Una mia intervista a Cristina Pacinotti sul suo nuovo romanzo “Un altro posto”

 

un altro posto

Domanda: In “ Un altro posto” racconti la storia degli abitanti di un ecovillaggio nell’alta Toscana chiamato Frabosco; è una storia vera o inventata? Parlami un po’ di questo, per favore.

Risposta: Frabosco non esiste nella realtà. E’ un luogo dell’anima, un posto dei sogni che abbiamo (io e mio marito Marco) cercato davvero a lungo, setacciando monti e valli, prima nella Toscana centro sud poi in Garfagnana, infine in Lunigiana dove, per cercarlo meglio, un bel giorno ci siamo addirittura trasferiti. Ogni volta che trovavamo un posto che somigliava a quello della visione appariva però un qualche impedimento. Di solito legato a un qualche scempio perpetrato ai danni dell’ambiente. Da una discarica a un elettrodotto, da un crossodromo a un nuova bretella di una strada… l’elenco sarebbe lungo!

Domanda:Puoi dirmi anche da cosa è nata l’idea di base o le idee di base di questo romanzo?

Risposta: Da molti anni penso che la mia mission sia scrivere. Vivere per scrivere. Scrivere per seminare. Credo che ci sia bisogno di romanzi di idee, e comunque a me viene naturale scrivere in questo modo. Credo anche che le nostre idee siano più grandi delle nostre vite. Le idee giuste vanno avanti anche senza di noi, anche quando noi non ci saremo più. Il fatto di non essere riuscita a realizzare nella mia vita un progetto così a lungo seguito e coltivato come quello dell’ecovillaggio non mi ha distolto dal credere negli ideali che sono alla base di questi tentativi comunitari. A volte si riesce a realizzare il sogno a volte no. A volte, come credo nel mio caso, lo si realizza in un altro modo. Per me questa realizzazione coincide con l’aver trasferito sulla carta questa esperienza, questa lunga ricerca e questa visione. Spero attraverso la scrittura di trasmettere ad altri la forza e il desiderio di realizzare un sogno comune.

Domanda: Parlami, per favore, della tua scrittura; hai un metodo? Hai già in mente tutta la trama di un romanzo fin dall’inizio? Oppure, aggiungi situazioni e personaggi man mano che scrivi? Scrivi solo romanzi o anche saggi, articoli e poesie?

Risposta: Scrivo solo romanzi, anche se nel passato ho scritto articoli e saggi. Credo di essere arrivata a un punto in cui devo sottrarre e concentrarmi piuttosto che spaziare in altri ambiti. La trama mi arriva come un’intuizione, un nucleo centrale, un’idea forte, densa , un gomitolo che poi si dipana. Intorno a questa idea centrale il romanzo si costruisce giorno dopo giorno, cresce, si trasforma, divaga e ritorna, a volte ho quasi l’impressione che si scriva da sé. Non sempre, ma spesso , mi sembra , quando scrivo, di non essere veramente cosciente, ma di scrivere in un leggero stato di trance che, forse, è soltanto un altro livello di coscienza.

Domanda: Parlami un po’ del tuo stile di scrittura; hai qualche autore come punto di riferimento?

Risposta: Bella Domanda. Me lo chiedo a volte anch’io. No, la risposta è no. Ho avuto i miei autori del cuore. Nel passato ho adorato Colette, ho amato Thomas Mann, Hermann Hesse. Da giovane ho letto tantissimo, pescando un po’ ovunque. Da Hemingway alla Yourcenar, da Fitzgerald a Marguerite Duras. Ho letto tutto Proust e le opere complete di Borges ma anche tanto Bukovski, Musil, la Wolf e più recentemente Salman Rushdie, Franzen, Muriel Barbery. Un po’ meno gli italiani anche se mi sono appassionata a Landolfi, Bufalino e ovviamente Elsa Morante. Solo negli ultimi tempi sto seguendo i contemporanei italiani. Trovo grandi Fabio Genovesi, Lorenzo Marone, Antonio Moresco, il primo Corona, la Stancanelli, Valeria Parrella, la prima Elena Ferrante. Adoro Paolo Nori. Sto sicuramente e ingenerosamente dimenticando un sacco di autori e di autrici. Comunque no, la risposta è no, non credo di essere influenzata o di seguire le orme di nessun altro autore. Seguo solo la voce interiore, la voce del pensiero che non so da dove mi arrivi esattamente. Sicuramente dalla vita fatta di tante voci comprese quelle dei tanti libri che mi fanno da sempre compagnia e senza i quali non saprei vivere.

Domanda: So che la scrittura non è la tua unica attività, quale posto occupa nella tua vita sia in termini di tempo che di impegno mentale?

Risposta: La scrittura , da qualche anno a questa parte , mi assorbe molto. Ogni mattina mi alzo alle sei e scrivo fino alle otto. Nel resto della giornata trovo quasi sempre un altro paio di ore da dedicare al romanzo, gli orari variano. Quello che non cambia mai sono le mie due ore dall’alba all’acquaio, come le chiamo io. Difatti dopo due ore di scrittura lavo i piatti, accendo la radio e mi rilasso.

Un tempo non avevo affatto metodo. Scrivevo quando e dove capitava, conservo ancora appunti scritti sui tovaglioli di carta. Da qualche anno, invece, sono molto costante e fedele a questo impegno quotidiano che non solo non mi stanca, ma mi dà la carica per affrontare gli impegni della quotidianità e la necessità di procurarmi la pagnotta lavorando. Ho la fortuna di fare un lavoro che mi lascia estremamente libera, di vivere in un luogo molto bello che mi ricarica e di avere tanta natura intorno da dove traggo forza e ispirazione. Capita che qualche volta non riesca a dedicare le ore del risveglio alla scrittura, quelli sono i giorni in cui mi girano. Per stare bene ho bisogno di scrivere appena sveglia. Per me è quanto mai vero il detto che la notte porta consiglio. Nel mio caso, idee e voglia di fissarle nella carta, anzi nello schermo del computer.

Domanda: Nella tua visione un ecovillaggio cos’è? Immagino non esista un’idea unica su come costruirlo. Quali sono, secondo te, le ragioni che spingono le persone a unirsi in un ecovillaggio? Parlami, se vuoi, anche delle tue esperienze in questo campo.

Risposta: L’ecovillaggio per me è prima di tutto una comunità intenzionale che decide di unire le forze per vivere in un luogo naturale, proteggerlo, migliorarlo, da cui trarre pace e sostentamento. E’ un gruppo di persone che, consapevoli della propria fragilità in quanto esseri umani singoli, ha l’umiltà di credere al vecchio adagio: l’unione fa la forza. Purtroppo non sempre le ragioni che spingono le persone a unirsi in progetti del genere sono chiare. Nella mia lunga esperienza di ricerca non solo del posto , ma anche delle persone giuste con cui riabitarlo, mi sono imbattuta in tante persone che non sapevano realmente perchè sentivano il desiderio di fare questo passo. Spesso le motivazioni erano un po’ meschine, legate non a un sistema di idee, a una visione di un mondo nuovo, ma a casini personali e bisogno di levarci le gambe in qualche modo. Persone sole, mi verrebbe da scrivere “sfigate”, oppure imbevute di mille ideologie. Queste persone non erano disposte a rischiare, a cedere un briciolo delle loro sicurezze o insicurezze. Che si trattasse di una casa di proprietà o di un modo di stare al mondo basato su recriminazione e autocommiserazione. Per fortuna ci sono anche molte persone che si muovono nella luce. Non è però sempre facile riconoscerle. Per questo credo che perchè questi progetti vadano in porto sia necessario conoscersi bene prima. L’ideale sarebbe partire da un gruppo di amici veri. Ecco, noi non abbiamo avuto questa fortuna, i nostri amici erano già tutti sistemati.

Domanda: Prima di un “Un altro posto” hai scritto il romanzo “Luogo comune”, di cui il primo è la continuazione; so che hai appena finito di scrivere il proseguo dei primi due, così da formare una trilogia; mi puoi parlare di questo terzo romanzo?

Risposta: Grazie della domanda. Sì, il prossimo romanzo, che sto portando a conclusione, terminerà la trilogia iniziata con Luogo Comune. Credo la mia scrittura sia molto migliorata e che questo nuovo lavoro soddisferà le aspettative anche dei critici più esigenti. Diciamo che sono finalmente diventata me stessa, a livello di stile, voglio dire. Non dirò nulla sulla trama , perchè svelandola si perderebbe interesse per la lettura, però sul mio stile di scrittura posso dire che nella pagina si è consolidato il mio ideale di vita che in poche parole potrei definire come una espressione di lucida e profonda semplicità che va a toccare il senso vero delle cose, la vita delle idee, con autenticità e senza rigiri mentali, blabla inutili e dispersione.
Domanda: Pensi di scrivere altri romanzi? E se sì quale tema o trama di piacerebbe affrontare? Hai già qualche idea in proposito?

Risposta: Ecco, a questa domanda non so proprio cosa rispondere. Sono ancora troppo in ballo con la trilogia “ecovillaggista”. Negli ultimi tempi ho riscritto anche Luogo comune, dimezzandolo. Credo che continuerò a cercare ispirazione nei nodi cruciali del nostro tempo. Dal problema dei migranti all’ambiente. Credo che continuerò a pensare alla scrittura come un mezzo per raggiungere le anime e le coscienze, come mezzo di risveglio, come invito al cambiamento e all’azione. Intendendo per azione perseguire la coerenza nella propria vita. Non so quali storie racconterò, sicuramente darò voce allo spirito naturale, la più potente delle forze che io conosca, il mio vero maestro.

Domanda: Vuoi aggiungere qualcosa a quanto ci siamo dette fonora?

Risposta: Che aggiungere? Forse questo:

Come scriveva  Guimaraes Rosa : raccontare è resistere. Per me la scrittura è la via maestra per giungere all’anima delle persone, dove i valori più autentici hanno radici. Se un libro può accendere la volontà di proteggere la natura e salvaguardare l’equilibrio dell’ambiente in cui viviamo, accrescere il desiderio di fare rete e costruire comunità intorno a questi valori, allora quel libro ha motivo di essere stato scritto e ha senso leggerlo.

Mia recensione di “Un altro posto” di Cristina Pacinotti

un altro posto

Abito in campagna, anche se non in un posto isolato come quello di cui si parla in questo romanzo. Dove sto io è una frazione di un paese della “bassa” tra Bologna e Ferrara. Anni fa si parlò di costruire da queste parti un grande centro-divertimenti con negozi e anche appartamenti. Campi di grano, frutteti, alberi, maceri, oasi d’acqua sarebbero stati spazzati via. Eravamo preoccupati. Ci sentivamo in trappola. Ma qualcuno era pure contento. Le case si sarebbero “rivalutate”. Poi per fortuna non se ne fece più niente. Il fatto è che parlare di grandi opere in generale è un conto, ma quando la grande opera te la fanno vicino casa allora è un altro paio di maniche. E non la vuoi. Sei disposto anche a partecipare ad assemblee, comitati di cittadini, perfino riunioni di partito, tutte situazioni in cui non ami stare. Ami la vita tranquilla della tua frazioncina.
Un altro posto” di Cristina Pacinotti non mi è piaciuto tanto per la tematica che affronta: l’irruzione della grandeopera (come viene sempre chiamata nel romanzo senza mai dire di cosa si tratta) in un’oasi meravigliosa e incontaminata dell’alta Toscana. Mi è piaciuto che la scrittrice ne abbia parlato in modo intelligente e non ideologico. Come? Mostrandoci la vita quotidiana dell’ecovillaggio di Frabosco, che deve essere coinvolto dalla grandeopera tanto da ricevere una disposizione ufficiale dalle autorità in base alla quale deve essere evacuato. L’aia fuori dall’uscio di casa, il bosco in cui si fa legna e lunghe passeggiate, il frutteto, i vario orti, l’allevamento di pecore e capre, il pane da preparare nel forno a legna e le altre mille mansioni giornaliere degli abitanti di Frabosco, la strada da fare per andare in paese a leggere il giornale del giorno prima costituiscono la tessitura su cui è costruito il romanzo. E poi ci sono le persone. Chi narra tutta la storia è Maria che insieme al marito Ema e i loro tre figli ha fondato l’ecovillaggio. Su di loro è costruito l’intreccio dei rapporti umani a Frabosco, gli altri abitanti, come la coppia di norvegesi con i loro bambini, Giovanna, la professoressa di matematica, o Ugo, venuto dalla Sicilia fanno da sfondo e di loro non si parla molto. Il punto di vista che ci viene raccontato su Frabosco e la grandeopera è quello di Maria. E’ il suo piccolo mondo che verrebbe spazzato via; a questo proposito mi è piaciuto il modo delicato e “amoroso” con cui vengono descritti i gesti che accompagnano la sua vita domestica, i suoi pensieri, le sue rabbie e paure,il suo amore per il marito e i figli. Ma tutto questo piccolo mondo ha ragion d’essere lì in mezzo ai boschi ancora incontaminati tra la Lunigiana e la Garfagnana, dove si raccolgono liberamente funghi, lamponi, more, erbe selvatiche che si è imparato a riconoscere da Eva, una donna antica di anni ed esperienza che ha vissuto tutta la via in quel villaggio poi abbandonato che i fraboschini hanno rimesso a nuovo per viverci. E tutto questo è reso con una scrittura efficace e coinvolgente che già conoscevo dall’aver letto il precedente suo romanzo “Luogo comune”: http://lascrittura.altervista.org/recensione-del-romanzo-luogo-comune-di-cristina-pacinott/ . Una scrittura semplice, piana quella di Cristina che racconta anche con molti dialoghi un mondo in pericolo. Una comunità e i suoi gesti in pericolo. La grande opera è già cominciata, il cantiere già impiantato, gli operai sono già all’opera.
Ma cos’è Frabosco? E’ un piccolo insieme di case abbandonate trovate da Maria ed Ema dopo una lunga ricerca. Sono state ristrutturate da un piccolo gruppo di adulti con i loro figli. Chi si dedica alle capre e pecore, chi fa il falegname, chi il contadino, chi come Maria alla conduzione della casa e alla scrittura. Sembrano andare tutti d’accordo. E questa è una cosa bella, non facile in genere, ma loro paiono riuscirci senza sforzo. Anche se i figli di Maria e Ema appena possono se ne vanno in cerca di una vita più movimentata. Poi qualcuno porta una notizia: Frabosco sarà evacuato. Come ci fosse una guerra o una catastrofe imminente. Ma la mobilitazione per salvare il villaggio è difficile da realizzare. Non siamo più negli anni ’70. Molti della zona sono favorevoli alla grandeopera, porterà lavoro, sviluppo, porterà ricchezza. Nessuno si mobiliterà per impedirla. Allora a Frabosco si decide di fare una festa per mobilitare il mondo degli “alternativi”. La festa riesce bene e come potrebbe essere altrimenti? Bel posto, buon cibo e vino, gente affratellata da identici o simili stili di vita e valori. Ma si respira un’aria di sconfitta. Le mobilitazioni per giuste cause sono in disuso. A volte anche chi le condivide non ci crede più. Strano eh? Condividere qualcosa ma non crederci. E’ così oggi, se ci pensiamo. Non si crede più che una mobilitazione possa andare al di là dell’avere un valore simbolico. Anche a Frabosco le scelte che funzioneranno saranno quelle individuali. La famiglia di norvegesi decide subito di andare via. Lo aveva fatto per lo stesso motivo lasciando la Norvegia; anche lì una grande opera li aveva costretti a lasciare la loro fattoria. Cercheranno un altro posto dove ricominciare da capo il loro allevamento di pecore e capre. Mano mano tutti gli abitanti di Frabosco a parte Maria e Ema decidono di lasciare il villaggio. Intanto qualcuno venuto da fuori dà fuoco al cantiere della grandeopera. I figli di Maria e Ema si uniscono ai militanti che hanno compiuto questa azione e fuggono con loro. Tutto precipita. Inutile resistere. Dopo un periodo di lontananza i ragazzi tornano. La famiglia si riunisce, ma il sogno di un eden nei boschi svanisce. Ci sono altri ecovillaggi e molti ne stanno nascendo. Maria e Ema andranno a vivere in uno di questi.
Ci vedo una morale nel modo in cui il conflitto vita nei boschi- grandi opere viene affrontato da Cristina. Potrebbe stupire che la comunità di uomini donne e bambini di Frabosco si disgreghi, che ognuno se ne vada in un posto diverso, che ognuno cerchi un altro posto per sé e non per tutti. Ma sempre così succede. Una comunità, se tale, dovrebbe sopravvivere indipendentemente dal luogo dove si è formata. Invece quella comunità poteva esistere solo in quei boschi e non ad esempio in altri. Con tutte le riunioni, i “cerchi” in cui ognuno dice la sua a nessuno viene fatto di dire: costruiamo un altro villaggio per tutti noi in un altro posto; oppure trasferiamoci tutti in quel dato ecovillaggio che già esiste. Questa possibilità non è data. Questa è la morale che ci vedo,forse era quella che la scrittrice voleva comunicare ai suoi lettori. Apparentemente un romanzo contro le grandi opere che distruggono il paesaggio, la fisionomia di un paese, ma in realtà dietro questo tema solo apparentemente centrale ce ne è un altro. Cosa è rimasto degli ideali comunitari del nostro recente passato di occidentali? Poco, forse niente.

Pacinotti Cristina, Un altro posto, Edizioni ETS, Collana Obliqui, pagine 224, 2016, Illustrazione della copertina di GIPI.
Questa recensione è apparsa prima qui: http://www.lankenauta.eu/?p=4088