A Monte Sole


A Monte Sole

l’ho sentito tuonare” Non si torna indietro!

Non si torna indietro!”-

due, tre volte

non so, non ricordo-

ricordo però la sua voce

tremante

non per l’età

ma per quel che costa a tutti

non tornare indietro-
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per quelle parole

e per mie riflessioni

vedo dietro di me

delle tappe precise:

puntuali lunghi, inutili tragitti-

come quando

cercando una scorciatoia

si allunga l’arrivo di ore-
———————————

non si torna indietro!

Tuonò quel pomeriggio Arturo Paoli

e mi colpì anche il tono,

come un avvertimento

come una sirena d’allarme

che annuncia catastrofi, terremoti

che una volta capitati, visti, vissuti,

devono essere attraversati

perché indietro

dove ci sono terremoti peggiori

non si può tornare
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una voce così

in un corpo così debole

non l’ avevo mai

né visto né sentita-

almeno lui,

di sicuro,

è fatto di spirito



Muri
Steccati, muri
ondeggiar di rapporti
vanno, vengono
come il vento passano-
stagnano
muoiono
finiscono
diventano spazzatura-
maturano
marciscono
emozionano per un’ora o due-
poi di nuovo
separazione, siepi
alberi troppo alti
strade troppo larghe
lingue diverse
menti diverse-
umanità distorta
rarefatta o immobile
che non comunica-
si diceva una volta-
che non è attrezzata per farlo-
siamo esseri sociali
per necessità-
per amore, soli

 

alba e tramonto


sgarbate strepitano
le oche selvatiche
venute dallo stagno-
all’alba e al tramonto
traversano il cielo
a gruppi piccoli,
grandi
anche da sole-
spigolano chicchi e paglia
rimasti sui campi
dopo il taglio-
fanno chiasso, non festa,
hanno fame, l’urlano,
se la dicono
se la raccontano l’un l’altra-
s’abbattono
sul campo secco e giallo-
sono una massa immobili e lontana-
selvatica è la fame

 

Per Nanda e per Neal


Benevola fucina
inarrestabile portavalori
murale consolidato
straniero in patria-
alla portata del mondo minerale
conteso
conterraneo di molti amici
fratello gemello
di uno ammalato d’amore
solidale eterno giovane-
fai pure, fai pure-
non vergognarti delle tue qualità migliori-
i santi, sai, fanno miracoli
anche piccoli, anche invisibili
ai fragili precari
abitatori della terra-
combattuti tra due mondi
inascoltati messaggeri
stabili portatori
d’acqua salmastra blu
architetti di bianchi
castelli di ghiaccio-
facilmente sorgono
dai deserti di conchiglie
e polvere d’oro-

il sole
quando lo chiama qualcuno
dall’albero d’acciaio e cemento
stufo di tanto amore
si libera di quel fardello

 

Chiesa romanica di S. Pietro e Paolo di Roccalbegna


Calma, spoglia, densa-
il sacro, il centro di luce
è la finestrella
dietro il crocifisso
trafitto, sofferente
bianco di morte-
il telo sottile, arancione chiaro
quasi trasparente,
si solleva
ogni tanto dolcemente
al venticello
delle cinque del pomeriggio-
da lì la luce si irradia
sul muro incavato
della finestra-
le braccia del Cristo morto
sono due sottili e lunghi
tronchi secchi-
sotto li lui
la Madonna dorata di vita e luce-
da lei la luce rimbalza, si estende
sul muro vicino
dietro l’altare di pietra-
ho spesso sperato
di vedere le braccia
di un Cristo di legno
muoversi