Alcuni momenti della presentazione del romanzo “1968” di Dianella Bardelli alla Biblioteca Comunale di Molinella il 28/11/2018

La mia newsletter letteraria di Novembre: il mio romanzo “1968”

Buona sera,questa è la mia newsletter letteraria di Novembre, contiene l’avviso dell’uscita del mio romanzo “1968”, edito da Parallelo 45 Edizioni e ambientato nella Bologna del ’68.
La prima presentazione avverrà mercoledì 28 Novembre alle 20,30 presso la Biblioteca Comunale di Molinella (Bologna), Piazza Martoni 19/1. Sarà presente l’editore Fabrizio Filios.
Il romanzo narra la vita quotidiana di una giovane studentessa fuori sede di nome Marina che fa politica attiva in un collettivo studentesco, torna spesso nella sua piccola città di provincia per farsi coccolare dalla famiglia, fa lavoretti per mantenersi, e  “per caso” è coinvolta in  qualcosa in cui mai avrebbe pensato di trovarsi. 
Questa è la copertina

Sui romanzi e racconti ispirati a persone reali

In una didascalia sotto il titolo di un romanzo che sto leggendo c’è scritta una frase di Stendhal che mi ha fatto riflettere per la sua veridicità: ” Non posso restituire la realtà dei fatti, posso solo presentarne l’ombra”. E’ proprio così, ho pensato; quando ho voluto scrivere romanzi e racconti ispirati a persone realmente esistite mi sono affannata ossessivamente a cercare ogni dettaglio della loro vita, azioni, parole, scelte. Perché le hanno fatte e dette e in quali circostanze. Dov’era quella data persona che stava diventando personaggio?; con chi era? Soffriva? Gioiva? E per cosa?
Volevo restituire la realtà dei fatti, anche se stavo scrivendo un romanzo e non una biografia. Ma ugualmente pensavo di aver bisogno di esperienze reali da cui partire, su cui appoggiarmi.
Invece bisogna andare oltre i fatti, restituire l’immagine che abbiamo di una data persona a cui ci ispiriamo. L’ombra che quei fatti hanno prodotto, il loro fantasma.

Nel sito de La Poesia e lo Spirito potete trovare quattro racconti ( due oggi e due domani a partire dalle ore 12) che sono altrettanti capitoli di un romanzo che sto scrivendo ispirato alla vita e alla poesia della poetessa americana Lenore Kandel, di cui il 18 Ottobre ricorre il secondo anniversario della scomparsa:

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/10/15/bill-e-lenore-bill-se-ne-va-racconti-di-dianella-bardelli/

 copertina vicini ma da lontano

Questa è la trama del mio romanzo Vicini ma da lontano, così come l'ho esposta alla presentazione allo spazio Eureka dell'Ipercoop Lame di Bolognail 23 Febbraio scorso

 Questo romanzo è il mio primo pubblicato, ma l'ho scritto qualche anno fa quando mi sono avvicinata per la prima volta alla pratica della meditazione buddista. Questo romanzo fa un po' parte della fase dell'entusiasmo quando incontri qualcosa non soltanto di nuovo ma che hai l'impressione che ti possa servire molto per vivere meglio, per affrontare meglio le cose della vita con più serenità. La trama è questa: in un tempo che è il nostro ma non proprio di questi anni, nel senso che non si parla di computer, non si parla di telefonini, quindi potrebbero essere gli anni '80, '90, c'è questo gruppo di ragazzi, tre ragazzi e una ragazza, che in una città che potrebbe essere la nostra ma non viene nominata, vivono sempre insieme; in qualche modo si sono isolati dal resto delle persone che comunque frequentano andando a lavorare o a scuola; loro vivono sempre insieme e quello che fanno è guardare le cose, contemplarle e si affidano molto ad Andrea, il più grande del gruppo, che è il protagonista del romanzo e che è l'unico che già lavora e si sta avviando intensamente a imparare gli insegnamenti buddisti. Quindi lui è il leader di questo gruppo, gli altri sono dei ragazzini, quando lui parla loro di buddismo fanno un po' finta di capire, non è che capiscano tanto, però lo ammirano e quando stanno nella sua stanza piena di questi lumini, di queste lucine, pensano che stanno bene. E quindi continuano a fare questa vita molto autoreferenziale, loro vivono in un mondo che comprende solo loro quattro. Un bel giorno arriva la primavera, vanno a fare una gita in montagna perché uno di loro ha la casa di famiglia dell'Appennino. Facendo una passeggiata scoprono una piccola casa abbandonata. Tra l'altro non l'idea del romanzo, ma che Andrea vada a stare in questa casa abbandonata, mi è venuta vedendo una vera casa abbandonata sull'Appennino. Decidono di rimanere lì a dormire per la notte. Quello che accade è che Andrea decide di rimanere lì, mentre gli altri non hanno nessuna intenzione di farlo perché la notte è stata fredda, è stato scomodo dormire nella casa, e vogliono le loro colazioni calde. Quindi tornano in città mentre Andrea rimane lì. Lui è tutto contento perché questo secondo lui fa il “vero buddista”, il vero buddista è l'eremita che si isola. Quindi passa un certo periodo lì, ed è contento perché gli sembra la situazione ideale dove lui fuori da qualunque distrazione può fare le sue pratiche buddiste. Solo che cosa succede? Succede che per caso incontra un uomo più grande, che poi si scopre essere il proprietario della sua casetta e di tutto il bosco intorno, che vive in una bella casa . Tra loro nasce un'amicizia che scombussola tutte le costruzioni mentali di Andrea. Questo uomo è uno a cui piace godersi la vita, quando mangia bisogna che ci siano i bicchieri di cristallo sennò gli sembra che il vino non sia buono e ci devono essere i piatti più costosi sennò il mangiare non è buono, e quindi mette in discussione tutta la frugalità di cui si era circondato Andrea, che comincia anche lui a pensare che in effetti è vero che in un bel calice il vino è più buono. Fino ad un finale che lascio alla vostra curiosità.

  Uno dei brani letti di Vicini ma da lontano durante la presentazione

Andrea si alzò e andò verso la credenza azzurra; dal ripiano
protetto dal vetro prese una pagnotta di pane già
un po’ raffermo ma non del tutto secco e con un coltello
seghettato ne tagliò una fetta abbastanza spessa; la sminuzzò
in piccoli pezzettini con i quali imboccò il cucciolo
bianco. Poi dal secchio dell’acqua che teneva in
casa per cucinare riempì una delle due tazze di plastica
che possedeva. Il cane mangiò il pane e bevve avidamente
l’acqua; allora Andrea gli riempì di nuovo la tazza.
Bevi, bevi, mormorava intanto che il cane si dissetava.
Poi gli si sedette accanto; il cane alzò la testa dalla tazza
ancora mezza piena e lo guardò, Andrea lo ricambiò con
uno sguardo immobile e interrogativo. Nei giorni seguenti
avrebbe guardato spesso a quel modo il cane, per
cercare non solo un semplice contatto tra un uomo e un
cane, ma un rapporto tra uguali esseri viventi in grado di
capirsi e di parlarsi con gli occhi. Ma era sempre il cane
a distogliere per primo lo sguardo, come a dire: non è
possibile, ci sono dei limiti al nostro rapporto, quindi accontentiamoci
di quello che possiamo fare l’uno per l’altro
e non trasformarmi nel tuo amico spirituale; primo
non posso e secondo anche se potessi non lo verrei perché
comunque tu stai lì nel tuo cerchio di mondo e io sto
qui nel mio cerchio di mondo….

Un altro brano letto:

Si era ormai al tramonto e tra poco il cielo si sarebbe
riempito di stelle. Ma con le stelle la conversazione è impossibile,
pensò Andrea, creavano in lui lo stesso impre-
cisato imbarazzo di una vera conversazione umana. È
troppo forte l’intensità che proviene da un cielo stellato,
si disse. Paralizza, si rimane senza parole, sovrastati,
schiacciati, inesorabilmente immobili su questa terra desolatamente
piatta a cui siamo incollati con le palme dei
nostri piedi. Guardiamo in alto immaginandoci le stelle
che crediamo di vedere, immaginandoci un cielo notturno
che crediamo esista indipendentemente da noi.
Confusi tra ciò che è dentro e fuori di noi distogliamo lo
sguardo, per troppa ipnotica bellezza, dalle stelle, dal
cielo e quindi da noi stessi, rientriamo nella nostra
stanza, prendiamo un libro, guardiamo un film, ci distraiamo
da quella visione troppo forte, troppo intensa.
Senza neppure immaginare che è lì che saremmo dovuto
rimanere, vivendo il seguito di quell’avventura tutta interiore
a noi stessi.
Andrea rimase seduto sulla pietra piatta sul greto del
fiume e non volle distrarsi. Era ormai notte. I piatti che
aveva lavato nel ruscello luccicavano, emanavano brillantezza
e biancore, splendevano come una pila di dischi
di lune sovrapposti gli uni sugli altri. Guardandoli Andrea
si accorse di come perdevano la loro consistenza
fisica per trasformarsi in pura luminosità; quei dischi ancora
umidi dell’acqua del ruscello diventavano lo specchio
del chiarore delle stelle e della luna in quel
momento leggermente opaca. Non distolse lo sguardo
Andrea da quella trasformazione che avveniva sotto i
suoi occhi; non si sottrasse a quella metamorfosi di cui
lui stesso era l’artefice. I piatti, resi ancora più chiari dal
buio della notte, ebbero un’eco della loro bellezza nel
suono delicato del ruscello notturno. Diverso era quel
suono da quello ordinario, per così dire, del mattino, del
giorno fatto, del pieno sole. Ora aveva un suono più sottile,
indecifrabile, leggero; per udirlo chiaramente bisognava
affilare l’udito e concentrarsi. Allora diventava
l’eco di qualcos’altro e perdeva così la sua natura di
suono unilaterale per connettersi agli oggetti vicini che
diventarono in Andrea, in quello specifico momento,
l’eco dei piatti lunari e stellari spendenti di luce. Quando
questa visione divenne stabile perdendo quell’aura di
movimento che l’aveva caratterizzata nei minuti precedenti,
Andrea guardò il ruscello. Sembrava che in esso
guizzassero piccoli spettri bianchi o piccoli pesci immaginari
frutto dei riflessi di luce ed ombre di quella notte
di inizio estate. Il ruscello evocò in Andrea il buio che
l’avvolgeva; sentì freddo, si alzò e vide Mantra che scodinzolando
lo aspettava sul sentiero. Rientrò col cane in
casa, si distese sul sacco a pelo. Solo quando già dormiva
ci si infilò dentro.

E un altro ancora:

Era accaduto tutto in un giorno. Un mattino, mentre
stava facendo colazione, qualcuno aveva bussato alla
porta di casa. Stupito Andrea andò a vedere chi fosse.
Si trovò davanti l’uomo che aveva incontrato tempo
prima nel bosco.
– Salve, disse sorridendo allegramente. Il viso pieno e
tondo era abbronzato, le guance quasi di un rosso rubizzo.
Era vestito con una maglietta e pantaloni al ginocchio.
– Buon giorno, rispose Andrea, nel modo più formale
che poté
– Sono venuto a farti visita, disse l’uomo, ti disturbo?
– Sto facendo colazione, rispose Andrea, e intanto era
uscito accostando la porta di casa alle sue spalle. Poi si
allontanò di un paio di metri e si voltò a guardare l’uomo
tenendo le mani in tasca dei pantaloni corti che indossava.
Anche lui si voltò verso Andrea, sempre sorridendo
e per nulla imbarazzato dei modi poco cordiali di
Andrea.
– Ehi!, disse l’uomo, siamo vicini di casa! Quindi eccomi
qua a fare conoscenza!
– Non cerco amici, disse Andrea. Sentì che le parole gli
erano uscite da sole, ma non provò a rimediare, a smentire,
neanche ebbe un moto d’imbarazzo o vergogna. –
Non cerco amici, ripeté.
– Io sì!, disse l’uomo ancora una volta sorridendo e per
nulla scoraggiato.
– Andiamo al ruscello, disse Andrea, lì si parla meglio
– Va bene, disse l’uomo allargando leggermente le braccia.
Il suo tono era talmente conciliante e pacifico da stupire
Andrea.
 

Per acquistare il libro in internet:
 http://www.ibs.it/code/9788861553156/bardelli-dianella/vicini-lontano.html

La mancanza *

Guardando i vestiti la sua mancanza si fa cotone, organza dai mille colori sgargianti, si fa pizzo da pochi soldi. Nella mancanza tutto splende, seduce, diventa bello e irraggiungibile. Lei passa tra le file di appendiabiti, tra camice tutte uguali ma di differente colore e pantaloni estivi di fogge diverse, strettissimi, larghissimi, a vita bassa, all’orientale, di cotone grosso o trasparente. Roba da poco, pensa, ma come è bella! Bella della “sua” assenza.
La sua mancanza, la nostalgia di “lui” la sente sulle labbra, sulle guance o nel suo sguardo, che a vederlo da fuori sarà triste e sognante. Ma trovandosi all’improvviso davanti ad uno specchio che la ritrae a figura intera, si trova mal vestita, spettinata, il suo sguardo le rimanda occhi torvi, per nulla sognanti. Occhi impauriti. Mi vedo sempre gli occhi impauriti, si dice. Impauriti di niente. Impauriti e basta.
Si allontana dallo specchio, continua a girare per il negozio con l’aria di chi cerca inutilmente qualcosa. La fa quasi sentire bene quella mancanza così feroce di “lui”, lì dentro, in quel negozio scalcinato, da quattro soldi. Questo negozio è come me, pensa, avvilito, triste, abbandonato.
Così rimane a lungo a gironzolare fra tutta quella merce perché lì sente più forte la sua mancanza.
Sono mesi che aspetta un suo cenno, un suo richiamo; aspetta soprattutto qualcosa di scritto, qualunque cosa scritta dalla mano di lui. Si accontenterebbe di un semplice ciao, le riempirebbe per mesi tutte le giornate a venire. Non lo odia ma da lui non arrivano cenni, non arrivano risposte alle sue dimostrazioni di disponibilità. Non lo odia, ma culla la sua mancanza con un sentimento di mesta pazienza che qualche volta si muta in un debole risentimento senza astio.
Immagina future o immediate lettere che potrebbe scrivergli. Lettere di rimprovero o di richiesta d’attenzione, lettere in cui dichiararsi ancor più disponibile. Ma così sarebbe come mettersi completamente nelle sue mani. Questa eventualità la distoglie dal farsi ancora viva con lui. E’ un amore senza speranza, il mio, pensa, eppure non lo scaccia, non fa nulla per dimenticarlo, non vuole dimenticarlo, lo nutre anzi, se ne prende cura come di un amore reale. Il fatto di non essere contraccambiata non le dispiace abbastanza da volersi disfare del pensiero di lui. In qualche modo le riempie una vita senza scosse, senza un vero dolore.
Mentre gira ancora per il negozio di vestiti pensa: sono troppo alta, forse è questo che non va ai suoi occhi, e ho i capelli lunghi e volutamente spettinati.
Culla i pochi ricordi che ha di lui. Il  modo in cui si è allacciato la sciarpa lo scorso inverno quando si sono incontrati e hanno parlato qualche minuto, il modo come ha mosso la testa e il corpo mentre parlava della malattia da cui era da poco guarito.
Così naturale quel suo muoversi, così seducente quel suo allacciarsi le sciarpa. E’ da quel momento che ha cominciato a pensare a lui. A pensare a lui sempre. Adesso è  la mancanza, quel sottile piacevole rodimento che nasce dall’assenza, dal fatto che lui non c’è, non c’è per lei e non ci sarà mai. Di questo lei è sicura. E’ una relazione senza speranza, che non comincerà mai. Non lo interesso abbastanza, pensa. Tutto qui. Non ci sono spiegazioni complicate, motivi nascosti. Del resto è sempre così. Si pensa solo alle persone che ci interessano  molto, che per un motivo o per l’altro ci intrigano, dalle quali ci aspettiamo qualcosa, qualcosa di sconosciuto, attraente, qualcosa che ci piacerà, ci cambierà, che ci farà migliori, o superiori, e farà scomparire tutti i nostri difetti, angosce, disperazioni. Per lei è proprio così. Questo è quello che si aspetterebbe da lui. Che lui le portasse e le regalasse tutte queste cose e che le desse la sua disponibilità totale. Che diventasse suo, una sua proprietà. Ecco perché, pur sapendo che è una storia senza speranza lei se la culla e la nutre   e la coltiva. Perché solo lui ha quel potere, ha quei regali, felicità, sicurezza e soprattutto la magia, la fiaba. Solo lui ha quelle cose antiche dell’adolescenza. E solo lui può essere veramente amico e fratello. Ecco perché non lo vuole dimenticare. Anche se sa che questo accadrà inevitabilmente.
Così ha deciso. Ogni tanto si farà viva con lui. Per non dimenticarlo. Per alimentare il suo amore. Il suo non ricambiato amore.

* fa parte di un mio romanzo inedito: L’amore ingrato

lo trovi anche qui: http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/