Ho chiacchierato con Corrado Ori Tanzi sul mio romanzo Il bardo psichedelico di Neal Cassady

Ho chiacchierato con Corrado Ori Tanzi sul mio romanzo Il bardo psichedelico di Neal Cassady, qui nel suo blog

Neal Cassady ovvero la versione di Dianella

Presentazione di “Verso Kathmandu alla ricerca della felicità alla Locanda Pincelli di Selva Malvezzi ( BO ) la sera del 19 Giugno”

Presentazione del mio romanzo Verso Kathmandu alla ricercadelle felicità il 19 giugno alla Locanda Pincelli di Selva Malvezzi (Bologna)  alle ore 21,30

Presentazione del mio romanzo Verso Kathmandu alla ricerca delle felicità il 19 giugno

Copia di presentazione 19 giugno Locanda Pincelli senza musica

 

 

Mie riflessioni su Lettere sulla creatività di Fëdor Dostoevskij

Sappiamo che Dostoevskij ebbe una vita rocambolesca e inquieta, segnata da alcuni fatti e circostanze che si radicarono fortemente nella sua coscienza e che furono il combustibile di tutte le sue opere.
Basti ricordare l’epilessia che lo accompagnò per tutta la vita ( descritta dettagliatamente ne L’Idiota e ne I fratelli Karamazov ); il vizio del gioco alla roulette e i conseguenti perenni debiti; la finta esecuzione nella fortezza di Pietro e Paolo a Pietroburgo; la condanna ai lavori forzati in Siberia; l’incontro con la moglie di un che gli regalò un volume del Vangelo; la conseguenza scoperta ed esaltazione della figura di Cristo; l’incontro con i delinquenti comuni e la scoperta della loro umanità indipendentemente dai delitti compiuti. Nelle lettere in questione, che coprono un arco di tempo che va dal 1838 al 1880, questi aspetti sono legati sovente al lavoro di scrittura delle opere di Dostoevskij.
Le prime sono indirizzate al fratello Michail, cui Fedor fu legatissimo per tutta la vita.
Una di queste fu scritta il 22 Dicembre del 1849 dalla fortezza di Pietro e Paolo di Pietroburgo, dove lo scrittore era stato rinchiuso dopo l’arresto del 23 Aprile precedente per la sua partecipazione ad un circolo furierista.
E’ in questa lettera che Dostoevskij racconta al fratello la tortura della finta esecuzione inflitta a lui e ad altri giovani. Il resoconto è dettagliato, oggettivo, per nulla sentimentale, come se fosse raccontato dall’esterno della situazione, ma nello stesso tempo con quella partecipazione umana che è tipica della scrittura di Dostoevskij.
Scrive Fedor: “ Io ero il sesto della fila e siccome chiamavano a tre per volta io facevo parte del secondo terzetto e non mi restava da vivere più di un minuto…Nell’ultimo istante tu, soltanto tu, occupavi la mia mente…” ( pag. 28 ).
Subito dopo fu letta la condanna autentica con la quale lo zar puniva il gruppo di furieristi con quattro anni di lavori forzati. La scena di una finta esecuzione sarà raccontata dal Principe Myskin nell’Idiota.
Poche righe dopo Fedor aggiunge: “ Fratello, io non mi sono abbattuto, non mi sono perso d’animo. La vita è vita dappertutto; la vita è dentro noi stessi, e non in ciò che ci circonda all’esterno” ( pag. 28 ). E più avanti: “ Non ho mai sentito ribollire dentro di me delle riserve così sane e abbondanti di vita spirituale come adesso” ( pag. 29 ).
Non sono forse le parole di un essere umano eccezionale se si pensa che è un epilettico cronico, che come dice, ha addosso la scrofola, e sta per essere deportato in un lager?
In un’altra lettera, sempre indirizzata al fratello e scritta nel 1854 subito dopo la sua scarcerazione, racconta il suo viaggio verso la Siberia. Cominciò la notte di Natale. Con i ceppi ai piedi Fedor attraversò in una slitta scoperta le strade di Pietroburgo illuminate a festa, e iniziò il lungo viaggio.
Anche in questa lettera la cosa straordinaria è la differenza tra le condizioni di vita esterne e quelle interne a Dostoevskij. Il freddo, i ceppi ai piedi, le tempeste di neve, il futuro oscuro e ignoto non piegano il suo animo: “ Il mio cuore era in preda a una singolare agitazione, al dolore e a una sorda angoscia. Ma l’aria fresca mi rianimò, e come capita, in genere, prima di intraprendere un qualche nuovo passo nella vita, di sentire dentro di sé una certa vitalità e baldanza , così anch’io mi sentivo sostanzialmente sereno” ( pag. 36 ). E ancora: Avevamo un freddo terribile…eppure, fatto miracoloso, quel viaggio mi ha rimesso perfettamente in salute” ( pag. 37 ).
Infine Fedor racconta al fratello terribili condizioni di vita alla fortezza di Omsk: pulci, pidocchi, scarafaggi in quantità incredibile, cibo insufficiente, freddo di giorno e di notte, lavoro massacrante.
Poi scrive: “ Non starò a dirti quel che è successo in questi quattro anni della mia anima, delle mie convinzioni, della mia intelligenza e del mio cuore. Ma il continuo concentrarmi su me stesso – unico rifugio dove potevo sfuggire a quell’amara realtà – ha portato i suoi frutti. Adesso nutro molte aspirazioni e molte speranze…” ( pag. 42 ).
Nella stessa lettera parlando dei prigionieri comuni dice: “ Tu non ci crederai, ma c’erano dei caratteri profondi, forti, stupendi, e che gioia mi dava scoprire l’oro sotto la rude scorza… Quante storie di vagabondi e di briganti…Mi basteranno per volumi interi” ( pag. 44 ).
In un’altra lettera dello stesso anno 1854, indirizzata questa volta alla moglie del decabrista che gli aveva regalato il Vangelo, parla del suo credere in Cristo: “ Il mio Credo è molto semplice e suona così: credere che non c’è nulla di più bello, di più profondo, di più simpatico, più ragionevole, più virile e più perfetto di Cristo…Se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità” ( pag. 51 ).
Nella seconda parte delle lettere Dostoevskij parla soprattutto del suo lavoro.
In una, rivolta al proprietario del Messaggero Russo, gli chiede di poter pubblicare sulla sua rivista un racconto di cui gli anticipa la trama. Si tratta di Delitto e Castigo. In quel momento è coperto di debiti, avendo perduto tutto il suo denaro alla roulette. Fortunatamente il raccontò sarà accettato.
Non è la sola lettera in cui Dostoevskij parla del suo incessante bisogno di denaro e del fatto che i suoi romanzi sono stati scritti sotto questa impellenza: “ Sempre per tutta la vita io ho lavorato per coloro che mi davano del denaro in anticipo. Dal punto di vista economico non è certo un bene, ma che farci?…mi vendevo soltanto quando l’idea poetica era già nata…Non ho mai preso denaro fondandomi sul vuoto…” ( lettera allo scrittore Strackov del 24 marzo 1870, pag. 107 ).
Le ultimi lettere sono dedicate ai temi affrontati ne I fratelli Karamazov. In una spiega come lo scopo del romanzo sia confutare l’ateismo diffusosi nell’intelligencija russa. “…io scorgo la causa del male nella miscredenza e penso che chi nega il principio nazionale nega anche la fede…Le parole contadino e Russia Ortodossa costituiscono i nostri fondamenti essenziali e primari” ( lettera a Aleksandr Fedorovic Blagonravov, Dicembre 1880, pag. 163 ).

Palden Gyatso, Tibet, Il fuoco sotto la neve

Tibet_fuoco_sotto_la_neveQuesto libro è l’autobiografia di Palden Gyatso, un monaco tibetano che ha vissuto per 33 anni (dal 1959 al 1992) nelle carceri cinesi del Tibet, dove ha subito maltrattamenti e torture. Il suo rilascio e la sua fuga in India a Dharamsala (sede del governo tibetano in esilio e del Dalai Lama) lo si deve all’aiuto e al sostegno di Amnesty International.
La prima parte di questo libro è come una favola. Luoghi meravigliosi, fiumi che scorrono e rendono possibili abbondanti raccolti, armonia nei rapporti familiari. E anche quando qualcuno muore e tutti sono tristi, la vita subito dopo riprende lenta, silenziosa e sempre uguale, all’ombra di tradizioni e abitudini centenarie che nessuno avrebbe messo in discussione o desiderato di cambiare per nessuna ragione al mondo. Quando l’abate del monastero dove Palden Gyatso trascorre il suo noviziato intona un canto “ il suo corpo ondeggiava lievemente mentre salmodiava, come un campo d’orzo ondeggia al soffio della brezza”. E quando gli chiede: “ Sarai felice nella vita religiosa? Tro-la”, risponde Palden, “che significa gioia” (pagine 29-30). Quando passa da novizio a monaco “ mi crucciavo”, dice, “temendo di non essere capace di osservare tutte le 253 regole che costituiscono il voto di gelong. Ma nel 1952, insieme con venti altri novizi, presi il voto davanti al nostro abate e divenni un monaco a pieno titolo. Oggi sono l’unico di quei venti ancora vivo. Alcuni sarebbero morti in prigione. Altri furono uccisi a bastonate durante la Rivoluzione Culturale” ( pagine 40-41).
A partire proprio dal 1952 cominciò inarrestabile la conquista cinese del Tibet che si concluse con l’occupazione del paese nel 1959. Monasteri distrutti, monaci deportati, prigionia per migliaia di tibetani, privazioni e torture. Monasteri ed ex caserme tibetane sono trasformate in prigioni. Palden, come tutti gli altri monaci è costretto ai lavori forzati. Il cibo è scarso. Molti muoiono di fame. Ma gli ufficiali cinesi quando fanno l’appello non vogliono sentirsi dire che quelli che mancano sono morti di fame e così un giorno “qualcuno rispose: U chi log la don pa re, che significa il suo respiro è cessato” (pag. 94).
Dopo un tentativo di evasione Palden fu costretto a vivere per sette mesi con le mani e le caviglie incatenate. “ mi trovai a dipendere interamente dai miei compagni di cella. Non potevo neppure mangiare senza il loro aiuto…Le mie sofferenze erano lenite dalla gentilezza dei compagni” (pag. 105). Subito dopo aggiunge: “ Ma le manette non potevano controllare il mio modo di pensare. La mia educazione religiosa mi dava la pace dell’anima. I ceppi erano solo segni esteriori di prigionia: avevo sempre il potere di dare libero spazio ai miei pensieri”. Quando le mani gli furono liberate ci vollero parecchi mesi per recuperarne l’uso.
Il peggio arrivò nel 1966 con la Rivoluzione Culturale cinese. I prigionieri tibetani erano continuamente costretti ad accusarsi reciprocamente di delitti inesistenti. Lo stesso Palden riferisce nel libro come ogni giorno cercasse con la mente una infrazione da poter confessare durante le sedute di rieducazione socialista. In questo periodo fu più volte sottoposto al “thanzing”, una specie di processo sommario durante il quale i suoi compagni di cella furono costretti a picchiarlo selvaggiamente ogni sera al ritorno dal lavoro per 13 giorni perché non aveva voluto confessare una grave colpa. E quale era questa colpa? Un suo compagno lo accusò di aver compiuto il rituale dell’offerta dell’acqua. “ Era un rituale che tutti i tibetani solevano eseguire: immergevano le dita nell’acqua e spruzzavano gocce nell’aria, come offerta alla divinità. Io non avevo più compiuto quel gesto dall’inizio della Rivoluzione Culturale, sapendo bene quali conseguenze avrebbe provocato” (pag.147). Molto semplicemente tornando alla prigione dalla fabbrica di mattoni dove lavorava aveva immerso le mani in un ruscello per bere un sorso d’acqua fresca, poi aveva agitato le mani per farle asciugare. Non fu creduto e i compagni furono costretti a picchiarlo. Solo dieci anni dopo Palden Gyatso verrà a sapere che una parte della sua famiglia era morta a causa di ripetuti “thanzing”.
Una cosa che mi ha impressionato nella lettura di questo libro non sono state solo la descrizione delle vessazioni e violenze fisiche ma anche di quelle psicologiche. Non solo Palden, come tutti gli altri prigionieri era costretto a inneggiare quotidianamente a Mao e alla madrepatria cinese, ma lo era anche a nascondere qualunque sentimento fosse di gioia o di dolore per scansare da sé qualunque tipo di attenzione da parte delle guardie carcerarie. “Eravamo troppo atterriti per mostrare i nostri veri sentimenti. Persino le nostre lacrime erano segrete” (pag.150).
Poi c’erano le riunioni annuali di valutazione. Lascio la parola a Palden perché non c’è niente da aggiungere alla sua descrizione di cosa fossero. “ Tutti i prigionieri erano chiamati in assemblea e si leggevano ad alta voce i rapporti compilati dai capo brigata. I prigionieri “zelanti” che avevano denunciato gli altri erano di solito premiati con una foto di Mao o una copia del libretto rosso. Quelli che avevano mancato di emendarsi erano ricompensati con un aumento di pena. Ogni anno diversi prigionieri erano condannati a morte per aver rifiutato di emendarsi” (pag. 150). C’erano infatti molte esecuzioni. Una che Palden racconta riguardò una donna che tutti conoscevano: Kundaling Kusan-la, un’eroina, una fiera oppositrice dell’occupazione cinese. “ Era una donna anziana, rugosa e sdentata, con la faccia gonfia e contusa. Riusciva a malapena a respirare…..Ci guardammo per un lungo momento. I suoi occhi erano arrossati e velati e qualcosa sul suo viso pareva chiedere le mie preghiere” (pag 152).
Nel 1979 Palden Gyatso decise di ribellarsi. A quel tempo non era più in un vero e proprio carcere ma in un campo di lavoro vicino a Lhasa, da cui poteva uscire nei fine settimana. Da quell’anno fino al 1984 e cioè fino a quando fu scoperto, si recò periodicamente a Lhasa prima dell’alba per affiggere manifesti che incitavano i tibetani a ribellarsi agli invasori. Nel frattempo era venuto a conoscenza di cose terribili successe alla sua famiglia. “Durante la Rivoluzione Culturale le mie sorelle avevano denunciato mio padre ed erano state a guardare mentre i soldati lo uccidevano a bastonate”(pag. 187). Nel 1982 i campi di lavoro e rieducazione furono sciolti e Palden Gyatso fu rilasciato. Non aveva cuore di ornare al suo villaggio dove il suo monastero era andato distrutto. Andò a quello di Drupong. Qui cominciò una vita abbastanza tranquilla. Ma dopo poco i poliziotti irruppero nella sua stanza e nella perquisizione che fecero gli fu trovato un foglietto, era la minuta di ciò che aveva scritto in un manifesto. Fu anche trovata una bandierina tibetana e alcuni scritti del Dalai Lama. Fu condannato a otto anni di prigione. Era il 29 Aprile del 1984. Tra il 1987 e il 1988 a Lhasa vi furono proteste di monaci e laici. Palden era rincuorato dal fatto che ragazzi giovanissimi che non erano neanche nati quando il Tibet era stato invaso dalla Cina, si ribellassero e invocassero la libertà per il Tibet. Ma ben presto per lui le cose si misero al peggio. Fu accusato di sobillare un giovane prigioniero comune accusato di aver scritto sul muro della latrina: Po ranzen, cioè libertà per il Tibet. Palden viene trasferito nella prigione di Drapchi dove aveva già trascorso dieci anni. Qui subisce torture terribili con quegli strumenti, come i bastoni elettrici, che al momento della sua fuga nel 1992 in India porterà con sé affinché il mondo sapesse come si era trattati nelle prigioni cinesi in Tibet ( si era procurato delle copie esatte).
Nel 1992 la sua condanna scade e Palden viene rilasciato. Fa credere alle autorità cinesi di volersi recare al monastero di Drepung per dedicarsi solo alla preghiera. Invece tramite l’aiuto di alcuni amici organizza la fuga in India . Quello che lo spinge a fuggire è anche il desiderio di vedere il Dalai Lama. “Avrei usato la mia libertà per continuare a lottare per l’indipendenza; avrei dedicato più tempo alle pratiche religiose e soprattutto avrei incontrato Sua Santità il Dalai Lama, incarnazione del Buddha della Compassione” (pag. 237).
Palden Gyatso, Tibet, Il fuoco sotto la neve, Sperling &Kupfer Editori, 1997

Flaviano Bianchini, In Tibet – Un viaggio clandestino

Questo libro è il diario- racconto del viaggio a piedi in Tibet compiuto da Flaviano Bianchini nel 2007 dalla montagna sacra di Kailash a Lhasa passando per l’Everest. E’ un viaggio che Flaviano compie dopo aver conosciuto Palden Gyatso e avergli promesso che avrebbe visitato in Tibet per raccontargli come era diventato il suo paese. “ Io non posso più visitarlo”, gli disse, “ vai tu e raccontami com’è il paese delle nevi” (pag. 8). Ma questo libro è anche un insieme di saggi e compendi di storia del Tibet antico e moderno, delle sue tradizioni religiose, del suo assetto politico del passato e de presente, compresa una ricostruzione puntuale e aggiornata delle varie fasi dell’occupazione cinese. In esso troverete quindi non solo luoghi, persone, ricchezze naturali, paesaggi mozza fiato, monasteri diroccati e ricostruiti, ma anche tutto quello che è accaduto prima e dopo che la Cina si impossessasse di questo immenso territorio, ricchissimo, per chi non lo sapesse, di risorse naturali. E’ una delle riserve d’acqua più ricche al mondo, nel sottosuolo si trovano minerali per oltre 150 miliardi di dollari ed è uno dei principali bacini di oro al mondo.
Viaggiare a piedi è, secondo Flaviano Bianchini ,il modo migliore per vedere il mondo e l’unico per vedere il Tibet. Lui lo ha percorso per centinaia di km. e ha camminato ininterrottamente per due mesi, a volte insieme ad occasionali compagni di viaggio, pellegrini, pastori, camionisti, il più delle volte da solo, ad una media di circa 50 km. al giorno. Per farlo bisogna essere ovviamente allenati, ma anche molto motivati e nel caso di Flaviano anche molto coraggiosi. Infatti, come vedremo nella breve intervista che accompagna questa recensione, lui ha sempre viaggiato in Tibet da clandestino. Ha attraversato villaggi e montagne dovendo evitare i posti di blocco cinesi. Ogni volta ha dovuto compiere lunghe deviazioni per evitare i loro controlli. A noi nel seguirlo pagina dopo pagina nel suo cammino, comodamente seduti nelle nostre case, sembra di volare sopra questi villaggi e larghe e verdi vallate. Tanta è la grazia, la leggerezza, il profondo rispetto con cui Flaviano racconta quel che vede e quelli che incontra. Tutta la prima parte del suo viaggio avviene in compagnia di un uomo,Tenzingutu, che sta compiendo un pellegrinaggio. E’ in viaggio da molti mesi, è partito da Lasha per arrivare alla montagna sacra di Kailash, dove ha compiuto 108 volte il percorso intorno al monte, raccogliendo ad ogni giro un sassolino. Adesso è in viaggio per tornare da dove è partito, Lhasa. I 108 sassolini li regalerà ad una donna incontrata durante il viaggio, troppo vecchia ormai per compiere pellegrinaggi.
Insieme a Tenzingutu Flaviano incontra spesso nomadi con i loro yak e capre. Sono sempre molto ospitali, li fanno dormire nelle loro tende, offrono loro il tipico tè al burro e cibo. Per giorni e giorni attraversando steppe che sembrano infinite incontrano solo loro. Poi ecco all’improvviso un posto di blocco cinese. E poi di nuovo immense distese verdi. L’altipiano del Tibet, ci informa Flaviano, è grande più di tutta l’Europa Orientale, è largo 4000 chilometri e lungo 2000. Poi le strade di Flaviano e di Tenzingutu, si dividono, la meta di quest’ultimo è Lhasa, quella di Flaviano è il monte Everest e dopo i luoghi dove è vissuto Pladen Gyatson. “Sono un po’ spaventato da come troverò l’Everest”, dice lo scrittore, “ Ho paura di trovare le bancarelle per i turisti. Ho paura di trovare degli alberghi stile Rimini”. Infatti raggiunto il campo base vede una serie interminabile di tende di venditori, “ dalle pietre preziose ai fossili, da scheletri di presunti dinosauri alla birra, dal tè inglese ai biscotti, dai braccialetti alla pasta…” (pag. 99). Ma solo 500 metri più in alto non c’è più nessuno, solo un vecchio monaco che gli fa visitare la grotta dove ha vissuto il santo tibetano, Guru Rinpoche. Tornando a valle trova ospitalità, come gli capiterà altre volte, in una tenda di portatori di un gruppo di turisti occidentali.
Interessantissimi e coinvolgenti sono i racconti della vita delle persone che Flaviano Bianchini incontra. Come quella di un giovane cuoco di nome Lobsang. La sua storia è emblematica della condizione dei tibetani a casa loro. Da ragazzino era andato a studiare a Dharamsala con una borsa di studio della Fondazione del Dalai Lama. Qui aveva studiato molte cose, l’inglese, la matematica, la storia. Ma finiti gli studi volle tornare in Tibet. Ma qui non ha potuto trovare un lavoro adeguato alle proprie conoscenze; i cinesi gli fecero pagare salato il fatto di aver vissuto a Dharamsala, non trovava mai lavoro ed era controllato dalla polizia. Alla fine l’unico lavoro che ha potuto fare è il cuoco per una agenzia di viaggio nepalese.
Verso la metà del suo viaggio Flaviano visita i luoghi dove ha vissuto Palden Gytso, prima di tutto il suo villaggio natale, Panam, poi il monastero di Gadong dove iniziò la vita di monaco. Poi il viaggio riprende, attraversa altre città e altri villaggi; infine il viaggiatore arriva a pochi km. da Lhasa. Ma prima di entrare in città deve visitare il monastero di Drepung dove ha vissuto per poco tempo Palden.
Prima della breve intervista a Flaviano Bianchini, vorrei fare una mia riflessione personale. In questo libro il viaggiatore si è messo da parte. Il racconto ha lo stile di chi cerca di essere sempre oggettivo, fedele a quel che vede, senza mai giudicarlo. Questo naturalmente è, insieme a tutti gli altri di cui ho parlato, uno dei pregi di questo libro. Tutto lo spazio, le centinaia di chilometri percorsi, i paesaggi immensi, le persone, gli animali, le pietre e le montagne sono gli unici protagonisti di questo racconto. E il viaggiatore? Lui preferisce stare a lato della storia. Non esserne il protagonista. Ovviamente è una scelta fatta deliberatamente. Personalmente rimango con la curiosità di conoscere un po’ più da vicino come ha vissuto Flaviano Bianchini questa sua clamorosa, straordinaria esperienza: la fatica, i crampi alle gambe se ci sono stati, i momenti di sconforto se ci sono stati, la paura di chi viaggia clandestinamente. Tutto questo con misura, magari. Ecco, questi aspetti bisogna immaginarseli. In questo , come in tanto altro, Palden Gyatso ci è maestro. Guardatelo nel film a lui dedicato, in lui mondo esteriore e mondo interiore coincidono. Lui c’è sempre. La sua umanità c’è sempre. C’è questa sua immensa empatia. Che ci arriva anche solo attraverso delle mere immagini.

Concludo questa recensione con qualche domanda che ho posto a Flaviano Bianchini.
Domanda: nel tuo libro dici di essere entrato in Tibet da clandestino, come hai fatto? E come hai fatto ad evitare i controlli dell’esercito per tutto il tempo.
Risposta: Da quando il Tibet è stato invaso nel 1951 il solo modo legale per entrare in Tibet è quello di partecipare ad un viaggio organizzato e gestito da un tour operator con licenza cinese che ti prende all’aeroporto e ti scorrazza in giro con delle jeep di ultima generazione per farti vedere solo quello che “puoi” e “devi” vedere. Ma per mantenere la mia promessa di raccontare a Palden Gyatso il “suo” Tibet dovevo però poterlo visitare in autonomia e quindi sono entrato clandestinamente nel Paese delle Nevi. Mi sono nascosto in un camion dove dopo un viaggio lungo tre giorni tra scossoni, buche e posti di blocco ho raggiunto il monte Kailash. Da lì in poi mi sono mosso sempre a piedi e il Tibet è davvero immenso e l’esercito cinese in realtà riesce a controllare solo le strade principali e le principali città. Ciononostante un paio di volte sono entrato in contatto con pattuglie dell’esercito cinese ma me la sono sempre cavata.
Domanda: e come hai fatto ad uscire dal Tibet?
Risposta: Io sono stato in Tibet nel 2007 e fino alle rivolte del 2008 Lhasa era visitabile autonomamente e quindi una volta a Lhasa era abbastanza facile uscire da lì.
Domanda: complessivamente quanto sei stato in Tibet e quanti km hai percorso a piedi?
Risposta: In totale sono stato due mesi e ho percorso a piedi circa 1600 km. Dal monte Kailash fino al monte Everest, poi Panam (il luogo natale di Palden) e poi a Lhasa.
Domanda: già nel libro ne parli, ma puoi dirci quale impressione hai tratto dai tibetani che hai incontrato?
Risposta: Beh questa è una domanda difficile perché la risposta è praticamente in tutte le oltre 200 pagine del libro. Cercando comunque di sintetizzare devo dire che la cosa più impressionante è la tenacia dei tibetani. Tutti i tibetani che ho incontrato mi chiedevano notizie dall’estero, sul Dalai Lama, sulla situazione del Tibet all’estero o su cosa pensavo dell’invasione cinese. Ed è davvero impressionante come persone che sono nate da persone nate già in un Tibet occupato siano ancora lì a battagliare di continuo per una indipendenza che in realtà non hanno mai conosciuto.
Domanda: Nel libro dici che i meno ospitali con te sono stati i monaci, come ti spieghi questo loro comportamenti?
Risposta: All’inizio questa cosa non riuscivo a spiegarmela ma poi ho capito che i monaci sono i meno ospitali perché sono i più controllati e non possono rischiare di ospitare dei pellegrini. Poi in fondo i monaci sono da sempre il motore delle rivolte tibetane e il fulcro della cultura tibetana.
Domanda: in questo sito di lankelot vi è la recensione sia del libro che del film su Palden Gyatso, tu che lo hai conosciuto che impressione ti ha fatto, cosa pensi di lui?
Risposta: È difficile descrivere la forza e la tenacia che questo piccolo uomo è in grado di trasmettere. E poi la grande forza interiore che ha per riuscire a non odiare i suoi aguzzini e per continuare, dopo tutto quello che ha passato, a portare in giro per il mondo la causa tibetana.  
Domanda: cosa pensi delle autommolazioni che stanno avvendo in Tibet
Risposta: Non so bene cosa pensare. Viene da pensare che siano dei sacrifici inutili (come ha dichiarato anche il Dalai Lama) ma se c’è una cosa che ho imparato in Tibet è che i tibetani sono veramente disposti a tutto per la loro libertà e per loro nulla è inutile. Il punto chiave è che difficilmente le autoimmolazioni daranno frutti contro l’occupazione cinese se non sono in qualche modo supportate dall’estero. Ma negli ultimi anni l’importanza politica e soprattutto economica della Cina è cresciuta così tanto che nessuno è più disposto a mettere in dubbio la “cinesità” del Tibet e la autoimmolazioni rischiano di essere fini a sé stesse.

Il libro Just kids di P. Smith

E’ un’autobiografia e un atto d’amore. Inteso come amicizia. Non si fanno troppe distinzioni tra amore e amicizia in questo libro. Forse perché sono trattati entrambi come una cosa grande, una cosa per sempre, come solo alcune persone ricche di saggezza possono riuscire a vivere. Patti Smith è una di queste persone. L’atto d’amore è verso Robert Mapplethorpe, l’amico conosciuto una notte in un parco di New York, mentre una giovanissima Patti, vagava per la città senza casa, senza soldi, senza cibo, ma con in testa l’idea e la vocazione di una vita da artista. Insieme la costruirono. Insieme sperimentarono il loro irrefrenabile ma ancor vago talento artistico, nuotando nel grande mare della poesia, della pittura, e infine l’uno della fotografia, l’altra della musica. Ma fu un lungo viaggio d’esplorazione, con passaggi e tappe e molta lentezza. Ci sono molti incontri durante questa esplorazione, ognuno di essi rappresenta un tassello importante, una svolta, un superare l’ostacolo, la difficoltà. C’è molta povertà economica, ma anche mota ricchezza, topaie e grandi lofts vuoti con qua e là oggetti rari e bellissimi. Ci sono molti fogli su cui scrivere e dipingere che si lasciano per terra e si dimenticano. Sopravvivere è difficile, avere i soldi per un panino all’inizio della loro convivenza è un’impresa. Ma il bello è che ci sono i locali dove tutti si ritrovano, gli artisti conosciuti e sconosciuti. Poi dopo anni di vita all’insegna della precarietà ( cercata, voluta, vissuta con allegria) ecco che spunta una polaroid e di malavoglia Robert Mapplethorpe comincia a fotografare, ma poco, non ha soldi per fare troppe foto, deve limitarsi; così continua con i suoi collages; e poi anche Patti per caso incontra dei musicisti e le viene un’idea: perché non trasformare le poesie in canzoni? E così ecco nascere la Patti Smith che conosciamo, quella che diventa famosa con Horses; e contemporaneamente anche il Mapplethorpe diventa un famoso fotografo. Tutto però sembra accadere con calma e per caso, incontri nei locali, alle feste, e soprattutto al famoso Chelsea Hotel. “ Dove ci avrebbe condotto tutto questo?”, si chiede a dun certo punto Patti. “ Giovani risposte si lasciarono trovare”. Ecco, questa è la filosofia del libro, che le risposte si lasciano trovare, quando le domande sono giuste, aggiungo io. “ Tutto questo conduceva a noi. Diventammo noi stessi”. La scrittura di Patti Smith è semplice, elementare quasi, eppure non sembra di leggere ma di vedere un film.

A proposito del film L’ultimo lupo


Sembra un film sui lupi e la steppa –
per gli occhi è questo –
ma non le nuvole (bellissime)
e i paesaggi ( meravigliosi)
non i lupi
e non la Mongolia
non i personaggi
l’erba
le gazzelle
i cani
le pecore
le colline
i sassi
gli uomini
le donne
i bambini –
non la magia di tutto questo
fa grande il film –
l’essenziale è il racconto
di un grande fisosofico-pratico
insegnamento:
c’è l’equilibrio
e c’è la rottura dell’equilibrio –
nel film c’è un equilibrio
è tra
lupi
gazzelle
umani
pecore
erba
estate
inverno –
tutte queste cose formano
uno stabile equilibrio di bisogni
che si soddisfano a vicenda –
se si muta un aspetto
l’equilibrio si spezza
si rompe
allora è il caos
la guerra degli uni verso gli altri –
la storia raccontata insegna
che non c’è il bene
e non c’è il male
c’è l’equilibrio
e la rottura dell’equilibrio
da qui il caos –
vado oltre
seguendo la teoria del bioregionalismo
di Gary Snyder:
solo nel selvatico ci può essere equilibrio
perché l’equilibrio
si crea solo spontaneamente
come è accaduto fino
all’invenzione dell’agricoltura –
come nel film L’ultimo lupo