Un mio articolo su Neal Cassady nella rivista Write and Roll Society

Qui un mio articolo su Neal Cassady e sul perché ho scritto un romanzo su di lui: Il bardo psichedelico di Neal

http://www.writeandrollsociety.com/neal-cassady/

 

Il tennis visto, ovvero immaginato in Blow – up di Michelangelo Antonioni


Siccome il tennis è metafora perfetta di quello di bello e di brutto si incontra nella vita, la scena finale del film di Michelangelo Antonioni Blow-up, in cui due mimi inscenano una “finta” partita di tennis, è la partita di tennis per antonomasia. E’ una scena formidabile, protagonista il vento che mai si ferma, e l’erba che sempre cresce. Di “reale” ci sono loro, vento, erba e un vero campo da tennis in un vero grande prato. C’è un vero pubblico, c’è Thomas, personaggio principale del film, che passeggia proprio lì. E cosa vede e soprattutto cosa capisce?
All’inizio vede due mimi che fanno finta di giocare una partita di tennis. Lo fanno bene, sono mimi, è la loro professione fare finta di mangiare, amare e appunto giocare a tennis. Poi piano piano Thomas si fa prendere da quello che avviene nel campo da tennis e comincia a crederci. Comincia cioè a vedere una vera partita di tennis con non solo i giocatori che corrono e saltano come hanno fatto finora, comincia a vedere nelle loro mani le racchette e le palline. Perché? Ma perché le hanno sempre avute. Era lui che non le vedeva. E finalmente anche per Thomas, giovane fotografo annoiato e ricco della Londra anni ’60, la vita comincia a scorrere nelle sue vene e nel suo cervello. La vita, finalmente. Che è fatta di vento, erba, corse e salti e non di “vere racchette” e “vere palline”. Che scena meravigliosa! Cosa esiste infatti se non solo quello che la mente può/vuole vedere?

Mie riflessioni su “Le cose come sono”di Hervé Clerc

E’ un bel libro. Ci sono tante cose. Vale la pena comprarlo che per me è sinonimo di leggerlo. Perché ormai compro solo libri che so vale la pena leggere. Che mi servono. Per la mia anima. Per la mia vita interiore. Anzi sono libri che rileggo. Anzi sono libri che consulto. Li riguardo. Cerco in essi quel nome, quel concetto che mi aveva colpito. Oppure cerco altre cose, spero di trovarvi altre cose.
Questo non è un libro sul buddismo. No, non lo è. Assolutamente. E’ un’autobiografia spirituale, l’autobiografia intima di Hervé Clerc. Il suo essere un pò buddista. Che vuol dire che un pò non lo è. Nessuno ormai è più qualcosa di netto, definitivo, alternativo a qualcosa. Sono i nostri tempi. Ma questo libro è importante perché affronta il problema del rapporto tra il buddismo e l’occidente. Che è stato ed è tuttora, secondo Clerc, un enorme travisamento, l’innamoramento verso qualcosa che non si è capito, ma che molti in occidente hanno accettato incondizionatamente. Clerc è scettico sulla possibilità che si sviluppi un buddismo occidentale. Se accadrà ci vorranno secoli. Come ad esempio accadde in Cina e Tibet. Per ora gli occidentali hanno questa grande attrattiva per il buddismo vissuto come qualcosa di esotico, di affascinante, come qualcosa da prendere così com’è senza cercare di integrarlo nelle proprie tradizioni culturali, metterlo in contatto con la nostra straordinaria tradizione letteraria, artistica, religiosa e filosofica. In questo Clerc è un buddista atipico. Anzi non si definisce neanche tale. E’ interessato ad un buddismo che lui definisce “comune”; qualcosa che ha più a che vedere con la propria intima condizione umana piuttosto che con quell’insieme immenso di dottrine che possiamo racchiudere nella parola buddismo. Dice anche di non cercare un maestro. Cosa che tutti coloro che si definiscono buddisti tengono in massima considerazione. Ci siamo passati tutti in questa fase. Ci passiamo tuttora. Dice Clerc a questo proposito:  “Non credo molto ai maestri, nè, di conseguenza ai discepoli, ma solo agli incontri” (pag. 161 ). Come è vero! E come è bello, gratificante e utile credere solo nelle esperienze concrete. Nella saggezza che viene dal vivere.
Ma solo alla fine del libro ci racconta la sua  esperienza mistica. Perché solo l’esperienza a lui interessa, non la dottrina. Questa esperienza è il motivo che mi ha spinto a comprare questo libro. Perché non capita tutti i giorni sentirsi raccontare di aver vissuto, anche se per molto poco tempo, il Nirvana. Fu da giovane e fu improvvisa, in pieno ’68. Il ’68 non politico, quello cui apparteneva Clerc. Fu una specie di esperienza psichedelica. Perché fu conseguenza dell’ “azione di una sostanza illecita potentemente allucinogena”. Per descriverla Clerc usa parole come “splendore”, “folgorazione”, “Sollievo”. Dice: ” Questa felicità era di una intensità tale che poi, riflettendoci, mi sembrò si potesse benissimo morirne” (pag. 196 ).  Di colpo il mondo gli appare così com’è. Non è più costruito, ma si rivela. Qualcosa di difficile da definire, anche se Clerc riesce a farlo splendidamente. E noi che non abbiamo mai vissuto un’esperienza del genere? Proviamo una grande invidia.
Mi sono parecchio identificata nelle posizioni, punti di vista, sentimenti di Clerc verso il buddismo (  lui nel libro fa riferimento a quello hinayana ). Soprattutto nel fatto che non si definisce buddista ma pratica la meditazione. Cioè Clerc ha un approccio esperienziale al buddismo, che dice non essere la sua filosofia, tanto meno la sua religione. Ma in tutto il libro mi è sembrato di avvertire ( magari è una mia proiezione mentale ) quella certa malinconia di colui che non crede abbastanza in qualcosa da potersene definire un allievo, un adempo, uno che appartiene a qualcosa. La malinconia di colui che non crede ma lo vorrebbe molto.