Chi era Tenzin Choedron?

L’11 Febbraio scorso una monaca tibetana di 18 anni di nome Tenzin Choedron si è uccisa bruciandosi viva. Il fatto è avvenuto vicino a Ngaba nella provincia sud occidentale del Sichuan, nei pressi del monastero in cui la la ragazza viveva, il Mamae Deechen Choekhorling Nunnery. Tenzin Choedron ha scelto per questo suo gesto estremo lo stesso luogo in cui nel novembre del 2011 si era uccisa nello stesso modo un’altra monaca proveniente dallo stesso monastero femminile, di soli 20 anni.
Il villaggio da cui proveniva Tenzin Choedron si chiama ”Ri-a-luo” (In tibetanoReruwa), nel distretto di Ngaba. Qui aveva frequentato la scuola primaria e dopo era diventata monaca. La sua famiglia è formata da 12 persone, e lei era la più grande di 4 tra fratelli e sorelle. Pare fosse una ragazza silenziosa, che seguiva le regole monastiche e studiava molto, chi l’ha conosciuta ora di lei dice che era intelligente quanto coraggiosa.
Per capire il gesto di Tenzin Choedron bisogna tenere presente le profonde differenze culturali tra noi occidentali e i tibetani. Dal punto di vista religioso la pratica dell’auto immolazione non è vietata ( anche se Il Dalai Lama la sconsiglia), purché la motivazione che spinge a praticarla sia altruistica e non egoistica. Nel primo caso, se il suicidio è stato fatto per per beneficiare con il proprio sacrificio il popolo tibetano, questo porterà chi lo ha compiuto ad una buona rinascita, che è ciò che ogni buddista davvero convinto desidera di più al mondo. Bisogna capire che quella nelle vite passate e future per un tibetano non è una convinzione, è una realtà incontrovertibile. Il karma positivo o negativo che porta ad una buona o cattiva rinascita non dipende dall’azione in sé, dipende dalla motivazione che l’ha causata, la motivazione con cui quell’azione è stata compiuta. Questa certezza nelle vite future è una componente senza la quale gesti estremi come quello compiuto da Tenzin Choedron non si possono comprendere. Il sacrificio di sé per il beneficio degli esseri viventi è considerato da tutti i buddisti il massimo dell’altruismo possibile, non solo un atto eroico. Da occidentale capisco la potenza di questa convinzione, anche se , purtroppo, non mi appartiene del tutto, nel senso che nel mio caso la convinzione nelle vite passate e future è una scelta, non una fede assoluta.
A questo proposito nel suo blog Le vie dell’Asia  Marco Del Corona (Corriere della sera del 14 Febbraio 2012) riporta un’intervista a Kalon Tripa, il primo ministro del governo tibetano in esilio. Egli definisce le auto immolazioni: “lo zenit della resistenza nonviolenta, perché darsi fuoco distrugge il proprio corpo ma non tocca l’avversario, cioè i cinesi”, e aggiunge: “chi si arde vuole attrarre l’attenzione del mondo sul Tibet. Atti di altruismo, il più alto sacrificio possibile”.
Tra gli esuli tibetani c’è chi è convinto queste auto immolazioni continueranno. Ne è convinto Lobsang Yeshe, un monaco del monastero di Kirti in esilio in India che in un’intervista rilasciata al sito tibetano Phayul ha parlato di “un punto di non ritorno”.“Sono molti i tibetani pronti a darsi fuoco nelle prossime settimane”,ha dichiarato, “Anche i genitori e i parenti di quanti si sono auto immolati non si dicono rattristati o dispiaciuti, al contrario affermano di essere fieri del coraggio che i loro congiunti hanno mostrato nello sfidare il governo cinese e le sue politiche repressive”.
Dal canto suo in più occasioni il Dalai Lama ha affermato che non intende incoraggiare questi tragici gesti, pur capendo il contesto di grandissima sofferenza e privazioni in cui avvengono.
E noi occidentali? Cosa facciamo? Cosa ne pensiamo? A parte casi sporadici, tragici fatti come quello che ha riguardato Tenzin Choedron sono completamente ignorati da stampa e televisione. Come se non avvenissero, o come fossero fatti di nessuna importanza.