un bellissimo documentario su Ginsberg, Kerouac, Corso e gli altri della beat generation


 Contiene testimonianze dirette dei protagonisti della beat Generation; è presente anche Timothy Leary che dice cose stravaganti ma di grande interesse. Ci sono filmati dell’epoca davvero inediti sulla scuola di scrittura di Boulder dedicata a Jack Kerouac. Vi compaiono Ginsberg, naturalmente, ma anche Corso, Orlovsky, Waldman, Burroughs, gli studenti che la frequentano. Ci sono letture di poesie in mezzo alla strada, piccole manifestazioni contro la guerra interrotte da poliziotti che hanno la stessa età degli studenti e tutto sommato si comportano in modo gentile, li invitano a spostarsi dal centro della strada o li spostano di peso ma con maniere non violente.
Un mondo a parte quello beat-psichedelico-hippy nelle sue manifestazioni più spontanee, prima che il mercato se ne impossessasse.
Alla scuola di scrittura le lezioni avvengono in luoghi informali, tipo soggiorni con sedie e poltrone sparse qua e là. Gli insegnanti parlano come viene loro di fare lì per lì, in modo del tutto spontaneo, improvvisato, stanno in mezzo agli studenti, non c’è separazione tra gli uni e gli altri. Magnifico, teatrale, Ginsberg quando legge le sue poesie accompagnato dall’harmonium che suona anche bene. Burroughs, come dice Ginsberg nel commento al documentario sembra uno della CIA dai modi di fare calmi e prudenti. Adorante la sempre presente Fernanda Pivano che ascolta scegliendo un angolo della stanza in cui rifugiarsi dalla luce accecante di tanta genialità raccolta tutta insieme davanti a lei.

 

Riccione

Una gran calma, me la ricordo sempre.
Ero piccola, quindici anni, forse diciassette.
Sulla riva del mare mitico di allora di Riccione in un’ora in cui tutti se ne erano andati a pranzo o lo stavano per fare. Ero su un lettino, credo fossero di tela allora. Ero vicino alla riva del mare. Sentivo le ondine frangersi con un suono di risacca, sempre uguale, sempre uguale. Ce l’ho ancora nelle orecchie. Io ero lì che prendevo il sole e senza volerlo, deciderlo, come accade ora ansiosa come sono, spontaneo avvenne che il suono sempre uguale, sempre uguale mi prendesse e mi portasse nel luogo astratto dove quel suono era. Mi catturò e stavo così bene come non sono stata mai più dopo. Sarei stata lì ancora, ancora, per sempre se questo fosse stato umanamente possibile. Ma poi mi chiamarono e dovetti andare via, a casa, a pranzo.Lasciai quello stato calmo, assente, vuoto di vita, problemi, vuoto anche di mente. C’era solo quel suono della risacca così calmo, così caldo, accogliente e c’era qualcosa di altrettanto astratto e mitico che era la mente di quella ragazzina di 15,17 anni.
Ora medito per calmarmi, ma è un’azione. E’ una decisione. Non funziona in maniera così assoluta come quella volta, quell’unica volta sulla riva del giovane mare di Riccione. 

Mie riflessioni su “Le cose come sono”di Hervé Clerc

E’ un bel libro. Ci sono tante cose. Vale la pena comprarlo che per me è sinonimo di leggerlo. Perché ormai compro solo libri che so vale la pena leggere. Che mi servono. Per la mia anima. Per la mia vita interiore. Anzi sono libri che rileggo. Anzi sono libri che consulto. Li riguardo. Cerco in essi quel nome, quel concetto che mi aveva colpito. Oppure cerco altre cose, spero di trovarvi altre cose.
Questo non è un libro sul buddismo. No, non lo è. Assolutamente. E’ un’autobiografia spirituale, l’autobiografia intima di Hervé Clerc. Il suo essere un pò buddista. Che vuol dire che un pò non lo è. Nessuno ormai è più qualcosa di netto, definitivo, alternativo a qualcosa. Sono i nostri tempi. Ma questo libro è importante perché affronta il problema del rapporto tra il buddismo e l’occidente. Che è stato ed è tuttora, secondo Clerc, un enorme travisamento, l’innamoramento verso qualcosa che non si è capito, ma che molti in occidente hanno accettato incondizionatamente. Clerc è scettico sulla possibilità che si sviluppi un buddismo occidentale. Se accadrà ci vorranno secoli. Come ad esempio accadde in Cina e Tibet. Per ora gli occidentali hanno questa grande attrattiva per il buddismo vissuto come qualcosa di esotico, di affascinante, come qualcosa da prendere così com’è senza cercare di integrarlo nelle proprie tradizioni culturali, metterlo in contatto con la nostra straordinaria tradizione letteraria, artistica, religiosa e filosofica. In questo Clerc è un buddista atipico. Anzi non si definisce neanche tale. E’ interessato ad un buddismo che lui definisce “comune”; qualcosa che ha più a che vedere con la propria intima condizione umana piuttosto che con quell’insieme immenso di dottrine che possiamo racchiudere nella parola buddismo. Dice anche di non cercare un maestro. Cosa che tutti coloro che si definiscono buddisti tengono in massima considerazione. Ci siamo passati tutti in questa fase. Ci passiamo tuttora. Dice Clerc a questo proposito:  “Non credo molto ai maestri, nè, di conseguenza ai discepoli, ma solo agli incontri” (pag. 161 ). Come è vero! E come è bello, gratificante e utile credere solo nelle esperienze concrete. Nella saggezza che viene dal vivere.
Ma solo alla fine del libro ci racconta la sua  esperienza mistica. Perché solo l’esperienza a lui interessa, non la dottrina. Questa esperienza è il motivo che mi ha spinto a comprare questo libro. Perché non capita tutti i giorni sentirsi raccontare di aver vissuto, anche se per molto poco tempo, il Nirvana. Fu da giovane e fu improvvisa, in pieno ’68. Il ’68 non politico, quello cui apparteneva Clerc. Fu una specie di esperienza psichedelica. Perché fu conseguenza dell’ “azione di una sostanza illecita potentemente allucinogena”. Per descriverla Clerc usa parole come “splendore”, “folgorazione”, “Sollievo”. Dice: ” Questa felicità era di una intensità tale che poi, riflettendoci, mi sembrò si potesse benissimo morirne” (pag. 196 ).  Di colpo il mondo gli appare così com’è. Non è più costruito, ma si rivela. Qualcosa di difficile da definire, anche se Clerc riesce a farlo splendidamente. E noi che non abbiamo mai vissuto un’esperienza del genere? Proviamo una grande invidia.
Mi sono parecchio identificata nelle posizioni, punti di vista, sentimenti di Clerc verso il buddismo (  lui nel libro fa riferimento a quello hinayana ). Soprattutto nel fatto che non si definisce buddista ma pratica la meditazione. Cioè Clerc ha un approccio esperienziale al buddismo, che dice non essere la sua filosofia, tanto meno la sua religione. Ma in tutto il libro mi è sembrato di avvertire ( magari è una mia proiezione mentale ) quella certa malinconia di colui che non crede abbastanza in qualcosa da potersene definire un allievo, un adempo, uno che appartiene a qualcosa. La malinconia di colui che non crede ma lo vorrebbe molto.

Il tennis come metafora della vita, ovvero: come controllare Il proprio Moloch interiore?

pallinaFoto di Dianella Bardelli

Il tennis singolo più di ogni altro sport ci permette di identificarci in chi lo sta giocando. Chi è in campo è com noi: solo. Di fronte ad una difficoltà: vincere. La vittoria gli/ci darà gioia, la sconfitta dolore. Da milenni ci si interroga su come superare la gioia momentanea della vittoria e la profonda ( per alcuni definitiva ) sofferenza della sconfitta. Perché, come dice Pier Paolo Zampieri il tennis ” è solo apparentemente uno sport” (Ubitennis del 30/10/2014 nella sua celebre recensione del libro di Wallace D.F, Il tennis come esperienza religiosa ).
A questo proposito una cosa intelligente l’ha detta recentemente Kelsey, moglie del tennista Kevin Anderson: “I tennisti? Quasi tutti dei perdenti” ( Ubitennis dell’11/08/2015 nell’articolo a cura di Michele Gasperini ). E ha aggiunto a scanso di equivoci ( l’equivoco poteva essere intendere perdenti per sfigati ): ” La maggior parte di loro vengono sconfitti praticamente ogni settimana della loro carriera visto che in ogni torneo c’è un solo vincitore. Solo un giocatore alza il trofeo, mentre il resto dei tennisti deve far fronte alla sconfitta”. Bisogna quindi imparare a superare la frustrazione del non vincere senza perdere l’entusiamo e la volontà di volerlo. Sembra un gioco di parole, e forse lo è, anche. Voler vincere sapendo che molto probabilmente non accadrà. Un pò come voler vivere sapendo che si morirà. Ecco allora un gran parlare di mental training. Ci sono i testi degli specialisti della materia. Ad esempio:
Umberto Longoni, La partita invisibile
Agam Bernardini, Lo zen e l’arte di giocare a tennis
Joseph Correa, Diventare mentalmente resistenti nel tennis utilizzando la meditazione
Federico Di Carlo, Il cervello tennistico
Alberto Castellari, Angelo D’Aprile, Stefano Tamorri, Tennis Training. Allebamento tecnico, fisico, mentale, esercitazioni e programmi. Aspetti biologici.
Timothy Gallwey, Il gioco interiore nel tennis
E poi tutti gli articoli di Pier Paolo Zampieri su ubitennis

Ci sono inoltre le testimonianze dirette dei giocatori. La più eclatante la troviamo proprio in ubitennis, quello del 03/09/2015, in un articolo dedicato all’addio al tennis di Mardy Fish, a causa dei suoi gravi problemi d’ansia. Possiamo citare anche un’intervista a Boris Becker al Cheltenham Literature Festival apparsa in ubitennis del 05/10/2015 in un articolo a cura di Paolo Valente, in cui afferma che i tennisti avrebbero il diritto di esternare le proprie emozioni come accadeva ai tempi di McEnroe ” che rompeva cinque racchette al giorno e tutti lo amavano”. Oppure quella a Serena Williams ( ma prima della sconfitta da parte della Vinci ) apparsa su ubitennis del 12/07/2015 in cui la tennista fa leva sulla motivazione, e afferma che ” chiunque è in grado di fare tutto ciò che si è messo in testa di fare”.
A mio modesto parere ci devono essere delle componenti di base in una persona per essere in grado di far fronte nella vita agli insuccessi, cioè un pò stabili si nasce. Oppure si fa appello a quella che potrei chiamare disperazione attiva. Si sta malissimo ma si reagisce, non si affonda nella frustrazione. Si possono anche compensare le frustrazioni altrove: nella famiglia, negli amori, negli amici. Nelle persone comunque. Non negli oggetti, case, soldi che si posseggono. Come dice il Dalai Lama ne I Consigli del cuore: “Quando incontro delle persone ricche, di solito dico loro che, secondo l’ insegnamento del Buddha, la ricchezza è un buon segno. È il frutto di un dato merito, la prova che un tempo sono state generose. Ciò nonostante non è sinonimo di felicità. Se lo fosse, più ricco uno è più sarebbe felice…Anche quando pensate di essere veramente felici, se date per
acquisita la felicità, soffrirete doppiamente qualora le circostanze non vi
siano più propizie”.
Dal punto di vista di come impostare nel tennis il lavoro di un mental training molto interessante è l’intervista a Federico Di Carlo in ubitennis del 06/08/2015. Di Carlo ha un approccio non teorico al problema, secondo lui ( a mio parere giustamente ), bisogna rendere automatici in campo alcuni comportamenti mentali atti a rimanere concentrati sul momento presente, sul singolo punto. Un tema questo affrontato magistralmente da Claudio Giuliani in ubitennis del 23/09/2014 in un suo pezzo dall’eloquente titolo ” Il tennis moderno e l’ossessione dell’asciugamano” in cui si dice che “basta un pò di psicologia spicciola per capire che questo ricorrere ossessivamente all’uso dell’asciugamano sia più una necessità mentale che fisica”. E si cita Federer che afferma che ” l’asciugamano è come la coperta di Linus: dà sicurezza e tranquillità. Lo uso per rilassarmi fra un punto e l’altro”. Giuliani aggiunge che ” l’asciugamano consente al tennista di resettare la mente, cancellare il pensiero del punto appena perso e aumentare la concentrazione”.
Il centrodi tutta la questione del rapporto tra tennis e emozioni negative dei giocatori/giocatrici in campo è proprio questo: Come nella vita di tutti i giorni, del resto. Perché come dice Allen Ginsberg: ” La mente è come una farfalla che si adagia su una rosa o svolazza su fetidi escrementi”.
Come eliminare allora nel tennis come nella vita quotidiana quell’offesa, quel rifiuto, quell’errore, come far fronte senza farsene travolgere a quelli che Shakespeare chiama “i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna”? E come sconfiggere i pensieri negativi che Baudelaire definisce ” un popolo di demoni”? E come affrontare la verità di Leopardi: ” Fantasmi sono la gloria e l’onor; diletti e beni mero desio; non ha la vita un frutto, inutile miseria”?
L’estremo oriente da millenni dà le sue risposte. La vita, dice ad esempio il buddismo, è sofferenza ( ci si ammala, si è offesi, si subiscono ingiustizie, si muore…). Ma ci sono gli antidoti. C’è la possibilità di vincere la sofferenza che deriva dalle emozioni negative, nel caso del tennis dovute a paura, stanchezza psicofisica, ansia, squilibri emotivi causati da situazioni extratennistiche. La meditazione di base che ogni scuola buddista propone è la concentrazione univoca su un punto. Nella meditazione formale seduta si usa il respiro. Ma si può utilizzare qualunque oggetto, in qualunque situazione; nel campo da tennis l’asciugamano dopo ogni punto, le dita che stuzzicano le corde della racchetta prima di battere o in attesa della battuta dell’avversario. Qualcuno ha calcolato che in una partita di tennis singolo professionista ci siano più tempi cosiddetti morti che giocati. Dico cosiddetti perché in realtà sono tempi utilizzati a recuperare energia, pensiero positivo, fiducia in se stessi. Assistere ad un incontro di tennis singolo tra professionisti infatto è soprattutto questo: li si osserva, li si scruta per capire quanto siano carichi di positività o al contrario quanto si stiano lasciando andare allo sconforto. I bei colpi, i bei punti saranno frutto soprattutto di questi due stati mentali. E’ più salutare nei momenti di difficoltà spaccare cinque racchette come suggerisce Becker o imparare l’impassibiltà di Djokovic?
Un grande Lama tibetano del passato, Lama Yeshe, risponde così in un suo testo intitolato “Un approccio buddista alla malatia mentale”:
In occidente, alcune persone credono che ci si possa liberare della rabbia esprimendola, e che quindi manifestando la rabbia essa si esaurisca. In effetti, ciò che avviene in questo caso è che quando vi arrabbiate depositate una impronta psichica nella vostra mente, e che in seguito questa impronta mentale fa in modo che andiate in collera nuovamente. L’effetto è proprio l’opposto di quello che si crede. Sembra che la vostra rabbia sia svanita, ma di fatto state semplicemente accumulando una maggiore quantità di rabbia nella vostra mente. L’impronta che la rabbia lascia nella vostra coscienza semplicemente rafforza la vostra tendenza a reagire a determinate situazioni con maggiore rabbia. Secondo la nostra opinione, non permettere che la rabbia si manifesti non significa che la stiate reprimendo, colmandovi di collera inespressa. Anche questo è pericoloso. Dovete investigare la natura più profonda della rabbia, dell’aggressione, dell’ansia o di qualsiasi altra cosa vi disturbi”.
Le tecniche di mental training funzionano dove c’è la vera vita, la vera paura, la vera rabbia: sul campo da gioco, quello del tennis e quello della vita fuori, nelle strade, nelle case. Il singolare del tennis professionista porta all’estremo la possibiltà di vincere rabbia e paura o di soccombervi. Se saprai controllare le emozioni negative sarai in grado di stabilire strategie, adeguarti a chi hai di fronte, di dirigere l’incontro. Spesso mi domando se sia la sola vittoria ( con relativi guadagni ) a gratificare un giocatore/giocatrice di tennis professionista. Oppure l’aver verificato in sè e nel proprio gioco di saper controllare la mente un pò più dell’incontro del giorno o della settimana prima.
Quello che comunque il tennis insegna ai non giocatori è che non c’è alternativa al “gioco”, non c’è “il non gioco”. Anche se ti rintani nel posto più isolato del mondo avrai sempre di fronte te stesso.
Quello che mi ha più impressionato del trionfo di Djokovic su Nadal al recente torneo Atp 500 di Pechino, non è stata solo la perfezione di gioco del primo. Ma il fatto che Djokovic non avesse mai avuto durante l’intero incontro il viso contratto dall’ansia. Anzi, quando aspettava la battuta dell’avversario su di lui aleggiava il lieve sorriso non del predatore ma del samurai diventato saggio.

Da qui

Da questo divano
letto
poltrona
cucina
lavandino
coperte
da me
dal mio corpo-spirito
si diramano fili così sottili
che spesso si spezzano
e non si ricompongono più –
partono da me
che sto qui
a scrivere
sedere
giocare col cane
pulire la cucina
la camera
Il bagno –
partono da me
da dove sto seduta
sdraiata
in piedi
raggiungono quelle due, tre
meno di tre?
meno di due?
persone
che stanno più in là
che stanno in città
dove capita a volte
anche per caso
che ci si incontri –
sono fili lunghi
dritti, rossi
raggiungono queste tre
due
meno di tre
meno di due
persone
che forse una volta ogni tanto
può capitare che mi pensino
ma io non lo sento mai