Un pranzo in settembre, racconto di Irène Némirovsky

Rivedere un vecchio amante di quando eri giovane tu e giovane lui. Ti pervade l’antico amore  dietro il suo viso gonfio, imbruttito, vecchio.
Qualcosa di selvaggio e malinconico ti assale mentre una sera di settembre te ne ricorda un’altra antica di maggio.
Vi siete ora ritrovati per caso e state assaporando squisiti cibi in un elegante ristorante alle porte di Parigi. Ma la serata procede inesorabilmente, vi dovrete poi salutare e non rivedervi mai più forse. Piatti elaborati si susseguono ma tu non riesci a gustarli come vorresti. Ti assilla l’idea di quell’uomo che in un certo senso ami ancora e ne soffri. Proprio ora, proprio lì davanti a lui. Lui allunga una mano verso la tua, ma è solo per sfiorare l’anello che porti al dito. E tu ci rimani male. Avresti voluto la carezza che spetta all’anello.
Comincia a fare freddo e fra un po’ dovrete andare via. Lui ti riaccompagnerà a casa e poi se ne andrà.
Tutto in questa storia è raccontato dal punto di vista di quello che è lei sia fisicamente che dal punto di vista dei suoi pensieri, sensazioni e sentimenti davanti a quell’uomo un tempo amato e da cui le antiche emozioni sono ritornate tutte in una volta proprio ora, proprio lì, eppure fra poco si dovranno salutare. A casa l’aspetta la cameriera per ordinare gli armadi. La scrittrice non poteva trovare contrasto più efficace per rendere lo smarrimento della protagonista. Lei diventi tu che leggi il racconto della raffinata cena dei due ex amanti. E come a lei ti viene una gran tristezza.

 

Leggere Iréne Némirovsky

Leggere Iréne Némirovsky fa venire voglia di scrivere. Non per provare ad avvicinarsi alla sua grandezza, ma solo per provare a buttar giù qualcosa, un pensiero ( come questo ) o addirittura una storia. Poi leggere Iréne Némirovsky  mi fa venire in mente che la letteratura parla sempre di cose passate. A parte la fantascienza, naturalmente. Forse per uno scrittore il passato è tutto. E’ quello che ti porti dietro. Ci sono dettagli nei ricordi che ti rimangono indelebili. Chissà perché questo accade. Un’amica nell’atto di parlare in pubblico tanti anni fa, ad esempio. Ci potresti scrivere su questo. Forse partire da quel dettaglio e inventarti una storia.

Sullo scrivere storie vere

Una frase di Stendhal che mi ha fatto riflettere per la sua veridicità: ” Non posso restituire la realtà dei fatti, posso solo presentarne l’ombra”. E’ proprio così; a volte in racconti ispirati a persone realmente esistite mi sono affannata ossessivamente a cercare ogni dettaglio della loro vita, azioni, parole, scelte. Perché le hanno fatte e dette e in quali circostanze. Dov’era quella data persona che stava diventando personaggio? Con chi era? Soffriva? Gioiva? E per cosa?
Volevo restituire la realtà dei fatti, anche se stavo scrivendo un romanzo e non una biografia. Ma ugualmente pensavo di aver bisogno di esperienze reali da cui partire, su cui appoggiarmi.
Invece bisogna andare oltre i fatti, restituire l’immagine che abbiamo di una data persona a cui ci ispiriamo. L’ombra che quei fatti hanno prodotto, il loro fantasma.

Quei pantaloni a zampa d’elefante

Porti pantaloni
a zampa d’elefante

sei magra
li pori con disinvoltura –
hai capelli ramati
che porti a caschetto
o legati
in una piccola coda sulla nuca –
ti ho vista
che parlavi ad un gruppo di persone-
ti si è rotta la lampo di quei pantaloni
che ti stavano così bene –
al suo posto
hai messo una grande spilla da bali
( si chiamano così )
e non eri in imbarazzo
anzi
sembrava che quella spilla
fosse il degno decoro
per quei pantaloni anni ’70