Recensione del film di Makoto Sasa, Fire under the snow

 Dopo la visione di questo film i gesti quotidiani della mia vita non sono più gli stessi. Me ne sono accorta il giorno dopo averlo visto facendo la doccia. C’è una consapevolezza in essi, una coscienza della loro bellezza e utilità che non è quella dovuta ad un qualche tipo di meditazione. Sotto la doccia pensavo a Palden Gyatso ai suoi gesti quotidiani ritrovati dopo 33 anni di prigionia, e ho ritrovato anche i miei. E’ una cosa strana, ma comunque bella ma senza enfasi, è semplicemente accaduto e non so quanto durerà.
Questo per dirvi che effetto può fare anche a voi questo film, che colpisce non solo per il racconto che Palden fa della sua vita, ma soprattutto perché ci mostra cosa vuol dire perdere la propria quotidianità, i gesti della quotidianità e ritrovarli.Tutto questo lo vediamo attraverso le azioni di Palden nella sua piccola casa a Dharamsala in India, dove vivono tanti esuli tibetano e lo stesso Dalai Lama. Vediamo Palden pregare, leggere i libri religiosi, accendere i lumini davanti alle immagini sacre, scaldare un po’ di latte sul gas della piccola cucina, entrare e uscire di casa, salutare le persone per le strade di Dharamsala. Cose normali, che tutti noi diamo per scontate e che anzi molte volte ci annoiano e le malediciamo. Ebbene per 33 anni Palden vi ha dovuto rinunciare, ha dovuto vivere in una cella patendo continuamente la fame, interrogato, picchiato e torturato. Dice nel film : “ Quando i cinesi ci chiamavano per gli interrogatori spargevano sul pavimento vetri rotti e sassolini. Dovevamo camminare in ginocchio. Poi mi appendevano al soffitto e mi lasciavano a penzolare nudo come una lampadina. Poi ci colpivano con i bastoni. Mangiavamo insetti, topi, alla fine pezzi di cuoio e spago.
All’inizio del film Palden è di spalle davanti ad un paesaggio di montagna; si dondola come fanno sempre i monaci tibetani quando pregano. Ha una bella voce, dolce su un sottofondo musicale di cimbali. Subito dopo compare con il viso davanti alla telecamera. Ha una faccia, una faccia che nessuno di noi avrà mai. Risoluta. Lui è risoluto. Nonostante i 33 anni nelle carceri cinesi in Tibet. Ha occhi che non moriranno mai. Ci mostra gli strumenti di tortura usati nel carcere di Drapchi che si è portato dietro nella sua fuga dal Tibet in India. Una monaca lì vicino piange e noi con lei. Lui li fa vedere. Se li è portati dietro nel suo lungo viaggio per farceli vedere. Questo film è bellissimo, ma nel parlarne non sono obiettiva. Mi ha commosso più del libro. Non riesco ad essere obiettiva. Ho una forma di devozione verso questi monaci, voglio credere che siano risoluti senza odio, così come mi appaiono. Nel film il cugino di Palden, anche lui monaco, dice che Palden ha una personalità molto forte e Lawrence Gerstein che nel 2005 ha organizzato una marcia a favore del Tibet negli USA, afferma che la sua energia è travolgente. Così infatti appare quando marcia davanti a tutti con il cappellino giallo in testa e la bandiera tibetana tra le mani. A me pare una forza della natura.
Il film contiene tante cose, anche inserti d’epoca relativi all’invasione cinese, la rivolta tibetana del 1959, la fuga del Dalai Lama in India. Ci sono anche scene meravigliose degli ambienti naturali del Tibet, che la regista ha girato personalmente e scene della devozione religiosa dei tibetani, e della loro vita nei villaggi.
Un giorno Palden decise di fuggire dal carcere in cui si trovava insieme ad alcuni compagni. Volevano andare in India. Furono catturati. Dalle botte che gli diedero desiderò di morire. Si prese altri 8 anni di prigione e per due fu tenuto con mani e gambe ammanettate. Per due anni di seguito. Ce lo possiamo immaginare cosa significa? No, non possiamo. “ Sognavo apparisse il Dalai Lama a liberarmi”, dice, “quando vedevo volare gli uccelli sognavo di volare anche io”, aggiunge.
Nel 1975 aveva scontato 15 anni di prigione e fu mandato in un campo di lavoro vicino a Lhasa. Per avere affisso manifesti a favore dell’indipendenza del Tibet fu condannato ad altri 8 anni e mandato nel carcere di Drapchi, dove fu torturato con i manganelli elettrici. Appena arrivato gliene infilarono uno in bocca. Gli caddero tutti i denti. Ad un certo punto Palden dice una cosa che mi ha stupito. “In prigione persi la fiducia nelle persone, divenni irascibile e strambo”.
Quando finalmente riesce a fuggire in India viene accolto malato da una donna. “Stava così male”, dice nel film questa donna, “che poteva solo mangiare e pregare”. “Il motivo principale per cui venni in India”, dice Palden, “era incontrare il Dalai Lama”. Questo è ciò che spinge anche tutti i tibetani che arrivano a Dharamsala dopo il tremendo viaggio dal Tibet. Non possiamo immaginare la devozione dei tibetani nei confronti del Dalai Lama. Si potrebbe pensare che è qualcosa di simile a quella dei cattolici verso il Papa. Personalmente mi domando: quale sarebbe la nostra devozione di cattolici se ci trovassimo di fronte a Gesù? Penso sia qualcosa di simile a quello che provano i tibetani di fronte al Dalai Lama, il Buddha vivente.
Di sé Palden dice nel film: “ Se sono sopravvissuto è grazie alla fede”. Poi piange perché tanti tibetani sono morti, dice che non può riposare. “ Mi sento male”, dice, “per tutte le persone che in Tibet si consumano in prigione…Mi manca il Tibet, sono triste perché non ci più posso tornare. Ma perché lo desidero ancora tanto? Sì, ho ancora speranza. Possiamo vincere.”
Molto bello è anche il secondo documentario contenuto nel dvd che tratta del perché Sasa Makoto ha deciso di girare questo film e le varie fasi in cui il film è stato girato. Vediamo la vita dei tibetani a Dharamsala, l’ospitalità che hanno dato alla troupe, i vari festival in cui è stato premiato.
Da notare infine le musiche contenute nel film, tutte bellissime e coinvolgenti.
sito del film: http://www.fireunderthesnow.com/site2009/ita
Per acquistare il film: scrivere a [email protected]; oppure telefonare: al numero 02.70638382

 

 

Recensione: Palden Gyatso, Tibet Il fuoco sotto la neve

Questo libro è l’autobiografia di Palden Gyatso, un monaco tibetano che ha vissuto per 33 anni (dal 1959 al 1992) nelle carceri cinesi del Tibet, dove ha subito maltrattamenti e torture. Il suo rilascio e la sua fuga in India a Dharamsala (sede del governo tibetano in esilio e del Dalai Lama) lo si deve all’aiuto e al sostegno di Amnesty International.
La prima parte di questo libro è come una favola. Luoghi meravigliosi, fiumi che scorrono e rendono possibili abbondanti raccolti, armonia nei rapporti familiari. E anche quando qualcuno muore e tutti sono tristi, la vita subito dopo riprende lenta, silenziosa e sempre uguale, all’ombra di tradizioni e abitudini centenarie che nessuno avrebbe messo in discussione o desiderato di cambiare per nessuna ragione al mondo. Quando l’abate del monastero dove Palden Gyatso trascorre il suo noviziato intona un canto “ il suo corpo ondeggiava lievemente mentre salmodiava, come un campo d’orzo ondeggia al soffio della brezza”. E quando gli chiede: “ Sarai felice nella vita religiosa? Tro-la”, risponde Palden, “che significa gioia” (pagine 29-30). Quando passa da novizio a monaco “ mi crucciavo”, dice, “temendo di non essere capace di osservare tutte le 253 regole che costituiscono il voto di gelong. Ma nel 1952, insieme con venti altri novizi, presi il voto davanti al nostro abate e divenni un monaco a pieno titolo. Oggi sono l’unico di quei venti ancora vivo. Alcuni sarebbero morti in prigione. Altri furono uccisi a bastonate durante la Rivoluzione Culturale” ( pagine 40-41).
A partire proprio dal 1952 cominciò inarrestabile la conquista cinese del Tibet che si concluse con l’occupazione del paese nel 1959. Monasteri distrutti, monaci deportati, prigionia per migliaia di tibetani, privazioni e torture. Monasteri ed ex caserme tibetane sono trasformate in prigioni. Palden, come tutti gli altri monaci è costretto ai lavori forzati. Il cibo è scarso. Molti muoiono di fame. Ma gli ufficiali cinesi quando fanno l’appello non vogliono sentirsi dire che quelli che mancano sono morti di fame e così un giorno “qualcuno rispose: U chi log la don pa re, che significa il suo respiro è cessato” (pag. 94).
Dopo un tentativo di evasione Palden fu costretto a vivere per sette mesi con le mani e le caviglie incatenate. “ mi trovai a dipendere interamente dai miei compagni di cella. Non potevo neppure mangiare senza il loro aiuto…Le mie sofferenze erano lenite dalla gentilezza dei compagni” (pag. 105). Subito dopo aggiunge: “ Ma le manette non potevano controllare il mio modo di pensare. La mia educazione religiosa mi dava la pace dell’anima. I ceppi erano solo segni esteriori di prigionia: avevo sempre il potere di dare libero spazio ai miei pensieri”. Quando le mani gli furono liberate ci vollero parecchi mesi per recuperarne l’uso.
Il peggio arrivò nel 1966 con la Rivoluzione Culturale cinese. I prigionieri tibetani erano continuamente costretti ad accusarsi reciprocamente di delitti inesistenti. Lo stesso Palden riferisce nel libro come ogni giorno cercasse con la mente una infrazione da poter confessare durante le sedute di rieducazione socialista. In questo periodo fu più volte sottoposto al “thanzing”, una specie di processo sommario durante il quale i suoi compagni di cella furono costretti a picchiarlo selvaggiamente ogni sera al ritorno dal lavoro per 13 giorni perché non aveva voluto confessare una grave colpa. E quale era questa colpa? Un suo compagno lo accusò di aver compiuto il rituale dell’offerta dell’acqua. “ Era un rituale che tutti i tibetani solevano eseguire: immergevano le dita nell’acqua e spruzzavano gocce nell’aria, come offerta alla divinità. Io non avevo più compiuto quel gesto dall’inizio della Rivoluzione Culturale, sapendo bene quali conseguenze avrebbe provocato” (pag.147). Molto semplicemente tornando alla prigione dalla fabbrica di mattoni dove lavorava aveva immerso le mani in un ruscello per bere un sorso d’acqua fresca, poi aveva agitato le mani per farle asciugare. Non fu creduto e i compagni furono costretti a picchiarlo. Solo dieci anni dopo Palden Gyatso verrà a sapere che una parte della sua famiglia era morta a causa di ripetuti “thanzing”.
Una cosa che mi ha impressionato nella lettura di questo libro non sono state solo la descrizione delle vessazioni e violenze fisiche ma anche di quelle psicologiche. Non solo Palden, come tutti gli altri prigionieri era costretto a inneggiare quotidianamente a Mao e alla madrepatria cinese, ma lo era anche a nascondere qualunque sentimento fosse di gioia o di dolore per scansare da sé qualunque tipo di attenzione da parte delle guardie carcerarie. “Eravamo troppo atterriti per mostrare i nostri veri sentimenti. Persino le nostre lacrime erano segrete” (pag.150).
Poi c’erano le riunioni annuali di valutazione. Lascio la parola a Palden perché non c’è niente da aggiungere alla sua descrizione di cosa fossero. “ Tutti i prigionieri erano chiamati in assemblea e si leggevano ad alta voce i rapporti compilati dai capo brigata. I prigionieri “zelanti” che avevano denunciato gli altri erano di solito premiati con una foto di Mao o una copia del libretto rosso. Quelli che avevano mancato di emendarsi erano ricompensati con un aumento di pena. Ogni anno diversi prigionieri erano condannati a morte per aver rifiutato di emendarsi” (pag. 150). C’erano infatti molte esecuzioni. Una che Palden racconta riguardò una donna che tutti conoscevano: Kundaling Kusan-la, un’eroina, una fiera oppositrice dell’occupazione cinese. “ Era una donna anziana, rugosa e sdentata, con la faccia gonfia e contusa. Riusciva a malapena a respirare…..Ci guardammo per un lungo momento. I suoi occhi erano arrossati e velati e qualcosa sul suo viso pareva chiedere le mie preghiere” (pag 152).
Nel 1979 Palden Gyatso decise di ribellarsi. A quel tempo non era più in un vero e proprio carcere ma in un campo di lavoro vicino a Lhasa, da cui poteva uscire nei fine settimana. Da quell’anno fino al 1984 e cioè fino a quando fu scoperto, si recò periodicamente a Lhasa prima dell’alba per affiggere manifesti che incitavano i tibetani a ribellarsi agli invasori. Nel frattempo era venuto a conoscenza di cose terribili successe alla sua famiglia. “Durante la Rivoluzione Culturale le mie sorelle avevano denunciato mio padre ed erano state a guardare mentre i soldati lo uccidevano a bastonate”(pag. 187). Nel 1982 i campi di lavoro e rieducazione furono sciolti e Palden Gyatso fu rilasciato. Non aveva cuore di ornare al suo villaggio dove il suo monastero era andato distrutto. Andò a quello di Drupong. Qui cominciò una vita abbastanza tranquilla. Ma dopo poco i poliziotti irruppero nella sua stanza e nella perquisizione che fecero gli fu trovato un foglietto, era la minuta di ciò che aveva scritto in un manifesto. Fu anche trovata una bandierina tibetana e alcuni scritti del Dalai Lama. Fu condannato a otto anni di prigione. Era il 29 Aprile del 1984. Tra il 1987 e il 1988 a Lhasa vi furono proteste di monaci e laici. Palden era rincuorato dal fatto che ragazzi giovanissimi che non erano neanche nati quando il Tibet era stato invaso dalla Cina, si ribellassero e invocassero la libertà per il Tibet. Ma ben presto per lui le cose si misero al peggio. Fu accusato di sobillare un giovane prigioniero comune accusato di aver scritto sul muro della latrina: Po ranzen, cioè libertà per il Tibet. Palden viene trasferito nella prigione di Drapchi dove aveva già trascorso dieci anni. Qui subisce torture terribili con quegli strumenti, come i bastoni elettrici, che al momento della sua fuga nel 1992 in India porterà con sé affinché il mondo sapesse come si era trattati nelle prigioni cinesi in Tibet ( si era procurato delle copie esatte).
Nel 1992 la sua condanna scade e Palden viene rilasciato. Fa credere alle autorità cinesi di volersi recare al monastero di Drepung per dedicarsi solo alla preghiera. Invece tramite l’aiuto di alcuni amici organizza la fuga in India . Quello che lo spinge a fuggire è anche il desiderio di vedere il Dalai Lama. “Avrei usato la mia libertà per continuare a lottare per l’indipendenza; avrei dedicato più tempo alle pratiche religiose e soprattutto avrei incontrato Sua Santità il Dalai Lama, incarnazione del Buddha della Compassione” (pag. 237).
Palden Gyatso, Tibet, Il fuoco sotto la neve, Sperling &Kupfer Editori, 1997

http://it.wikipedia.org/wiki/Palden_Gyatso
http://www.lankelot.eu/buddismo
http://www.lankelot.eu/Tibet

Chi era Tenzin Choedron?

L’11 Febbraio scorso una monaca tibetana di 18 anni di nome Tenzin Choedron si è uccisa bruciandosi viva. Il fatto è avvenuto vicino a Ngaba nella provincia sud occidentale del Sichuan, nei pressi del monastero in cui la la ragazza viveva, il Mamae Deechen Choekhorling Nunnery. Tenzin Choedron ha scelto per questo suo gesto estremo lo stesso luogo in cui nel novembre del 2011 si era uccisa nello stesso modo un’altra monaca proveniente dallo stesso monastero femminile, di soli 20 anni.
Il villaggio da cui proveniva Tenzin Choedron si chiama ”Ri-a-luo” (In tibetanoReruwa), nel distretto di Ngaba. Qui aveva frequentato la scuola primaria e dopo era diventata monaca. La sua famiglia è formata da 12 persone, e lei era la più grande di 4 tra fratelli e sorelle. Pare fosse una ragazza silenziosa, che seguiva le regole monastiche e studiava molto, chi l’ha conosciuta ora di lei dice che era intelligente quanto coraggiosa.
Per capire il gesto di Tenzin Choedron bisogna tenere presente le profonde differenze culturali tra noi occidentali e i tibetani. Dal punto di vista religioso la pratica dell’auto immolazione non è vietata ( anche se Il Dalai Lama la sconsiglia), purché la motivazione che spinge a praticarla sia altruistica e non egoistica. Nel primo caso, se il suicidio è stato fatto per per beneficiare con il proprio sacrificio il popolo tibetano, questo porterà chi lo ha compiuto ad una buona rinascita, che è ciò che ogni buddista davvero convinto desidera di più al mondo. Bisogna capire che quella nelle vite passate e future per un tibetano non è una convinzione, è una realtà incontrovertibile. Il karma positivo o negativo che porta ad una buona o cattiva rinascita non dipende dall’azione in sé, dipende dalla motivazione che l’ha causata, la motivazione con cui quell’azione è stata compiuta. Questa certezza nelle vite future è una componente senza la quale gesti estremi come quello compiuto da Tenzin Choedron non si possono comprendere. Il sacrificio di sé per il beneficio degli esseri viventi è considerato da tutti i buddisti il massimo dell’altruismo possibile, non solo un atto eroico. Da occidentale capisco la potenza di questa convinzione, anche se , purtroppo, non mi appartiene del tutto, nel senso che nel mio caso la convinzione nelle vite passate e future è una scelta, non una fede assoluta.
A questo proposito nel suo blog Le vie dell’Asia  Marco Del Corona (Corriere della sera del 14 Febbraio 2012) riporta un’intervista a Kalon Tripa, il primo ministro del governo tibetano in esilio. Egli definisce le auto immolazioni: “lo zenit della resistenza nonviolenta, perché darsi fuoco distrugge il proprio corpo ma non tocca l’avversario, cioè i cinesi”, e aggiunge: “chi si arde vuole attrarre l’attenzione del mondo sul Tibet. Atti di altruismo, il più alto sacrificio possibile”.
Tra gli esuli tibetani c’è chi è convinto queste auto immolazioni continueranno. Ne è convinto Lobsang Yeshe, un monaco del monastero di Kirti in esilio in India che in un’intervista rilasciata al sito tibetano Phayul ha parlato di “un punto di non ritorno”.“Sono molti i tibetani pronti a darsi fuoco nelle prossime settimane”,ha dichiarato, “Anche i genitori e i parenti di quanti si sono auto immolati non si dicono rattristati o dispiaciuti, al contrario affermano di essere fieri del coraggio che i loro congiunti hanno mostrato nello sfidare il governo cinese e le sue politiche repressive”.
Dal canto suo in più occasioni il Dalai Lama ha affermato che non intende incoraggiare questi tragici gesti, pur capendo il contesto di grandissima sofferenza e privazioni in cui avvengono.
E noi occidentali? Cosa facciamo? Cosa ne pensiamo? A parte casi sporadici, tragici fatti come quello che ha riguardato Tenzin Choedron sono completamente ignorati da stampa e televisione. Come se non avvenissero, o come fossero fatti di nessuna importanza.

 

 

Recensione di :Karma Norbu ( Shapaley)Made in Tibet


Prima di incontrare per caso in internet il video di Karma Norbu, meglio conosciuto come Shapaley, non sapevo che oltre a quella tradizionale esistesse una musica tibetana moderna.
Shapeley è un bravo rapper che ha scritto una bellissima canzone dedicata a tutti i tibetani che soffrono in Tibet il genocidio fisico e culturale e a tutti i tibetani costretti all’esilio.
Karma Norbu che io sappia non ha un suo sito o un suo blog, non ha un Cd di sue canzoni. Ma da questo sito http://sociosound.wordpress.com/ ho saputo un po’ di cose su di lui. Studia medicina in Svizzera e si dedica a creare video nel suo tempo libero per diffondere il suo messaggio da tibetano orgoglioso di esserlo.Il video di cui voglio dirvi qualcosa e che vi invito caldamente ad andare a vedere si intitola Made in Tibet: http://www.youtube.com/watch?v=bDwahj8_hhg&context=C33d63bfADOEgsToPDskJqi9pRibbgHlFymCgOPFgO
Il brano è cantato in tibetano con sottotitoli in inglese. A mio parere è molto bello e anche il video è fatto bene, entrambi sono ad un alto livello di professionalità. Da quando è stato messo in youtube ha già ricevuto migliaia di visite. Dico subito che fosse stato pure tibetano l’autore e l’esecutore del brano ma non mi fosse piaciuto non lo avrei certo recensito; se l’ho fatto è perché vale la pena di essere conosciuto da un punto di vista musicale; credo che per molti sarà una vera scoperta.
Il brano è orecchiabile, molto coinvolgente nel testo e nel modo, pur composto, di essere cantato; è una specie di racconto di se stesso, della propria famiglia, della propria gente. Ma non è mai retorico, anche se fa appello ai sentimenti di chi ascolta. E’ rivolto ai tibetani sparsi in Occidente. Perché non perdano la speranza di tornare un giorno in patria; ed è rivolto a chi è rimasto in Tibet affinché non si senta abbandonato da chi vive in Occidente.
Il testo è molto semplice, ai nostri occhi cinici e disincantati può sembrare un po’ “antico” per l’amore così tanto mostrato verso i genitori e la famiglia.
Ne ho fatto una mia traduzione che vi propongo:

Madre e Padre,
voi siete i nostri amati genitori
voi siete stati vicino a noi fin dal primo giorno
voi state con noi fino a che siamo cresciuti
quando eravamo piccoli se eravamo felici, o tristi o malati
voi ci mostravate il vostro amore
e affetto continuamente
e noi vi ringraziamo per questo
noi non vogliamo dimenticare la strada
che ci avete mostrato
giovane uomo qualunque cosa accada
sii compassionevole con gli altri
qualunque avversità tu possa incontrare
sii sempre onesto
se cadi rialzati e vai avanti
qualunque siano gli ostacoli
rimani nel giusto sentiero
giovane ragazza dovunque tu vada
non lasciare mai la tua fede e la tua speranza
amatissimi madre e padre
possiate avere una lunga vita
non abbiamo mai dimenticato da dove veniamo
noi ricordiamo che il Tibet
è la nostra patria
non abbiamo dimenticato da dove veniamo
fratelli e sorelle
non sappiamo se potete ascoltarci
ma noi speriamo possiate ricevere questo messaggio
non preoccupatevi noi stiamo bene
anche se siamo così lontani da voi
noi portiamo nel nostro cuore
il nostro fraterno legame
e nonostante sia passato tanto tempo
noi non vi abbiamo mai dimenticato
noi non ci dimenticheremo mai di voi, credeteci
noi non vi abbiamo abbandonato
noi siamo al vostro fianco
noi siamo e saremo sempre fratelli e sorelle….
e mentre io sono qui e scrivo questi versi
con un inchiostro mischiato alle lacrime
i miei pensieri sono nel posto
che io chiamo la mia terra
Tibet, la terra delle nevi
la nostra terra…

Ascoltando e traducendo questo brano e vedendone l’esecuzione, mi sono arrivati brividi nelle braccia, nelle spalle. Per l’emozione. Era una specie di piacere. Piacere fisico e spirituale. Per la forza di questo brano. E’ solo una canzone. Ma per dirla alla buddista è un grande “mezzo abile” (upaya), un pacifico ma non innocuo mezzo per diffondere un messaggio che è umano, politico, spirituale. Usando con sapienza e professionalità internet questo ragazzo tibetano che all’apparenza non sembra avere più di vent’anni, ha ottenuto quanto e forse di più di un discorso del Dalai Lama, e addirittura di più delle recenti immolazioni. Il video è in youtube da dicembre, quindi vedremo se in futuro avrà un impatto ancora maggiore di quanto non abbia avuto finora. Il Tibet e quello che sta succedendo al suo popolo non c’è modo di saperlo dagli organi di informazione come giornali e TV; solo i siti e le associazioni che si occupano di Tibet ne parlano, e allora ben venga questo giovane e bravo rapper a scuotere le nostre addormentate coscienze.
Anche noi siamo esuli, ma di noi stessi, abbiamo perso il nostro cammino, e non sappiamo più neanche quale sia. Questo brano, così efficace anche dal punto di vista musicale, e questo video così ben fatto dal punto di vista artistico, sono il miglior augurio di buon anno che potessi farmi e farvi.
Mi reputo fortunata ad aver conosciuto alcuni tibetani; l’impressione che ne ho avuto è che fossero persone determinate e miti al tempo stesso. Hanno subito così tanto. Gli è stato tolto così tanto che odiare sarebbe un’aggiunta insopportabile di sofferenza.
Guardate questo video, ascoltate il brano, guardate i ragazzi e le ragazze tibetan che vi compaiono, guardate i loro occhi, il loro saluto a mani giunte, ne vale la pena.
in youtube dal Dicembre scorso: http://www.youtube.com/watch?v=bDwahj8_hhg&context=C33d63bfADOEgsToPDskJqi9pRibbgHlFymCgOPFgO
Altri suoi video qui:
http://www.trinuer.com/tibetantalent/interview-with-karma-norbu-aka-shapale-guy/
altri rapper tibetani http://www.youtube.com/watch?v=aDW8_dUU5pw