La redazione

Inseguivo un amore, per questo ero andata a Roma. Era un inseguimento disperato. Lo sapevo. Ma l’inseguivo lo stesso. Per la testardaggine di me allora. Non ascoltavo mai il cuore ma solo il mio orgoglio ferito. Non volevo che tutto finisse così. Avrei fatto qualunque cosa perché la storia tra noi continuasse. Quindi chiesi un’aspettativa dal lavoro e andai a Roma. A lavorare presso quel giornale rivoluzionario. Domandai di andarci e mi presero.
La redazione era un luogo lugubre e inospitale. Buio, triste. Si lavorava lì. C’erano i capi, principi inavvicinabili, non osavo rivolgere loro la parola. Si andava in un bar vicino nella pausa pranzo, che ancora non si chiamava così. Loro in gruppo a parlare di grandi cose, io in un angolo a mangiare schifosi panini con la maionese che oggi non sfiorerei neanche con un dito. Si andava lì verso l’una. E loro, i panini, erano lì dalle sette del mattino, magari. Erano tempi oscuri e strani. Nessuna confidenza, nessuna intimità. Questo nelle grandi città. Nelle piccole, come quella da dove venivo io, era diverso. Il parlare, il raccontarsi, il confidarsi, facevano parte del luogo stesso dove la gente si radunava, cioè la piazza. Ma qualcosa stava cambiando anche lì, nelle città di provincia. Ovunque si stava realizzando la fine del sogno, dell’utopia. Avrebbe fatto macerie di se stessa. Stavano per arrivare i micidiali anni ’80.
Ma qualche anno prima io ero lì nella grande metropoli con l’unico scopo di recuperare, salvare un amore. Per farlo lavoravo in quella redazione. C’era sempre gente scura in volto. Si sbaglia a pensare agli anni ’70 come un tempo dell’allegria e dei grandi sorrisi. Si era molto seri, pesanti, aspettavamo una catastrofe e la chiamavamo utopia.

La prima notte di quiete di Valerio Zurlini

Prima di tutto il cappotto di cammello ( che era del regista ) che Delon porta in un modo tanto anni ’70, tanto gioventù che piano piano disperatamente si sgualcisce. E poi il mare d’inverno, naturalmente. E sempre a prendersi tutta la scena lui, Delon, fascino degli occhi, bocca, mani, busto che si inarca mentre fa l’amore come un affamato che finalmente mangia. Ma poi è tutto il film in ogni suo singolo fotogramma ad essere puro fascino e nostalgia di quel puro fascino che si poteva esprimere solo quando il film è stato girato (1972). L’ho comprato il DVD di questo film anni fa e me lo riguardo a distanza di tempo, neanche tanto tempo, mi coinvolge, parla di me che mi identifico in  Daniele, il personaggio interpretato da Delon, ma anche in Vannina interpretata da Sonia Petrova, nel suo spasmodico bisogno d’amore. Entrambi ne soffrono e se ne disperano. E quando si incontrano si riconoscono perché prima avevano già tutto cercato, provato e definitivamente perduto. Si credevano falliti, persi, ancora vivi ma solo così per caso e senza più voglia di niente. Vannina, giovanissima incontra Daniele a scuola, è una sua allieva; lui ha  trentasette anni e quasi mai per tutto il film si toglie lo stesso cappotto di cammello, lo stesso maglione a collo alto, gli stessi pantaloni, le stesse scarpe che mi sembrano quegli scarponcini scamosciati che si usavano allora sia d’inverno che d’estate.  Lei solo storie di sesso alle spalle, è l’amante di Gerardo, il ricco del posto, lui è un insegnante supplente nel liceo cittadino; a casa ha una compagna, Monica,  la bellissima Lea Massari, nel ruolo ingrato della donna tradita, che però si fa tradire ma non lasciare. Daniele diventa amico della combriccola di giocatori di poker e festaioli del posto di cui fanno parte anche Vannina e Gerardo. Fantastica, struggente e distruggente la scena in cui in una discoteca sulle note di “Domani è un altro giorni si vedrà” cantata da Ornella Vanoni, il professore assiste al lento di Vannina e Gerardo, con lei che gli si struscia, gli si aggrappa guardando Daniele per quasi tutto il tempo. Ma poi i due si mettono insieme e progettano la fuga. Ma il  finale non poteva essere un happy end, avrebbe fatto crollare miseramente a terra l’impianto emotivo del film. Di culto. Passa ogni tanto anche in Tv.

 

 

Larry Sloman, On the road with Bob Dylan -Storia del Rolling Thunder Revue (1975)

cover

Questo libro sembra su Bob Dylan e il suo Rolling Thunder Revue del 1975, ma in realtà è un’autobiografia della partecipazione del  suo autore, Larry Sloman al tour stesso; è la sua visione di quel tour di sei settimane dall’ottobre al dicembre del ’75, e del suo strambo modo di avervi partecipato. Sì perché per tutto quel tour lui non fa che prendere pesci in faccia da varie persone dello staff di Dylan che gli impediscono continuamente di avvicinarlo, di soggiornare nel suo stesso albergo, di parlare con i suoi musicisti, e questo dopo che per settimane Larry a New York aveva frequentato Dylan nei locali, alle feste, nello studio di registrazione dove lavorava. Ora si ritrova ad essere cacciato dovunque si presenti, e lui sopporta stoicamente, ingoia tutti i rospi, perché ha uno scopo, scrivere articoli per la rivista Rolling Stones e soprattutto un libro su quel tour.
Infatti quella che apparecchia Sloman è la commedia umana di tutto quel mondo composto da una settantina di persone che sta intorno a Dylan per far sì che il tour funzioni alla perfezione. Dylan in realtà compare poco, a parte i concerti, allora come oggi lui si defila, non si fa afferrare, non risponde alle domande. In compenso è l’oggetto dei desideri, dei discorsi, delle discussioni di tutti gli altri. C’è una gerarchia di ruoli e persone molto rigida e organizzata, se sei Joan Baez e Joni Mitchell puoi fare quello che ti pare, altrimenti devi stare agli ordini. Ratso, come viene ben presto soprannominato Sloman, è all’ultimo gradino della gerarchia insieme ad esempio alla groupie Lisa e alla cantante attrice Ronee Blakley, che nonostante abbia partecipato al film di Altman Nashiville, non è granché considerata dalle altre star durante il tour di Dylan.
Sloman ha registrato ogni conversazione avuta e sentita per strada, sui set del film che si gira sul tour, alle cene e colazioni del mattino dei musicisti in cui è riuscito a intrufolarsi; nel libro vengono spesso riportate parola per parola. Conversazioni su cosa? Niente di trascendentale in realtà, su come ha suonato e cantato Dylan nel concerto della sera prima o in quello che sta avvenendo in quel momento, sul cibo, sulla rivista Rolling Stones o sul film che si sta girando.
Ma lo stile del libro non è da resoconto, da articolo per una rivista, lo stile è narrativo, lo stile è da romanzo. E’ il romanzo della partecipazione di Sloman al  tour di Dylan del ’75, ma, come ho detto, Dylan  compare quasi sempre di sfuggita, esce da una stanza e scompare, si fa vedere in un corridoio e sparisce. Ma poi la sera sale sul palco ed è sempre un trionfo, non solo per il pubblico, ma anche per chi, come Ratso lo spettacolo lo vede ogni sera; si esalta tutte le volte, applaude freneticamente e canta le canzoni insieme al pubblico, perché a quanto pare Dylan dà tutto se stesso ogni sera, ogni sera è migliore di quella precedente. Ci sono pagine dedicate a varie persone, ad esempio a Kerouac quando il tour passa da Lowell o a Leonard Cohen, a Sara, moglie di Dylan e a sua madre Beatty, e a Ruby Carter, incarcerato per un delitto che non ha commesso per la liberazione del quale viene fatto un concerto nella prigione dove è rinchiuso. Tutti in questa rappresentazione che fu il Thunder Revue hanno un copione non scritto che recitano alla perfezione. Solo Ratso non lo ha perché essendo un “fuori casta” gode della libertà di essere se stesso. Lui non deve recitare un ruolo, disprezzato com’è da tutti  non ha una carriera da salvaguardare, non è uno sul ring del successo. Lui è quello che guarda l’altrui successo. Nell’essere ostili o sarcastici o sprezzanti nei suoi confronti gli altri appaiono costretti a recitare la loro quotidiana parte, divertendosi il più delle volte, ma vivendo una vita separata e protetta dal mondo reale che li usa e li adora.
Ci sono foto di gruppo su questo tour in cui tutti quelli che vi parteciparono sembrano degli hippies della summer of love di San Francisco. Per l’abbigliamento, la postura, il modo di sorridere. In realtà nel ’75 il vero mondo hippy era finito da un pezzo ed era cominciato il tempo (non ancora finito in fondo) del fare affari con lo stile  hippy. Con questo voglio dire che anche se il Rolling Thunder Revue poteva sembrare a prima vista una grande comune che viaggiava in America a “fare musica”, in realtà a leggere questo libro sembra essere stato un tour ben organizzato di varie star musicali. Al suo interno ci sono le persone importanti, quelli che fanno la guardia alle persone importanti e poi quelli che non sono per niente importanti. Come Ratso appunto. A me lui è molto simpatico, salta e prilla più o meno strafatto dalla mattina alla sera, fa mille telefonate al minuto, rompe le scatole a tutti, mendica interviste, ma sa di essere uno che deve stare al suo posto; come si dice più volte nel libro “lui non è uno di noi”. C’è il noi e il non noi. I “noi” fanno “la cosa Joan Baez”, “la cosa Joni Mitchell”, “la cosa Bob Dylan”. Quest’ultimo sembra sottrarsi più di tutti alla recita dell’essere Dylan. Dovunque si trovi scappa. Se lo cerchi dove ti hanno detto che è, non c’è più. Un po’ come oggi per il Nobel, probabilmente la fortuna di Dylan è fare “la cosa Dylan” solo sul palco.

Qui un resoconto dettagliato di Larry Sloman sul Rolling Thunder Revue n italiano:
http://www.maggiesfarm.it/bs5booklet.htm

Sul bellissimo libro di Caterina Saviane, Ore perse- Vivere a sedici anni

Ha sedici anni quando scrive questo magnifico libro, diario-romanzo,  pubblicato nel 1978 dalla Feltrinelli. Ha sedici anni. Eppure ogni pagina trasuda di nostalgia, come se quello che vi si racconta fosse avvenuto decenni prima, come se a scriverlo fosse qualcuno che da vecchio parli della sua gioventù. Sedici anni. Eppure è come se chi scrive avesse già tutto vissuto, tutto visto  e tutto creduto, ed ora disilluso e avvilito rivive quei sedici anni con l’amarezza di chi non crede più a niente. Tanto da farle dire ad un certo punto: “Mi sembra di essere una diva del muto”. Sedici anni.
Non è un libro sull’avere sedici anni, è una riflessione adulta, matura, sulla vita in generale, i rapporti-non rapporti tra le persone, la natura, i cani, le vacanze, i viaggi, la solitudine, gli amici. La scrittura mi ha impressionato, sorvegliata, ponderata, profonda nella ricerca di una aderenza perfetta a quel che si vuol dire, prima di tutto a se stessi.
Sedici anni. Io i miei non me li ricordo, nel senso che allora non ero niente.

Alcune pagine del mio romanzo: Urlando delizia sull’intero universo, dedicato alla vita e alla poesia di Lenore Kandel; in queste pagine Lenore è protagonista degli avvenimenti più importanti della summer of love di San Francisco

 L’human be -in di Lenore
15 Gennaio 1967

In Dicembre quelle specie di riunioni – cene a casa di Lenore tra lei, Bill, Allen e Irving ben presto furono allargate ad altre persone; in ballo non c’era solo il sequestro del libro di Lenore, le cose ad Haight-Ashbury stavano crescendo, ormai c’erano decine di gruppi di poeti, musicisti, pittori, grafici. Le comuni dove la gente semplicemente viveva anche senza dedicarsi a nulla di speciale crescevano anche loro a vista d’occhio. Per l’estate si aspettavano migliaia di altri ragazzi provenienti da tutta l’America.
Da tempo in alcune riviste underground uscivano articoli in cui si scriveva che fosse venuto il momento che tutte le comuni, i gruppi teatrali, insomma tutte le tribù Haight-Ashbury dovessero fare un grande raduno per contarsi, sentirsi forti e felici e dimostrare agli ipocriti benpensanti che un altro mondo è possibile, perché loro erano già un altro mondo. Si era anche stabilita la data, il 15 Gennaio e tutta l’organizzazione pratica si stava mettendo in moto.
Ai primi di Gennaio una decina di persone tra quelle più vicine a Lenore si ritrovò a casa sua e di Bill per parlare di cosa fare da lì in poi, e se partecipare e in che modo al grande raduno delle tribù di Haight-Ashbury.
Abbiamo un gran bisogno di ritrovarci tutti quanti insieme, di unirci in un grande abbraccio amoroso, un abbraccio di migliaia di corpi e menti, sarà meraviglioso”, disse Lenore. Siamo tanti, ormai”, disse Allen, che oltre essere stato incriminato per aver venduto le poesie di Lenore, era uno dei tipi più rappresentativi ed attivi di Haight-Ashbury; “abbiamo teatri, centri culturali, gruppi musicali, dobbiamo fare vedere la nostra forza”.

In modo dolce, disse Lenore”.

In modo dolce ma deciso”, replicò Allen.

Io propongo in modo solo dolce”, disse Lenore.

Ma perché c’è bisogno di un raduno così grande?”, chiese una ragazza di nome Lisa.

Per il solo piacere di farlo e perché è necessario”, disse Allen. “In giro se ne parla già da almeno due mesi, più o meno da quando a te Lenore è capitato quel guaio del sequestro del tuo magnifico libro”, aggiunse.”Sarà un grande POW-WOW”, disse. “Sul modello di quelli degli indiani, noi siamo i nuovi indiani bianchi. Sarà un raduno per celebrare la nostra ritrovata spiritualità e la nostra ritrovata sessualità e la nostra ritrovata creatività americana. Il nostro destino è iniziare un nuovo modi di riabitare la terra per costruire un nuovo organismo vivente armonico. Noi siamo un processo vivente in atto e accelerazione. Dobbiamo riunire tutte le nostre tribù per dare testimonianza che è iniziata una nuova era, quella psichedelica, quella dell’andare a Delo con la nostra anima, con la nostra psiche. Dobbiamo riunirci per dare forza e volontà a noi stessi. Andremo a questo Human be-in con le nostre bandiere, le collane, i fiori, i flauti e i nostri oggetti sciamanici. E porteremo i nostri guru e i nostri poeti. Tu, Lenore sarai il nostro poeta – scaimano e ci benedirai tutti”, disse Allen.Non delirare troppo Allen”, disse Bill. “Ti senti il poeta-sciamano, tu Lenore?”, le chiese guardandola intensamente. “No, non sono il poeta-sciamano, caso mai sono il poeta un po’ perseguitato”. “No, no”, insistette Allen, “in te c’è dello sciamano, dai retta a me, basta guardarti, hai una certa aria, sei carismatica, questo penso tu lo sappia. E sul palco che ci sarà al nostro raduno sarai magnifica, ripeto ci benedirai tutti”. “Ma va smettila, Allen”, disse Lenore, “lasciamo perdere. Se la metti così non mi sembra una grande idea venire a leggere qualcosa di mio a questo raduno. Per me la poesia è una cosa seria, lo sai”. “Non sarai l’unica”, insistette Allen, “ci saranno altri poeti che sono anche i nostri guru, ci sarà Timoty, ci saranno Gary e Allen, naturalmente. E tu , Lenore, sarai la la sacerdotessa di questa giornata. Ci sarà anche il maestro Roshi, che tutti noi conosciamo. Lenore, per come ti conosco e dalle poesie che scrivi, non penso che tu sia da meno di un maestro zen”. “Non dovresti bere tanto, Allen”, disse Lenore, “io non sono né sciamana né sacerdotessa, e al nostro raduno leggerò solo un paio di poesie, tutto qui; lascio lo show a chi ha voglia di farlo”.
L’Human be- in cominciò verso l’una del pomeriggio. Lenore e Bill passarono la mattinata a letto, a fare l’amore e a chiacchierare. Erano nudi sotto una coperta indiana a grandi losanghe colorate. Come sempre avevano dormito abbracciati e così rimanevano anche ora chiacchierando e dandosi piccoli baci affettuosi.
Auguri , piccola, oggi sei un po’ più vecchia e un po’ più bella”, disse Bill a Lenore guardandola con occhi sorridenti appena li ebbe aperti.
35 anni sono un’età da vecchia signora”, mormorò lei.
Più vecchia che signora”, disse Bill ridendo.
Ehi, uomo, come ti permetti! E tu allora che li hai già compiuti?”
Siamo tutti e due un po’ vecchi in effetti per certe bambinate”.
A quali bambinate ti riferisci?” Disse lei
Ai raduni nei prati”.
Voglio che oggi sia il più bel giorno della mia vita, della nostra e di tutto il nostro popolo. E’ stato carino scegliere il giorno del mio compleanno. E’ stato gentile Allen a proporre proprio il 15 Gennaio per il raduno”.
Era il minimo che potessero fare”, disse Bill
Perché?”, chiese Lenore
Perché sei la mia donna”.
E con ciò?”
E con ciò? La mia donna è la mia regina e a lei si devono onori e privilegi”.
Non voglio onori e privilegi”, disse Lenore
Eppure ne hai parecchi”, disse Bill.
Fammi un esempio”, disse Lenore, già sorridendo della risposta
Hai me, baby. Ecco il tuo più grande privilegio”.
Che tutte mi invidiano, vuoi dire?”
Oh sì”
Ah, è così che la metti, furbacchione. Però è vero, è un grande privilegio poterti amare”, aggiunse.
E per me è un onore”, disse Bill, e la strinse ancora più forte.
Ehi Bill mi soffochi”, protestò lei ridendo.
Ah sì, ti soffoco? E se ti soffoco e ti do anche un sacco di baci?”.
Ne morirò”, mormorò Lenore, “Oh, sì ne morirò contenta…Adesso mi alzo e ci scrivo subito una poesia”.
Su cosa?”, chiese lui guardandola mentre si fiondava fuori dal letto
Su questo mio stato d’animo”.
Quale”,, chiese Bill.
Quello di amarti sempre, sempre di più”.
Niente poesie oggi”, disse Bill e la prese per la vita e la riportò sotto la coperta.
E fecero l’amore di nuovo e di nuovo. E lui le sussurrò: dopo niente poesia, per favore, oggi facciamo solo l’amore.
Anche Bill aveva cominciato a scrivere poesie dopo aver incontrato Lenore. Ma le sue poesie erano in pochi a poterle leggere, non amava esibirsi, anche se qualche volta capitava anche a lui di farlo; accompagnava sempre Lenore ai suoi readings nelle università e nei vari locali di San Francisco, e lei in quelle occasioni lo incoraggiava a leggere qualcosa di suo. “Sei un magnifico poeta”, gli diceva, dopo che Bill aveva letto al pubblico presente una sua poesia, “non ti rendi neanche conto di quanto talento possiedi, ma ne possiedi tanto, te lo assicuro”. C’è più poesia nella mia moto che in questo foglio di carta pieno di parole che ho tra le mani”, replicava lui.
Quella mattina del 15 Gennaio mentre facevano colazione si misero a parlare di questo. “E’ un vero peccato che non ci sia spazio anche per te oggi pomeriggio”,disse Lenore, “è bello quando sia io che tu leggiamo le nostre poesie uno dietro l’altra davanti a un pubblico. Noi siamo una cosa sola”. “Scrivo poesie”, disse, Bill, “me lo hai insegnato tu, ma non sono un tipo da poesie. Questa è una contraddizione, probabilmente”. “No, non lo è”, disse Lenore. “Non è una contraddizione”, ripeté, “è semplicemente il nostro fa quel che ti piace, ovvero assumiti la responsabilità di farlo. Ed è proprio questo il bello, contraddirsi, non cercare l’ottusa coerenza dei benpensanti, degli ipocriti, dei falsi. Essere e basta”. “Per favore non riempirmi la testa di troppa filosofia”, disse Bill, oggi sarò solo il tuo accompagnatore e la tua personale guardia del corpo. Di questo tuo corpo meraviglioso. Che io adoro”. E la baciò di nuovo.
Lenore quel mattino non scrisse dei versi sull’amore fatto con Bill, gli obbedì, ma dentro di sé rimase un calore, dentro di sé trattenne un calore, il calore immenso che quell’uomo le trasmetteva; siccome quel giorno lui non voleva parlare di filosofia, ed aveva ragione, quello era un giorno di festa e non di pensiero, non gli disse una cosa che le venne in mente mentre dormicchiavano ancora, e cioè che se tra loro c’era un guru, quello era lui, l’uomo selvaggio, il vero uomo, portatore di una nuova- antica tradizione di cui Lenore era una strenua sostenitrice e praticante. Lui le aveva insegnato qualcosa sulla vita che aveva reso possibile la sua poesia, come dirà più tardi in una intervista rilasciata durante il processo a The love book. Lui non aveva contribuito a scrivere le quattro poesie che lo contenevano, aveva contribuito a viverle. E senza quel “contributo” non ci sarebbero stata neanche l’ispirazione che le aveva prodotte. Perché il loro rapporto era basato sulla diversità, e non poteva essere altrimenti, loro erano profondamente diversi. Così diversi ma con una similarità spirituale e mentale difficile da spiegare se non a chi l’ha provata, almeno una volta nella vita. Una diversità e nello stesso tempo un’affinità così assoluta, da rendere granitico e nello stesso tempo fragile il loro rapporto, facile a durare e nello stesso tempo facile a finire, come più tardi infatti avverrà. Loro davano importanza solo a questa loro affinità di mente e cuore, il resto lo consideravano un contorno, anche la loro bellezza, indiscutibile a detta di tutti quelli che li hanno conosciuti, era un contorno, era la ciliegina, ma la torta, la torta di crema cioccolata e panna, era la loro mente che era una mente uguale, cioè una mente consapevole della propria natura divina.
Era passato mezzogiorno quando si avviarono a piedi verso il Golder Gate Park, dove si sarebbe tenuto il raduno degli hippies di San Francisco. Era una bellissima giornata di sole, nonostante si fosse in gennaio; Lenore si era vestita da capo a piedi di arancione e di rosso, mentre Bill era tutto vestito di pelle nera. Aveva la sua aria truce vestito in quel modo, mentre Lenore sembrava un folletto uscito da qualche foresta misteriosa abitato da divinità boschive. Lenore era l’espressione fisica, la materializzazione di questa rivoluzione spirituale e pacifica che si sarebbe andata a celebrare di lì a poco al Golden Gate Park. Le sue lunghe trecce nere da skaw risaltavano su tutto quel rosso e arancione e accentuavano quell’aria intensamente esoterica e allo stesso tempo pacifica che lei comunque aveva sempre. Era una vera sacerdotessa di quel nuovo strano rito che si stava per celebrare per la prima volta in quella parte dell’America.

Arrivarono al grande prato del raduno delle tribù insieme a centinaia di persone; era tutto un salutarsi e un abbracciarsi. Era tutto un: anche tu qui Sam, anche tu qui Mary…
Oh Bill, sta davvero accadendo tutto questo?”, disse Lenore. “Mi sembra un sogno, un meraviglioso sogno”, ripeté. Lui non disse niente ma strinse le labbra, come faceva sempre quando era davvero emozionato. Incontrarono anche un gruppo di amici del club degli Hells Angels che arrivarono con le loro Harley rombanti e si fermarono a salutarli. Bill li guardò quando si furono allontanati, e li invidiò, loro sono più liberi di me, pensò.
Che dire del raduno delle tribù di quel 15 Gennaio 1967? Solo che era la prima volta. Ecco tutto. Era la prima volta che l’alternativa al conformismo americano si manifestava così apertamente e a livello di massa. Fu l’inizio di qualcosa che dura ancora oggi se io sono qui a raccontare la storia di Lenore, la regina di Haight-Ashbury. Per quanto mi riguarda la cosa più eclatante e strana e meravigliosa fu quell’ Happy birdhay cantato da 20.000 uomini e donne appena lei tutta vestita di arancione e rosso salì su quel palco:

Sacerdotessa, monaca

dei riti poetici e amorosi

dedita a pratiche misteriose

antiche di donne libere

spirituali e sensuali

celebrazione della vita

esperienza

della vita

solo quello solo quello

sul quel grande palco celebrante

un tentativo effimero

di felicità terrena

di nuova consapevolezza

con parole di un dharma occidentale

ad un altrove destinato –

mi susciti tenerezza come

sempre Lenore

vestita di arancione e rosso

ma pensa un po’

come ti è venuto in mente?

Di vestirti da monaca quasi buddista induista

a quale dio ti onori

rendi onore?

ad un dio che pochi conoscono

o forse addirittura conosci solo tu

Lenore

un dio che riesci a evocare

fino a vederlo –

dove da quel palco?

Chi era il tuo dio

da quel palco

non più Bill, o Leary…

qualcuno visto da lontano

un bambino o quella giovane ragazza

che ti guarda ammirata

una nuova amica

da coltivar quando tutto

sarà finito

quando ci sarà solo la poesia

a tenerti compagnia

quando tutto sarà finito –

sono qui ora

e ti guardo

da lontano

dalla fine di quel grande prato

che confina con l’oceano

da lontano mi guardi ti guardo

dall’oceano

verde rosso del tuo nostro antico nuovo vestito

amiche ora…

dai sì che siamo amiche ora…

io so che ci pensavi anche allora

nel 1967

in quel 15 gennaio dei tuoi 35 anni

ci pensavi e lo sapevi

che tutto sarebbe presto finito

apparentemente –

forse ti ha colpito quella ragazza con gli occhiali da sole e quella bandiera penzolante

sì ti deve aver colpito

lei sicuramente è stata colpita da te, si vede anche da qui

anche da ora

non ti ha colpito Roshi

che vedevi tutti i giorni

ti ha colpito quella ragazza con li occhiali da sole

e quando sei scesa dal palco

sei andata da lei ed è stata la tua nuova amica

di poesia

e dopo quando tutto è finito

anche Bill

anche la moto

e gli amici Angeli

lei ti è stata vicino

e qualche volta era donna

e qualche volta era uomo…

Vessillo spento inizio

di qualcosa che finisce

sta per finire

finirà

è già finito

come in quei casi

in cui la domanda

è così giusta azzeccata

ben fatta

bel congegnata

che contiene già la riposta

non ti immagino oggi

non vi immagino oggi

però c’avevate preso

a non metterla sulla politica

i veri cambiamenti

sono troppo rivoluzionari…

e così tutto cominciò il giorno del tuo

trentacinquesimo compleanno

e tutto finì l’autunno successivo-

un movimento che non ha neanche

un anno di vita

ma che ancora dura

se io sto qui a parlarne-

e tu ottenesti da questa giornata

la tua nuova amica

e neanche sospettavi quanto ti sarebbe stata utile

di lì a pochi anni.

 Guardasti lontano

Guardasti lontano anche per un’altra ragione. Quel canto che veniva dal basso, quel canto in tuo onore, in onore della tua non giovane età rispetto ai diciottenni che ti ammiravano, quel canto d’augurio così americano “happy birthday to you, happy birthday to you…” che anche noi alla nostra italica maniera cantiamo ai nostri compleanni allegri o tristi banali sempre comunque; quel canto…risuonò in te profetico, perché quel giorno tu incarnavi la loro acuta giovinezza che non vuole durare ma esplodere accendersi, infiammarsi, vibrare di vita e successi e bellezza e amori, ma non chiede di durare, non pensa la propria durata. Proprio perché così bello quel giorno non solo non poteva ripetersi, ma sarebbe diventato qualcosa di diverso, di peggio, di commerciale, qualcosa che si vende.
Leggesti sul palco due tue poesie, e intorno si fece silenzio. Bill da sotto il palco, vicino ai tuoi piedi, ti guardava fisso, mentre i suoi amici Angeli si complimentavano con lui, come fosse già qualcosa essere l’uomo di una donna che tutti amavano tanto da fare silenzio mentre leggeva due sue poesie, che erano dedicate a te, e di questo, sì potevi anche vantarti. Leggevi contenta parlando d’amore e di angeli a cui qualcuno aveva legato le ali perché non potessero più volare, e tutti erano l’amore e erano l’angelo e si commossero anche se ci fu chi preferì la poesia sugli angeli legati a quella che parlava d’ amore. Ma tu leggevi e ti vedo sai che leggi sì ma guardi anche lontano.E dopo, quando sei scesa dal palco sei andata da Bill e gli hai parlato.
Tu pensi che tutto questo sia l’inizio di qualcosa?”
Sì, certo”, disse Bill, “è il primo raduno di queste proporzioni, sta nascendo qualcosa di memorabile”.
Non credo”, disse Lenore. “Sai”, aggiunse, “ho il presentimento che tutto è appena cominciato e nello stesso tempo è anche già finito”.
Uno dei tuoi cattivi pensieri?”, disse Bill
Forse”, disse Lenore, “ma purtroppo si avverano sempre”.
Sei solo preoccupata per il processo”.
Sì, anche, ma sono più preoccupata di che fine farà tutto questo. Finirà presto, ne sono sicura, ma che ci sarà dopo?”
Eri felice su quel palco”, dice Bill, cingendo delicatamente con il suo braccio forte, consolante e protettivo le spalle di Lenore.
Sì, è stato bello, è stato bellissimo, ma è già passato…E adesso…E adesso tutti i desideri di tutta questa folla…proprio perché sono tanti e diversi…sono confluiti tutti in questo prato. Ma provvisoriamente. Nulla si ferma. Proprio perché è stato bello…Comunque sia tutta questa gente, tutti noi adesso torneremo nelle nostre case e per giorni e giorni parleremo di questo raduno, ne scriveremo, faremo cene e riunioni per parlarne. Ma in fondo è stata solo una tregua dai problemi quotidiani. Dalle difficoltà quotidiane. Il free food quanto potrà ancora durare? Andremo avanti tutta la vita a dare da mangiare gratis a quelli che passeranno tutti i giorni dal Golden Gate Park?
Dobbiamo pensare a qualcosa di nuovo, ad un nuovo piano”.
Cosa vuoi dire?”, chiese Bill
Possibile che anche tu non abbia come me questa sensazione di fine, di morte di qualcosa e di rinascita di qualcos’altro?”
Non so di cosa parli”, disse Bill,”non potremmo goderci questa giornata e basta?”
Questa giornata è già finita”, disse Lenore
Non è già finita, c’è ancora un sacco di gente in giro, ci sono i nostri amici Angeli, andiamo a parlare con loro”.
Vai tu, io devo salutare un a persona che ho visto dal palco”.
Va bene, piccola ci vediamo dopo a casa allora”.
Dopo questa strana chiacchierata con Bill Lenore tornò sul palco. Si era quasi del tutto svuotato, c’erano solo alcuni ragazzi che stavano smontando le casse acustiche dell’impianto di amplificazione. ”Ehi, Lenore”, disse uno di loro con un buffo colbacco nero in testa, “che giornata!” E l’abbracciò. “Ed è magnifico che oggi sia anche il tuo compleanno”. Lei gli sorrise con il suo sorriso luminoso e bambino che incantava tutti e li avrebbe incantati per il resto della sua vita. Perché Lenore non ha mai abbandonato il suo sorriso anche dopo, anche quando arriverà la vecchiaia e la sofferenza fisica. Ma di questo si saprà dopo.” E’ stato bello, sì”, disse. Il ragazzo riprese il suo lavoro e Lenore guardò verso il centro del prato. E lì che prima, mentre aspettava che arrivasse il suo turno per leggere le sue poesie aveva notato qualcosa, qualcuno. Un donna, forse una ragazza giovane, non riusciva a vedere bene quale età potesse avere; era l’unica in quella parte del prato ad avere una bandiera; era fissata su una lunga canna di bambù piegata leggermente di lato per via che era troppo leggera e troppo lunga; la bandiera consisteva in un pezzo di stoffa chiara su cui era scritto e disegnato qualcosa. Era una stoffa leggera quasi trasparente, forse un pezzo di stoffa indiana come ne usavano a quel tempo tra gli hippies; non c’erano molte bandiere a quell’ human be in, c’erano tamburi, c’era gente vestita in tutti i più vari modi, ma bandiere poche. Per questo spiccava quel pezzo di stoffa in mezzo alle teste delle persone sedute. Quella donna era l’unica in piedi in quella parte di prato. Lenore scese dal palco e si diresse verso di lei tenendo d’occhio la bandiera come riferimento in quella folla di gente. La raggiunse e la salutò. “Ciao”, rispose la donna. “Mi piacerebbe vedere la tua bandiera”, disse Lenore. “Perché?” chiese l’altra. Era una ragazza molto giovane, forse non aveva neanche vent’anni. “Mi è sembrata carina, vista da lontano”. “Oh…, non è niente di speciale, ho preso un pezzo di stoffa indiana trasparente e poi c’ho disegnato e scritto sopra”. “Me la fai vedere?, aprila che vorrei vederla”, disse Lenore. “Me la vuoi copiare?”. “Ma no, voglio solo vederla”. “Voi poeti…”. “Cosa voi poeti?”, chiese Lenore. “Siete sempre alla ricerca di qualcosa”. “Perché tu no?, io sì. Insomma apri quella bandiera?, la tieni lì tutta arrotolata…”. “Ma prima era aperta ora stiamo per andarcene”, disse la ragazza. “Come ti chiami”, chiese Lenore. “Cindy. Sei brava con le poesie”, aggiunse. “Grazie”, disse Lenore. “Anche se per essere una hippy non sei tanto giovane, ho saputo che hai 35 anni”. “E tu ne hai tanti di meno, vero, si vede. Insomma questa bandiera?”. “Eccola”. “Che bella”, disse Lenore, “l’hai fatto tu il Buddha verde?”. “Sì, e chi sennò?”. “Poteva anche essere stato qualcun altro”, disse Lenore ammirando il velo col Buddha verde. “E’ bella anche la stoffa”, disse Cindy, “per questo mi è venuto bene il Buddha”. “Anche la scritta “from me to you” è bella”, disse Lenore.

Lenore lasciò cadere la bandiera come se all’improvviso avesse perso per lei ogni interesse. Guardò in viso Cindy con il suo morbido bizzarro sorriso, come a interrogarlo ma senza violenza senza insistenza. Semplicemente il sorriso enigmatico e strano di Lenore stava chiedendo al viso di Cindy chi sei? E dalla vita che vuoi? “Sai”, disse, prendendo in mano di nuovo un lembo della bandiera, “sono di quelli che pensano che nella vita dobbiamo assumerci la responsabilità di noi stessi senza delegarla a qualcun altro, anche fosse il Buddha in persona. Questo nostro raduno ti è piaciuto?”. “Sì”, rispose Cindy, “è stato divertente”. “Più che divertente, alcune persone con cui ho parlato là sul palco credono che sia l’inizio di grandi cose. Forse no, è la mia idea; sai io mi domando: questo raduno a cosa ci porterà ? Abbiamo la forza di portare avanti una cosa colossale come questa? Io ho paura di no. Quindi dovremo cominciare a pensare a qualcosa di nuovo, di diverso, forse di più piccolo rispetto a quello che abbiamo fatto oggi”. “Non sono convinta di quello che stai dicendo”, disse Cindy; “secondo me … sì insomma io credo che qui abbiamo vissuto e realizzato una grande Illuminazione collettiva, capisci? Quello che è accaduto oggi non è mica solo un raduno di giovani spensierati e felici, capisci, è stato un grande evento d’ Amore e quindi porterà a qualcosa di bellissimo. Siamo tutti diventati dei Buddha!”. E cominciò a danzare intorno all’asta con la bandiera. “Siamo tutti Buddha! Siamo tutti Buddha”, cantava come se recitasse una filastrocca per bambini. “Siamo tutti Buddha!”, cantava girando intorno alla sua bandiera. Poi staccò la bandiera dall’asta di bambù e tenendola in mano continuò la sua danza improvvisata. Qualcuno si avvicinò con un piccolo tamburo e cominciò a ritmare sul Siamo tutti Buddha! cantato da Cindy. Si fece intorno a lei un cerchio di persone che la guardavano e battevano le mani al ritmo del tamburo. Lei girava intorno al cerchio scalza tenendo in alto il tessuto trasparente con il suo Buddha verde dipinto sopra. Lo teneva in alto per farlo muovere nell’aria come fosse un aquilone che stesse per spiccare il suo volo nel cielo. Andò avanti a cantare e ballare muovendo in alto e in basso il velo e infine stanca ricadde a sedere sul prato fuori dal cerchio che si era formato intorno alla sua danza. Una ragazza prese il suo posto e cominciò a danzare ancora più freneticamente di Cindy, al solo ritmo del tamburo che si fece sempre più veloce. Lenore si avvicinò a Cindy. Da in piedi la guardava scarmigliata e affannata con le mani appoggiate al prato e la testa leggermente all’indietro e lo sguardo a fissare il cielo. Poi anche Cindy guardò Lenore. “Siamo tutti Buddha” sussurrò un’altra volta, “siediti vicino a me che ne parliamo”, aggiunse. Aveva capelli biondi scarmigliati, occhi grandi d’un azzurro chiaro ma non slavato, la bocca grande un po’ all’ingiù, le mani bianche e piccole. Portava un lungo vestito marrone che da lontano Lenore aveva scambiato per nero, attillato e chiuso fino al collo. La fasciava mostrando il suo flessuoso corpo giovane e magro, ma nello stesso tempo pieno, vitale, energico e sicuro di sé senza esibizionismo. Nella danza si era fatta ardita, si muoveva senza un programma, una decisione, si muoveva totalmente immersa nel ritmo del tamburo e nel suono della sua voce. Le braccia sempre in alto a far volteggiare il velo col Buddha verde dipinto sopra. Lenore non conosceva nessuno che si muovesse con così tanta grazia e nello stesso con tanta spontaneità, senza usare nessun passo di danza ma danzando. E lei di danza se ne intendeva. Aveva un gruppo tutto suo di danzatrici del ventre; erano state tutte allieve di una celebre danzatrice tunisina che viveva e insegnava a San Francisco a tutte quelle belle hippies che non vedevano l’ora di scandalizzare il mondo e i bempensanti mostrando il loro ventre mentre si muoveva in maniera flessuosa e seducente. Ma Cindy non aveva bisogno di un tecnica di danza, lei ballava in base al suo istinto, al suo stato d’animo. Era il prototipo della ragazza hippy Cindy, molto più di quanto lo fosse Lenore, così scura d’occhi, carnagione e capelli come un’indiana skaw. Con il suo corpo pieno e sodo, all’apparenza era più adatta al lavoro di raccogliere radici commestibili per un un campo indiano piuttosto che passare il tempo a scrivere e al leggere agli altri le proprie poesie. “Sdraiati vicino a me che guardiamo il cielo insieme”, disse Cindy, allungandosi completamente nel prato con le braccia aperte. Non capitava tanto spesso che non fosse Lenore a guidare il gioco in una relazione, anche in un semplice dialogo con qualcuno incontrato per caso come stava succedendo adesso. Quella ragazzina la incuriosiva, la interessava, c’era qualcosa da imparare da lei, lo sentiva. “Tu sei la più Buddha di tutti noi, qui, e lo eri anche prima di oggi”, le disse Cindy, quando anche Lenore si fu sdraiata sul prato accanto a lei. “Tu usi l’amore, l’amore fisico con il tuo uomo per raggiungere l’estasi spirituale. Sempre che sia vero tutto quello che hai scritto nel tuo The love book”. “Anche oggi è stato un grande fare l’amore tra 20000 persone”, disse Lenore sospirando e rilassando tutto il corpo fino a toccare l’erba con ogni muscolo. “E’ per questo che sono anche un po’ triste…sono così felice ma anche un po’ triste…sento la tristezza delle cose che passano”, aggiunse. “Bisogna che ci scriva qualcosa con questo strano sentimento di essere così felice e nello stesso tempo sentire avvicinarsi uno stato di tristezza per via che tutto questo sta finendo”, e da sdraiata allungò il braccio a circondare lo spazio intorno a loro due. Si levò a sedere e dalla borsa di tela che aveva con sé tirò fuori il suo quaderno. Rimase assorta qualche minuto a scrivere in fretta un paio di pagine di quaderno per poi tornare a sdraiarsi accanto alla sua nuova amica. Ma dopo poco si alzò a sedere di nuovo per guardare Cindy. Aveva gli occhi chiusi e non si accorse che Lenore si era messa seduta allo scopo specifico di guardarla. Dopo un minuto Cindy aprì gli occhi e si fece schermo con una mano per poter guardare in faccia Lenore. “Che fai”, disse, “mi studi? Mi spii? Vuoi farmi diventare un personaggio di una tua storia?”. “Non scrivo storie”, rispose Lenore, “ma solo poesie”. “Bè, sì è la stessa cosa, volevo dire che mi stai scrutando e visto che scrivi vorrà dire che lo fai per usarmi in qualche modo”. “Va bene, smetto di guardarti, disse Lenore, e con un sonoro sospiro si sdraiò di nuovo. “Anche se non mi guardi più”, disse sorridendo Cindy, mi hai già ugualmente rubato l’anima…”. Spostarono la testa l’una verso l’altra nello stesso tempo e in silenzio si guardarono con complicità, affetto e comprensione. Lenore capiva quella giovane sbandata catapultata a San Francisco da chissà quale angolo remoto e bastardamente conservatore d’America, mentre dal canto suo Cindy vedeva in Lenore quello che vedevano tutti perché di Lenore era immediatamente visibile il suo carisma: vide la sua superiorità morale, psichica e umana sui tre quarti se non di più di tutti quelli che erano stati lì quel giorno. “Da dove vieni piccola?”, chiese sottovoce Lenore. Dalla Pensylvania, rispose Cindy, i miei sono dei fottuti contadini, anzi no mia madre oltre che contadina è pure maestra. Ci puoi credere? Avrebbero voluto fare di me quella stessa identica cosa che sono loro. Ci puoi credere? E così me ne sono andata, e adesso sono qui e me la spasso”, aggiunse stiracchiandosi e guardando di nuovo il cielo. “E dove vivi”, chiese Lenore. “In una comune, naturalmente. Siamo tutte donne, ci puoi credere? C’è un tale casino…Ma a me piace il casino…Lo adoro. Ma adoro anche la solitudine e in questo momento adoro stare qui con la famosa Lenore, donna del famoso, strafamoso Sweet William!”. “Sai proprio tutto di me, eh?”. “ Dei Famosi si sa sempre tutto…”Sei bellissima lo sai, vero Cindy, hai certi occhi, come fai ad averli così grandi?”. “ “Perché i tuoi sono piccoli? Sono grandissimi!, molto più dei miei…”. ”Siamo quelle dagli occhi grandi”, osservò seria Lenore. “Perché dobbiamo vedere molto”, aggiunse Cindy. “Dobbiamo vedere molto, amare molto, sentire molto”, disse di rimando Lenore. E alzandosi ritta a sedere e squadrando Cindy, aggiunse, “mi sei simpatica. Diventeremo amiche, ti va? Diventeremo amiche per sempre ti va?”. Cindy non si scompose, rimase anzi tranquillamente sdraiata sul quel mitico ( lo sarebbe diventato nei decenni successivi) prato, ma disse, “Se lo dici, poi lo fai?”. “ A cosa ti riferisci?”. “ Al fatto del per sempre”, disse Cindy. “Tutto è per sempre da parte mia”, disse Lenore. Baby, per sempre è ora”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Jack, Allen, Lenore: dalla beat generation alla summer of love: il ruolo della scrittura

A differenza che in Italia negli USA, la beat generation fu una cosa seria. E questo per sua forza intrinseca; non fu un movimento sponsorizzato dalle accademie, da altri intellettuali, da lobbies di qualche genere; non fu sponsorizzato dall’editoria, non fu un escamotage inventato da qualcuno per fare soldi. Fu un movimento del tutto autonomo che traeva forza solo da se stesso, dalle proprie capacità, dall’avere qualcosa di nuovo e importante da dire. Altri tempi insomma.
La beat generation è stato un movimento di scrittori, niente a che fare con il modo in cui è stata venduta quando se ne è impossessata l’industria culturale, ma anche quella dell’abbigliamento, delle scarpe, degli oggetti. Questo è accaduto dopo che Kerouac e Ginsberg, gli inventori del nuovo modo di scrivere, avevano già prodotto i loro capolavori. Come si sa Kerouac aveva già scritto sei dei suoi capolavori più importanti prima di veder pubblicato il suo On the road nel 1957, dopo che fu costretto a “normalizzare” pur di essere pubblicato la versione del 1951.
Il mio interesse si è incentrato su Kerouac e Ginsberg, rispetto agli altri scrittori beat, perché quello che mi affascina degli scrittori è la loro scrittura non le storie che raccontano ( che sono sempre le stesse da Omero). E mi interessa anche il grado e il modo di essere spirituale di questa scrittura, perché, a mio modo di vedere, la letteratura deve scavare nella coscienza umana e ricavarne frammenti utili per tutti sul piano delle eterne domande sulla nostra condizione umana. E sia Kerouac che Ginsberg sono maestri nella scrittura spirituale che nasce dalle loro improvvisazioni.

Quando iniziò a pensare al suo romanzo “ On the road”, Kerouac decise che quella storia per essere scritta aveva bisogno di un nuovo modo di raccontare. Doveva essere la scrittura dei tempi moderni, così come il jazz di Dizzy Gillespie e Charlie Parker era la musica dei tempi moderni e l’espressionismo astratto di Jackson Pollock la pittura dei tempi moderni.
Quello che stava accadendo tra i giovani artisti in quegli anni in America, era che protagonista dell’arte diventava la coscienza umana. Attraverso i fatti, i luoghi, i personaggi si raccontava direttamente la condizione della mente umana, la vita interiore dell’anima. Dall’esterno di sé si andava a raccontare l’interno di sé, senza mediazioni, tentennamenti, censure.
Già Hemingway aveva fatto la stessa cosa con l’invenzione strepitosa del dialogo come strumento narrativo, come componente della trama interiore dei personaggi.
Ma gli scrittori beat volevano raccontare un’altra America, l’America dei “battuti e beati”, l’America dei giovani emarginati del secondo dopoguerra.
Come dicevo fu Kerouac a trovare, scrivendo e lavorando indefessamente, la nuova scrittura. Inventò la Prosa Spontanea che teorizzò nei saggi contenuti in “ Scrivere Bop”, e in una miriade di articoli pubblicati sulle riviste dell’epoca. La prosa Spontanea non è il flusso di coscienza di Joyce, o la scrittura automatica dei Surrealisti. La Prosa spontanea è il raccontare la vita mentre accade. E’ l’unità di mente e corpo mentre agiscono.
Fu una grande scoperta. Geniale. L’essere umano tornava a quell’unità originaria e innata di corpo e spirito che la società tiene tuttora separati. Kerouac amava citare a questo proposito un passo del Vangelo: “ Non preoccupatevi di ciò che direte, ma ciò che a voi sarà ispirato in quel momento, quello direte, poiché non siete voi a parlare ma lo Spirito Santo” ( Marco, 13.11).
Allen Ginsberg imparò da Kerouac, suo amico, questa nuova modalità di scrittura e la trasferì nella poesia. Nacque così il suo capolavoro: il poema “Urlo”, e le altre centinaia di sue poesie.
Sì, perché l’improvvisazione di Poesia e Prosa spontanea è un fiume inesauribile, è il fluire della mente, fonte infinita di ispirazione che sempre si rinnova e si ricrea.
Ma di cosa si tratta concretamente?
Dopo aver scritto il romanzo La città e la metropoli ( il solo che gli fu pubblicato poco dopo averlo scritto, nel 1950 ), Jack si accorse che lo stile tradizionale che aveva appreso da Tom Wolfe e William Saroyan non gli piaceva più. Ha dovuto scrivere un romanzo di 1000 pagine che ha impiegato due anni e mezzo a scrivere per accorgersene. Qualcosa macinava, fermentava e maturava in quelle sedute alla macchina da scrivere che duravano tutta la notte; c’era un sottotesto, un altro testo che stava sbocciando nella mente di Jack e che avrebbe dato luogo all’invenzione della tecnica dell’improvvisazione nella scrittura.
Oltre che dall’insoddisfazione rispetto al suo modo originario di scrivere, la tecnica dell’improvvisazione nasce da altre sollecitazioni e influenze. Prima di tutto il nuovo stile del jazz degli anni ’50, il Bop, suonato dai musicisti che Kerouac andava ad ascoltare nei locali di New York come il Minton’s e che erano Dizzy Gillespie, Charley Parker, Thelonious Monk, Lionel Hampton. Jack li ascoltava questi campioni del nuovo stile e pensava: come posso fare a scrivere come loro? Come posso fare a trasferire nella scrittura tutta quell’energia, quel sudore, quella fatica, quella bellezza che sembra nascere solo da se stessa e che non è scritta in nessuno spartito, ma sboccia lì improvvisata sul palco?
Come fare tutto questo divenne per Jack un’ossessione. E quando uno scrittore è ossessionato da qualcosa deve per forza provare a scriverlo questo qualcosa.
E poi c’era stata la lettera di 40 pagine che Neal Cassady gli aveva scritto e che Jack aveva prestato a Allen Ginsberg e che lui aveva prestato a Gerd Stern che poi l’aveva persa; e così noi non l’abbiamo mai potuta leggere. Quella lettera di migliaia di parole era un grande, immenso unico paragrafo che parlava della strada, delle sale da biliardo, delle camere d’albergo e delle prigioni di Denver.
Ma la l’improvvisazione di Prosa Spontanea non è il flusso di coscienza. Non è la scrittura automatica dei surrealisti. Non si tratta di vuotare l’inconscio o di svuotare la mente o di andare a ruota libera. E non si tratta nemmeno di libere associazioni.
La prosa spontanea è lo strumento con cui lo scrittore analizza la propria coscienza. Ma è uno strumento letterario, non psicologico, perché serve al racconto: come si scrive è tutt’uno con quello che si scrive, i due aspetti non appaiono più scindibili.

Così la prosa e la poesia diventano il linguaggio dello spirito umano.
La spiritualità diventa così una componente fondamentale della scrittura di Kerouac e Ginsberg. Spiritualità che proviene dalla educazione religiosa di entrambi, cristiana quella dei Kerouac, ebraica quella di Ginsberg. Entrambi poi saranno fortemente influenzati nel loro lavoro letterario dal buddismo zen che si andava diffondendo in quegli anni in America. Per Kerouac ( che lo studiò a fondo, da poco è uscita una riedizione a cura di Tommaso Pincio, di una sua vita di Buddha) questa filosofia fu solo un passaggio. Ritornò infatti al cristianesimo. Per Ginsberg il buddismo rappresentò invece il sentiero spirituale di una intera vita. E’ Ginsberg, nei suoi scritti teorici, a parlare di scrittura come meditazione e scavo interiore. In “Facile come respirare”, scrive: “la soluzione è scrivere cose che non pubblichi o che non mostri agli altri. In altri termini significa smettere di essere un poeta, lasciar perdere l’idea di essere un profeta con onore e dignità, la gloria della poesia, e accontentarsi del fango della propria mente”.

Dalla beat generation all’hippy generation

Dell’epoca post–beat americana si sa ben poco in Italia. Coincide in parte con quella psichedelica di Ken Kesey e Timothy Leary, e ha avuto il suo centro nel quartiere di Haight Ashbury di San Francisco per una durata molto limitata, dall’autunno del 1966 al 1968.
Per semplificare la possiamo chiamare l’epoca hippy. Riguardò una minoranza significativa di giovani americani e si caratterizzò per l’attività di vari gruppi, riviste, giornali. Il gruppo più importante fu quello dei Diggers.
Questo gruppo fu attivo in vari campi, in quello artistico, teatrale e letterario prima di tutto; ma ben presto cominciò a occuparsi di problematiche sociali, secondo una prospettiva pragmatica e non ideologica. Cominciarono a offrire gratuitamente pasti a chiunque ne avesse bisogno, aprirono un negozio per la distribuzione gratuita di vestiti e una clinica in cui chiunque poteva essere curato gratuitamente.
L’hippy generation fu trattata in modo ancor più distorto e fuorviante rispetto alla beat generation: Solo fiori, amore, sesso e droga. Tutto questo c’era, ma c’era anche molto altro.
I Diggers avevano capito che lo stile era cooptabile, ma quello che non era cooptabile era fare le cose gratuitamente, senza chiedere soldi. Bisognava fare in modo che le persone non fosse più il pubblico (“audience”) ma dei veri partecipanti. I Diggers chiamavano questo modo di procedere Life acting. In questo senso I Diggers erano convinti che le analisi ideologiche fossero spesso un modo per ritardare “the action” necessaria a manifestare un’alternativa. Questo concetto sta alla base del Digger free food, la distribuzione gratuita di cibo che avveniva ogni pomeriggio. “If you wanted to live in a world with free food, then create it”.
Con il 1968 tutto cambia, I Diggers si sciolgono, ad Haight Ashbury prendono il sopravvento commercianti e spacciatori, l’epoca hippy è finita e comincia il turismo hippy. Una parte dei Diggers confluisce negli Hell’s Angels, altri come creano delle comuni agricole in posti remoti, altri ancora creano movimento ecologisti.

Lenore Kandel, leader e poetessa

Lenore Kandel ( N.Y 1932 – S.F. 2009 ) è stata una poetessa americana della San Francisco degli anni ’60. Leader del movimento dei Diggers è nota soprattutto per un piccolo libro di poesie erotiche, “The love book”.
La sua bellezza carismatica e la profondità del suo spirito colpivano chiunque la incontrasse. E questo accadeva sempre, sia nella sua prorompente giovinezza che nell’età della vecchiaia e della malattia. Fu l’unica donna a salire sul palco dell’”Human be-in”, il raduno hippy al Golden Gate Park di San Francisco del Gennaio del 1967, dove declamò alcune sue poesie. Su quel palco c’erano personalità del calibro di Allen Ginsberg, Gary Snyder, Timoty Leary. Era il compleanno di Lenore e 10.000 voci si levarono a cantarle “ Happy Birthay to you”. Il suo libro “The love book” tratta dell’amore fisico tra un uomo e una donna. Il libro subì un processo e fu condannato per oscenità. Lenore in aula si difese declamando San Giovanni della Croce e affermando che “Amore è una parola di quattro lettere, le parole veramente oscene sono odio, guerra, bomba. Se possiamo riconoscere la nostra propria bellezza, sarà impossibile per ogni essere umano recare danno ad un altro essere umano”.
The love book è scritto in prima persona e quindi rispecchia le personali esperienze della poetessa; il linguaggio esplicito usato nel poema paradossalmente è ciò che spiritualizza l’atto sessuale in esso descritto e lo rende sacro, pur rimanendo un atto di piacere.
Lenore Kandel è stata una persona libera e anticonformista rispetto allo stesso mondo underground a cui apparteneva. Non era femminista, nel senso corrente del termine, non ce l’aveva con gli uomini e non li voleva imitare, li adorava. Aveva idee personali su questo argomento, adorava fare sesso con il proprio uomo, pensava che uomini e donne avessero compiti diversi, del resto un modello degli hippies di San Francisco erano le tribù dei nativi americani, in cui i compiti degli uomini e delle donne erano separati. Lenore esaltò nella sua vita e nella sua poesia la diversità, la femminilità,e la sacralizzò proprio nelle sue manifestazioni sessuali; allo stesso modo esaltò e sacralizzò la sessualità maschile.

Mie riflessioni su Il grande sacerdote di Timothy Leary

Il titolo è autoironico, dato che il sacerdote delle sedute psichedeliche a base di funghi allucinogeni e LSD di cui si parla nel libro è proprio,lui, Timothy Leary. Si tratta di un libro strano, complesso, importante. Per cosa? Per tentare di capire da “ quaggiù”, dal presepe ideologico che è sempre stata L’Italia, come viveva quella strana America degli anni ’60 che aprì a se stessa le porte della percezione. Epoca che si concluse quando l’LSD divenne illegale.
Riflettere su questo libro a me ha fatto venire in mente l’Obama che nei giorni scorsi ha vinto le elezioni americane e che nel primo messaggio twitter dopo la vittoria ha postato una foto in cui abbraccia sua moglie sullo sfondo del cielo. Piuttosto anni ’60, quella foto. E forse anche un po’ psichedelica. Tra noi e l’Obama della foto e della sua vittoria politica c’è la stessa distanza che c’era nel’60 tra l’America e noi. Qualcuno fa ricollegare questa distanza al fatto che noi avevamo avuto la guerra in casa e gli americani no. Comunque sia questo libro è così profondamente americano che ha me ha ricordato Obama. In entrambi i casi ho provato un po’ di pacata invidia. Perché da noi tutto si ripete così tanto uguale a se stesso e invece “là da loro “ tutto cambia e non si ripete mai. A parte queste considerazioni del tutto personali, Il Grande sacerdote è un bellissimo libro. Ma per apprezzarlo bisogna liberarsi ( anche se momentaneamente) delle nostre idee morali sull’uso delle droghe, altrimenti a leggerlo invece di divertirsi si soffre. Per divertirsi bisogna leggerlo come un romanzo, ed è così che Timothy ce lo propone, in effetti. Si tratta del racconto di 16 sedute di sperimentazione controllata di quel che accade nella mente umana se si assumono funghi allucinogeni contenenti psilocibina dosi di LSD. Il tutto faceva parte di una ricerca che lo psicologo Timothy Leary stava conducendo presso l’Università di Harvard dove insegnava. Le sedute raccontate nel libro avvengono in casa di Leary. Qui si radunano le più varie persone, poeti come Allen Ginsberg, personalità come Arthur Koesler o Richard Alpert.Ad ogni seduta è dedicato un capitolo. In ogni capitolo avvengono sia cose simili che diverse. Le persone prima di prendere la droga in genere hanno tutte paura, ma la vincono per poter effettuare l’esperimento e vedere come la mente possa aprirsi ad altre dimensioni. C’è che sclera di brutto e chi invece assiste tranquillo e gioioso a quel che gli accade ( cambiamento dei colori, stati euforici, felicità, stati mistici o profetici). In ogni delle 16 storie raccontate c’è sempre un personaggio principale chiamato “la guida”, ma in realtà chi tiene i fili di ogni esperimento è Leary stesso. E’ infatti sua convinzione che ogni seduta richieda un “curandero”, qualcuno cioè in grado di assistere i presenti nel momento del bisogno, della paura ad esempio. Pur ingerendo anche lui ogni volta la dose della droga è quello che rimane più controllato di tutti, che si occupa del thè e del cibo per tutti, e che si preoccupa che le sedute psichedeliche non turbino sua figlia e le sue amiche che al piano superiore stanno facendo un pigiama party. Ci sono anche personaggi sgradevoli in questa saga o epopea psichedelica. C’è chi fa affiorare il peggio di sé, l’aggressività ad esempio. Allen Ginsberg sotto l’effetto dei funghi estremizza la sua vena profetica così presente nei suoi lunghi poemi; recita brani di Urlo e si propone come il Messia della nuova epoca psichedelica. Arthur Koesler dirà di preferire l’alcol: “ L’alcol è uno stimolante sociale”, afferma. “Ti riscalda, ti fa sentire più vicino agli altri. I funghi sono sostanze asociali”. “ Oh mio caro Arthur”, gli risponde Leary, “ devo proprio dirti che pensavo tu avessi capito meglio il gioco”. (pag. 183)Ma in realtà finché le sedute psichedeliche rimarranno all’interno di una sperimentazione universitaria neanche Leary sarà in grado di lasciarsi andare fino in fondo, A cosa?Al potere di liberazione sessuale dei funghi. “ Dio e il sesso sono i due temi conduttori della danza…Liberati della ragione e rimarrai in compagnia di Dio e della vita – e la vita è sesso. Era troppo in quel momento il suo senso del dovere verso l’Università. Solo dopo l’abbandono della carriera universitaria Leary reinventerò se stesso…” dopo che ruppi i ponti con Harvard e la psicologia, dopo che resuscitai il mio corpo e mi misi in viaggio verso l’Oriente” (pag. 187).
Come dicevo all’inizio, il libro si legge come un romanzo e narrativo è il suo stile di scrittura. Ha una logica tutta sua, infatti è fatto mischiando tanti libri. C’è il libro principale che racconta, romanzandole, le 16 esperienze psichedeliche di Timothy e amici. E poi c’è il libro parallelo fatto delle centinaia di note scritte sui margini delle pagine dove si raccontano altre storie di Leary, della sua famiglia, del processo che subirà per possesso di marjuana, storie relative ai personaggi presenti nel libro. Il tutto in un intreccio bello e confuso in cui bisogna semplicemente nuotare nel gran mare del linguaggio, come suggeriva di fare Kerouac. Poi c’è il terzo libro, fatto di brani tratti da l’I Ching, che sintetizzano, a modo loro, l’atmosfera del capitolo che si andrà a leggere. Come esempio cito quello presente nel primo capitolo che non poteva che recitare: “ Nuvole e tuoni/ l’immagine della difficoltà all’inizio/ così l’essere superiore/ trae ordine dalla confusione. Mentre il 16° recita: “ La condizione delle Terra è la dedizione ricettiva/Così l’uomo superiore che ha carattere aperto/ conduce il mondo esterno”.
L’intero esperimento viene effettuato sulla base della teoria di Leary che permeerà di sé l’intera epoca hippy: turn up ( accenditi); turn in ( entra in sintonia); drop out ( distaccati). Ma questo non basta. Nello stato psichedelico la mente è enormemente suggestionabile, e quindi vulnerabile. Leary si chiede: “come bisogna comportarsi nei confronti di questa vulnerabilità?…: pianificazione spirituale e preghiera”, è la risposta che Leary si dà (pag. 202-203). E spiega: “Pianificare il chi, il dove, il quando e il perché e il come della seduta…Con chi? Da solo o con gli amici intimi che condividono i tuoi fini spirituali. Dove? In un ambiente libero da distrazioni mondane. Quando? In un tempo sacro dedicato alla ricerca spirituale….Perché? Per trovare Dio…Come? Tramite la preghiera…La preghiera è il linguaggio energetico di Dio” ( pag. 203).
Alcuni capitoli del libro sono dedicati ad un esperimento effettuato da Leary nelle carceri, nel quale a dei volontari furono dati i funghi allucinogeni allo scopo di favorire, nella visione di Leary, la loro riabilitazione come persone. L’esperimento aveva l’approvazione delle autorità di Harvard e di quelle del carcere ( Casa di Correzione di Concord, Massachusetts). Ci sedemmo attorno a un tavolo in una tetra stanza d’infermeria con pareti grigie, pavimento d’asfalto nero, sbarre alle finestre, e cominciammo ad illustrare a quei sei uomini scettici e sospettosi le caratteristiche di un’esperienza che avrebbe potuto cambiare la loro vita” (pag. 215). Il racconto della seduta in cui sia gli psicologi di Harvard come Leary che i sei carcerati prendono la psilocibina è una delle parti più belle del libro. Citerò solo l’esempio del detenuto sassofonista di jazz eroinomane che si è fatto portare un disco di Sonny Rolling e ascoltandolo sotto l’effetto della droga dice agli altri: Sono in paradiso…sto vibrando come mai ho vibrato prima e tutto questo in una prigione…(pag. 219).
Nella seconda parte del libro l’esperimento cambia, al posto dei “funghi sacri” de Messico si assumono dosi di LSD. Così Leary riassume nel libro questa nuova esperienza: “ Sono passati cinque anni dal mio primo viaggio con l’LSD in compagnia di Michael Hollingshead. Viaggio che non ho mai dimenticato. Né è stato per me possibile far ritorno al genere di vita che conducevo prima di quella seduta…Da allora, cinque anni fa, ho capito con estrema chiarezza che ogni cosa che percepisco, ogni cosa dentro e intorno a me, altro non è che una creazione della mia coscienza….Dopo quella seduta risultò per noi inevitabile lasciare Harvard, lasciare la società americana e passare il resto della propria vita come nomadi, seguendo fedelmente le istruzioni dei nostri programmi interiori e gentilmente trascurando le pazzie sociali ristrette, parrocchiali” (pag. 288).
Nel margine di una delle ultime pagine del libro scrive Leary qualcosa che secondo lui è il senso di tutta la sua esperienza con le sostanze psichedeliche e che personalmente trovo interessante ma che non condivido. Dice infatti il testo: “ Per accenderti hai bisogno di un sacramento. E’ una cosa esterna, visibile, che muove la chiave delle porte interiori. Un sacramento deve provocare dei cambiamenti corporali. Il sacramento ti proietta fuori dal gioco dello studio televisivo e ti prepara al flusso interiore di due miliardi di anni” (pag. 353)
Perché non condivido queste affermazioni? Perché è mia opinione che il “sacramento” sia un fatto tutto interiore, sia una ricerca dentro se stessi che si può e si deve fare senza l’uso di alcuna sostanza. Ciononostante ho trovato intensamente interessante questo libro. Come si è capito quello che proponeva Leary era un uso religioso delle sostanze psichedeliche; tutto il contrario di quello che poi invece avvenne, cioè l’uso dell’LSD a fini di puro “sballo”. Negli anni ’70 quando ormai l’uso di sostanze come l’LSD divenne di massa in America, molti giovani si recarono a Kathmandu dove le droghe erano legali ( smisero di esserlo a metà del ’70). Qui alcuni si persero, altri videro nelle droghe un passaggio verso altre esplorazioni della mente e si avvicinarono al buddismo tibetano; le droghe avevano fatto capire loro che la mente non è qualcosa di statico e immutato, con stabili e rintracciabili caratteristiche; la meditazione fece loro intraprendere un viaggio dentro se stessi senza l’aiuto di “sacramenti” esterni che per molti dura tuttora.
Di Leary ricordo il romanzo – biografia La fuga sulla sua permanenza in carcere per uso di marijuana e la sua fuga in Algeria. Ricordo anche un libro di poesie “Poesie psichedeliche”.

Timothy Leary, psicologo e scrittore americano ( Springfield 1920 – Beverly Hills 1996)

ALCUNI MOMENTI DELLA PRESENTAZIONE DEL ROMANZO DI DIANELLA BARDELLI “VERSO KATHMANDU ALLA RICERCA DELLA FELICITA'” ALLA BIBLIOTECA DI MOLINELLA IL 15 GENNAIO 2015

ALCUNI MOMENTI DELLA PRESENTAZIONE DEL ROMANZO DI DIANELLA BARDELLI
“VERSO KATHMANDU ALLA RICERCA DELLA FELICITA'”
ALLA BIBLIOTECA DI MOLINELLA IL 15 GENNAIO 2015

 

presentazione molinella dianella legge3presentazione kathmandu pubblico1Luca longhini accompagnamento musicale
Accompagnamento musicale Luca Longhini
mostra disegni e Livio Maccagnani, bibliotecaria e consigliera del comune con delega culturaLa bibliotecaria, l’illustratore del libro e Alice Cesari
consigliera del Comune con delega alla cultura

Il mio romanzo “Verso Kathmandu alla ricerca della felicità” ambientato in Nepal negli anni ’70

copwrina da internetE’ da poco uscito il mio ultimo romanzo. E’  intitolato “Verso Kathmandu alla ricerca della felicità”.
E’ ambientato in Nepal negli anni ’70; è scritto in prima persona ma non è autobiografico, non sono mai stata in Nepal; è illustrato da disegni a matita su foto di quei luoghi in quegli anni . E’ pubblicato da una piccola casa editrice, la Ouverture:

http://www.ouverturedizioni.it/

Questa la trama: Elisa è una giovane studentessa, presto abbandona i suoi studi in conservatorio per seguire due amici in partenza per l’India e il Nepal, sogno di tanti giovani come lei negli anni settanta. Arrivati a Kathmandu, lascia i compagni di viaggio per recarsi in una collina vicina dove incontra un monaco che guida giovani occidentali alla ricerca di una via spirituale alla vita. L’incontro tra Elisa e il monaco è fulminante, la ragazza decide di rimanere lì insieme ad altri ragazzi come lei. Attraverso gli occhi di Elisa vengono esplorate le vicende, le emozioni e le aspirazioni dei suoi nuovi compagni i ricerca, non ultimo il monaco, figura carismatica e fondamentale in questo percorso. Sullo sfondo di panorami mistici ed evocativi, i protagonisti di questo viaggio intraprendono cammini di vita alla luce di nuove consapevolezze ed esperienze.

Alcuni discorsi di Dharma di due Lama Tibetani: Lama Yeshe, Lama Zopa Rinpoce, Il potere della saggezza – la scienza interiore del Buddha, Chiara Luce Edizioni, 2006

 

Questo libro contiene i discorsi tenuti da Lama Thubten Yeshe e dal suo discepolo Lama Thubten Zopa Rimpoce, sia durante un loro viaggio negli Stati Uniti nel 1974, che in altri viaggi avvenuti in Svezia e Svizzera nel 1983. Il volume contiene anche un’intervista a Lama Yeshe a proposito dell’Educazione Universale, e una sua lezione tenuta a Kopan nel 1975. Questi due Lama avevano iniziato ad insegnare il buddismo tibetano ad occidentali provenienti da tutto il mondo, in prevalenza giovanissimi hippies, a partire dalla metà degli anni ’60 sulla collina di Kopan, nei pressi di Kathmandu. Il primo corso vero e proprio avvenne nel 1971, seguito da molti altri negli anni seguenti. Ancora oggi il monastero buddista di Kopan è meta di studenti provenienti da tutto il mondo desiderosi di imparate il Dharma. Per quanto riguarda gli insegnamenti tenuti negli Stati Uniti essi avvennero a Nashville, nell’Indiana, a Boulder nel Colorado, a Berkeley in California, alla Columbia University di New York, a Fair Lawn nel New Jersey. Riguardarono gli aspetti principali del sentiero buddista di tradizione tibetana, come ad esempio: “Lo scopo della meditazione”; Alla ricerca delle cause dell’infelicità”; Come sorgono le illusioni”, “I tre aspetti principali del sentiero”; “Integrare il Dharma nella vita”.Lama Yeshe ( morto nel 1983) e Lama Zopa, attualmente a capo dell’organizzazione da loro creata, l’FPMT, ovvero la Fondazione per la preservazione della tradizione Mahayana, furono in grado di rivolgersi ai giovani occidentali che raggiungevano la collina di Kopan, e agli altri che li incontrarono in Occidente, in un linguaggio non tecnico, non esoterico, semplice in fondo, e soprattutto che entrava empaticamente in contatto con le loro menti desiderose di spiritualità.

 Sopratutto Lama Yeshe possedeva un enorme potere carismatico, nel senso più strettamente religioso che possiamo dare a questo termine ( dono di Dio, grazia). Egli fu il primo Maestro Tibetano a comprendere il potenziale spirituale di quei giovani occidentali che in fuga dalle lusinghe materialistiche dell’Occidente, cercavano una vita alternativa che andasse al di là delle droghe che in quel periodo era così facile procurarsi in India e Nepal. Molti divennero suoi discepoli, altri si dedicarono allo studio del tibetano, moltissimi si diedero alla vita monacale, dedicandosi a lungi ritiri sulle montagne del Nepal. Oggi dirigono Centri e Monasteri, insegnano il Buddismo e traducono nelle lingue occidentali testi e insegnamenti dati dai Lama in tibetano.

 

Tra gli insegnamenti contenuti nel volume vorrei partire con il riassumere e commentare ( con le mie modeste capacità) “Accostarsi alla studio del Dharma”, discorso tenuto da Lama Yeshe al Naropa Institute di Boulder in Colorado nel Luglio del 1974. All’inizio di questo discorso Lama Yeshe mette in guardia dall’avvicinarsi al buddismo con l’unico scopo di collezionare l’ennesimo insegnamento. Le persone sono affascinate dalle parole e “dall’infinita varietà di conoscenze che si possono acquisire…Questa avidità intellettuale dimostra quanto sia radicata quella superstizione che spinge a credere che sia possibile raggiungere la sicurezza, felicità e la liberazione semplicemente accumulando la conoscenza di nozioni e fatti” (pag. 28). Bisogna mettere in pratica quello che si studia. Come? Adottando una disciplina mentale, che significa “ sviluppare una grande consapevolezza di tutte le vostre azioni… Quanto più diventerete consci delle vostre azioni, tanto più svilupperete la saggezza, in altre parole potrete modificare coscientemente il vostro karma” ( pag. 32). E in questa parte del suo discorso Lama Yeshe mostra come quello del karma non sia un concetto difficile, solo perché è espresso con una parola straniera. Mangiare, camminare, dormire è karma, ogni giorno creiamo centinaia di azioni karmiche anche se non ne siamo consapevoli. Imparare a esserne coscienti è la disciplina del controllo della propria mente. Anche gli altri testi contenuti in questo volume ruotano intorno a quella che è la vera natura della mente umana e le illusioni che la oscurano. Infatti l’insegnamento nel buddismo tibetano è sempre lo stesso da centinaia di anni e dipende dal lignaggio a cui appartiene chi lo insegna.

Nel caso di Lama Yeshe e Lama Zopa essi appartengono al lignaggio del grande studioso Lama Tzong Khapa ( 1357-1419) che fondò la scuola Ghelup a cui appartiene anche il Dalai Lama. Dal momento in cui Lama Yeshe e Lama Zopa cominciarono ad insegnare agli occidentali ( su loro richiesta) è il modo di esporre l’insegnamento che è cambiato non l’insegnamento in sé. Lo dice molto bene Lama Yeshe nel testo contenuto nel volume dal titolo “L’educazione Universale” laddove afferma che “ il buddhismo riguarda l’universo nel suo complesso, e noi tibetani possediamo le istruzioni che svelano la realtà universale. Ma questi insegnamenti devono assumere una nuova forma, devono adottare un nuovo linguaggio, solo così questo patrimonio potrà contribuire al benessere comune di tutta l’umanità” (pag. 248).
Dal punto di vista teorico e filosofico il testo più importante contenuto nel volume è l’esposizione e il commento da parte di Lama Zopa de “ I tre aspetti principali del sentiero composto da Lama Tsong Khapa, testo che fa parte della tradizione degli insegnamenti Lam Rim ( il Sentiero graduale verso l’Illuminazione) . Dice Lama Zopa: “ L’essenza di tutti gli insegnamenti di Dharma si può riunire in tre punti essenziali, solitamente definiti I Tre Aspetti Principali del Sentiero per l’Illuminazione: la mente dotata di autentica rinuncia; la motivazione illuminata di bodhicitta ( ovvero l’aspirazione altruistica di ottenere la piena illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri); e la corretta visione della vacuità ( la natura ultima della realtà, la totale assenza di esistenza inerente e di vera identità di tutti i fenomeni)” ( pag 88). Cos’è l’autentica rinuncia? A cosa dobbiamo rinunciare? Diciamo subito che non si tratta di rinunciare alle cose che ci piacciono della nostra vita, si tratta di rinunciare alla sofferenza e alle sue cause. Sofferenza che non deriva dalle cose che possediamo o dalle cose che ci piacciono, ma dall’attaccamento ad esse, dall’ossessione che abbiamo per esse. “ Il problema non è godere dei nostri beni ma provare dell’attaccamento per essi” (pag. 101). Ma praticare la rinuncia non è sufficiente. “Se vogliamo raggiungere la meta suprema della mente di Buddha, la mente dotata di una completa rinuncia deve possedere bodhicitta, cioè la motivazione di voler ottenere l’illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri viventi” (pag. 108). La parola chiave è motivazione. Essere altruisti non basta e non conta se non è accompagnato dalla giusta motivazione, quella che aspira al benessere universale. Presupposto di questa motivazione è l’avere già sviluppato dentro di sé la compassione, cioè il desiderio che tutti gli esseri siano liberi dalla loro sofferenza. A sua volta la compassione nasce dall’amore, cioè dal desiderio che tutti gli esseri siano felici. Ma questo a sua volta sarà possibile solo se avremo praticato l’equanimità, che consiste nel considerare tutti nella stessa maniera, senza distinzioni tra amici e nemici. Il terzo sentiero, dopo quello della rinuncia e della mente di bodhicitta è la saggezza della vacuità, ovvero la corretta visione della realtà. “ E’ molto difficile avere una visione chiara della realtà perché la nostra mente è abituata da sempre a percepire le cose in modo distorto” (pag. 122). Per spiegare la vacuità Lama Zopa parte dal concetto buddista di Io, che è molto diverso, anzi antitetico al modo che hanno avuto la religione, la filosofia e la psicologia occidentali di intenderlo. Egli afferma che “ Da tempo senza inizio abbiamo pensato al nostro io come a qualcosa di inerentemente unico, innato e dotato di una esistenza completamente indipendente che sembra non dipendere dal nostro corpo, dalla nostra mente, o da qualsiasi altro fattore”( pag. 122). E continua dicendo che esiste effettivamente un io convenzionale , ma noi lo percepiamo nella maniera sbagliata, ovvero come qualcosa di indipendente e autonomo. Oppure al contrario come qualcosa che è un tutt’uno con il corpo e la mente. Ma se così fosse questo io sarebbe identificabile in qualche parte del nostro corpo, ma così non è. Riflettendo a lungo su questi concetti, afferma Lama Zopa, si arriva facilmente alla conclusione che non può esistere un io indipendente. Più avanti si afferma che esistono due livelli di verità: la verità convenzionale o relativa, e la verità assoluta e definitiva, la vacuità, cioè la percezione diretta del fatto che tutti i fenomeni “sono privi di una reale e indipendente esistenza a sé stante” (pag. 125). Si parla qui di percezione diretta della vacuità, non di quella puramente intellettuale, bensì di quella intuitiva. Non si afferma, continua Lama Zopa, che l’io non esiste, e che non esistono i fenomeni e le persone. Esistono ma in dipendenza del nostro corpo e della nostra mente; esiste un io che vive, compie azioni, che fa parte di un continuum di azioni e reazioni. L’estremismo nichilista, afferma Lama Zopa, è molto pericoloso e può portare a gravi disturbi. Dobbiamo raggiungere uno stato in cui saremmo in grado di distinguere la verità assoluta della vacuità dei fenomeni, e nello stesso tempo apprezzare le gioie della verità relativa.

Nel testo “Integrare il Dharma nella vita”, discorso tenuto da Lama Yeshe nell’agosto 1974 nel New Jersey, si pone l’accento sul fatto che “ I Lama parlano soprattutto del presente, di ciò che sta accadendo nella vostra mente proprio in questo momento” (pag. 131). E continua dicendo “ Alcuni possono pensare che il Dharma sia un fenomeno culturale strettamente limitato all’Oriente, ma non è affatto così…La saggezza del Dharma è universale…Come iniziare la giornata con la saggezza del Dharma? Invece di seguire gli istinti del vostro Ego, che vi spinge a soddisfare il bisogno di caffè. svegliatevi con calma, e con attenzione osservate il vostro stato mentale, quindi determinate la motivazione che vi sosterrà per tutto il resto della giornata. Vivere semplicemente per il caffè non ha nessun valore. E’ molto meglio dedicare questa giornata allo sviluppo di bodhicitta” (pag.134). Come si vede da questa prima affermazione di Lama Yeshe praticare il buddismo non è una cosa semplice. E’ un impegno, è un assumersi delle responsabilità non solo verso se stessi, ma soprattutto verso gli altri, e come si dice nel testo appena citato, per tutta la nostra giornata. Come abbiamo visto la bodhicitta non è semplicemente amore e compassione per gli altri è l’aspirazione altruistica di ottenere la piena illuminazione per il beneficio di tutti gli esseri, quindi si “lavora” non per raggiungere l’Illuminazione per noi stessi ma perché solo così potremmo essere di beneficio agli altri. Lama Yeshe era famoso perché non raccontava storie antiche tibetane per spiegare con esempi la pratica buddista. Gli esempi li traeva dall’esperienza dei suoi studenti occidentali. In questo testo per spiegare cosa siano la realtà convenzionale e quella ultima fa l’esempio dei bianchi e dei neri in America ( ricordiamoci che siamo negli anni ’70). Egli afferma che quando un bianco e un nero sono uno di fronte all’altro è come se non si vedessero. “ Il bianco proietta una minacciosa immagine nera sull’altro, e il nero fa lo stesso. E prosegue dicendo: “ Ciò che fa la differenza non è cosa vedono ma come lo vedono” (pag. 139). Liberarsi della falsa visione della realtà, frutto delle proprie illusioni, non è una cosa da “brave persone”, perché liberarsi dalle illusioni e vedere la realtà così com’è e il presupposto per essere felici. A questo proposito nel testo si dice: “Potreste pensare: Il lama parla molto, ma sono solo congetture, prive di fondamenti pratici” ( pag. 140). A questa possibile obiezione Lama Yeshe risponde come sempre dicono di fare i Lama tibetani, e cioè invita a mettere alla prova gli insegnamenti sperimentando di persone se sono validi o no. Un ultimo testo contenuto nel volume Il potere della saggezza a cui vorrei solo accennare perché è piuttosto lungo è “Vita, Morte e Stato Intermedio”, insegnamento tenuto da Lama Yeshe in Svizzera nel 1983. E’ un testo bellissimo e andrebbe citato parola per parole, anche perché Lama Yeshe non esponeva gli insegnamenti semplicemente così come li aveva appresi, era come se intuisse quello di cui le persone che lo stavano ascoltando avessero bisogno, e questo senza addolcire o annacquare le difficoltà contenute nell’insegnamento stesso. Questo perché non erano cose che lui aveva solo studiato, lui le aveva vissute, lui parlava per esperienza personale. Purtroppo non l’ho conosciuto di persona perché mi sono avvicinata al buddismo tibetano da pochi anni, ma ho letto i suoi libri e soprattutto visto i video che lo mostrano durante gli insegnamenti. Corrispondono a quello che mi hanno detto tutti coloro che lo hanno conosciuto. Quelli almeno che ho contattato personalmente dato che sto cercando di scrivere un romanzo ispirato ai primi giovanissimi studenti di Lama Yeshe a Kopan negli anni ’70. Tutti, che fossero italiani, americani, canadesi o tedeschi, mi hanno detto la stessa cosa: “era come se vedesse dentro di me, ci amava e aveva un senso dell’umorismo grandissimo”. Forse questi tre aspetti non sono di moda in un maestro qualificato, ma personalmente non sono contrario alla devozione, se praticata in misura ragionevole.
Tornando a “Vita, Morte e Stato Intermedio”. C’è una grande differenza tra la concezione della morte in occidente e la concezione della morte nel buddismo tibetano; la differenza più grande, a mio parere, non sta tanto nel fatto che in occidente si pensa che non ci sia niente dopo la morte oppure se si è cristiani che ci sarà una vita, ma in un luogo “altro” rispetto al nostro, quando invece nel buddismo si crede nelle infinite rinascite. A mio parere la differenza più grande è che per il buddismo la morte non consiste nella cessazione del respiro. Dice Lama Yeshe nel testo. “ I dottori occidentali credono che quando avete smesso di respirare siete morti, pronti per la cella frigorifera! Secondo il buddhismo anche se la persona non respira è ancora viva e sta sperimentando le cosiddette quattro visioni: la visione bianca, la visione rossa, la visione nera e la visione di chiara luce” (pag. 210). Dopo inizia il bardo in cui accadono cose simili a quelle che sperimentiamo durante lo stato di sonno: “Proprio come nel sogno, quando il corpo riposa addormentato, la bramosia del desiderio opera allo stesso modo. Ed è così potente che anche quando il corpo è freddo e la circolazione dell’aria e del sangue è cessata, interiormente continua a funzionare, insieme agli altri veleni psichici…” (pag. 236). Ma poche righe dopo assicura i suoi ascoltatori dicendo che questo a loro non capiterà: “ Non dovere preoccuparvi delle difficoltà della morte. Non dovere preoccuparvi perché dentro di voi avete tutti un certo grado di amore e benevolenza” (pag. 237
Biografie di Lama Yeshe e Lama Zopa:
Lama Thubten Yeshe, il cui nome è conosciuto e pubblicato in Italia come Lama Yesce, nacque in Tibet. All’età di sei anni entrò nell’Università Monastica di Sera Je, a Lhasa, capitale del Tibet. Studiò nel monastero fino al 1959, quando l’invasione cinese del Tibet lo obbligò a fuggire in India.Lama Yeshe continuò a studiare e meditare in India fino al 1967, quando, con il suo principale discepolo, Lama Thubten Zopa Rinpoce, decise di recarsi in Nepal, dove, due anni dopo, fondò il monastero di Kopan, vicino a Kathmandu.Nel 1974 i due lama iniziarono a fare viaggi di insegnamento in Occidente, in seguito ai quali si formò una rete mondiale di centri di insegnamento e meditazione di buddhismo, l’FPMT internazionale.Nel 1984, dopo dieci anni di insegnamenti mahayana e dopo aver ispirato alla ricerca interiore e alla pratica del buddhismo molti occidentali, Lama Yeshe lasciò il corpo, all’età di quarantanove anni. Nel 1985 nacque in Spagna, da genitori spagnoli, Ösel Hita Torres, che Sua Santità il XIV Dalai Lama identificò quale reincarnazione di Lama Yeshe, nel 1986.
Lama Zopa Rinpoce è nato a Thami, in Nepal, e a tre anni è stato riconosciuto come la reincarnazione dello yogi Kunsang Yeshe, il lama di Lawdo, dell’etnia scerpa e del lignaggio buddhista Nyingma. All’età di dieci anni, durante un viaggio con lo zio, volle fermarsi in Tibet a studiare e meditare nel monastero di Domo Ghesce Rinpoce, vicino a Pagri, dove rimase fino a quando l’occupazione cinese del Tibet non l’obbligò a mettersi in salvo nel Buthan. Lama Zopa Rinpoce, in seguito, raggiunse il campo profughi di Buxa Duar, nel Bengala occidentale (India), dove incontrò Lama Yeshe, che divenne il suo Maestro principale. I due lama si recarono in Nepal nel 1967, e nei successivi due anni fondarono i monasteri di Kopan e di Lawdo. Nel 1971, Lama Zopa Rinpoce guidò il primo dei suoi corsi-ritiro sul lam-rim (il sentiero graduale mahayana), che si rinnovano annualmente a Kopan. Nel 1974, insieme a Lama Yeshe, Rinpoce iniziò a insegnare in varie parti del mondo e a fondare centri di buddhadharma. Quando Lama Yeshe lasciò il corpo nel 1984, Rinpocedivenne direttore spirituale della FPMT invitato da S.S. il Dalai Lama.
(Da http://www.iltk.org/it/istituto/lignaggio-e-maestri/i-fondatori#yeshe )

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siti utili:
http://www.lamayeshe.com/ ( l’archivio ufficiale)
http://biglovelamayeshe.wordpress.com/ ( biografia a puntate)
http://www.iltk.org Il centro a Pomaia ( Pisa)

 Le foto presenti in questo articolo provengono dall’archivio LamaYeshe: http://www.lamayeshe.com/