Giada Diano, Io sono come Omero, Vita di Lawrence Ferlinghetti

Questo libro è una biografia dettagliatissima della vita di Lawrence Ferlinghetti. E’ stata una vita talmente avventurosa da fare apparire i capitoli di questa biografia un romanzo a puntate. La stessa Diano l’ha definita” una biografia romanzata”. Ogni capitolo corrisponde ad un luogo, luoghi diversi e tanti. A partire dalla ricerca del giovane Lawrence delle sue radici europee. Eccolo dunque partire per la Francia e poi per l’Italia dopo un’infanzia di abbandoni e solitudine. Dopo la 2° Guerra Mondiale va a vivere per alcuni anni a Parigi con una borsa di studio del governo a favore degli ex combattenti. Qui studia pittura, scrive, prepara la tesi di laurea. Nel 1951 è di nuovo in America, si sposa e con la moglie va a vivere a San Francisco. Con la sua famiglia d’origine i rapporti sono sporadici, segnati come sono dall’abbandono della madre di Lawrence e dalla morte del padre. Il ’53 è l’anno della nascita della libreria City Light, seguita subito dopo dalla nascita dell’omonima casa editrice. Nel frattempo per la New Directions pubblica la raccolta poetica A coney island of the mind, un volume che darà un grande successo al suo autore. Il 1955 è l’anno del famoso reading alla Sixth Gallery, dove Allen Ginsberg legge per la prima volta Howl, che insieme ad altre sue poesie sarà pubblicata dopo poco tempo dalla City Light.
A metà degli anni ’60 la vena nomade di Ferlinghetti comincia ad avere il sopravvento su quella sedentaria e familiare. Parte per Londra, ma dopo poco torna nella sua amata Parigi. Da qui inizia un lungo peregrinare: Spagna, Maghreb. Con la famiglia si trasferisce per un periodo in Spagna, in un piccolo villaggio senza luce elettrica e riscaldamento. La moglie e i figli tornano in America e il matrimonio entra in crisi. Lawrence riprende i suoi viaggi, Spoleto e Londra sono le prossime tappe. Poi è la volta di Berlino, poi la Russia, dove vivrà un’esperienza che avrebbe messo a dura prova i nervi di molti di noi. Con un amico decide di raggiungere il Giappone per incontrare Gary Snyder, attraversando in treno la Siberia per imbarcarsi sulla sua punta estrema, Khabarovsk. 10.000 mila chilometri all’andata e 10.000 al ritorno, perché arrivato in quella città si accorse di non avere il visto per il Giappone. Pensava di non averne bisogno in quanto americano.
Nel 1979 è uno dei partecipanti principale del Festival di Castelporziano. Qui Lawrence recita la sua lunga poesia: I vecchi italiano morenti. Ma tutta il libro di Giada Diano è pieno di citazioni poetiche di Ferlinghetti, dalla prima raccolta del 1958 A coney Island of the Mind passando per Endless Life e i Canti Romani a How to Paint Sunlight fino al il lungo poema epico Amercus I
Da How to Paint Sunlight mi piace citare alcuni versi sia da Allen his Istant che da Blind Poet. Nella prima leggiamo:

Allen in questo istante

sedeva accanto a me

su questo letto

solo per un istante

o mezzo istante

era lì

accanto a me

in silenzio

una presenza effimera

ma non fugace…

Nella seconda poesia leggiamo:

Sono un poeta cieco ma non sono Omero

sono il vostro poeta e pittore cieco

pieno di immagini e frasi fantastiche

sto dipingendo il paesaggio della mia anima

e dell’anima dell’umanità…

L’ultimo capitolo del libro di Giada Diano è dedicato ad un viaggio fatto in Italia nel 2007 insieme a Ferlinghetti ( l’ennesimo per lui nel nostro paese ). Dopo aver partecipato a The Beat generation a Poggibonsi (una due giorni di film e reading), il viaggio prosegue per Salerno per un reading insieme a Jack Hirschman, e poi per la casa di Giada a San Lazzaro, un paese in provincia di Reggio Calabria. Dice il testo: “ A San Lazzaro gode del suo anonimato e si rilassa, mentre i giorni scorrono veloci tra lunghe passeggiate al mare, caffè al sole e qualche escursione” (pag. 208). E’ l’unico dettaglio personale che Giada Diano si concede, nonostante l’amicizia e la collaborazione professionale con Ferlinghetti la conducano molto spesso a San Francisco. Questo è un libro che racconta una vita e una sola, e racconta l’amore grande e la dedizione a un poeta e ad un amico a cui viene dedicato lo spazio di tutte le sue 212 pagine.
Giada Diano, è amica di Lawrence Ferlinghetti e traduttrice per Citylight; come racconta nell’introduzione al libro incontrò per caso la poesia di Ferlinghetti nell’adolescenza e ne rimase fulminata. “E’ stato un riconoscimento. Un amore improvviso”, dice la scrittrice. Poi al momento della tesi di Laurea sceglie come argomento la Beat Generation e la poesie di Ferlinghetti. Durante questo lavoro gli scrive molte mail e lui la invita a raggiungerlo a San Francisco. Da quel momento nasce la loro lunga amicizia, di cui questo libro è uno dei frutti. Di lui Giada dice: “ Da subito ho nutrito per lui un affetto incontenibile…”.

 

 

Sto scrivendo un romanzo senza crederci troppo anzi per niente

sto scrivendo un romanzo senza crederci troppo anzi senza crederci per niente nel senso delle aspettative ovvero questa sì che è una cosa che mi rappresenta e tutte quelle cose che mi racconto abitualmente mentre scrivo o ho scritto romanzi, o poesie questa è una storia che ha un origine, nasce da un’idea di storia ma ho per il momento abbandonato l’idea di darle una struttura una verosimiglianza vado avanti a casaccio e con pura improvvisazione come ora che sto scrivendo  e potrei pure continuare ora ma torno al romanzo perché poi quel pò di voglia mi passa

L’energia dell’errore di Viktor Sklovskij

Questo libro è stato per la mia evoluzione mentale e professionale molto importante. La parola “energia” catalizzò subito il mio interesse, associata poi a quella di “errore” fece esplodere qualcosa che era ancora chiuso dentro di me. Ne uscì un che di bello e creativo; quelle due parole insieme mi trasmisero fiducia, fiducia nel fatto che quella dell’errore fosse un’energia positiva, contrapposta a quella sterile e piatta della perfezione. La scrittura, dopo aver letto tanti anni fa questo libro, divenne una possibilità che diedi a me stessa. E’ stato questo libro di Sklovskij il primo in base al quale ho cominciato a pensare alla scrittura come improvvisazione. Poi sono venuti Kerouac e Ginsberg e gli altri maestri del mio lignaggio letterario. In questo libro per energia dell’errore si intende il primo abbozzo di intreccio che lo scrittore ha in mente quando comincia a scrivere, intreccio che cambia continuamente; può cambiare del tutto, possono cambiare i luoghi, i personaggi, può cambiare di sana pianta quello che accade. Ma questi cambiamenti avvengono mentre si scrive. Alla faccia di quelli che si fanno la scaletta del romanzo e poi la seguono. “ Penso che un libro sugli errori, sul vivo scontro di diverse concezioni della vita, di diverse concezioni del dovere, abbia il diritto di esistere…Così errano le persone che in mare aperto scoprono per sbaglio, invece dell’india, le isole che hanno preso per l’India, – ma di nuovo si sono sbagliati, perché dietro l’isola c’era Il Nuovo mondo” (pagg 14-15).
Il concetto di energia dell’errore è di Tolstoj, e con esso si intende anche il modo in cui la scrittura si genera nella mente dello scrittore. Dice Tolstoj: “ Parrebbe tutto pronto per scrivere, adempiere al mio dovere terreno, ma manca solo la fede in se stessi, nell’importanza della causa, manca l’energia dell’errore” (pag. 14)
Questo libro mi piace perché non ha un andamento uniforme, non ha neanche una struttura, non è minimamente simile ad un saggio di quelli che Sklovskij, padre del formalismo russo aveva precedentemente scritto. E’ il suo ultimo libro (è uscito nel 1983, un anno prima della sua morte), ed egli ha voluto farsi il regalo di scriverlo come “viene viene”. Ci sono anche molte ripetizioni che appesantiscono le pagine e le rendono a volte noiose per il lettore. Ma rimane una miniera di informazioni e riflessioni non solo sulla letteratura russa, ma sulla letteratura in quanto tale, tanto da auto generarne nella nostra mente di altrettante importanti. Si parla quasi per tutto il tempo di Tolstoj, come scrittore e come persona, anche a Puskin sono dedicate molte pagine, pochissime a Dostoevskij, alcune a Cechov e Gogol. L’ossessione letteraria di Sklovskij era Tolstoj, di cui aveva scritto approfonditamente in altri libri; non si stanca di elogiarne gli intrecci, ad Anna karerina, ad esempio, è dedicato più di un capitolo. Il libro ci dice quanto poco Tolstoj amasse questo suo romanzo, nonostante fosse innamorato della sua protagonista. In alcune sue lettere riportate nel testo si leggono frasi come questa: “ Mi accingo ora alla noiosa volgare Anna Karenina, e prego Dio solo mi dia la forza di sbarazzarmene al più presto” (pag. 204). Eppure amava questo suo personaggio. “ Quando non Lev Nikolaevic Tolstoj, bensì una sua creazione, Levin, cominciò a scegliere una donna e prese Kitty, e in seguito vide Anna Karenina, quest’ultima gli parve splendida, e Kitty solo mediocre…quanto più procedeva nello scrivere, tanto più gli piaceva quella donna che non aveva scritto, né inventato, ma nella quale si era imbattuto sulle vie della storia” ( pag. 229 e 232).
Man mano che si va avanti questo libro diventa sempre più dispersivo, con l’apertura di mille parentesi, digressioni, pensieri che non c’entrano con il discorso che si stava portando avanti nella riga precedente. E così sembra sempre di più un brogliaccio, una malacopia, una serie di appunti presi per scrivere un saggio “come si deve”. E invece Sklovskij lo lascia così. Non evita però di usare anche qui la terminologia che gli è propria, quella della scuola formalista che ha contribuito a creare, fabula, intreccio, peripezia ricorrono spesso per parlare della scrittura di Tolstoj; gabbie letterarie che noi, fortunatamente ci siamo lasciati alle spalle. Bisogna amare molto la letteratura russa per apprezzare e godere di questo libro. Per i puristi dell’accademia sarà invece un’accozzaglia informe di parole, perdonabili a un grande come Sklovskij, ma a nessun altro.

Viktor Sklovskij ( San Pietroburgo 1893 – Mosca 1984