Immaginando Kerouac di Sofia Nanu

E’ una biografia romanzata scritta in prima persona; chi racconta è lo stesso Jack Kerouac che ripercorre la sua vita con l’atteggiamento malinconico e scoraggiato che lo caratterizzava nella sua vita quotidiana. Nel libro il tono dello  scrittore sembra ben diverso da quello epico e entusiasta di Sulla strada e di molti suoi romanzi. La sua vita reale sembra essere  una sequela di esperienze avvilenti, tristi, senza fascino. Ecco allora spiegato il motivo della sua notevole produzione letteraria: nella scrittura Kerouac trovava quella realizzazione che non trovava nella vita reale. Per lui era più reale una pagina appena scritta di una intera giornata passata su un mercantile a lavorare come aiuto cuoco.

Bill Morgan, Io celebro me stesso (Una biografia di Allen Ginsberg

E’ la più completa ed estesa biografia di Allen Ginsberg che io conosca. Praticamente segue Allen dalla nascita alla morte, regalandoci la sua vita in diretta come se fossimo lì vicino a lui a viverla. Non c’è dettaglio che venga trascurato da parte di Bill Morgan, nomi di persone note e sconosciute che Allen ha incontrato una sola volta o frequentato, studi, lavori fatti per mantenersi sia quando era uno studente della Columbia timido e impacciato nei rapporti con le persone, sia quando con la pubblicazione di Urlo cominciò la sua lunga carriera di star della poesia americana. Una parte importante della biografia è dedicata al lungo, doloroso processo attraverso il quale Allen arriverà ad accettare finalmente e definitivamente la propria omosessualità, e al rapporto conflittuale ma mai interrotto con Peter Orlovsky.
Sul piano poetico assistiamo ai suoi primi tentativi culminati nelle prime improvvisazioni che diedero vita ad Urlo, quando Allen trova la sua vera voce poetica. Viene dato anche ampio spazio al suo darsi da fare per far pubblicare le opere dei suoi amici Kerouac e Burroughs. Nel ’56 quando già Urlo era stato pubblicato dalla City Lights di Ferlinghetti, mentre si trovava a New York Allen visitò tutte le più importanti case editrici e si stupiva amaramente che nessuna di loro capisse il genio di Kerouac e Burroughs. Impressionante in questo senso anche l’opera di networking che Allen intraprese tra i poeti delle due coste e l’infaticabile aiuto che profuse per tutta la sua vita nei confronti di poeti poco conosciuti.
Il 1958 fu l’anno del processo a Urlo per oscenità che rese famoso Ginsberg. Tutti gli chiedevano readings e lui acconsentiva con piacere esaltato dall’idea di essere diventato famoso. Da quell’anno in poi Ginsberg leggerà le sue poesie in tutta l’America e anche in tante altre parti del mondo migliaia di volte. Intanto procedeva con la stesura del poema Kaddish dedicato alla madre morta Naomi; è l’opera più bella di Ginsberg, anche lui la considerava la sua creazione migliore. Il ’61 è l’anno dell’incontro con Fernanda Pivano, la prima a tradurre e far conoscere le opere di Ginsberg in Italia ( e anche di Kerouac ).
Poi ci sono gli innumerevoli viaggi in Europa, Asia, Africa. Importantissimo per Ginsber l’anno passato con Orlovdky in India nel ’62.
Il ’67 è l’anno dell’Human be in di San Francisco, il primo raduno hippy della storia americana. Ginsberg fu uno dei protagonisti della giornata, insieme a Gary Snyder, il poeta e saggista che lo introdurrà al buddismo, disciplina che divenne una costante nella vita di Ginsberg dopo l’incontro con il Lama tibetano Chogyam Trungpa Rinpoche. Nel ’68 morì Neal Cassady, il grande amore giovanile di Allen; con il cuore gonfio di dolore scrisse la bellissima “Elegia per Neal”. Nello stesso anno il poeta mette a frutto i suoi guadagni che sono ormai cospicui comprando una fattoria a Cherry Walley e va a Chicago per partecipare alla marcia durante la Convention nazionale dei democratici, che purtroppo non avvenne pacificamente. Allo scopo di calmare gli animi dei manifestanti e dei poliziotti il 25 Agosto intonò al Lincoln Park il mantra “OM” per sette ore e mezzo, fino a perdere la voce. Questa esperienza lo incoraggerà a fondare insieme a Trungpa l’Università buddista di Bulder, il Naropa Institute. Con lui imparerà a meditare e a improvvisare durante i suoi readings accompagnandosi con l’armonium che aveva comprato in India. Inoltre insieme a lui fonderà nel 1974 una scuola di scrittura dedicata a Jack Keoruac ( morto nel 1969 ) all’interno del Naropa, la Jack Kerouac School of Disembodied Poetic. Per molto tempo Allen vi insegnò scrittura per nove mesi all’anno gratis.
Negli anni ’80 cominciò ad avere seri problemi di salute per il cuore e per il diabete. Ma non cambiò le sue abitudini di vita, insegnamento, readings, viaggi, avventure erotiche, litigi con Peter Orlovsky.
Nel Marzo del ’97 gli fu diagnosticato un cancro al fegato, senza speranza di sopravvivenza. Appena gli fu possibile chiamò tutti i suoi amici al telefono per salutarli. Alle 2,30 del 5 Aprile Allen smise di respirare. Per le successive 24 ore riti buddisti accompagnarono l’uscita di Allen da questo mondo. Vari amici si erano radunato al suo capezzale fin dal giorno precedente e senza toccarlo secondo l’usanza tibetana, si avvicinarono per vedere il suo corpo e porgergli un ultimo saluto.
Conclusioni personali
Leggendo le 600 pagine di questa biografia, che in buona parte è un lunghissimo elenco di centinaia di persone che Ginsberg ha incontrato, con cui ha discusso di poesia e politica, con cui ha fatto sesso e viaggiato, si ha la netta impressione ( io almeno l’ho avuta ) che ogni minuto della sua vita egli l’abbia vissuta in maniera totale e intensa, come se ogni volta quel volto, quella strada d’Italia o dell’India siano state pietre miliari della sua evoluzione di poeta ed essere umano, due condizioni che in Allen coincidevano. Dovunque andasse, con chiunque avesse un rapporto sessuale, Allen ne scriveva perché nulla era più importante di qualcos’altro. E questo per me è bellissimo, è un grande insegnamento di vita. Aver messo in evidenza questo coincidere di poesia e vita, vita giocosa o vita disperata, ecco cosa rende affascinante questa biografia. Naturalmente questo è possibile coglierlo se si conoscono le sue poesie o almeno alcune, prima fra tutte la meravigliosa Kaddish. Per chi come me ama le poesie di Ginsberg la sua vita raccontata da Bill Morgan assume un significato particolare che illumina e spiega quelle poesie.

In giro nessuno

Cammina persa per una Bologna senza nessuno. Ha il cellulare scarico e non connesso. Arriva sotto il portico del palazzo della sua infanzia. Sotto quel portico attraversa un corto corridoio e entra in un piccolo appartamento. Qualcuno le carica il cellulare e può vedere in una tv una partita di tennis in terra rossa. Ha paura di uscire da quel piccolo appartamento. Fuori cosa mi aspetta? Non c’è nessuno ed è di questo che ha paura. Fuori c’è il sole, via Murri e i Giardino Margherita. Non c’è nessuno ed è di questo che ha paura. L’autobus che vede lungo i viale alla fermata di Porta Santo Stefano è elettrico come decine di anni fa. Eppure è tutto deserto intorno a lei. Io chi sono?, si chiede. Sono corpo, spirito o tutti e due? Pensa di essere immateriale. Come spesso ha pensato. 

Intervista a Luca Pollini sul suo nuovo libro: Gianni Sassi, il provocatore

Luca Pollini ha pubblicato nell’Aprile di quest’anno un libro dal titolo Gianni Sassi, il provocatore per l’editore Tempesta.

Scrive Luca Pollini nel suo sito Retrovisore a proposito di questo suo libro: “Definire Gianni Sassi un intellettuale è limitato. Ha spaziato nel mondo della cultura a 360 gradi. È stato sicuramente un grafico, un pubblicitario, un comunicatore, un pubblicista, scrive testi e poesie. Ma è anche un discografico, un editore, un impresario, un organizzatore di eventi, un estremista, un anticipatore. Tutti ruoli interpretati sempre con ironia e provocazione. Sassi è stato uno dei più grandi operatori culturali italiani, sicuramente il più sottovalutato….”

Ho posto alcune domande a Luca Pollini a proposito della, figura di Gianni Sassi :

Perché hai scritto una biografia di Gianni Sassi? Qual è il tuo interesse per lui e perché nel titolo lo definisci “provocatore”?

È stato un intellettuale con un’anima pop; che ha disegnato davvero nuovi ambienti, culturali e non solo, adattando il suo grande talento a un Paese che ha contribuito fortemente a cambiare. Cogliendo il nuovo e il diverso degli ambienti che ha attraversato (arte, musica, grafica, enogastronomia, politica, ecc.) creando e lavorando insieme agli altri, soprattutto ascoltandoli. Sassi non solo viveva il quotidiano, ma lo voleva trasmettere.
Nei suoi messaggi ha sempre utilizzare un gioco intellettuale, a volte sofisticato, a volte molto violento.

Hai conosciuto personalmente Gianni Sassi? In quali circostanze? Eravate amici?

No, personalmente non l’ho mai conosciuto, ma l’ho visto all’opera. Ero presente al concerto di John Cage al Teatro Lirico. Ero tra quelli che fischiavano e contestavano e che ha promosso un’assemblea estemporanea per discutere sull’ennesima provocazione messa in scena da Sassi.

La tua biografia di Gianni Sassi mi ha molto interessato perché non sapevo che dietro tanti eventi tra gli anni ’60 e ’80 e anche dopo ci fosse lui. Pensavo nascessero per iniziativa di gruppi politici e sociali. Invece dietro i festival, i convegni, i raduni di migliaia di persone c’era Gianni Sassi. Che rapporto aveva lui con in gruppi extraparlamentari degli anni ’70 e i centro sociali successivi? Andavano d’accordo con lui?

È stato un rapporto d’amore e odio. Nonostante non avesse in tasca nessuna tessera di partito o di qualsiasi altra organizzazione, all’inizio Sassi era visto come un intellettuale “amico”, vicino ai gruppi, uno che “sposava” la causa. Con l’andare del tempo, soprattutto con i primi successi e le produzioni musicali culturalmente “alte” i rapporti si sono incrinati; fino alla condanna vera e propria: lo hanno accusato di essere schiavo del sistema e di arricchirsi alle spalle dei giovani proletari. Cose assolutamente non vere: lui era ricco solo di idee. E basta.

E che rapporti aveva con le istituzioni?

Semplicemente le ignorava. Non gli interessavano i rapporti con sindaci, amministratori, presidente di municipalizzate o quant’altro. Erano anzi loro a bussare spesso alla sua porta. Un grande aiuto nella “diplomazia” l’ha avuto Mario Giusti, con il quale ha realizzato i festival Milanosuono e Milano.poesia a Milano. È stato Giusti a prendere i contatti con l’amministrazione comunale e, soprattutto, a recuperare i finanziamenti. Sassi non sapeva muoversi tra la burocrazia: la odiava.

Come hai effettuato le tue ricerche per scrivere questa biografia? Quali sono state le tue fonti?

Ho letto libri, ascoltato le sue produzioni, raccolto testimonianze di chi ha lavorato al suo fianco..

Di quale organizzazione, a livello di persone, disponeva per dare vita a tanti eventi così complessi a livello organizzativo?

Sembra impossibile ma non aveva nessuna organizzazione: il tutto era lasciato all’improvvisazione, dove lui – ovviamente – era al centro di tutto. Al.Sa, Cramps, Intrapresa erano aziende che si basavano sulla creatività, non sull’organizzazione. Un punto di riferimento essenziale per lui è stata Monica Palla, che non era una segretaria, e nemmeno un braccio destro, ma una vera e propria emanazione del Sassi-pensiero. Il suo alter-ego. Credo che senza di lei, la sua praticità, molte iniziative non avrebbero visto la luce.

Mi racconti qualcosa della sua vita privata (se puoi/vuoi)?

So veramente poco: non è mai stato sposato, non ha avuto figli. So solo di due fidanzate: Sandra, la barista vicino a casa sua che gli fa conoscere Sergio Albergoni, suo futuro socio nell’Al.Sa; e l’attrice-ballerina Valeria Magli.

Dalla lettura del tuo libro ho avuto l’impressione che tutto quello che organizzava andasse sempre a buon fine, anche se organizzava grandi eventi partendo da nulla, solo con l’idea che gli era venuta in mente. Come spieghi questo fatto?

Non era fortuna, era semplicemente la capacità di saper leggere la realtà e i bisogni di quel particolare momento. Ribadisco: Sassi aveva l’abilità – e l’intelligenza – di saper rappresentare e interpretare il quotidiano. È stato l’unico che nella prima metà degli anni Settanta capisce che si era a un passo da una vera e propria rivoluzione, che riguarda non solo la comunicazione, ma l’informazione e la cultura in generale.

Perché, secondo te, si sa così poco di una persona per certi versi eccezionali come Gianni Sassi? Pensi che dipenda dal fatto che lui appartiene alla vita e alla cultura prevalentemente milanese? O per quali altri motivi?

Non penso che sia per via del fatto che il quo quartier generale fosse a Milano, anche perché molti suoi lavori – i dischi della Cramps, le riviste come la Gola o Alfabeta – sono di respiro nazionale; Milano poesia era un festival internazionale; la performance Pollution è stata fatta a Bologna: Credo piuttosto che sia stato osteggiato da una certa intelligencija a cui dava fastidio questa sua facilità di declinare e trasformare la cultura “alta” in pop.

Gianni Sassi ha promosso case discografiche, gruppi musicali importanti come gli Area e gli Skiantos, riviste prestigiose come Alfabeta; da cosa dipendeva la sua capacità di coinvolgere le persone? Carisma? O cosa? Perché intellettuali anche importanti di affidavano a lui?

Con artisti e intellettuali aveva un rapporto interpersonale. Era abile a gestire le situazioni difficili che si creavano – trattare con personaggi e artisti credo sia una delle cose più faticose da fare – soprattutto quando i conti non tornavano. Allora, grazie al suo fascino convinceva gli artisti che “il mercato non li capiva, che loro erano in anticipo sui tempi, che prima o poi sarebbe venuto il loro momento” mentre al pubblico, alla critica e ai mecenati diceva che credendo ed investendo denaro su quella determinata idea/progetto – non stavano spendendo soldi, ma stavano guadagnando. Aveva una capacità unica di convincere la gente. Il suo carisma era notevole: anche quando bleffava – e spesso gli accadeva di farlo – era credibilissimo.

Un libro imperdibile: Restare in Vietnam di Luca Pollini

Raramente negli ultimi tempi mi ha stupito la lettura di un libro e ancor più raramente ha suscitato in me entusiasmo. Restare in Vietnam di Luca Pollini (Elemento 115 edizioni, 2017, 10 €) mi ha stupito per il lavoro immenso che c’è dietro (cinque anni mi ha detto lo scrittore) per scovare gli ex soldati americani rimasti in Vietnam e poi per scegliere di raccontare solo la storia di Marlin McDade. Mi ha entusiasmato per la scrittura, così aderente alla materia da divenire con essa un tutt’uno. Questo capita agli scrittori più bravi, quelli cioè che non si limitano a raccontare una storia, ma cercano lo stile, l’unico stile per farlo. Ci riescono in pochi, uno per tutti Kerouac. Conoscere Marlin McDade in un bar di Da Nang e farsi raccontare la sua sconvolgente storia deve essere stata per Luca Pollini un’esperienza indimenticabile. Traspare benissimo nel testo, che  lui ha assemblato sotto forma di una storia raccontata in prima persona. Empatia, vicinanza, comprensione sono riservate a quest’uomo che aveva vent’anni quando nel 1969 parte per la guerra in Vietnam. Quello che mi piace della sua storia è che Luca Pollini è riuscito a raccontarla facendo di lui un ragazzo americano come tanti altri in quegli anni di fermento. Lo stesso giorno in cui parte per l’addestramento militare sarebbe dovuto andare con la sua ragazza al concerto di Woodstock. E questo particolare apparentemente irrilevante è invece sintomatico di quei tempi, se eri un ragazzo americano di vent’anni ti poteva capitare di andare ad ammazzare civili in Vietnam oppure a fricchettonare a Woodstock. Quando ormai in America il movimento contro la guerra si sta diffondendo nelle città e nelle università, Marlin McDade vive in un paese sperduto del Kansas dove non c’è niente di interessante o anche solo piacevole da fare, dove l’unica cosa che la gioventù vuole è andarsene ( come avvenne in altre situazioni simili quando migliaia di giovani si riversarono nel ’67 a San Francisco per vivere la summer of love ). Il padre di Marlin, ex militare e a sua volta figlio di militare è convintissimo della giustezza della guerra contro i comunisti vietnamiti e spinge un confuso e disorientato Marlin ad arruolarsi volontario. Da quel momento per tutto il seguito del racconto la sua è una progressiva e terrificante discesa agli inferi. Il primo gradino è il corso di addestramento, dove bisogna urlare ” uccidere senza pietà è lo spirito della baionetta”, e dove  ti insegnano a non avere rispetto per nessuno :”quando ve li troverete davanti capirete che sono come animali”…anche un bambino può lanciare una granata o essere imbottito di dinamite…sono tutti vietcong e non puoi fargli cambiare idea, li puoi solo ammazzare”. Queste raccomandazioni creano nei soldati americani una paura pazzesca che, come dice Marlin, “fa commettere azioni che non puoi immaginare”. Era in vigore il Body count, il conto dei vietnamiti uccisi che serviva a mostrare i successi americani, facilitava la carriera agli ufficiali, e ai soldati faceva avere più cibo, birra, sigarette o due o tre giorni di vacanza in una spiaggia di Saigon. “Uno schifoso torneo proposto a ragazzi di vent’anni a cui danno un premio se fanno fuori la gente”, dice Marlin.
Far parlare direttamente Marlin è stato fondamentale per aggiungere qualcosa di nuovo su questa guerra. Di libri sul Vietnam e sulle atrocità perpetrate dalle truppe americane se ne sono scritti tantissimi. E sono stati girati anche molti film. Ma vi posso assicurare che se credete di saperne già abbastanza di quella guerra vi sbagliate. Vi manca questo libro per poterlo affermare. Non sono film magnifici come Apocalyspe Now o Il Cacciatore a raccontare come sono andate davvero le cose. Un conto è lo spettacolo della guerra, un conto la sua realtà. Leggere Restare in Vietnam  è stato per me come avere  davanti, seduto al tavolo della mia cucina, Marlin McDade che parla del Vietnam. Il suo personale Vietnam:  “preferisco raccontare quello che ho provato e sentito”, dice nel libro. Efficace in questo senso è
 l’uso della prima persona, ma anche il modo colloquiale, quasi dimesso, con cui atrocità perpetrate sui vietnamiti sono raccontate da Marlin.
Alla fine del ’70 tornato a casa una prima volta per la morte della sorella Susan, scopre che la sua ragazza Eleonore è diventata una fervente pacifista e sta con un altro. Non solo, scopre anche che quello che hanno passato e stanno passando in Vietnam i ragazzi americani non interessa a nessuno, anzi sono odiati da tutti. Perciò nell’Aprile del ’72 torna in Vietnam. Nelle basi americane si comincia a respirare aria di smobilitazione, i soldati non sono più disposti a morire per una guerra che sta per finire, per combattere si riempiono di eroina, disertano o uccidono gli ufficiali pur di non andare in battaglia. Infine in un attacco vietcong nella base americana di Saigon Marlin viene gravemente ferito. Dopo le cure ricevute all’ospedale americano, per la riabilitazione viene mandato in uno vietnamita e qui farà un incontro che gli cambia per sempre la vita. Però nel frattempo è costretto a rientrare in America. Lascia un paese “con dieci anni di bombe, milioni di morti e feriti, milioni di dollari spesi inutilmente, dove ci sono 900 mila orfani, 200 mila invalidi, un milione di vedove, dove la terra coltivata è bruciata e avvelenata”.
Anche in America Marlin avrà un incontro che gli cambia la vita. Il suo principale nell’officina meccanica dove trova lavoro un giorno vedendolo afflitto e triste gli dice: “Marlin devi affrontare i tuoi fantasmi. Secondo me dovresti tornare là”.
Tutta la storia di Marlin è raccontata alla luce della sua scelta fatta dopo la fine della guerra del Vietnam. Quella di ritornare là per restarci e provare a rimediare al male che lui personalmente ha fatto e ha visto fare. Si occupa ancora oggi per varie associazioni dello sminamento di intere aree abitate, che causano ancora migliaia di morti e feriti e della bonifica della terra dall’agente chimico orange, un defoliante usato dagi americani durante la guerra. Marlin sembra aver ritrovato un pò di pace vivendo in Vietnam, ma “quando vengo a sapere di qualcuno che salta in aria per una mina”, afferma, ” beh mi sento di averlo ucciso io”.

E in ultimo qualcosa sull’autore di questo libro. Luca Pollini all’attività di giornalista unisce quella di saggista e autore. Ha pubblicato, tra gli altri: I Settanta, gli anni che cambiarono l’Italia; Gli Ottanta, l’Italia tra evasione e illusione; Hippie, la rivoluzione mancata; Musica leggera; Anni di piombo; Amore e rivolta a tempo di rock;  Ribelli in discoteca; Immortali: storia e gloria di oggetti leggendari. Ha debuttato a teatro col reading Hippie, a volte ritornano. Collabora con mensili e quotidiani, si occupa di storia contemporanea, cura un sito (www.retrovisore.net ).
(Editing a questo articolo di M.C.D.)

Qui una mia intervista all’autore in occasione della presentazione di un altro suo libro dal titolo “Ordine compagni” di recente a Bologna alla libreria Ubik:

Mercoledì 8 novembre 2017 – ore 20,30 Biblioteca Comunale “Severino Ferrari” Le ragazze di Emma Cline

Biblioteca Comunale “Severino Ferrari”

L’ARCA della LETTURA

Ti piacerebbe far parte
del gruppo di lettura
della tua biblioteca?

Leggiamo tutti lo stesso libro,
poi ci ritroviamo insieme per scambiare le nostre opinioni, i nostri commenti,
le riflessioni e le emozioni che il libro ha stimolato.

Chiedi informazioni alle bibliotecarie

Mercoledì 8 novembre – ore 20,30
presso la biblioteca di Molinella, Piazza A. Martoni, 19/1
051 6906860

Libro prescelto:

LE RAGAZZE
di Emma Cline

conduce l’incontro
Dianella Bardelli

Gli incontri successivi avverranno a cadenza mensile

Ho chiacchierato con Corrado Ori Tanzi sul mio romanzo Il bardo psichedelico di Neal Cassady

Ho chiacchierato con Corrado Ori Tanzi sul mio romanzo Il bardo psichedelico di Neal Cassady, qui nel suo blog

Neal Cassady ovvero la versione di Dianella

Presentazione di “Verso Kathmandu alla ricerca della felicità alla Locanda Pincelli di Selva Malvezzi ( BO ) la sera del 19 Giugno”

Presentazione del mio romanzo Verso Kathmandu alla ricercadelle felicità il 19 giugno alla Locanda Pincelli di Selva Malvezzi (Bologna)  alle ore 21,30

Presentazione del mio romanzo Verso Kathmandu alla ricerca delle felicità il 19 giugno

Copia di presentazione 19 giugno Locanda Pincelli senza musica