Recensione del libro di Elio Guarisco: Quando il Garuda volò a Occidente

 Nato a Como nel 1954, Elio Guarisco da giovanissimo lascia l’Italia per dedicarsi agli studi del Buddismo recandosi in India. Ritornato in Europa, dal 1976 al 1986 soggiorna nella Svizzera francese dove apprende la lingua tibetana, sia classica che parlata, e la filosofia buddista da Geshe Rabten. Inizia così la sua attività di traduttore, che continua tuttora.
Alcuni anni fa ha scritto questa autobiografia che personalmente ho letto come un romanzo; lo stile infatti è narrativo, e pur essendo scritta in prima persona, in essa l’autore dà l’impressione di raccontare la storia di qualcuno che non è lui. E’ una strana impressione questa, in genere anche negli scrittori migliori ( ad esempio dal mio punto di vista Jack Kerouac ), l’uso della prima persona è alquanto insidioso dato che si presta così facilmente all’auto compiacimento, all’auto assoluzione, e all’auto glorificazione. Niente di tutto questo nel libro di Guarisco. L’impressione di raccontare non la sua storia ma quella di un altro è data dal fatto che lui stesso non dà particolarmente importanza alle vicende che racconta, come se fossero cose normali, vita di tutti i giorni. In genere invece chi scrive un’autobiografia è convinto che la sua vita sia tanto eccezionale da meritare di essere scritta.
Lasciare tutto a 16, 18, 20 anni per andare all’avventura in India era usuale negli anni ’70; andarci con l’autostop, su una jeep dell’esercito americano, su un pulmino volkswagen o in auto scassate era effettivamente il modo abituale di andarci. Soprattutto non bisognava avere molti soldi e neanche molta fretta. Non c’erano stages, master da frequentare in Occidente; i giovani cercavano altro, se stessi principalmente. L’Hippy trail prevedeva di attraversare paesi che oggi, per via delle guerre internazionali e civili non è più possibile attraversare.
E così nel libro Guarisco ci racconta di come egli si spostasse tranquillamente per l’India al seguito il maestro di meditazione Goenka che aveva incontrato prima a Sarnath ( dove Buddha aveva pronunciato il suo primo sermone ai suoi primi cinque allievi), e in seguito a Body Gaya ( luogo in cui Buddha raggiunse l’illuminazione).
A proposito di questi e altri luoghi sacri Guarisco fa alcune riflessioni interessanti che personalmente condivido e che frequento spesso nel dialogo interiore con me se stessa: “ Allora ignoravo l’esistenza di questi luoghi e cercavo il luogo sacro dentro di me, ma ora che li conosco e che sono conscio della loro importanza sento allontanarsi il vero luogo sacro. A quel tempo ero solo con la mia ricerca interiore, mentre oggi le false responsabilità altruistiche, gli impegni organizzativi e il senso di identificazione intaccano la freschezza della mia ricerca. Vorrei trovarmi ancora tremendamente solo” (pag. 21).
Tornato a Milano dopo poco Guarisco si reca in Svizzera invitato da un amico e qui l’incontro con il maestro Gheshe Rabten dà una svolta fondamentale alla sua vita. Ne diventa discepolo, e rimane con lui per molti anni.
Il libro prosegue con il racconto della biografia di Gheshe Rabten che si conclude con la riproduzione dei versi scritti da questo maestro dopo un lungo ritiro sulla montagna che sovrasta Dharamsala in India dove vive il Dalai Lama. Quest’ultimo li ritenne così importanti da convincere Gheshe Rabten a recarsi in Europa ad insegnare il Buddismo Tibetano. Scrive Guarisco: “ Ghesche nel ’76 lasciò definitivamente l’India e benché non desiderasse venire in Europa e preferisse restare in montagna a continuare l’intensa attività contemplativa, si stabilì in Svizzera su richiesta del Dalai Lama che lo riteneva utile agli occidentali” (pag. 49).
I versi di Gheshe Rabten sono il risultato della sua meditazione e contemplazione della vacuità. Furono in seguito pubblicati in Svizzera con il titolo: The song of the Profound View; ne riporto alcuni che hanno molto a che vedere con ognuno di noi e la nostra presunta conoscenza della Verità delle cose.

Chi non capisce come sorgono le emozioni
E’ come una grotta vuota.
Se non si è abili nell’usare i mezzi per riconoscere
l’aggrapparsi al sé,
Le magnifiche e profonde verità che proclamiamo
Sono soltanto un’eco.” (pag. 49)

Elio rimase due anni con Gheshe Rabten nel monastero di Rikon in Svizzera; qui insieme ad alcuni altri ragazzi occidentali, divenne monaco e cominciò a studiare la filosofia del buddismo tibetano la lingua tibetana per poter leggere i testi in lingua originale e per poter tradurre gli insegnamenti del maestro rivolti ai monaci occidentali e ai laici di passaggio. A proposito del suo stato d’animo in quei primi anni in Svizzera Guarisco scrive: “ A Rikon sembrava di vivere in un sogno: non eravamo in Occidente o in Svizzera, eravamo in Oriente. Per noi l’unica cosa importante era imparare il Dharma e quindi ci sentivamo estranei e disinteressati al mondo circostante. Volevamo comprendere le verità più profonde ai piedi di un grande maestro dalla personalità carismatica….sembrava che in quel periodo avessimo dimenticato la nostra identità culturale per assumerne un’altra” (pag. 64). E’ un passo molto importante della vicenda umana di Guarisco, simile a quella di altri ragazzi occidentali che in quegli anni fecero le sue stesse scelte radicali. In pochi anni però questa scelta si trasformerà nel suo contrario. Più avanti nel libro infatti afferma: “ Il nostro entusiasmo verso l’insegnamento si trasformò in un vivace antagonismo alla cultura tibetana colpevole di presentare il Buddismo in una veste e in in linguaggio medievali….Così cominciammo a circolare libri di Paul Tillich, Martin Heiddeger, Husserl, Nietzsche….La cultura tibetana è una cultura medievale che l’invasione cinese ha catapultato nell’epoca moderna. Per insegnare il Buddhismo tibetano in Occidente occorre una conoscenza della cultura occidentale che un tibetano cresciuto in Tibet non potrà mai avere…Nella sostanza l’insegnamento può rimanere invariato, ma nella forma deve adattarsi al contesto sociale in cui viene trasmesso” ( pp 128-129). Queste e altre simili riflessioni lo portarono alla fine degli anni ’70 a lasciare la vita monacale e la Svizzera per fare ritorno a Milano. Di lì a poco Guarisco si avvicina al Buddhismo Dzogcen diNamkahi Norbu di cui è tuttora il traduttore, anche se questo maestro ha vissuto fin dalla gioventù in Italia ed è uno dei pochi maestri tibetani a parlare molto bene l’italiano.

 Elio Guarisco, Quando il Garuda volò a Occidente – L’esperienza di un discepolo buddhista con un lama tibetano, Shang Shung Edizioni, 1994

 Il sito della Shang Shung Edizioni http://www.shangshungpublications.org/

Il sito della comunità Dzogcen in Italia: http://www.dzogchen.it/

Intervista a http://www.rinpoche.com/teachings/ktginterview-1.pdf