Gary Snyder e la wilderness

gary

Gary Snyder (San Francisco 1930 ) è un poeta americano, ma anche un noto saggista e un leader del Movimento Bioregionale americano e internazionale. Il bello di persone come Gary è che non hanno un Io diviso. Pochi ci riescono. Bisogna sapere chi si è, cosa si vuole e con chi farlo. Lui lo sa. Almeno io così credo, anche se non lo conosco personalmente, ma solo dalle sue opere e dai racconti di Giuseppe Moretti che è suo amico e collega nel Movimento Bioregionale.
Gary Snyder è dunque molte cose insieme, buddista, poeta, saggista, marito, padre e leader di un Movimento che esorta a tornare alle piccole comunità territoriali. Tutte queste attività creano in Snyder un equilibrio spirituale che si avverte leggendo le sue opere. Amico di Allen Ginsberg e Jack Kerouac non fece mai parte integrante della beat generation. Ben presto, nel 1956, infatti partì per Il Giappone dove rimase dieci anni a imparare il giapponese in modo da poter leggere i testi buddisti in lingua originale ed essere a contatto con la reale vita in un monastero zen.
Scrive Gary Snyder nel suo “La grana delle cose”,(1) “ Durante i primi due anni del mio soggiorno a Daitoku-ji Sodo, mentre lavoravo nell’orto o aiutavo a stivare la legna o a fare il fuoco per l’acqua del bagno, avevo notato certi piccoli miglioramenti che si potevano introdurre. Alla fine mi decisi a suggerire ai monaci responsabili alcune tecniche per risparmiare tempo e fatica. Per un po’ di tempo si mostrarono tolleranti. Alla fine un bel giorno uno di loro mi prese da parte e disse: noi non vogliamo fare le cose in modo più veloce o migliore, perché non è quello il punto : il punto è che la vita va vissuta tutta intera. Se accelerassimo il lavoro in giardino, il tempo guadagnato lo passeresti a sedere nello zendo e le gambe ti farebbero più male. E’ tutta una sola meditazione. Quello che conta è il giusto equilibrio, e non come fare per risparmiare tempo da una parte o dall’altra” (pag. 54). Questi anni passati a lavorare e faticare oltre che a meditare hanno prodotto frutti preziosi nella mente e nel cuore di Snyder e da lui sono giunti a noi attraverso i suoi libri. Un libro in cui Snyder ci racconta il suo modo di intendere una pratica buddista, fatta di legna da tagliare oltre che di ore di meditazione, è “La pratica del selvatico”(2). In esso Snyder ci dà una definizione teorica semplice del suo buddismo: “ Per essere veramente liberi si devono prendere le condizioni di base per quello che sono – dolorose, impermanenti, aperte, imperfette…Il mondo è natura e a lungo andare è inevitabilmente selvatico, perché il selvatico, come processo ed essenza della natura, è anche un ordine dell’impermanenza” (pag. 17). Nella sua visione dunque il concetto di impermanenza, che è una delle basi del buddismo, è tutt’uno con quello di wilderness. Vediamo come. In un capitolo de “La pratica del selvatico” interamente dedicato a come Snyder intenda il buddismo, dopo averci raccontato brevemente la dura disciplina dei suoi anni giapponesi nei monasteri buddisti, ci mette in guardia sul non intenderlo in senso troppo professionale e rigido. Questo è il rischio che secondo lui corre in buddismo giapponese rimasto così fedele ad una pratica solo monastica. Perché dice Snyder “ Ci sono stati innumerevoli Bodhisattva(3) sconosciuti che non hanno mai avuto un addestramento spirituale e non si sono mai impegnati in una ricerca filosofica. Si sono formati e maturati in mezzo alla confusione, alla sofferenza, alle ingiustizie, promesse e contraddizioni della vita. Sono quelle persone ordinarie, generose, coraggiose, indulgenti, modeste, che hanno un grande cuore e hanno sempre sorretto la famiglia umana” (pagg. 173-174).
Con questa riflessione Snyder ci fa capire che in base alla sua esperienza non esiste un unico sentiero sia esso inteso in senso spirituale o pratico. Per lui c’è sia il sentiero che l’uscire dal sentiero. L’uscire dal sentiero, dalla via conosciuta, dal già sperimentato per Snyder equivale ad addentrarsi alla wilderness, che non è solo quella esterna, la natura selvatica, ma soprattutto quella interiore, il selvatico dentro di noi; quella parte inconscia ma incontenibile che ci muove fuori dalle strade già percorse da noi o da altri. Che ci porta nell’altrove da noi, che a dire di Snyder, è la vera via verso il ritorno a casa, cioè a noi stessi. Il concetto di wilderness è contenuta in varia maniera in tutte le opere di Snyder. Anche in quelle poetiche, soprattutto in quelle poetiche, ambito che maggiormente mi compete e mi appassiona. Un libro molto famoso di Gary Snyder è “L’isola della tartaruga”(4), con il quale nel 1975 lo scrittore vinse il premio Pulitzer per la poesia. Difatti tutta la prima parte contiene solo poesie, la seconda anche delle prose, tutte attinenti al concetto di wilderness esteriore ed interiore. Prima di passare alle poesie contenute in questo libro mi sembra utile sintetizzare brevemente il concetto di wilderness così come viene spiegato da Snyder in questo e in un altro suo libro intitolato “Nel mondo poroso”(5). E’ deprecabile afferma il poeta che la cultura occidentale non abbia fatto suo questo concetto. “Una cultura che rende se stessa aliena dalla sua natura più autentica e profonda – dalla wilderness esterna ( ovvero la natura selvatica, il selvatico e gli ecosistemi autosufficienti e autoregolati), e dell’altra wilderness, quella interiore – è condannata ad un agire distruttivo…” (L’Isola della tartaruga, pag. 196).
Estrapolando qua e là dai due testi di Snyder sopra citati ecco altri concetti attinenti alla wilderness:
La wilderness è energia, energia dei corpi in un processo di auto-organizzazione
La selvaticità è ciò che di essenziale c’è nella natura
le opere umane riflettono questa selvaticità
il linguaggio apre una finestra sul mondo selvatico e ci dà modo di rappresentarlo
c’è un lato selvatico e un lato addomesticato della mente umana. Chi esplora il lato selvatico della mente sono gli scrittori e gli artisti
nel percorso evolutivo il livello più alto non è l’uomo ma un alto grado di diversità biologica
è importante recuperare la parte selvatica dell’uomo

Cos’è esattamente dunque la pratica del selvatico? Così risponde Snyder ne “Il mondo poroso”: “ Iniziamo riconoscendo il selvatico che è in noi stessi, nel capire come l’immaginazione sia selvatica. Il linguaggio è selvatico…Quel processo profondo che usa i nostri corpi e le nostre menti è il primo livello di un certo tipo di pratica. Se una persona può entrare in contatto con tutto questo e lo apprezza per ciò che è, allora le sue simpatie possono espandersi alla vita e allo spirito che dimora là fuori negli ecosistemi” (pag. 133). La naturale conseguenza di questo discorso sulla wilderness è per Snyder, il Ri-abitare. Come vedere, si chiede Snyder il selvatico? Come fare a sapere chi siamo e dove siamo? Bisogna ri- abitare un luogo, che sia il nostro originario o quello dove abbiamo scelto di vivere. Dobbiamo ricreare delle comunità. A questo proposito in un’intervista contenuta ne “Il mondo poroso” e risalente al 19796, ben prima dell’esistenza delle reti internet, Snyder dice una cosa che mi ha molto impressionato per essere così tanto profetica. Sarà una citazione un po’ lunga, ma a mio avviso, vale la pensa, trascriverla quasi totalmente. “ Ci sono due specie di livelli con i quali tutti noi ci relazioniamo. Uno è la rete, e l’altro è la comunità. Ci sono persone che non hanno una comunità verso la quale relazionarsi, ma solo una rete. La rete è qualcosa come tutti i dentisti negli Stati Uniti hanno un giornale… C’è anche una rete dei poeti. Io corrispondo con poeti americani e altri poeti in altre parti del mondo….Ma c’è anche la comunità, che è la gente del posto dove vivi… Trovo che per il mio lavoro e per la mia crescita spirituale il tipo di vita che si svolge nella comunità sia più preziosa di quella della rete. Perché la rete ti incoraggia a pensare che sei importante, mentre la comunità no” (pag. 29). Come sono vere ancora oggi queste ultime parole. Ognuno di noi le sperimenta ogni giorno.
Quello che sono andata dicendo di Gary Snyder finora si rispecchia fedelmente nelle sue poesie. Come ho detto la sua raccolta poetica più nota è “L’isola della tartaruga. Ma mi fa piacere citare anche Gary Snyder, “Madre orsa”, un piccolo libro di poesie contenute in Lato Selvatico ‘Libraria’, che ha una fantastica copertina di Suzanne De Veuve(7).
Lo stile delle 58 poesie contenute in “L’isola della tartaruga” è antiretorico, disadorno, ispirato alla lingua parlata. E’ un condensato di tutte le esperienze di Gary: artistiche, antropologiche, filosofiche. In certi casi il poeta prende spunto dall’indecifrabilità dei Koan buddisti8,altre volte dal linguaggio degli sciamani nativi americani. Il tono a volte è lirico a volte didattico. I temi sono quelli della vita selvatica, della famiglia, della politica e della società.
Ispirata all’essenzialità dello zen è “Fuori”:

Il silenzio
della natura
dentro.

Il potere dentro
il potere

fuori.

Il percorso è qualsiasi cosa passa – non
fine a se stesso

il fine è
grazia – semplicità –
la cura,
non la salvezza.

Il canto
la prova

la prova del potere dentro
Di tipo descrittivo invece questa, bellissima: La Grana delle cose

( Oggi in barca, remando insieme a Zach e Dan nei pressi di Alcatraz e intorno a Angel Island)

leoni marini e uccelli,
il sole attraverso la nebbia
a intermittenza pulsa e ciondola,
dritto negli occhi, abbagliante.
Foschia solare;
una lunga nave cisterna lentamente galleggia alta e leggera.

La linea nitida e discontinua del mare frangente –
interfaccia di flussi delle maree –
gabbiani si posano sul punto d’incontro
per il pasto;
scivoliamo accanto a scogliere imbiancate.

La grana delle cose.
Sciaborda e sospira,
scivola via.
Alcune poesie de L’isola della tartaruga parlano apertamente e in maniera disinvolta della morte e la descrivono; è la morte degli animali quella che mette in scena Snyder; una per tutte:“ Uno non dovrebbe discutere con un abile cacciatore delle cose proibite del Buddha” ( Hsiang -yen)

Una volpe grigia, femmina, nove libbre e tre once.
Lunga 39 pollici e 5/8 con la coda.
La scuoiamo ( Kai ci ha ricordato di cantare lo Shingyo prima)
pelliccia fredda, grinze; e odore di muschio
insieme al primo puzzo di corpo morto.

Contenuto dello stomaco: un intero scoiattolo ben masticato
più una zampa di lucertola
e, da qualche parte dentro lo scoiattolo,
un pezzo di carta stagnola.

Il segreto.
E il segreto nascosto in profondità in questo.

Come ultima poesia vorrei citare Roccia, poesia d’amore dedicata a Masa, la seconda moglie di Snyder.

Laghetto nevoso granito caldo
ci accampiamo,
nessun pensiero di cercare ancora.
Sonnecchiamo
e abbandoniamo le nostre menti al vento.

Sulla roccia, gentilmente inclinati,
il cielo e la pietra,

insegnami ad essere tenero.

Il tocco che quasi non tocca –
l’incrocio fuggevole di sguardi –
passi minuscoli –
che infine ricoprono mondi
dal duro terreno.
Batuffoli di nuvole e nebbie
raccolti nelle pozze blu ardesia
delle piogge estive.

NOTE:
1 Il libro consiste in un’intervista realizzata da Peter Barry Chowka realizzata nel 1977 e pubblicata in “East West Review; è stata ripubblicata nel 1980 in Real Work; prima edizione italiana:1987 da Edizioni Gruppo Abele; l’ultima edizione italiana :edizioni e/o, 1996
2 Gary Snyder, La pratica del selvatico, Fiori Gialli Edizioni, 2010
3 L’ideale del Bodhisattva è specifico al Sentiero del Mahayana. Bodhi significa il risvegliato, sattva significa ‘un essere’. Insieme essi significano una persona risvegliata e che è deputata alla liberazione ed al benessere di ogni essere umano e di tutte le creature (da http://www.centronirvana.it/sent_bodhisattva.htm)
La prima edizione: Turtle Island, New Directions Publishing Corporation , 1974; pubblicato in Italia da Stampa Alternativa, nella Collana Eretica Speciale nel 2004, traduzione di 4 4 4 4 Chiara D’Ottavi, introduzione di Giuseppe Moretti.
5 Gary Snyder, Nel mondo poroso, sottotitolo: Saggi e inteviste su Luogo, Mente e Wilderness, a cura di Giuseppe Moretti, Mimesis Edizioni, collana Eterotopie, 2013; selezione di testi di Gary snyder di varie epoche fatta con il suo permesso, Introduzione di Giuseppe Moretti
6 Intervista del 1979 fatta a Snyder ad un suo vicino, Colin Kowal, apparsa in “Intercettare l’uomo naturale”, tratto da The real work, a New Direction Book, e presente in italiano ne “Il mondo poroso”
7 http://www.sentierobioregionale.org/letture.html

 

 

 

 

 

Comunicato Associazione Italia Tibet su un articolo de Il Corriere della Sera del 18 febbraio 2015 dal titolo “Norbu e gli altri orfani fantasma nella casa dei bimbi del Dalai Lama”

 

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logo italia tibet 2Comunicato

Il Corriere della Sera, in edizione online e cartacea, ha pubblicato il 18 febbraio un articolo a firma Davide Casati dal titolo “Norbu e gli altri orfani fantasma nella casa dei bimbi del Dalai Lama”. Si tratta di un articolo il cui contenuto, che prende spunto da una vicenda personale della Sig.ra Paola Pivi e del marito Karma Lama, è gravemente diffamatorio e lesivo dell’immagine dei Tibetan Children’s Villages, l’istituzione a cui decine di migliaia di tibetani in esilio, spesso provenienti dal Tibet, devono un’istruzione di eccellente livello pedagogico e culturale e una formazione esistenziale, sociale e civile che ha permesso a molti di loro di conseguire lauree e diplomi anche in scuole internazionali, nonché di inserirsi sia nel tessuto sociale della diaspora e in quello dei paesi dove i tibetani sono ospitati.
Nell’articolo vi sono ridicole e strumentali enfatizzazioni di azioni quotidiane come il pulire la propria stanza, lavarsi i vestiti o cucinare. Viene denunciato il fatto che i bambini sono costretti a lavarsi con acqua fredda e la “monotonia” del cibo. Non manca ovviamente la citazione di percosse e punizioni fino all’arresto per tentativo di stupro da parte di un impiegato. Si dipinge il TCV di Dharamsala come un “campo militare” nella peggiore accezione del termine. Accuse pesanti che devono essere provate e che peraltro sono smentite dai tanti tibetani che al TCV hanno vissuto e studiato. Infine, si racconta la dolorosa esperienza personale della signora Pivi per l’adozione “reale”, e non a distanza, di un bambino: fatto singolare perché lo spirito dei Tibetan Children’s Villages è proprio quello di consentire ai bambini di crescere nella propria cultura per farsene portatori e testimoni nel corso della loro vita.
L’Associazione Italia-Tibet assieme ad altre associazioni operanti in Italia, ha promosso migliaia di adozioni a distanza di questi bambini e tutti gli sponsor hanno sempre perfettamente compreso l’importanza di lasciare che questi bambini vivessero nella loro società, società che peraltro ha ed avrà bisogno delle loro competenze. E un concetto di cui l’autore dell’articolo sembra non essere a conoscenza o non avere affatto compreso.
Quest’articolo è un’accozzaglia di insinuazioni che si limitano a criminalizzare il rigore educativo e la mancanza di “comfort”, senza tenere conto del contesto ambientale, economico e sociale in cui sorgono i TCV e senza alcun riferimento e riconoscimento del lavoro che, a partire dall’inizio degli anni ’60 del secolo scorso, i Tibetan Children’s Villages hanno svolto per dare ai bambini una casa e un’adeguata istruzione. Inoltre, fanno apparire la signora Paola Pivi come una povera bistrattata dai capricci del negriero presidente del TCV, Sig. Tsewang Yeshe, persona a tutti noi nota come specchiata, cortese e integerrima.
Le tiepide difese dell’istituzione, anche da parte di una personalità come Tenzin Tsundue, che riconosce “che i bambini si devono lavare i vestiti e le stanze per diventare indipendenti” vengono liquidate come insignificanti e ridicole. Viene spontaneo chiedersi se tali regole non sarebbero utili anche alla formazione dei nostri viziatissimi ragazzi.
Assieme a centinaia di tibetani che vivono in Italia o qui sono transitati, sosteniamo che i Tibetan Children’s Villages, dai più definiti un vero Miracolo del mondo della Diaspora Tibetana, non possono essere infangati da un articolo calunnioso e di parte, infarcito di insinuazioni infondate.

Le testimonianze dirette e indirette di coloro che hanno studiato al TCV smentiscono nettamente Casati e la Pivi e ribadiscono l’orgoglio di avere avuto la fortuna di essere formati in tali scuole il cui slogan è, vale la pena di ricordarlo anche alla signora Pivi, “OTHERS BEFORE SELF”, un’occasione buona per tutti per riflettere sui nostri e i loro valori
Comunità Tibetana in Italia Associazione Italia-Tibet

Il Presidente Nyima Dondhup Il Presidente Claudio Cardelli
Comunità Tibetana in Italia
Tel 3481380815 [email protected]

Associazione Italia Tibet
www.italiatibet.org

tel-fax 02 70638382 [email protected]

ADERISCONO AL COMUNICATO

ISTITUTO LAMA TZONG KAPA POMAIA (Filippo Scianna)
ISTITUTO GHE PE LING MILANO (Giovanna Giorgetti)
UNIONE BUDDISTA ITALIANA ( Giorgio Raspa )
FPMT ( Fondazione per la Preservazione della Tradizione Mahayana )
PROGETTO L’EREDITA’ DEL TIBET ( Piero Verni)
COMITATO PADIGLIONE TIBET ( Ruggero Maggi )
AREF ( Marilia Bellaterra )
YESHE NORBU ONLUS Appello per il Tibet (Francesca Zanati)

Tom Wolfe, Electric kool-Aid Acid Test

copertina electric

Nel 2013 per gli Oscar Mondadori è stato di nuovo pubblicato in italiano L’Acid test al rinfresko elettriko di Tom Wolfe, con il titolo originale in inglese: Electric Kool-Aid Acid Test e una nuova traduzione di Stefano Mazzurana. La Feltrinelli l’aveva pubblicato nel lontano 1968 con la traduzione di Attilio Veraldi.
Ripubblicarlo è stata davvero una gran bella scelta, era ormai introvabile, personalmente lo trovavo solo in un paio di biblioteche di Bologna.
Nella nota dell’autore alla fine del libro Tom Wolfe scrive: “Ho cercato non solo di raccontare ciò che i Pranksters hanno fatto ma di ri-creare quell’atmosfera mentale o realtà soggettiva”. Questa precisazione è importante altrimenti chi legge il libro non ci crede che tutto quello che c’è scritto sia realmente accaduto. La bravura di Wolfe consiste proprio in questo: raccontare una storia vera, con persone, luoghi, dettagli reali, come se fosse tutto inventato.
Il romanzo rende conto del periodo di transizione tra l’epoca beat e quella hippy. Riguarda le “gesta” dello scrittore Ken Kesey, che dopo il successo del suo romanzo “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (1962) comprò una casa a La Honda, in California, e ci si installò con moglie, figli e un gruppo di amici. A tutto il gruppo diede il nome di Merry Pranksters.
Lo scopo di questa “comune” era quello di proseguire gli esperimenti con L’LSD a cui Kesey aveva partecipato nel 1959 come cavia presso il Veterans Hospital di Menlo Park.
L’LSD in quegli anni era legale, cioè lo si poteva produrre e consumare liberamente. Divenne illegale nel 1965, tanto che Kesey dopo aver organizzato varie feste a base di musica con I Grateful Dead e LSD ( chiamati appunto Acid Test ) decise che bisognava continuare a sperimentare ma senza più droghe. “E’ mia opinione, disse, che è tempo di passare da ciò che è stato a qualcos’altro. L’onda psichedelica si stava formando sei, otto mesi fa quando me ne andai in Messico. E’ cresciuta da allora , ma non si è mossa…non c’è stata creatività“.
Dopo un po’ di vita comunitaria a La Honda Kesey comprò uno scuolabus attrezzato per viverci e tutta la truppa cominciò a viaggiare per raggiungere New York dove Kesey doveva presentare il suo nuovo romanzo “ Sometimes a great notion”. Siamo nella primavera del 1964 e all’autobus viene dato il nome Further.
Gran parte di Electric Kool-Aid Acid Test è dedicato a questo viaggio a base di aranciata all’LSD. La guida viene affidata nientemeno che a Neal Cassady che nel frattempo ha raggiunto il gruppo. Il motto diventa: “Sull’autobus o giù dall’autobus”, che non è una frase così scema se la si interpreta in senso metaforico.
In luglio raggiungono New York. In un appartamento di amici diedero una festa a cui invitarono anche Jack Kerouac. “Fu come dirci ciao e addio. Kerouac era la vecchia stella, Kesey era la nuova cometa selvaggia dell’Ovest diretta Cristo sapeva dove”
Poi a Kesey venne in mente di organizzare gli Acid Test.  La parola d’ordine diventa quella scritta sui volantini che pubblicizzano gli Acid Test: Te la senti tu di superare l’Acid Test? Ma in cosa consisteva? Musica dei Grateful Dead, luci stroboscopiche, il film del viaggio sull’autobus e aranciata all’LSD.
L’ultima parte del romanzo è  dedicata alla fuga in Messico di Ken Kesey dopo che fu accusato di possesso di marijuana, e al suo successivo ritorno a San Francisco per farsi processare. Quello che lo salva durante il processo è il ripudio dell’LSD. E dopo soli cinque giorni di prigione è fuori.
Per rendere più credibile il “pentimento” Kesey partecipa ad una trasmissione televisiva dal titolo eloquente: Il pericolo dell’LSD.
“ Bene, dimmi Ken puoi darci un’idea di come sia un viaggio con l’Lsd?”
” Sì, ti manda fuori di testa”
Tucker lo fissa…
“Bene…adesso, tu stai per…dire a tutti di non prenderlo più, è esatto?”
“Sto per dir loro di  di passare alla fase successiva”
.
Poco dopo Kesey tornò nell’Oregon con moglie e figli e si sistemò in un capanno nella proprietà di suo fratello Chuck. Qui ricominciò a scrivere romanzi.
A chi può interessare questo romanzo? Agli appassionati della letteratura americana tra il ’60 e il ’70, naturalmente. Chi non lo è ci può trovare una storia avventurosa che è impossibile collocare in un posto diverso dagli Stati Uniti. E ci può trovare lo spaccato di quello che si inventò una minoranza di sovvertitori del convenzionale modo di vivere americano. E ci trova anche una storia più unica che rara, in cui un autobus tutto dipinto di colori fosforescenti, abitato da donne, uomini e bambini anche loro tutti fosforescenti, passa indisturbato per città e paesi inondando la popolazione con musica a tutto volume e provocazioni anti – bempensanti. Una storia strana, tutto sommato. Ma molto interessante se si pensa che non è pura invenzione.

 

Peter Coyote, Sleeping where I fall

copertina

Dell’epoca post–beat americana si sa ben poco in Italia. Coincide in parte con quella psichedelica di Ken Kesey e Timothy Leary, e ha avuto il suo centro nel quartiere di Haight Ashbury di San Francisco per una durata molto limitata, dall’autunno del 1966 al 1968.
Per semplificare la possiamo chiamare l’epoca hippy. Riguardò una minoranza significativa di giovani americani e si caratterizzò per l’attività di vari gruppi, riviste, giornali. Il gruppo più importante fu quello dei Diggers.
Questo gruppo fu attivo in vari campi, in quello artistico, teatrale e letterario prima di tutto; ma ben presto cominciò a occuparsi di problematiche sociali, secondo una prospettiva pragmatica e non ideologica. Cominciarono a offrire gratuitamente pasti a chiunque ne avesse bisogno, aprirono un negozio per la distribuzione gratuita di vestiti e una clinica in cui chiunque poteva essere curato gratuitamente.
Mi sono interessata ai Diggers di Haight Ashbury perché ho raccolto materiale per un romanzo che ho scritto , su una poetessa che ne ha fatto attivamente parte, Lenore Kandel. Nel 1966 divenne abbastanza famosa per un piccolo libro di poesie che fece scandalo tra i benpensanti di allora: “The love book”. Lenore tratta con linguaggio esplicito ma mai volgare (potere della poesia… ) dell’atto sessuale tra uomo e donna come qualcosa di sacro e fisico allo stesso tempo. Personalmente la reputo una grande poetessa. È morta nel 2009 a 77 anni. Gli ultimi quaranta li ha quasi sempre passati nel suo piccolo appartamento di San Francisco, per le conseguenze fisiche di un incidente di moto che le capitò nel 1970. La moto era una Harley Davidson e a guidarla era il suo bellissimo e carismatico compagno, Bill Fritsch “Sweet William”, che dai Diggers era, insieme a Lenore, confluito negli Hell’s Angels.
Di tutto questo e di molto altro parla un libro autobiografico scritto da Peter Coyote, un attore diventato negli anni famoso (ad esempio è uno dei protagonisti del film di Spielberg, “E.T.”) dal titolo “Sleeping where I fall”, pubblicato dalla COUNTERPOINT di Berkeley.

È un libro molto utile per capire innanzitutto il modo distorto e fuorviante in cui i media hanno trattato in Italia il mondo hippy. Solo fiori, amore, sesso e droga. Tutto questo c’era, ma c’era anche molto altro. Il libro di Peter Coyote ne parla diffusamente. Ed è interessante anche per sapere che fine hanno fatto tutti quei ragazzi e ragazze nel corso degli anni. Molti, ad esempio, hanno contribuito alla creazione della rete ecologista del bioregionalismo ( http://www.planetdrum.org/ ) molto attiva anche in Europa e in Italia (dove viene pubblicata la rivista “Lato Selvatico”).
Il libro è diviso in capitoli, ognuno dei quali dedicato a un periodo della vita di Peter, dal 1964 agli anni Novanta. Tutto quello che gli è capitato in questo lungo lasso di tempo sembra essere avvenuto per caso, gli incontri soprattutto. Un amico gliene presenta un altro ed eccolo nel 1965 all’interno del gruppo teatrale del Mime Troupe di San Francisco, dove rimarrà fino a quando quest’ultimo confluirà nei Diggers. Buona parte del libro è dedicato a questo gruppo. “Confederation of friends”, li chiama Peter, giovani anarchici che teorizzano il fatto che il potere del capitalismo è dovuto alla sua flessibilità e alla sua capacità di cooptare ogni cosa. “Everything but doing things for free” (pagina 35).
I Diggers avevano capito che lo stile era cooptabile, dice Peter, ma quello che non era cooptabile era fare le cose gratuitamente, senza chiedere soldi. Bisognava fare in modo che le persone non fosse più il pubblico (“audience”) ma dei veri partecipanti. I Diggers chiamavano questo modo di procedere Life acting. In questo senso, dice Peter, I Diggers erano convinti che le analisi ideologiche fossero spesso un modo per ritardare “the action” necessaria a manifestare un’alternativa. Questo concetto sta alla base del Digger free food, la distribuzione gratuita di cibo che avveniva ogni pomeriggio. “If you wanted to live in a world with free food, then create it” (pag. 71).

Un capitolo viene dedicato all’Human Be-In a San Francisco nel 1967, il grande raduno hippy a cui parteciparono come oratori Allen Ginsberg, Gary Snyder, Timothy Leary e come unica donna la poetessa Lenore Kandel. Peter Coyote dice che il 14 Gennaio del 1967 si radunarono 50.000 persone al Golden Gate Park di San Francisco a drogarsi, danzare, dipingersi la faccia, fare l’amore, accendere barbecue, vendere merce, suonare flauto e tamburi.
Alcuni capitoli sono dedicati alle case e alle comuni in cui Peter Coyote ha vissuto e ai suoi numerosi amori, e alle droghe di cui in quel periodo lui, come molti, fece un uso esagerato. Un certo spazio nel libro viene dedicato al clima di violenza e sopraffazione legato agli Hell’s Angels. Spesso partecipavano come servizio d’ordine nei concerti musicali dell’epoca, come quello dei Rolling Stones durante il quale un ragazzo del pubblico perse la vita proprio per mano di un Hell’s Angels. Una delle parti del libro più interessanti è quella dedicata ad alcune figure carismatiche di quell’epoca che Peter ha particolarmente amato o ammirato. Il dodicesimo capitolo, ad esempio, è intitolato “The Sweet William’s story”, ed è la storia del compagno della poetessa Lenore Kandel, e delle sue avventure con gli Hells’ Angels. Per farci capire che tipo fosse Sweet William Peter racconta del suo incontro con Lenore presso una cooperativa di scrittori dove si era recato con un amico. Appena vide Lenore se ne innamorò immediatamente, andò a casa, prese i suoi vestiti, disse good-bye a sua moglie e ai suoi figli e li lasciò. Ma quando Peter incontrò Sweet William negli anni Novanta per intervistarlo era conciato molto male, paralizzato nella metà del corpo per una pallottola ricevuta in una rissa, povero e solo, a vivere in una fetida stanza di una pensione. Era come un lupo, dice Peter, che ha perso una zampa per fuggire da una trappola e l’unica cosa che sa è quanto gli manca quella zampa.
Con il 1968 tutto cambia, I Diggers si sciolgono, ad Haight Ashbury prendono il sopravvento commercianti e spacciatori, l’epoca hippy è finita e comincia il turismo hippy. Una parte dei Diggers confluisce negli Hell’s Angels, altri come Peter creano delle comuni agricole in posti remoti, altri ancora creano movimento ecologisti. L’aggettivo che mi viene spontaneo per definire questa autobiografia è “onesta”. Per noi europei colma una lacuna: aiuta a capire, come dicevo all’inizio, un periodo che conosciamo solo per stereotipi e approssimazioni. La scrittura è semplice, perfino elementare, nel senso che Peter racconta quel che si ricorda di aver vissuto, quello che ha raccolto durante le interviste con alcuni protagonisti, senza mai un briciolo di enfasi o di retorica, né tanto meno di nostalgia.
Quello che nel libro mi sarebbe piaciuto leggere, dopo il capitolo dedicato a Sweet William, ma che purtroppo manca, sarebbe stato un altro capitolo dedicato a Lenore Kandel. Mi sarebbe sembrato logico visto il rapporto profondo che c’era stato tra i due e visto che per entrambi l’incidente di moto che li coinvolse fu l’inizio di una precoce decadenza fisica. Parlando della loro decisione di entrare a far parte degli Hell’s Angels Peter dice: “Bill entrò nel reame dell’inferno e Lenore lo seguì volentieri”.

Prima che venissi a mancare ( nel Dicembre 2014 ) ho avuto la fortuna di ospitare nella casa di campagna vicino a Bologna, dove vivo, James Koller, per un reading poetico. Vedere e ascoltare le parole di James, che ha conosciuto tutti i protagonisti di quegli anni da Allen Ginsberg a Lenore Kandel, è stato, e lo dico senza retorica, come essere di fronte al monumento vivente di un’epoca intera.
Peter Coyote (New York, 1941) scrittore e attore americano.
Peter Coyote, “Sleeping where I fall. A Chronicle” COUNTERPOINT, Berkeley, 2009.
Prima edizione: 1999
sito ufficiale di Peter Coyote: http://www.petercoyote.com/index.html
sito dei Diggers: http://www.diggers.org/

 

Un mio corso di scrittura creativa: Meditazione e scrittura: l’improvvisazione di scrittura creativa come forma di meditazione del cuore

Meditazione del cuore e scrittura, come attenzione a cio’ che sentiamo, percepiamo nel Qui e Ora. Durante il laboratorio scriveremo brevi testi secondo il metodo della Prosa Spontanea sperimentata e adottata per la prima volta dagli esponenti della Beat Generation americana negli anni ‘50. La pratica della meditazione buddista e la mia attivita’ di scrittrice mi hanno fatto capire come le due esperienze possano unirsi. Nell’improvvisazione di scrittura l’espressione letteraria diventa il linguaggio spontaneo dello spirito umano. Ci faremo dunque guidare dalla nostra mente, quella del cuore, sede naturale dei nostri sentimenti. Spirito, Mente, Cuore hanno un significato ben preciso nella tradizione occidentale, ma li utilizzeremo liberamente al di la’ della loro terminologia definita come cio’ che pulsa e vive dentro di noi durante l’atto fisico dello scrivere. All’inizio di ogni incontro praticheremo 5/10 minuti di meditazione buddista per fare spazio dentro di noi rispetto a pensieri, progetti, impegni, e liberare cosi’ la nostra espressione creativa. Si realizzeranno esercizi di prosa spontanea sui più vari temi e titoli proposti: brani musicali, oggetti, foglie e fiori, poesie. Dopo ogni improvvisazione, chi vuole leggera’ agli altri partecipanti il proprio testo.

loro Primo Levi

 

 

 

inizio: 02/03/2015
Lunedì 15.00 – 17.00
incontri: 10
luogo: Quartiere Porto – Sala Consiliare
indirizzo: Via dello Scalo, 21 Bologna
preiscrizione on line: http://www.universitaprimolevi.it/WWW/infoCorsi.asp?id=3756
informazioni: 051249868
http://www.universitaprimolevi.it/WWW/index.asp
[email protected]

via Azzogardino 20/B
40122
Bologna

 

 

Ho cominciato a Leggere”Percival Everett di Virgil Russel” di Percival Everett (2)

continua…E poi ogni tanto salta fuori lui, lo scrittore. Proprio lui. Che si prende un pò di spazio personale nel libro. E dice che non fa altro che guarare e guardare animali, persone, anche quelle morte. Poi riprende le sue storie nessuna attaccata direttamente all’altra. E’ una specie di lista di storie. Sai come succede oggi nelle news, storie, una dietro l’altra senza connessioni tra loro se non che questo è il mondo. Ecco la chiave, forse, di questo romanzo, rappresentare semplicemenete un pò di mondo, un pò di storie che semplicemente accadono. Un filo logico però nel romanzo c’è. E’ questo raccontarsi tra padre e figlio. C’è il padre che racconta storie al figlio perché lui le completi, le scriva, perché il padre è troppo vecchio per farlo. continua…

Ho cominciato a Leggere”Percival Everett di Virgil Russel” di Percival Everett

Ho da poco cominciato a leggere il romanzo “Percival Everett di Virgil Russel” di Percival Everett; è uno strano romanzo e stavo per metterlo via perché mi sembrava troppo “difficile”; più di Jack Keroauc ad esempio, che certi non capiscono e detestano; io lo capisco e lo adoro. Finisce che succede anche con questo “Percival Everett di Virgil Russel”; sì perché dopo aver pensato è troppo sconclusionato per me, l’ho ripreso in mano e ora lo sto leggendo pagina dopo pagina; quello che mi sta catturando è la scrittura, a me succede così con i romanzi, ma anche con i poesti e i saggisti, mi cattura la scrittura o non mi cattura; questo “Percival Everett di Virgil Russel” mi sta catturando per la meravigliosa scrittura, sai quando leggi e ti sembra di guardare un film; i capitoli per ora non hanno nulla a che vedere gli uni con gli altri, ma intuisco che un senso fra un pò lo trovo sia che ci sia perché ce lo ha messo lo scrittore, sia se non c’è per mano sua ma mia.continua…

Da poco ho capito una cosa

Da poco ho capito una frase che mi ha detto qalcuno, già ormai da un pò di tempo. Una frase che mi sono sempre ripetuta chiedendomi cosa volesse davvero dire. E’ una domanda importante questa: cosa vuole davvero dire qualcuno quando ti parla o ti scrive. Questa frase la capivo intellettualmente e quindi la criticavo, ma non con il cuore; ora che l’ho capita con il cuore non ho più niente da criticare. Strano, vero? Sì, è molto strano come intelletto e cuore capiscano e dicano cose così diverse. E’ una frase quella su una cosa che sto scrivendo, che un pò scrivo, ma dovrei di più, impegnarmi di più. La frase che questa persona mi ha detto è più o meno questa: “non puntare sul fallimento, punta sul provarci”.” Non basare la creazione del tuo personaggio sul suo fallimento, ma sul fatto che c’ha provato”. E’ la compassione. E’ un punto di vista completamente diverso con cui affrontare un personaggio: il suo aver fallito o il suo averci provato? Eppure lo sapevo cos’è la compassione. Eppure. Eppure. All’improvviso ho capito quella differenza. C’è un capire che avviene all’improvviso, parlando, pensando ad altro; io stavo rileggendo un mio testo sull’hospice e allora, e allora sul mio personaggio che tenta e fallisce, all’improvviso, ho capito, sì, sì.

Le reti e le comunità

“TROVO CHE PER IL MIO LAVORO E PER LA MIA CRESCITA SPIRITUALE, IL TIPO DI VITA CHE SI SVOLGE NELLA COMUNITA’ SIA PIU’ PREZIOSA DI QUELLA DELLA RETE. PERCHE’ LA RETE TI INCORAGGIA A PENSARE CHE SEI IMPORTANTE, MENTRE LA COMUNITA’ NO”. MI FANNO IMPRESSIONE QUESTE PAROLE PROFETICHE PERCHE’ LE HA SCRITTE GARY SNYDER NEL 1979 IN UNA INTERVISTA, NON OGGI