo personificata in lei, in base alle nostre aspirazioni, bisogni profondi, carenze affettive abissali. Se ci si sente come Evie e si è in un periodo di forti cambiamenti sociali come quelli della California hippy anni ’60, è facile cadere preda dei primi bulli che incontri scambiandoli per i tuoi salvatori. A mio parere il sottotesto di questo romanzo ( al di là dell’ultima parte in cui la strage è raccontata magistralmente) è il bisogno senza fondo che abbiamo dell’altrui consenso; Evie, che ne soffre morbosamente, si fa sedurre dagli abitanti del ranch scambiandoli per i suoi eroi, ma ha la fortuna di scampare dal doversi macchiare della loro furia omicida.
Verso la metà del romanzo le cose cominciano a precipitare per le ragazze del ranch. Prese dalla voglia di fare qualcosa di forte Evie dà in pasto a Suzanne e Donna, un’altra ragazza del gruppo, la casa dei Dotton, quella del suo amico Teddy, a cui tempo prima aveva portato via ben 65 dollari da consegnare a Russell con la scusa che gli avrebbe procurato della droga, ma non sapeva quando. Facendo questo Evie ha la consapevolezza che avrebbe fatto qualunque cosa per compiacere Suzanne, che adora e ammira. Mettono a soqquadro la casa sporcandola per il solo piacere di farlo. Evie sarà l’unica a venire scoperta e per un po’ la madre la spedisce a stare dal padre a Palo Alto. In sua assenza al ranch la situazione cambia, ci si prepara a diventare una setta di violenti, ci si esercita a sparare. Tutto perché Mitch, musicista di una certa fama amico di Russell, non può mantenere la promessa di fargli avere un contratto musicale. Suona e canta troppo male e nessuno vuole produrgli un disco. Diventa così il capro espiatorio contro cui indirizzare l’odio della comunità del ranch verso l’intera società. Girano una gran quantità di anfetamine ma pochissimo cibo, non ci sono più soldi per comprarlo. Ma tutti rimangono, nessuno abbandona il capo. Una notte Russell ordina l’agguato alla villa di Mitch. Un gruppetto tra cui Evie, parte per raggiungerla e ucciderlo. Lei è in auto vicino a Suzanne che strafatta di anfetamina non la degna di uno sguardo. Quando Evie allunga una mano verso la sua ha uno scatto. Fa fermare l’auto e le ordina di scendere. Così Evie si salva. Non partecipa alla carneficina a casa di Mitch. Lui non c’è, ma la sua ex moglie e il figlioletto, il custode della villa e la sua ragazza vengono massacrati.
Evie non dice nulla alla polizia, mantiene il segreto, torna a casa e parte per il collegio. Solo mesi dopo i colpevoli del massacro saranno arrestati.
Questo è un romanzo ben congegnato, la prima persona usata nell’intrecciare i vari momenti della vita di Evie rende la narrazione scorrevole e convincente, ci immedesimiamo facilmente nelle sue traversie interiori che la portano a compiere errori anche gravi, dai quali però ci viene continuamente da assolverla, come se aver avuto maestri falsi e bugiardi sia una cosa che in fondo è capitata e capita a tutti.

Alcune pagine del mio romanzo: Urlando delizia sull’intero universo, dedicato alla vita e alla poesia di Lenore Kandel; in queste pagine Lenore è protagonista degli avvenimenti più importanti della summer of love di San Francisco

 L’human be -in di Lenore
15 Gennaio 1967

In Dicembre quelle specie di riunioni – cene a casa di Lenore tra lei, Bill, Allen e Irving ben presto furono allargate ad altre persone; in ballo non c’era solo il sequestro del libro di Lenore, le cose ad Haight-Ashbury stavano crescendo, ormai c’erano decine di gruppi di poeti, musicisti, pittori, grafici. Le comuni dove la gente semplicemente viveva anche senza dedicarsi a nulla di speciale crescevano anche loro a vista d’occhio. Per l’estate si aspettavano migliaia di altri ragazzi provenienti da tutta l’America.
Da tempo in alcune riviste underground uscivano articoli in cui si scriveva che fosse venuto il momento che tutte le comuni, i gruppi teatrali, insomma tutte le tribù Haight-Ashbury dovessero fare un grande raduno per contarsi, sentirsi forti e felici e dimostrare agli ipocriti benpensanti che un altro mondo è possibile, perché loro erano già un altro mondo. Si era anche stabilita la data, il 15 Gennaio e tutta l’organizzazione pratica si stava mettendo in moto.
Ai primi di Gennaio una decina di persone tra quelle più vicine a Lenore si ritrovò a casa sua e di Bill per parlare di cosa fare da lì in poi, e se partecipare e in che modo al grande raduno delle tribù di Haight-Ashbury.
Abbiamo un gran bisogno di ritrovarci tutti quanti insieme, di unirci in un grande abbraccio amoroso, un abbraccio di migliaia di corpi e menti, sarà meraviglioso”, disse Lenore. Siamo tanti, ormai”, disse Allen, che oltre essere stato incriminato per aver venduto le poesie di Lenore, era uno dei tipi più rappresentativi ed attivi di Haight-Ashbury; “abbiamo teatri, centri culturali, gruppi musicali, dobbiamo fare vedere la nostra forza”.

In modo dolce, disse Lenore”.

In modo dolce ma deciso”, replicò Allen.

Io propongo in modo solo dolce”, disse Lenore.

Ma perché c’è bisogno di un raduno così grande?”, chiese una ragazza di nome Lisa.

Per il solo piacere di farlo e perché è necessario”, disse Allen. “In giro se ne parla già da almeno due mesi, più o meno da quando a te Lenore è capitato quel guaio del sequestro del tuo magnifico libro”, aggiunse.”Sarà un grande POW-WOW”, disse. “Sul modello di quelli degli indiani, noi siamo i nuovi indiani bianchi. Sarà un raduno per celebrare la nostra ritrovata spiritualità e la nostra ritrovata sessualità e la nostra ritrovata creatività americana. Il nostro destino è iniziare un nuovo modi di riabitare la terra per costruire un nuovo organismo vivente armonico. Noi siamo un processo vivente in atto e accelerazione. Dobbiamo riunire tutte le nostre tribù per dare testimonianza che è iniziata una nuova era, quella psichedelica, quella dell’andare a Delo con la nostra anima, con la nostra psiche. Dobbiamo riunirci per dare forza e volontà a noi stessi. Andremo a questo Human be-in con le nostre bandiere, le collane, i fiori, i flauti e i nostri oggetti sciamanici. E porteremo i nostri guru e i nostri poeti. Tu, Lenore sarai il nostro poeta – scaimano e ci benedirai tutti”, disse Allen.Non delirare troppo Allen”, disse Bill. “Ti senti il poeta-sciamano, tu Lenore?”, le chiese guardandola intensamente. “No, non sono il poeta-sciamano, caso mai sono il poeta un po’ perseguitato”. “No, no”, insistette Allen, “in te c’è dello sciamano, dai retta a me, basta guardarti, hai una certa aria, sei carismatica, questo penso tu lo sappia. E sul palco che ci sarà al nostro raduno sarai magnifica, ripeto ci benedirai tutti”. “Ma va smettila, Allen”, disse Lenore, “lasciamo perdere. Se la metti così non mi sembra una grande idea venire a leggere qualcosa di mio a questo raduno. Per me la poesia è una cosa seria, lo sai”. “Non sarai l’unica”, insistette Allen, “ci saranno altri poeti che sono anche i nostri guru, ci sarà Timoty, ci saranno Gary e Allen, naturalmente. E tu , Lenore, sarai la la sacerdotessa di questa giornata. Ci sarà anche il maestro Roshi, che tutti noi conosciamo. Lenore, per come ti conosco e dalle poesie che scrivi, non penso che tu sia da meno di un maestro zen”. “Non dovresti bere tanto, Allen”, disse Lenore, “io non sono né sciamana né sacerdotessa, e al nostro raduno leggerò solo un paio di poesie, tutto qui; lascio lo show a chi ha voglia di farlo”.
L’Human be- in cominciò verso l’una del pomeriggio. Lenore e Bill passarono la mattinata a letto, a fare l’amore e a chiacchierare. Erano nudi sotto una coperta indiana a grandi losanghe colorate. Come sempre avevano dormito abbracciati e così rimanevano anche ora chiacchierando e dandosi piccoli baci affettuosi.
Auguri , piccola, oggi sei un po’ più vecchia e un po’ più bella”, disse Bill a Lenore guardandola con occhi sorridenti appena li ebbe aperti.
35 anni sono un’età da vecchia signora”, mormorò lei.
Più vecchia che signora”, disse Bill ridendo.
Ehi, uomo, come ti permetti! E tu allora che li hai già compiuti?”
Siamo tutti e due un po’ vecchi in effetti per certe bambinate”.
A quali bambinate ti riferisci?” Disse lei
Ai raduni nei prati”.
Voglio che oggi sia il più bel giorno della mia vita, della nostra e di tutto il nostro popolo. E’ stato carino scegliere il giorno del mio compleanno. E’ stato gentile Allen a proporre proprio il 15 Gennaio per il raduno”.
Era il minimo che potessero fare”, disse Bill
Perché?”, chiese Lenore
Perché sei la mia donna”.
E con ciò?”
E con ciò? La mia donna è la mia regina e a lei si devono onori e privilegi”.
Non voglio onori e privilegi”, disse Lenore
Eppure ne hai parecchi”, disse Bill.
Fammi un esempio”, disse Lenore, già sorridendo della risposta
Hai me, baby. Ecco il tuo più grande privilegio”.
Che tutte mi invidiano, vuoi dire?”
Oh sì”
Ah, è così che la metti, furbacchione. Però è vero, è un grande privilegio poterti amare”, aggiunse.
E per me è un onore”, disse Bill, e la strinse ancora più forte.
Ehi Bill mi soffochi”, protestò lei ridendo.
Ah sì, ti soffoco? E se ti soffoco e ti do anche un sacco di baci?”.
Ne morirò”, mormorò Lenore, “Oh, sì ne morirò contenta…Adesso mi alzo e ci scrivo subito una poesia”.
Su cosa?”, chiese lui guardandola mentre si fiondava fuori dal letto
Su questo mio stato d’animo”.
Quale”,, chiese Bill.
Quello di amarti sempre, sempre di più”.
Niente poesie oggi”, disse Bill e la prese per la vita e la riportò sotto la coperta.
E fecero l’amore di nuovo e di nuovo. E lui le sussurrò: dopo niente poesia, per favore, oggi facciamo solo l’amore.
Anche Bill aveva cominciato a scrivere poesie dopo aver incontrato Lenore. Ma le sue poesie erano in pochi a poterle leggere, non amava esibirsi, anche se qualche volta capitava anche a lui di farlo; accompagnava sempre Lenore ai suoi readings nelle università e nei vari locali di San Francisco, e lei in quelle occasioni lo incoraggiava a leggere qualcosa di suo. “Sei un magnifico poeta”, gli diceva, dopo che Bill aveva letto al pubblico presente una sua poesia, “non ti rendi neanche conto di quanto talento possiedi, ma ne possiedi tanto, te lo assicuro”. C’è più poesia nella mia moto che in questo foglio di carta pieno di parole che ho tra le mani”, replicava lui.
Quella mattina del 15 Gennaio mentre facevano colazione si misero a parlare di questo. “E’ un vero peccato che non ci sia spazio anche per te oggi pomeriggio”,disse Lenore, “è bello quando sia io che tu leggiamo le nostre poesie uno dietro l’altra davanti a un pubblico. Noi siamo una cosa sola”. “Scrivo poesie”, disse, Bill, “me lo hai insegnato tu, ma non sono un tipo da poesie. Questa è una contraddizione, probabilmente”. “No, non lo è”, disse Lenore. “Non è una contraddizione”, ripeté, “è semplicemente il nostro fa quel che ti piace, ovvero assumiti la responsabilità di farlo. Ed è proprio questo il bello, contraddirsi, non cercare l’ottusa coerenza dei benpensanti, degli ipocriti, dei falsi. Essere e basta”. “Per favore non riempirmi la testa di troppa filosofia”, disse Bill, oggi sarò solo il tuo accompagnatore e la tua personale guardia del corpo. Di questo tuo corpo meraviglioso. Che io adoro”. E la baciò di nuovo.
Lenore quel mattino non scrisse dei versi sull’amore fatto con Bill, gli obbedì, ma dentro di sé rimase un calore, dentro di sé trattenne un calore, il calore immenso che quell’uomo le trasmetteva; siccome quel giorno lui non voleva parlare di filosofia, ed aveva ragione, quello era un giorno di festa e non di pensiero, non gli disse una cosa che le venne in mente mentre dormicchiavano ancora, e cioè che se tra loro c’era un guru, quello era lui, l’uomo selvaggio, il vero uomo, portatore di una nuova- antica tradizione di cui Lenore era una strenua sostenitrice e praticante. Lui le aveva insegnato qualcosa sulla vita che aveva reso possibile la sua poesia, come dirà più tardi in una intervista rilasciata durante il processo a The love book. Lui non aveva contribuito a scrivere le quattro poesie che lo contenevano, aveva contribuito a viverle. E senza quel “contributo” non ci sarebbero stata neanche l’ispirazione che le aveva prodotte. Perché il loro rapporto era basato sulla diversità, e non poteva essere altrimenti, loro erano profondamente diversi. Così diversi ma con una similarità spirituale e mentale difficile da spiegare se non a chi l’ha provata, almeno una volta nella vita. Una diversità e nello stesso tempo un’affinità così assoluta, da rendere granitico e nello stesso tempo fragile il loro rapporto, facile a durare e nello stesso tempo facile a finire, come più tardi infatti avverrà. Loro davano importanza solo a questa loro affinità di mente e cuore, il resto lo consideravano un contorno, anche la loro bellezza, indiscutibile a detta di tutti quelli che li hanno conosciuti, era un contorno, era la ciliegina, ma la torta, la torta di crema cioccolata e panna, era la loro mente che era una mente uguale, cioè una mente consapevole della propria natura divina.
Era passato mezzogiorno quando si avviarono a piedi verso il Golder Gate Park, dove si sarebbe tenuto il raduno degli hippies di San Francisco. Era una bellissima giornata di sole, nonostante si fosse in gennaio; Lenore si era vestita da capo a piedi di arancione e di rosso, mentre Bill era tutto vestito di pelle nera. Aveva la sua aria truce vestito in quel modo, mentre Lenore sembrava un folletto uscito da qualche foresta misteriosa abitato da divinità boschive. Lenore era l’espressione fisica, la materializzazione di questa rivoluzione spirituale e pacifica che si sarebbe andata a celebrare di lì a poco al Golden Gate Park. Le sue lunghe trecce nere da skaw risaltavano su tutto quel rosso e arancione e accentuavano quell’aria intensamente esoterica e allo stesso tempo pacifica che lei comunque aveva sempre. Era una vera sacerdotessa di quel nuovo strano rito che si stava per celebrare per la prima volta in quella parte dell’America.

Arrivarono al grande prato del raduno delle tribù insieme a centinaia di persone; era tutto un salutarsi e un abbracciarsi. Era tutto un: anche tu qui Sam, anche tu qui Mary…
Oh Bill, sta davvero accadendo tutto questo?”, disse Lenore. “Mi sembra un sogno, un meraviglioso sogno”, ripeté. Lui non disse niente ma strinse le labbra, come faceva sempre quando era davvero emozionato. Incontrarono anche un gruppo di amici del club degli Hells Angels che arrivarono con le loro Harley rombanti e si fermarono a salutarli. Bill li guardò quando si furono allontanati, e li invidiò, loro sono più liberi di me, pensò.
Che dire del raduno delle tribù di quel 15 Gennaio 1967? Solo che era la prima volta. Ecco tutto. Era la prima volta che l’alternativa al conformismo americano si manifestava così apertamente e a livello di massa. Fu l’inizio di qualcosa che dura ancora oggi se io sono qui a raccontare la storia di Lenore, la regina di Haight-Ashbury. Per quanto mi riguarda la cosa più eclatante e strana e meravigliosa fu quell’ Happy birdhay cantato da 20.000 uomini e donne appena lei tutta vestita di arancione e rosso salì su quel palco:

Sacerdotessa, monaca

dei riti poetici e amorosi

dedita a pratiche misteriose

antiche di donne libere

spirituali e sensuali

celebrazione della vita

esperienza

della vita

solo quello solo quello

sul quel grande palco celebrante

un tentativo effimero

di felicità terrena

di nuova consapevolezza

con parole di un dharma occidentale

ad un altrove destinato –

mi susciti tenerezza come

sempre Lenore

vestita di arancione e rosso

ma pensa un po’

come ti è venuto in mente?

Di vestirti da monaca quasi buddista induista

a quale dio ti onori

rendi onore?

ad un dio che pochi conoscono

o forse addirittura conosci solo tu

Lenore

un dio che riesci a evocare

fino a vederlo –

dove da quel palco?

Chi era il tuo dio

da quel palco

non più Bill, o Leary…

qualcuno visto da lontano

un bambino o quella giovane ragazza

che ti guarda ammirata

una nuova amica

da coltivar quando tutto

sarà finito

quando ci sarà solo la poesia

a tenerti compagnia

quando tutto sarà finito –

sono qui ora

e ti guardo

da lontano

dalla fine di quel grande prato

che confina con l’oceano

da lontano mi guardi ti guardo

dall’oceano

verde rosso del tuo nostro antico nuovo vestito

amiche ora…

dai sì che siamo amiche ora…

io so che ci pensavi anche allora

nel 1967

in quel 15 gennaio dei tuoi 35 anni

ci pensavi e lo sapevi

che tutto sarebbe presto finito

apparentemente –

forse ti ha colpito quella ragazza con gli occhiali da sole e quella bandiera penzolante

sì ti deve aver colpito

lei sicuramente è stata colpita da te, si vede anche da qui

anche da ora

non ti ha colpito Roshi

che vedevi tutti i giorni

ti ha colpito quella ragazza con li occhiali da sole

e quando sei scesa dal palco

sei andata da lei ed è stata la tua nuova amica

di poesia

e dopo quando tutto è finito

anche Bill

anche la moto

e gli amici Angeli

lei ti è stata vicino

e qualche volta era donna

e qualche volta era uomo…

Vessillo spento inizio

di qualcosa che finisce

sta per finire

finirà

è già finito

come in quei casi

in cui la domanda

è così giusta azzeccata

ben fatta

bel congegnata

che contiene già la riposta

non ti immagino oggi

non vi immagino oggi

però c’avevate preso

a non metterla sulla politica

i veri cambiamenti

sono troppo rivoluzionari…

e così tutto cominciò il giorno del tuo

trentacinquesimo compleanno

e tutto finì l’autunno successivo-

un movimento che non ha neanche

un anno di vita

ma che ancora dura

se io sto qui a parlarne-

e tu ottenesti da questa giornata

la tua nuova amica

e neanche sospettavi quanto ti sarebbe stata utile

di lì a pochi anni.

 Guardasti lontano

Guardasti lontano anche per un’altra ragione. Quel canto che veniva dal basso, quel canto in tuo onore, in onore della tua non giovane età rispetto ai diciottenni che ti ammiravano, quel canto d’augurio così americano “happy birthday to you, happy birthday to you…” che anche noi alla nostra italica maniera cantiamo ai nostri compleanni allegri o tristi banali sempre comunque; quel canto…risuonò in te profetico, perché quel giorno tu incarnavi la loro acuta giovinezza che non vuole durare ma esplodere accendersi, infiammarsi, vibrare di vita e successi e bellezza e amori, ma non chiede di durare, non pensa la propria durata. Proprio perché così bello quel giorno non solo non poteva ripetersi, ma sarebbe diventato qualcosa di diverso, di peggio, di commerciale, qualcosa che si vende.
Leggesti sul palco due tue poesie, e intorno si fece silenzio. Bill da sotto il palco, vicino ai tuoi piedi, ti guardava fisso, mentre i suoi amici Angeli si complimentavano con lui, come fosse già qualcosa essere l’uomo di una donna che tutti amavano tanto da fare silenzio mentre leggeva due sue poesie, che erano dedicate a te, e di questo, sì potevi anche vantarti. Leggevi contenta parlando d’amore e di angeli a cui qualcuno aveva legato le ali perché non potessero più volare, e tutti erano l’amore e erano l’angelo e si commossero anche se ci fu chi preferì la poesia sugli angeli legati a quella che parlava d’ amore. Ma tu leggevi e ti vedo sai che leggi sì ma guardi anche lontano.E dopo, quando sei scesa dal palco sei andata da Bill e gli hai parlato.
Tu pensi che tutto questo sia l’inizio di qualcosa?”
Sì, certo”, disse Bill, “è il primo raduno di queste proporzioni, sta nascendo qualcosa di memorabile”.
Non credo”, disse Lenore. “Sai”, aggiunse, “ho il presentimento che tutto è appena cominciato e nello stesso tempo è anche già finito”.
Uno dei tuoi cattivi pensieri?”, disse Bill
Forse”, disse Lenore, “ma purtroppo si avverano sempre”.
Sei solo preoccupata per il processo”.
Sì, anche, ma sono più preoccupata di che fine farà tutto questo. Finirà presto, ne sono sicura, ma che ci sarà dopo?”
Eri felice su quel palco”, dice Bill, cingendo delicatamente con il suo braccio forte, consolante e protettivo le spalle di Lenore.
Sì, è stato bello, è stato bellissimo, ma è già passato…E adesso…E adesso tutti i desideri di tutta questa folla…proprio perché sono tanti e diversi…sono confluiti tutti in questo prato. Ma provvisoriamente. Nulla si ferma. Proprio perché è stato bello…Comunque sia tutta questa gente, tutti noi adesso torneremo nelle nostre case e per giorni e giorni parleremo di questo raduno, ne scriveremo, faremo cene e riunioni per parlarne. Ma in fondo è stata solo una tregua dai problemi quotidiani. Dalle difficoltà quotidiane. Il free food quanto potrà ancora durare? Andremo avanti tutta la vita a dare da mangiare gratis a quelli che passeranno tutti i giorni dal Golden Gate Park?
Dobbiamo pensare a qualcosa di nuovo, ad un nuovo piano”.
Cosa vuoi dire?”, chiese Bill
Possibile che anche tu non abbia come me questa sensazione di fine, di morte di qualcosa e di rinascita di qualcos’altro?”
Non so di cosa parli”, disse Bill,”non potremmo goderci questa giornata e basta?”
Questa giornata è già finita”, disse Lenore
Non è già finita, c’è ancora un sacco di gente in giro, ci sono i nostri amici Angeli, andiamo a parlare con loro”.
Vai tu, io devo salutare un a persona che ho visto dal palco”.
Va bene, piccola ci vediamo dopo a casa allora”.
Dopo questa strana chiacchierata con Bill Lenore tornò sul palco. Si era quasi del tutto svuotato, c’erano solo alcuni ragazzi che stavano smontando le casse acustiche dell’impianto di amplificazione. ”Ehi, Lenore”, disse uno di loro con un buffo colbacco nero in testa, “che giornata!” E l’abbracciò. “Ed è magnifico che oggi sia anche il tuo compleanno”. Lei gli sorrise con il suo sorriso luminoso e bambino che incantava tutti e li avrebbe incantati per il resto della sua vita. Perché Lenore non ha mai abbandonato il suo sorriso anche dopo, anche quando arriverà la vecchiaia e la sofferenza fisica. Ma di questo si saprà dopo.” E’ stato bello, sì”, disse. Il ragazzo riprese il suo lavoro e Lenore guardò verso il centro del prato. E lì che prima, mentre aspettava che arrivasse il suo turno per leggere le sue poesie aveva notato qualcosa, qualcuno. Un donna, forse una ragazza giovane, non riusciva a vedere bene quale età potesse avere; era l’unica in quella parte del prato ad avere una bandiera; era fissata su una lunga canna di bambù piegata leggermente di lato per via che era troppo leggera e troppo lunga; la bandiera consisteva in un pezzo di stoffa chiara su cui era scritto e disegnato qualcosa. Era una stoffa leggera quasi trasparente, forse un pezzo di stoffa indiana come ne usavano a quel tempo tra gli hippies; non c’erano molte bandiere a quell’ human be in, c’erano tamburi, c’era gente vestita in tutti i più vari modi, ma bandiere poche. Per questo spiccava quel pezzo di stoffa in mezzo alle teste delle persone sedute. Quella donna era l’unica in piedi in quella parte di prato. Lenore scese dal palco e si diresse verso di lei tenendo d’occhio la bandiera come riferimento in quella folla di gente. La raggiunse e la salutò. “Ciao”, rispose la donna. “Mi piacerebbe vedere la tua bandiera”, disse Lenore. “Perché?” chiese l’altra. Era una ragazza molto giovane, forse non aveva neanche vent’anni. “Mi è sembrata carina, vista da lontano”. “Oh…, non è niente di speciale, ho preso un pezzo di stoffa indiana trasparente e poi c’ho disegnato e scritto sopra”. “Me la fai vedere?, aprila che vorrei vederla”, disse Lenore. “Me la vuoi copiare?”. “Ma no, voglio solo vederla”. “Voi poeti…”. “Cosa voi poeti?”, chiese Lenore. “Siete sempre alla ricerca di qualcosa”. “Perché tu no?, io sì. Insomma apri quella bandiera?, la tieni lì tutta arrotolata…”. “Ma prima era aperta ora stiamo per andarcene”, disse la ragazza. “Come ti chiami”, chiese Lenore. “Cindy. Sei brava con le poesie”, aggiunse. “Grazie”, disse Lenore. “Anche se per essere una hippy non sei tanto giovane, ho saputo che hai 35 anni”. “E tu ne hai tanti di meno, vero, si vede. Insomma questa bandiera?”. “Eccola”. “Che bella”, disse Lenore, “l’hai fatto tu il Buddha verde?”. “Sì, e chi sennò?”. “Poteva anche essere stato qualcun altro”, disse Lenore ammirando il velo col Buddha verde. “E’ bella anche la stoffa”, disse Cindy, “per questo mi è venuto bene il Buddha”. “Anche la scritta “from me to you” è bella”, disse Lenore.

Lenore lasciò cadere la bandiera come se all’improvviso avesse perso per lei ogni interesse. Guardò in viso Cindy con il suo morbido bizzarro sorriso, come a interrogarlo ma senza violenza senza insistenza. Semplicemente il sorriso enigmatico e strano di Lenore stava chiedendo al viso di Cindy chi sei? E dalla vita che vuoi? “Sai”, disse, prendendo in mano di nuovo un lembo della bandiera, “sono di quelli che pensano che nella vita dobbiamo assumerci la responsabilità di noi stessi senza delegarla a qualcun altro, anche fosse il Buddha in persona. Questo nostro raduno ti è piaciuto?”. “Sì”, rispose Cindy, “è stato divertente”. “Più che divertente, alcune persone con cui ho parlato là sul palco credono che sia l’inizio di grandi cose. Forse no, è la mia idea; sai io mi domando: questo raduno a cosa ci porterà ? Abbiamo la forza di portare avanti una cosa colossale come questa? Io ho paura di no. Quindi dovremo cominciare a pensare a qualcosa di nuovo, di diverso, forse di più piccolo rispetto a quello che abbiamo fatto oggi”. “Non sono convinta di quello che stai dicendo”, disse Cindy; “secondo me … sì insomma io credo che qui abbiamo vissuto e realizzato una grande Illuminazione collettiva, capisci? Quello che è accaduto oggi non è mica solo un raduno di giovani spensierati e felici, capisci, è stato un grande evento d’ Amore e quindi porterà a qualcosa di bellissimo. Siamo tutti diventati dei Buddha!”. E cominciò a danzare intorno all’asta con la bandiera. “Siamo tutti Buddha! Siamo tutti Buddha”, cantava come se recitasse una filastrocca per bambini. “Siamo tutti Buddha!”, cantava girando intorno alla sua bandiera. Poi staccò la bandiera dall’asta di bambù e tenendola in mano continuò la sua danza improvvisata. Qualcuno si avvicinò con un piccolo tamburo e cominciò a ritmare sul Siamo tutti Buddha! cantato da Cindy. Si fece intorno a lei un cerchio di persone che la guardavano e battevano le mani al ritmo del tamburo. Lei girava intorno al cerchio scalza tenendo in alto il tessuto trasparente con il suo Buddha verde dipinto sopra. Lo teneva in alto per farlo muovere nell’aria come fosse un aquilone che stesse per spiccare il suo volo nel cielo. Andò avanti a cantare e ballare muovendo in alto e in basso il velo e infine stanca ricadde a sedere sul prato fuori dal cerchio che si era formato intorno alla sua danza. Una ragazza prese il suo posto e cominciò a danzare ancora più freneticamente di Cindy, al solo ritmo del tamburo che si fece sempre più veloce. Lenore si avvicinò a Cindy. Da in piedi la guardava scarmigliata e affannata con le mani appoggiate al prato e la testa leggermente all’indietro e lo sguardo a fissare il cielo. Poi anche Cindy guardò Lenore. “Siamo tutti Buddha” sussurrò un’altra volta, “siediti vicino a me che ne parliamo”, aggiunse. Aveva capelli biondi scarmigliati, occhi grandi d’un azzurro chiaro ma non slavato, la bocca grande un po’ all’ingiù, le mani bianche e piccole. Portava un lungo vestito marrone che da lontano Lenore aveva scambiato per nero, attillato e chiuso fino al collo. La fasciava mostrando il suo flessuoso corpo giovane e magro, ma nello stesso tempo pieno, vitale, energico e sicuro di sé senza esibizionismo. Nella danza si era fatta ardita, si muoveva senza un programma, una decisione, si muoveva totalmente immersa nel ritmo del tamburo e nel suono della sua voce. Le braccia sempre in alto a far volteggiare il velo col Buddha verde dipinto sopra. Lenore non conosceva nessuno che si muovesse con così tanta grazia e nello stesso con tanta spontaneità, senza usare nessun passo di danza ma danzando. E lei di danza se ne intendeva. Aveva un gruppo tutto suo di danzatrici del ventre; erano state tutte allieve di una celebre danzatrice tunisina che viveva e insegnava a San Francisco a tutte quelle belle hippies che non vedevano l’ora di scandalizzare il mondo e i bempensanti mostrando il loro ventre mentre si muoveva in maniera flessuosa e seducente. Ma Cindy non aveva bisogno di un tecnica di danza, lei ballava in base al suo istinto, al suo stato d’animo. Era il prototipo della ragazza hippy Cindy, molto più di quanto lo fosse Lenore, così scura d’occhi, carnagione e capelli come un’indiana skaw. Con il suo corpo pieno e sodo, all’apparenza era più adatta al lavoro di raccogliere radici commestibili per un un campo indiano piuttosto che passare il tempo a scrivere e al leggere agli altri le proprie poesie. “Sdraiati vicino a me che guardiamo il cielo insieme”, disse Cindy, allungandosi completamente nel prato con le braccia aperte. Non capitava tanto spesso che non fosse Lenore a guidare il gioco in una relazione, anche in un semplice dialogo con qualcuno incontrato per caso come stava succedendo adesso. Quella ragazzina la incuriosiva, la interessava, c’era qualcosa da imparare da lei, lo sentiva. “Tu sei la più Buddha di tutti noi, qui, e lo eri anche prima di oggi”, le disse Cindy, quando anche Lenore si fu sdraiata sul prato accanto a lei. “Tu usi l’amore, l’amore fisico con il tuo uomo per raggiungere l’estasi spirituale. Sempre che sia vero tutto quello che hai scritto nel tuo The love book”. “Anche oggi è stato un grande fare l’amore tra 20000 persone”, disse Lenore sospirando e rilassando tutto il corpo fino a toccare l’erba con ogni muscolo. “E’ per questo che sono anche un po’ triste…sono così felice ma anche un po’ triste…sento la tristezza delle cose che passano”, aggiunse. “Bisogna che ci scriva qualcosa con questo strano sentimento di essere così felice e nello stesso tempo sentire avvicinarsi uno stato di tristezza per via che tutto questo sta finendo”, e da sdraiata allungò il braccio a circondare lo spazio intorno a loro due. Si levò a sedere e dalla borsa di tela che aveva con sé tirò fuori il suo quaderno. Rimase assorta qualche minuto a scrivere in fretta un paio di pagine di quaderno per poi tornare a sdraiarsi accanto alla sua nuova amica. Ma dopo poco si alzò a sedere di nuovo per guardare Cindy. Aveva gli occhi chiusi e non si accorse che Lenore si era messa seduta allo scopo specifico di guardarla. Dopo un minuto Cindy aprì gli occhi e si fece schermo con una mano per poter guardare in faccia Lenore. “Che fai”, disse, “mi studi? Mi spii? Vuoi farmi diventare un personaggio di una tua storia?”. “Non scrivo storie”, rispose Lenore, “ma solo poesie”. “Bè, sì è la stessa cosa, volevo dire che mi stai scrutando e visto che scrivi vorrà dire che lo fai per usarmi in qualche modo”. “Va bene, smetto di guardarti, disse Lenore, e con un sonoro sospiro si sdraiò di nuovo. “Anche se non mi guardi più”, disse sorridendo Cindy, mi hai già ugualmente rubato l’anima…”. Spostarono la testa l’una verso l’altra nello stesso tempo e in silenzio si guardarono con complicità, affetto e comprensione. Lenore capiva quella giovane sbandata catapultata a San Francisco da chissà quale angolo remoto e bastardamente conservatore d’America, mentre dal canto suo Cindy vedeva in Lenore quello che vedevano tutti perché di Lenore era immediatamente visibile il suo carisma: vide la sua superiorità morale, psichica e umana sui tre quarti se non di più di tutti quelli che erano stati lì quel giorno. “Da dove vieni piccola?”, chiese sottovoce Lenore. Dalla Pensylvania, rispose Cindy, i miei sono dei fottuti contadini, anzi no mia madre oltre che contadina è pure maestra. Ci puoi credere? Avrebbero voluto fare di me quella stessa identica cosa che sono loro. Ci puoi credere? E così me ne sono andata, e adesso sono qui e me la spasso”, aggiunse stiracchiandosi e guardando di nuovo il cielo. “E dove vivi”, chiese Lenore. “In una comune, naturalmente. Siamo tutte donne, ci puoi credere? C’è un tale casino…Ma a me piace il casino…Lo adoro. Ma adoro anche la solitudine e in questo momento adoro stare qui con la famosa Lenore, donna del famoso, strafamoso Sweet William!”. “Sai proprio tutto di me, eh?”. “ Dei Famosi si sa sempre tutto…”Sei bellissima lo sai, vero Cindy, hai certi occhi, come fai ad averli così grandi?”. “ “Perché i tuoi sono piccoli? Sono grandissimi!, molto più dei miei…”. ”Siamo quelle dagli occhi grandi”, osservò seria Lenore. “Perché dobbiamo vedere molto”, aggiunse Cindy. “Dobbiamo vedere molto, amare molto, sentire molto”, disse di rimando Lenore. E alzandosi ritta a sedere e squadrando Cindy, aggiunse, “mi sei simpatica. Diventeremo amiche, ti va? Diventeremo amiche per sempre ti va?”. Cindy non si scompose, rimase anzi tranquillamente sdraiata sul quel mitico ( lo sarebbe diventato nei decenni successivi) prato, ma disse, “Se lo dici, poi lo fai?”. “ A cosa ti riferisci?”. “ Al fatto del per sempre”, disse Cindy. “Tutto è per sempre da parte mia”, disse Lenore. Baby, per sempre è ora”.