In giro nessuno

Cammina persa per una Bologna senza nessuno. Ha il cellulare scarico e non connesso. Arriva sotto il portico del palazzo della sua infanzia. Sotto quel portico attraversa un corto corridoio e entra in un piccolo appartamento. Qualcuno le carica il cellulare e può vedere in una tv una partita di tennis in terra rossa. Ha paura di uscire da quel piccolo appartamento. Fuori cosa mi aspetta? Non c’è nessuno ed è di questo che ha paura. Fuori c’è il sole, via Murri e i Giardino Margherita. Non c’è nessuno ed è di questo che ha paura. L’autobus che vede lungo i viale alla fermata di Porta Santo Stefano è elettrico come decine di anni fa. Eppure è tutto deserto intorno a lei. Io chi sono?, si chiede. Sono corpo, spirito o tutti e due? Pensa di essere immateriale. Come spesso ha pensato. 

Intervista a Luca Pollini sul suo nuovo libro: Gianni Sassi, il provocatore

Luca Pollini ha pubblicato nell’Aprile di quest’anno un libro dal titolo Gianni Sassi, il provocatore per l’editore Tempesta.

Scrive Luca Pollini nel suo sito Retrovisore a proposito di questo suo libro: “Definire Gianni Sassi un intellettuale è limitato. Ha spaziato nel mondo della cultura a 360 gradi. È stato sicuramente un grafico, un pubblicitario, un comunicatore, un pubblicista, scrive testi e poesie. Ma è anche un discografico, un editore, un impresario, un organizzatore di eventi, un estremista, un anticipatore. Tutti ruoli interpretati sempre con ironia e provocazione. Sassi è stato uno dei più grandi operatori culturali italiani, sicuramente il più sottovalutato….”

Ho posto alcune domande a Luca Pollini a proposito della, figura di Gianni Sassi :

Perché hai scritto una biografia di Gianni Sassi? Qual è il tuo interesse per lui e perché nel titolo lo definisci “provocatore”?

È stato un intellettuale con un’anima pop; che ha disegnato davvero nuovi ambienti, culturali e non solo, adattando il suo grande talento a un Paese che ha contribuito fortemente a cambiare. Cogliendo il nuovo e il diverso degli ambienti che ha attraversato (arte, musica, grafica, enogastronomia, politica, ecc.) creando e lavorando insieme agli altri, soprattutto ascoltandoli. Sassi non solo viveva il quotidiano, ma lo voleva trasmettere.
Nei suoi messaggi ha sempre utilizzare un gioco intellettuale, a volte sofisticato, a volte molto violento.

Hai conosciuto personalmente Gianni Sassi? In quali circostanze? Eravate amici?

No, personalmente non l’ho mai conosciuto, ma l’ho visto all’opera. Ero presente al concerto di John Cage al Teatro Lirico. Ero tra quelli che fischiavano e contestavano e che ha promosso un’assemblea estemporanea per discutere sull’ennesima provocazione messa in scena da Sassi.

La tua biografia di Gianni Sassi mi ha molto interessato perché non sapevo che dietro tanti eventi tra gli anni ’60 e ’80 e anche dopo ci fosse lui. Pensavo nascessero per iniziativa di gruppi politici e sociali. Invece dietro i festival, i convegni, i raduni di migliaia di persone c’era Gianni Sassi. Che rapporto aveva lui con in gruppi extraparlamentari degli anni ’70 e i centro sociali successivi? Andavano d’accordo con lui?

È stato un rapporto d’amore e odio. Nonostante non avesse in tasca nessuna tessera di partito o di qualsiasi altra organizzazione, all’inizio Sassi era visto come un intellettuale “amico”, vicino ai gruppi, uno che “sposava” la causa. Con l’andare del tempo, soprattutto con i primi successi e le produzioni musicali culturalmente “alte” i rapporti si sono incrinati; fino alla condanna vera e propria: lo hanno accusato di essere schiavo del sistema e di arricchirsi alle spalle dei giovani proletari. Cose assolutamente non vere: lui era ricco solo di idee. E basta.

E che rapporti aveva con le istituzioni?

Semplicemente le ignorava. Non gli interessavano i rapporti con sindaci, amministratori, presidente di municipalizzate o quant’altro. Erano anzi loro a bussare spesso alla sua porta. Un grande aiuto nella “diplomazia” l’ha avuto Mario Giusti, con il quale ha realizzato i festival Milanosuono e Milano.poesia a Milano. È stato Giusti a prendere i contatti con l’amministrazione comunale e, soprattutto, a recuperare i finanziamenti. Sassi non sapeva muoversi tra la burocrazia: la odiava.

Come hai effettuato le tue ricerche per scrivere questa biografia? Quali sono state le tue fonti?

Ho letto libri, ascoltato le sue produzioni, raccolto testimonianze di chi ha lavorato al suo fianco..

Di quale organizzazione, a livello di persone, disponeva per dare vita a tanti eventi così complessi a livello organizzativo?

Sembra impossibile ma non aveva nessuna organizzazione: il tutto era lasciato all’improvvisazione, dove lui – ovviamente – era al centro di tutto. Al.Sa, Cramps, Intrapresa erano aziende che si basavano sulla creatività, non sull’organizzazione. Un punto di riferimento essenziale per lui è stata Monica Palla, che non era una segretaria, e nemmeno un braccio destro, ma una vera e propria emanazione del Sassi-pensiero. Il suo alter-ego. Credo che senza di lei, la sua praticità, molte iniziative non avrebbero visto la luce.

Mi racconti qualcosa della sua vita privata (se puoi/vuoi)?

So veramente poco: non è mai stato sposato, non ha avuto figli. So solo di due fidanzate: Sandra, la barista vicino a casa sua che gli fa conoscere Sergio Albergoni, suo futuro socio nell’Al.Sa; e l’attrice-ballerina Valeria Magli.

Dalla lettura del tuo libro ho avuto l’impressione che tutto quello che organizzava andasse sempre a buon fine, anche se organizzava grandi eventi partendo da nulla, solo con l’idea che gli era venuta in mente. Come spieghi questo fatto?

Non era fortuna, era semplicemente la capacità di saper leggere la realtà e i bisogni di quel particolare momento. Ribadisco: Sassi aveva l’abilità – e l’intelligenza – di saper rappresentare e interpretare il quotidiano. È stato l’unico che nella prima metà degli anni Settanta capisce che si era a un passo da una vera e propria rivoluzione, che riguarda non solo la comunicazione, ma l’informazione e la cultura in generale.

Perché, secondo te, si sa così poco di una persona per certi versi eccezionali come Gianni Sassi? Pensi che dipenda dal fatto che lui appartiene alla vita e alla cultura prevalentemente milanese? O per quali altri motivi?

Non penso che sia per via del fatto che il quo quartier generale fosse a Milano, anche perché molti suoi lavori – i dischi della Cramps, le riviste come la Gola o Alfabeta – sono di respiro nazionale; Milano poesia era un festival internazionale; la performance Pollution è stata fatta a Bologna: Credo piuttosto che sia stato osteggiato da una certa intelligencija a cui dava fastidio questa sua facilità di declinare e trasformare la cultura “alta” in pop.

Gianni Sassi ha promosso case discografiche, gruppi musicali importanti come gli Area e gli Skiantos, riviste prestigiose come Alfabeta; da cosa dipendeva la sua capacità di coinvolgere le persone? Carisma? O cosa? Perché intellettuali anche importanti di affidavano a lui?

Con artisti e intellettuali aveva un rapporto interpersonale. Era abile a gestire le situazioni difficili che si creavano – trattare con personaggi e artisti credo sia una delle cose più faticose da fare – soprattutto quando i conti non tornavano. Allora, grazie al suo fascino convinceva gli artisti che “il mercato non li capiva, che loro erano in anticipo sui tempi, che prima o poi sarebbe venuto il loro momento” mentre al pubblico, alla critica e ai mecenati diceva che credendo ed investendo denaro su quella determinata idea/progetto – non stavano spendendo soldi, ma stavano guadagnando. Aveva una capacità unica di convincere la gente. Il suo carisma era notevole: anche quando bleffava – e spesso gli accadeva di farlo – era credibilissimo.

Un libro imperdibile: Restare in Vietnam di Luca Pollini

Raramente negli ultimi tempi mi ha stupito la lettura di un libro e ancor più raramente ha suscitato in me entusiasmo. Restare in Vietnam di Luca Pollini (Elemento 115 edizioni, 2017, 10 €) mi ha stupito per il lavoro immenso che c’è dietro (cinque anni mi ha detto lo scrittore) per scovare gli ex soldati americani rimasti in Vietnam e poi per scegliere di raccontare solo la storia di Marlin McDade. Mi ha entusiasmato per la scrittura, così aderente alla materia da divenire con essa un tutt’uno. Questo capita agli scrittori più bravi, quelli cioè che non si limitano a raccontare una storia, ma cercano lo stile, l’unico stile per farlo. Ci riescono in pochi, uno per tutti Kerouac. Conoscere Marlin McDade in un bar di Da Nang e farsi raccontare la sua sconvolgente storia deve essere stata per Luca Pollini un’esperienza indimenticabile. Traspare benissimo nel testo, che  lui ha assemblato sotto forma di una storia raccontata in prima persona. Empatia, vicinanza, comprensione sono riservate a quest’uomo che aveva vent’anni quando nel 1969 parte per la guerra in Vietnam. Quello che mi piace della sua storia è che Luca Pollini è riuscito a raccontarla facendo di lui un ragazzo americano come tanti altri in quegli anni di fermento. Lo stesso giorno in cui parte per l’addestramento militare sarebbe dovuto andare con la sua ragazza al concerto di Woodstock. E questo particolare apparentemente irrilevante è invece sintomatico di quei tempi, se eri un ragazzo americano di vent’anni ti poteva capitare di andare ad ammazzare civili in Vietnam oppure a fricchettonare a Woodstock. Quando ormai in America il movimento contro la guerra si sta diffondendo nelle città e nelle università, Marlin McDade vive in un paese sperduto del Kansas dove non c’è niente di interessante o anche solo piacevole da fare, dove l’unica cosa che la gioventù vuole è andarsene ( come avvenne in altre situazioni simili quando migliaia di giovani si riversarono nel ’67 a San Francisco per vivere la summer of love ). Il padre di Marlin, ex militare e a sua volta figlio di militare è convintissimo della giustezza della guerra contro i comunisti vietnamiti e spinge un confuso e disorientato Marlin ad arruolarsi volontario. Da quel momento per tutto il seguito del racconto la sua è una progressiva e terrificante discesa agli inferi. Il primo gradino è il corso di addestramento, dove bisogna urlare ” uccidere senza pietà è lo spirito della baionetta”, e dove  ti insegnano a non avere rispetto per nessuno :”quando ve li troverete davanti capirete che sono come animali”…anche un bambino può lanciare una granata o essere imbottito di dinamite…sono tutti vietcong e non puoi fargli cambiare idea, li puoi solo ammazzare”. Queste raccomandazioni creano nei soldati americani una paura pazzesca che, come dice Marlin, “fa commettere azioni che non puoi immaginare”. Era in vigore il Body count, il conto dei vietnamiti uccisi che serviva a mostrare i successi americani, facilitava la carriera agli ufficiali, e ai soldati faceva avere più cibo, birra, sigarette o due o tre giorni di vacanza in una spiaggia di Saigon. “Uno schifoso torneo proposto a ragazzi di vent’anni a cui danno un premio se fanno fuori la gente”, dice Marlin.
Far parlare direttamente Marlin è stato fondamentale per aggiungere qualcosa di nuovo su questa guerra. Di libri sul Vietnam e sulle atrocità perpetrate dalle truppe americane se ne sono scritti tantissimi. E sono stati girati anche molti film. Ma vi posso assicurare che se credete di saperne già abbastanza di quella guerra vi sbagliate. Vi manca questo libro per poterlo affermare. Non sono film magnifici come Apocalyspe Now o Il Cacciatore a raccontare come sono andate davvero le cose. Un conto è lo spettacolo della guerra, un conto la sua realtà. Leggere Restare in Vietnam  è stato per me come avere  davanti, seduto al tavolo della mia cucina, Marlin McDade che parla del Vietnam. Il suo personale Vietnam:  “preferisco raccontare quello che ho provato e sentito”, dice nel libro. Efficace in questo senso è
 l’uso della prima persona, ma anche il modo colloquiale, quasi dimesso, con cui atrocità perpetrate sui vietnamiti sono raccontate da Marlin.
Alla fine del ’70 tornato a casa una prima volta per la morte della sorella Susan, scopre che la sua ragazza Eleonore è diventata una fervente pacifista e sta con un altro. Non solo, scopre anche che quello che hanno passato e stanno passando in Vietnam i ragazzi americani non interessa a nessuno, anzi sono odiati da tutti. Perciò nell’Aprile del ’72 torna in Vietnam. Nelle basi americane si comincia a respirare aria di smobilitazione, i soldati non sono più disposti a morire per una guerra che sta per finire, per combattere si riempiono di eroina, disertano o uccidono gli ufficiali pur di non andare in battaglia. Infine in un attacco vietcong nella base americana di Saigon Marlin viene gravemente ferito. Dopo le cure ricevute all’ospedale americano, per la riabilitazione viene mandato in uno vietnamita e qui farà un incontro che gli cambia per sempre la vita. Però nel frattempo è costretto a rientrare in America. Lascia un paese “con dieci anni di bombe, milioni di morti e feriti, milioni di dollari spesi inutilmente, dove ci sono 900 mila orfani, 200 mila invalidi, un milione di vedove, dove la terra coltivata è bruciata e avvelenata”.
Anche in America Marlin avrà un incontro che gli cambia la vita. Il suo principale nell’officina meccanica dove trova lavoro un giorno vedendolo afflitto e triste gli dice: “Marlin devi affrontare i tuoi fantasmi. Secondo me dovresti tornare là”.
Tutta la storia di Marlin è raccontata alla luce della sua scelta fatta dopo la fine della guerra del Vietnam. Quella di ritornare là per restarci e provare a rimediare al male che lui personalmente ha fatto e ha visto fare. Si occupa ancora oggi per varie associazioni dello sminamento di intere aree abitate, che causano ancora migliaia di morti e feriti e della bonifica della terra dall’agente chimico orange, un defoliante usato dagi americani durante la guerra. Marlin sembra aver ritrovato un pò di pace vivendo in Vietnam, ma “quando vengo a sapere di qualcuno che salta in aria per una mina”, afferma, ” beh mi sento di averlo ucciso io”.

E in ultimo qualcosa sull’autore di questo libro. Luca Pollini all’attività di giornalista unisce quella di saggista e autore. Ha pubblicato, tra gli altri: I Settanta, gli anni che cambiarono l’Italia; Gli Ottanta, l’Italia tra evasione e illusione; Hippie, la rivoluzione mancata; Musica leggera; Anni di piombo; Amore e rivolta a tempo di rock;  Ribelli in discoteca; Immortali: storia e gloria di oggetti leggendari. Ha debuttato a teatro col reading Hippie, a volte ritornano. Collabora con mensili e quotidiani, si occupa di storia contemporanea, cura un sito (www.retrovisore.net ).
(Editing a questo articolo di M.C.D.)

Qui una mia intervista all’autore in occasione della presentazione di un altro suo libro dal titolo “Ordine compagni” di recente a Bologna alla libreria Ubik:

Mercoledì 8 novembre 2017 – ore 20,30 Biblioteca Comunale “Severino Ferrari” Le ragazze di Emma Cline

Biblioteca Comunale “Severino Ferrari”

L’ARCA della LETTURA

Ti piacerebbe far parte
del gruppo di lettura
della tua biblioteca?

Leggiamo tutti lo stesso libro,
poi ci ritroviamo insieme per scambiare le nostre opinioni, i nostri commenti,
le riflessioni e le emozioni che il libro ha stimolato.

Chiedi informazioni alle bibliotecarie

Mercoledì 8 novembre – ore 20,30
presso la biblioteca di Molinella, Piazza A. Martoni, 19/1
051 6906860

Libro prescelto:

LE RAGAZZE
di Emma Cline

conduce l’incontro
Dianella Bardelli

Gli incontri successivi avverranno a cadenza mensile

Ho chiacchierato con Corrado Ori Tanzi sul mio romanzo Il bardo psichedelico di Neal Cassady

Ho chiacchierato con Corrado Ori Tanzi sul mio romanzo Il bardo psichedelico di Neal Cassady, qui nel suo blog

Neal Cassady ovvero la versione di Dianella

Presentazione di “Verso Kathmandu alla ricerca della felicità alla Locanda Pincelli di Selva Malvezzi ( BO ) la sera del 19 Giugno”

Presentazione del mio romanzo Verso Kathmandu alla ricercadelle felicità il 19 giugno alla Locanda Pincelli di Selva Malvezzi (Bologna)  alle ore 21,30

Presentazione del mio romanzo Verso Kathmandu alla ricerca delle felicità il 19 giugno

Copia di presentazione 19 giugno Locanda Pincelli senza musica

 

 

Mie riflessioni su Lettere sulla creatività di Fëdor Dostoevskij

Sappiamo che Dostoevskij ebbe una vita rocambolesca e inquieta, segnata da alcuni fatti e circostanze che si radicarono fortemente nella sua coscienza e che furono il combustibile di tutte le sue opere.
Basti ricordare l’epilessia che lo accompagnò per tutta la vita ( descritta dettagliatamente ne L’Idiota e ne I fratelli Karamazov ); il vizio del gioco alla roulette e i conseguenti perenni debiti; la finta esecuzione nella fortezza di Pietro e Paolo a Pietroburgo; la condanna ai lavori forzati in Siberia; l’incontro con la moglie di un che gli regalò un volume del Vangelo; la conseguenza scoperta ed esaltazione della figura di Cristo; l’incontro con i delinquenti comuni e la scoperta della loro umanità indipendentemente dai delitti compiuti. Nelle lettere in questione, che coprono un arco di tempo che va dal 1838 al 1880, questi aspetti sono legati sovente al lavoro di scrittura delle opere di Dostoevskij.
Le prime sono indirizzate al fratello Michail, cui Fedor fu legatissimo per tutta la vita.
Una di queste fu scritta il 22 Dicembre del 1849 dalla fortezza di Pietro e Paolo di Pietroburgo, dove lo scrittore era stato rinchiuso dopo l’arresto del 23 Aprile precedente per la sua partecipazione ad un circolo furierista.
E’ in questa lettera che Dostoevskij racconta al fratello la tortura della finta esecuzione inflitta a lui e ad altri giovani. Il resoconto è dettagliato, oggettivo, per nulla sentimentale, come se fosse raccontato dall’esterno della situazione, ma nello stesso tempo con quella partecipazione umana che è tipica della scrittura di Dostoevskij.
Scrive Fedor: “ Io ero il sesto della fila e siccome chiamavano a tre per volta io facevo parte del secondo terzetto e non mi restava da vivere più di un minuto…Nell’ultimo istante tu, soltanto tu, occupavi la mia mente…” ( pag. 28 ).
Subito dopo fu letta la condanna autentica con la quale lo zar puniva il gruppo di furieristi con quattro anni di lavori forzati. La scena di una finta esecuzione sarà raccontata dal Principe Myskin nell’Idiota.
Poche righe dopo Fedor aggiunge: “ Fratello, io non mi sono abbattuto, non mi sono perso d’animo. La vita è vita dappertutto; la vita è dentro noi stessi, e non in ciò che ci circonda all’esterno” ( pag. 28 ). E più avanti: “ Non ho mai sentito ribollire dentro di me delle riserve così sane e abbondanti di vita spirituale come adesso” ( pag. 29 ).
Non sono forse le parole di un essere umano eccezionale se si pensa che è un epilettico cronico, che come dice, ha addosso la scrofola, e sta per essere deportato in un lager?
In un’altra lettera, sempre indirizzata al fratello e scritta nel 1854 subito dopo la sua scarcerazione, racconta il suo viaggio verso la Siberia. Cominciò la notte di Natale. Con i ceppi ai piedi Fedor attraversò in una slitta scoperta le strade di Pietroburgo illuminate a festa, e iniziò il lungo viaggio.
Anche in questa lettera la cosa straordinaria è la differenza tra le condizioni di vita esterne e quelle interne a Dostoevskij. Il freddo, i ceppi ai piedi, le tempeste di neve, il futuro oscuro e ignoto non piegano il suo animo: “ Il mio cuore era in preda a una singolare agitazione, al dolore e a una sorda angoscia. Ma l’aria fresca mi rianimò, e come capita, in genere, prima di intraprendere un qualche nuovo passo nella vita, di sentire dentro di sé una certa vitalità e baldanza , così anch’io mi sentivo sostanzialmente sereno” ( pag. 36 ). E ancora: Avevamo un freddo terribile…eppure, fatto miracoloso, quel viaggio mi ha rimesso perfettamente in salute” ( pag. 37 ).
Infine Fedor racconta al fratello terribili condizioni di vita alla fortezza di Omsk: pulci, pidocchi, scarafaggi in quantità incredibile, cibo insufficiente, freddo di giorno e di notte, lavoro massacrante.
Poi scrive: “ Non starò a dirti quel che è successo in questi quattro anni della mia anima, delle mie convinzioni, della mia intelligenza e del mio cuore. Ma il continuo concentrarmi su me stesso – unico rifugio dove potevo sfuggire a quell’amara realtà – ha portato i suoi frutti. Adesso nutro molte aspirazioni e molte speranze…” ( pag. 42 ).
Nella stessa lettera parlando dei prigionieri comuni dice: “ Tu non ci crederai, ma c’erano dei caratteri profondi, forti, stupendi, e che gioia mi dava scoprire l’oro sotto la rude scorza… Quante storie di vagabondi e di briganti…Mi basteranno per volumi interi” ( pag. 44 ).
In un’altra lettera dello stesso anno 1854, indirizzata questa volta alla moglie del decabrista che gli aveva regalato il Vangelo, parla del suo credere in Cristo: “ Il mio Credo è molto semplice e suona così: credere che non c’è nulla di più bello, di più profondo, di più simpatico, più ragionevole, più virile e più perfetto di Cristo…Se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità” ( pag. 51 ).
Nella seconda parte delle lettere Dostoevskij parla soprattutto del suo lavoro.
In una, rivolta al proprietario del Messaggero Russo, gli chiede di poter pubblicare sulla sua rivista un racconto di cui gli anticipa la trama. Si tratta di Delitto e Castigo. In quel momento è coperto di debiti, avendo perduto tutto il suo denaro alla roulette. Fortunatamente il raccontò sarà accettato.
Non è la sola lettera in cui Dostoevskij parla del suo incessante bisogno di denaro e del fatto che i suoi romanzi sono stati scritti sotto questa impellenza: “ Sempre per tutta la vita io ho lavorato per coloro che mi davano del denaro in anticipo. Dal punto di vista economico non è certo un bene, ma che farci?…mi vendevo soltanto quando l’idea poetica era già nata…Non ho mai preso denaro fondandomi sul vuoto…” ( lettera allo scrittore Strackov del 24 marzo 1870, pag. 107 ).
Le ultimi lettere sono dedicate ai temi affrontati ne I fratelli Karamazov. In una spiega come lo scopo del romanzo sia confutare l’ateismo diffusosi nell’intelligencija russa. “…io scorgo la causa del male nella miscredenza e penso che chi nega il principio nazionale nega anche la fede…Le parole contadino e Russia Ortodossa costituiscono i nostri fondamenti essenziali e primari” ( lettera a Aleksandr Fedorovic Blagonravov, Dicembre 1880, pag. 163 ).

Palden Gyatso, Tibet, Il fuoco sotto la neve

Tibet_fuoco_sotto_la_neveQuesto libro è l’autobiografia di Palden Gyatso, un monaco tibetano che ha vissuto per 33 anni (dal 1959 al 1992) nelle carceri cinesi del Tibet, dove ha subito maltrattamenti e torture. Il suo rilascio e la sua fuga in India a Dharamsala (sede del governo tibetano in esilio e del Dalai Lama) lo si deve all’aiuto e al sostegno di Amnesty International.
La prima parte di questo libro è come una favola. Luoghi meravigliosi, fiumi che scorrono e rendono possibili abbondanti raccolti, armonia nei rapporti familiari. E anche quando qualcuno muore e tutti sono tristi, la vita subito dopo riprende lenta, silenziosa e sempre uguale, all’ombra di tradizioni e abitudini centenarie che nessuno avrebbe messo in discussione o desiderato di cambiare per nessuna ragione al mondo. Quando l’abate del monastero dove Palden Gyatso trascorre il suo noviziato intona un canto “ il suo corpo ondeggiava lievemente mentre salmodiava, come un campo d’orzo ondeggia al soffio della brezza”. E quando gli chiede: “ Sarai felice nella vita religiosa? Tro-la”, risponde Palden, “che significa gioia” (pagine 29-30). Quando passa da novizio a monaco “ mi crucciavo”, dice, “temendo di non essere capace di osservare tutte le 253 regole che costituiscono il voto di gelong. Ma nel 1952, insieme con venti altri novizi, presi il voto davanti al nostro abate e divenni un monaco a pieno titolo. Oggi sono l’unico di quei venti ancora vivo. Alcuni sarebbero morti in prigione. Altri furono uccisi a bastonate durante la Rivoluzione Culturale” ( pagine 40-41).
A partire proprio dal 1952 cominciò inarrestabile la conquista cinese del Tibet che si concluse con l’occupazione del paese nel 1959. Monasteri distrutti, monaci deportati, prigionia per migliaia di tibetani, privazioni e torture. Monasteri ed ex caserme tibetane sono trasformate in prigioni. Palden, come tutti gli altri monaci è costretto ai lavori forzati. Il cibo è scarso. Molti muoiono di fame. Ma gli ufficiali cinesi quando fanno l’appello non vogliono sentirsi dire che quelli che mancano sono morti di fame e così un giorno “qualcuno rispose: U chi log la don pa re, che significa il suo respiro è cessato” (pag. 94).
Dopo un tentativo di evasione Palden fu costretto a vivere per sette mesi con le mani e le caviglie incatenate. “ mi trovai a dipendere interamente dai miei compagni di cella. Non potevo neppure mangiare senza il loro aiuto…Le mie sofferenze erano lenite dalla gentilezza dei compagni” (pag. 105). Subito dopo aggiunge: “ Ma le manette non potevano controllare il mio modo di pensare. La mia educazione religiosa mi dava la pace dell’anima. I ceppi erano solo segni esteriori di prigionia: avevo sempre il potere di dare libero spazio ai miei pensieri”. Quando le mani gli furono liberate ci vollero parecchi mesi per recuperarne l’uso.
Il peggio arrivò nel 1966 con la Rivoluzione Culturale cinese. I prigionieri tibetani erano continuamente costretti ad accusarsi reciprocamente di delitti inesistenti. Lo stesso Palden riferisce nel libro come ogni giorno cercasse con la mente una infrazione da poter confessare durante le sedute di rieducazione socialista. In questo periodo fu più volte sottoposto al “thanzing”, una specie di processo sommario durante il quale i suoi compagni di cella furono costretti a picchiarlo selvaggiamente ogni sera al ritorno dal lavoro per 13 giorni perché non aveva voluto confessare una grave colpa. E quale era questa colpa? Un suo compagno lo accusò di aver compiuto il rituale dell’offerta dell’acqua. “ Era un rituale che tutti i tibetani solevano eseguire: immergevano le dita nell’acqua e spruzzavano gocce nell’aria, come offerta alla divinità. Io non avevo più compiuto quel gesto dall’inizio della Rivoluzione Culturale, sapendo bene quali conseguenze avrebbe provocato” (pag.147). Molto semplicemente tornando alla prigione dalla fabbrica di mattoni dove lavorava aveva immerso le mani in un ruscello per bere un sorso d’acqua fresca, poi aveva agitato le mani per farle asciugare. Non fu creduto e i compagni furono costretti a picchiarlo. Solo dieci anni dopo Palden Gyatso verrà a sapere che una parte della sua famiglia era morta a causa di ripetuti “thanzing”.
Una cosa che mi ha impressionato nella lettura di questo libro non sono state solo la descrizione delle vessazioni e violenze fisiche ma anche di quelle psicologiche. Non solo Palden, come tutti gli altri prigionieri era costretto a inneggiare quotidianamente a Mao e alla madrepatria cinese, ma lo era anche a nascondere qualunque sentimento fosse di gioia o di dolore per scansare da sé qualunque tipo di attenzione da parte delle guardie carcerarie. “Eravamo troppo atterriti per mostrare i nostri veri sentimenti. Persino le nostre lacrime erano segrete” (pag.150).
Poi c’erano le riunioni annuali di valutazione. Lascio la parola a Palden perché non c’è niente da aggiungere alla sua descrizione di cosa fossero. “ Tutti i prigionieri erano chiamati in assemblea e si leggevano ad alta voce i rapporti compilati dai capo brigata. I prigionieri “zelanti” che avevano denunciato gli altri erano di solito premiati con una foto di Mao o una copia del libretto rosso. Quelli che avevano mancato di emendarsi erano ricompensati con un aumento di pena. Ogni anno diversi prigionieri erano condannati a morte per aver rifiutato di emendarsi” (pag. 150). C’erano infatti molte esecuzioni. Una che Palden racconta riguardò una donna che tutti conoscevano: Kundaling Kusan-la, un’eroina, una fiera oppositrice dell’occupazione cinese. “ Era una donna anziana, rugosa e sdentata, con la faccia gonfia e contusa. Riusciva a malapena a respirare…..Ci guardammo per un lungo momento. I suoi occhi erano arrossati e velati e qualcosa sul suo viso pareva chiedere le mie preghiere” (pag 152).
Nel 1979 Palden Gyatso decise di ribellarsi. A quel tempo non era più in un vero e proprio carcere ma in un campo di lavoro vicino a Lhasa, da cui poteva uscire nei fine settimana. Da quell’anno fino al 1984 e cioè fino a quando fu scoperto, si recò periodicamente a Lhasa prima dell’alba per affiggere manifesti che incitavano i tibetani a ribellarsi agli invasori. Nel frattempo era venuto a conoscenza di cose terribili successe alla sua famiglia. “Durante la Rivoluzione Culturale le mie sorelle avevano denunciato mio padre ed erano state a guardare mentre i soldati lo uccidevano a bastonate”(pag. 187). Nel 1982 i campi di lavoro e rieducazione furono sciolti e Palden Gyatso fu rilasciato. Non aveva cuore di ornare al suo villaggio dove il suo monastero era andato distrutto. Andò a quello di Drupong. Qui cominciò una vita abbastanza tranquilla. Ma dopo poco i poliziotti irruppero nella sua stanza e nella perquisizione che fecero gli fu trovato un foglietto, era la minuta di ciò che aveva scritto in un manifesto. Fu anche trovata una bandierina tibetana e alcuni scritti del Dalai Lama. Fu condannato a otto anni di prigione. Era il 29 Aprile del 1984. Tra il 1987 e il 1988 a Lhasa vi furono proteste di monaci e laici. Palden era rincuorato dal fatto che ragazzi giovanissimi che non erano neanche nati quando il Tibet era stato invaso dalla Cina, si ribellassero e invocassero la libertà per il Tibet. Ma ben presto per lui le cose si misero al peggio. Fu accusato di sobillare un giovane prigioniero comune accusato di aver scritto sul muro della latrina: Po ranzen, cioè libertà per il Tibet. Palden viene trasferito nella prigione di Drapchi dove aveva già trascorso dieci anni. Qui subisce torture terribili con quegli strumenti, come i bastoni elettrici, che al momento della sua fuga nel 1992 in India porterà con sé affinché il mondo sapesse come si era trattati nelle prigioni cinesi in Tibet ( si era procurato delle copie esatte).
Nel 1992 la sua condanna scade e Palden viene rilasciato. Fa credere alle autorità cinesi di volersi recare al monastero di Drepung per dedicarsi solo alla preghiera. Invece tramite l’aiuto di alcuni amici organizza la fuga in India . Quello che lo spinge a fuggire è anche il desiderio di vedere il Dalai Lama. “Avrei usato la mia libertà per continuare a lottare per l’indipendenza; avrei dedicato più tempo alle pratiche religiose e soprattutto avrei incontrato Sua Santità il Dalai Lama, incarnazione del Buddha della Compassione” (pag. 237).
Palden Gyatso, Tibet, Il fuoco sotto la neve, Sperling &Kupfer Editori, 1997