Qualcosa che sfugge e tormenta: Un romanzo russo di Emmanuel Carrère

Come ogni libro di Emmanuel Carrère, anche Un romanzo russo è scritto
magnificamente. L’intreccio, i capitoli che passano armoniosamente da un
argomento all’altro, da un luogo all’altro, dal un personaggio all’altro, invitano
continuamente ad andare avanti nella lettura per vedere che fine hanno fatto
quei personaggi, quei luoghi lontani o familiari. Il titolo ha a che fare
direttamente con lo stato d”animo di Carrère nel momento della sua vita in cui
è ambientato il libro; vorrebbe che si arricchisse delle sue origini russe, che del
nonno di cui si sono perse le tracce ancora giovane si potesse scrivere la storia,
facendola magari passare per un romanzo, non per una storia vera.

Alla ricerca del proprio tempo perduto

E’ infatti una specie di ricerca del proprio tempo perduto questo libro, ricerca
delle proprie radici russe a cui ancorarsi per giustificare i propri difetti, le
proprie paure , le proprie mancanze. Il titolo evoca quello che Carrère non
vuole fare, parlare cioè dei suoi altolocati e pittoreschi antenati:
“Su personalità così eccentriche, tutti membri del gotha, si potrebbe scrivere
un romanzo storico entusiasmante, ma…non ho intenzione di scrivere un
romanzo storico entusiasmante…quello che mi interessa davvero è proprio ciò
di cui non bisogna parlare”.
C’è infatti un segreto nella famiglia di Carrère, quello relativo al nonno materno
Georges Zourabichvili, scomparso a Bordeaux nel 1944 a 46 anni , ucciso in quanto
collaborazionista dei tedeschi, infatti era stato per due anni un loro interprete.
Fu prelevato da casa e di lui non si seppe più niente.
“ Il fatto è che non è un mio segreto ma un segreto di mia madre”
La madre di Carrère fa parte dell’élite intellettuale francese (docente
universitaria, scrittrice di libri sulla Russia, eletta all’Accadèmie francaise) e
non può sopportare di parlare o sentir parlare del padre collaborazionista dei
tedeschi durante la guerra, e così fa finta che la cosa non sia mai accaduta. E
vuole che tutti seguano il suo esempio, soprattutto il figlio. Ma la storia del
nonno materno assomiglia troppo a quella dell’ungherese di cui Carrère è
andato a documentare la vita nel suo viaggio in Russia, per cui le due figure
nel suo animo coesistono e “…perché venire in Russia …se non per il fatto che qui è approdato quell’ungherese il cui destino mi permette di avvicinarmi, sia pure per vie
traverse, al destino di mio nonno…ormai Kotelnic è il posto dove sta chi è
scomparso”

Il viaggio in Russia alla ricerca di un’altra storia oscura

Kotelnic infatti è lo sperduto villaggio russo dove Carrère con una piccola
troupe va per documentare la vita di un soldato ungherese fatto prigioniero dai
russi alla fine della 2° guerra mondiale e tenuto in un ospedale psichiatrico per
cinquant’ anni. Anche se all’inizio del libro l’autore si dichiara disgustato dal
dover scrivere sempre di gente disgraziata o folle ( aveva appena finito di
scrivere L’avversario), accetta un’altra volta di farlo. Personalmente, avendo
letto sia Un romanzo russo che L’avversario, mi sono fatta l’dea che Carrère
sia attratto solo da storie inconsuete e strane, che contengono misteri che
nessuno è in gradi razionalmente di spiegare. Perché una persona per anni,
come ne L’avversario, mente facendo credere di essere quello che non è e alla
fine massacra l’intera sua famiglia?, E perché come in Un romanzo russo un
povero soldato ungherese viene fatto prigioniero e alla fine della guerra invece
di tornare a casa come tutti gli altri viene tenuto chiuso in un ospedale
psichiatrico per cinquant’anni? Il fatto è, credo, che Carrerè, raccontando
queste storie, vuole spiegare, prima di tutto a se stesso, il senso oscuro della
vita. Ovviamente non ci riesce, perché nessun essere umano lo sa, lo conosce.
Avviene un delitto a Kotelnic, Cerrère lo viene a conoscere quando ormai è da
tempo ritornato in Francia. Questo delitto riguarda una coppia a cui Carrère si
era affezionato, la moglie e il suo figlioletto sono stati uccisi nella loro casa in
assenza del marito. Viene data la colpa ad un povero pazzo, ma anche questo
per Carrère è un mistero che rimane insoluto.

Perché Carrère vuole imparare il russo?

Carrère in questo libro, via di mezzo tra autobiografia e romanzo, che si usa
definire non finction, si incaponisce a volere imparare il russo. Non per leggerlo
e scriverlo, bensì per parlarlo. Non lo saprà mai fare bene e i due viaggi a
Mosca fatti a questo scopo non gli serviranno a molto. Mi identifico in questa
sua necessità e credo di capirla a fondo e personalmente. Io sono toscana ma
fin da piccola sono vissuta a Bologna. Parlare toscano mi riporta a qualcosa di profondamente mio, a un piccolo mondo antico che mi piace, mi appartiene, ma che però non frequento nella quotidianità. Ci sono modi di dire che solo i toscani capiscono, perché sono ironici fino al sarcasmo e che offendono solo chi non è toscano. Per Carrère è qualcosa di analogo, parlare in russo, conversare in russo, quello che lui nel
libro definisce un buon russo, lo mette in contatto con qualcosa di sé che lui
ama, a prima delle sue nevrosi e ossessioni sul male del mondo. A qualcosa di
buono, innocente e tenero.

Il perché delle cose che accadono

Tutti i dettagli, gli episodi, i risvolti psicologici che Carrère documenta in
Romanzo russo, non spiegano perché l’ungherese non è stato liberato alla fine
della guerra, o più prosaicamente perché Carrère ama la sua fidanzata Sophie
ma si vergogna di lei. Infatti l’intreccio di Romanzo russo si dispone in capitoli
alternati tra il racconto di alcuni viaggi in Russia e la sua relazione con Sophie.
Perché?, mi domando. Perché quello che li accomuna è lo stato psicologico di
Carrère stesso, indeciso, insoddisfatto, un uomo insomma che cerca il suo
passato russo attraverso la storia di un povero ungherese che è stato per cinquant’ anni nell’ospedale psichiatrico di Kotelnic e contemporaneamente non
sa vivere il suo presente sentimentale. Un passato che non si spiega e un
presente di cui si vergogna.

La storia d’amore con Sophie

Sophie infatti non fa parte dell’ambiente intellettuale e raffinato di Carrère,
dove tutti hanno una bella carriera in corso come scrittori, registi, architetti,
fotografi. Lei è bellissima ma è una persona qualunque, una che si guadagna la
vita facendo l’impiegata in una casa editrice di libri scolastici, di cui è
insoddisfatta, e che ha amici come lei. Carrère è prigioniero del suo ambiente,
e pur amando Sophie la disprezza.“ Le nostre vite sono diverse, e anche i nostri amici. La maggior pare dei miei sono artisti, e quando non scrivono libri o non dirigono film, se ad esempio lavorano nell’editoria, significa che dirigono una casa editrice. Mentre io sono amico del capo, lei lo è della centralinista”
Quando vanno a cena da amici, tutti rimangono folgorati dalla bellezza di
Sophie, ma quando qualcuno le chiede che lavoro fa le pesa dire che lavora in
una casa editrice di libri scolastici “ ..e più la conversazione va avanti più lei si sente esclusa. E diventa aggressiva, E per me che dipendo terribilmente dalla considerazione altrui, è come se stesse perdendo punti a vista d’occhio”.

Carrère non ha nessuna stima di se stesso, in questo libro ne parla a più
riprese, si reputa vigliacco, inaffidabile, tendente ai sensi di colpa. Fa un
viaggio, è tutto contento di partire, ma quando arriva ad esempio a Mosca
dove va un mese d’estate per imparare bene il russo, si sente solo ed ha
un’avventura con una giornalista. Si sente perso senza Sophie, dice di esserne
innamorato ma non la stima, come è possibile ciò? Quello che ama di più in lei
è il suo corpo, farebbe l’amore con lei in continuazione. Ma non si prende cura
di Sophie come lei vorrebbe. Un esempio eclatante avviene quando lei deve
operarsi ad un ginocchio e lui parte ugualmente per Mosca dove vuole
perfezionare il suo russo. Dopo l’operazione l’accompagna in un centro di
riabilitazione e poi parte“ ..quando due giorni dopo l’ho accompagnata in quel posto sinistro, pieno di sciancati più o meno gravi, ho capito che stava male e che, pur non
rimproverandomi apertamente, pensava che un uomo veramente innamorato
non l’avrebbe mai piantata in asso così”.
La storia con Sophie procede con alti e bassi, lei si mette con un altro, un tipo
“normale” che l’ama senza complicazioni, poi lo lascia e infine lo sposa. Tra un
tira e molla Carrère ha la brillante idea di dedicarle un suo racconto che lui
definisce porno pubblicato su Le Monde.
Come tutti i grandi amori quando uno dei due dice basta, la storia tra Carrère e
Sophie finisce in catastrofe. Catastrofe emotiva. La solita, credo per Carrère, lui stesso ammette di avere una certa coazione a ripetere sia in quanto narratore che persona.

“ Quanto ti ho amato..
Vattene con lui.
Ma, Emmanuel, io ti amo.
Mi ami, ma è Arnaud che ti ama come vuoi essere amata.. Sa amare. Ti merita.
Vorrei meritarti, anche se so che è troppo tardi..Vorrei che ci fosse una
seconda prima volta”.


Yoga di Emmanuel Carrère

Sembrerebbe che per Carrère “Yoga” stia per vita. La prima parte, ma non la maggiore rispetto all’intero libro, effettivamente racconta una sua breve esperienza in un seminario di meditazione Vipassana. Lo ha dovuto abbandonare solo dopo quattro giorni per una circostanza di forza maggiore. Il resto del libro, che è un romanzo autobiografico, racconta vari episodi della vita di Carrère. La cosa stupefacente è che lo scrittore riesce a far diventare qualcosa di romanzesco episodi di vita anche “normali” come la storia segreta con un’amante o una passeggiata nel bosco. Tutto diventa romanzesco perché è frutto della straordinaria capacità di osservazione dello scrittore. Ci sono anche episodi di vita non così “normali”, nel senso che la maggioranza delle persone non prende e va su una isola greca per vedere un campo profughi per ragazzi afgani minorenni. Oppure non si fa rinchiudere in una clinicaa psichiatrica per farsi fare una serie di elettroshock che in parte lo sollevano dal suo male di vivere ( Carrère si definisce bipolare ). Anche episodi all’apparenza più drammatici, come il racconto di un ragazzo afgano del suo terribile viaggio per arrivare in Europa, vengono descritti da Carrère con il suo linguaggio narrativo tipico: raccontare senza immedesimarsi con la storia tragica di cui si parla ma anche senza rinunciare ad una propria empatia umana. Questo atteggiamento narrativo lo scrittore lo ha applicato in altri suoi romanzi, come ad esempio in “L’avversario” ; Vite che non sono la mia”; “Un romanzo russo”.
Yoga forse è il romanzo più riuscito di Carrère; gli episodi raccontati si incastrano armoniosamente gli uni con gli altri e sono anche elencati in un indice che ci consente di rileggere quelli che ci hanno particolarmente colpito.
Un’ultima considerazione. Carrère con questo romanzo sembra aver raffinato il suo stile. Ci dà anche l’impressione, nei rapporti umani che intraprende nei vari episodi, di essere una persona “normale” che semplicemente scrive, come se questo fosse possibile per qualunque suo lettore. E’ come se lo invitasse a cimentarsi anche lui nella scrittura.

Mie riflessioni sul romanzo di Cho Nam-Joo “Kim Ji-Young nata nel 1982

L’incastro narrativo di questo romanzo è molto interessante. Sembra quasi un giallo, ma in realtà è un romanzo sociale e psicologico. C’ è un disturbo della personalità alla base della storia. Viene evidenziato fin dalle prime pagine.
Far finta di essere qualcun altro lo facciamo tutti in fondo. Pirandello ce lo ha spiegato e raccontato nei suoi lavori teatrali e nelle sue opere in prosa. “Kim Ji-Young nata nel 1982” ci mostra come la protagonista sia arrivata a credersi un’altra persona.
Di questa donna si racconta la vita da quando è piccola a quando è già sposata ed ha una figlia. Tanti particolari della sua quotidianità ci mostrano come nella società della Corea del Sud siano preponderanti i privilegi dei figli maschi rispetto alle femmine. I maschi hanno cibi migliori, vestiti di prima scelta, si pagano loro studi costosi di cui si privano invece le femmine. Man mano che la protagonista cresce la sua condizione di inferiorità in quanto femmina l’accompagna sempre. Sul lavoro guadagna meno dei suoi colleghi maschi, non viene mai scelta per incarichi di responsabilità, il tutto però mascherato da modi gentili e belle parole. Ogni volta che Kim Ji-Young viene discriminata soffre molto, ma è incapace di ribellarsi. La stessa cosa avviene quando lei e suo marito aspettano un bambino, anzi una bambina. Sarà rispettata meno per questo dai suoceri. Dovrà inoltre essere lei e non suo marito a licenziarsi per occuparsi della loro bambina.
Tutto questo riempie di rabbia repressa Kim Ji-Young, ma non se la sente di opporsi alle “usanze” sociali del suo paese.
Al culmine della sua frustrazione repressa per essere diventata una casalinga che vive alle spalle del marito, la protagonista comincia ad identificarsi in persone diverse. Non fa finta di essere un’altra persona, nella sua mente lei lo è veramente.

“Voglio vedere dio in faccia” di Gianni De Martino

Ho conosciuto Gianni alcuni anni fa quando venne a Bologna ad aiutarmi a presentare il mio romanzo “Il bardo psichedelico di Neal” che era da poco uscito.

Gianni De Martino è un esperto del mondo beat e hippy, movimenti che ha vissuto e contribuito a diffondere in libri, articoli, convegni. “Voglio vedere dio in faccia” è un compendio di molte cose scritte da De Martino negli ultimi trent’anni. Gli argomenti spaziano dal beat italiano, ai viaggi “acidi”, dal buddismo all’Islam, fino alla rivoluzione tecnologica in ambito digitale.

Il titolo del volume mi intriga molto perché è una frase di Kerouac, scrittore che amo molto. Ossessione quella di voler vedere il volto di dio, che ossessionò Kerouac per tutta la sua vita.
Del resto la religione e la spiritualità in genere hanno affascinato De Martino dopo la fine dell’esperienza italiana. Molti allora in fuga dall’immobilismo della società italiana, prendono la strada dell’estremo oriente, De Martino quella del Marocco. In proposito nel libro vengono riportati suoi articoli apparsi su questo bisogno di spiritualità dei giovani degli anni ’60. Bisogno non disgiunto dall’uso di droghe, argomento che viene affrontato in un’intervista fatta da De Martino ad Albert Hofmann, lo scopritore dell’LSD. Nell’intervista Hofmann afferma la relazione inscindibile tra materia e spirito e la funzione rivelatrice che può avere l’assunzione dell’acido lisergico in persone che hanno comunque una stabilità emotiva matura. Altrimenti l’assunzione della sostanza può essere molto pericolosa. In un altro articolo intitolato non a caso Radioso acido, De Martino con un linguaggio poetico, letterario parla di un’esperienza con l’LSD. Esperienza in cui gli oggetti sono soffusi d luce e appaiono come visti per la prima volta. Da questo tema si passa in vari articoli a parlare di buddismo, altro modo afferma De Martino per espandere la coscienza senza l’uso di sostanze.

Altri testi si ricollegano a quel bisogno di spiritualità che è la cifra delle esperienze di vita di De Martino negli ultimi decenni. Ad esempio quelli legati al tema dei riti collettivi di possessione. Riguardano il Marocco, dove De Martino ha soggiornato a lungo e anche il Salento. Dove il tarantismo negli ultimi anni si è fatto conoscere nella sua veste laica legata alla musica e alla danza.
In altri testi di questa variegata antologia si affronta il tema dell’omosessualità così come l’hanno intesa e interpretata gli scrittori beat e minimalisti americani o anche Foucault.

Conclusioni

Questa antologia di scritti è una delle più esaurienti fonti di quello che si intendeva dagli anni ’60 ai ’90 per cultura e informazione. Era quella che veniva prodotta e scritta da giovani curiosi andando dove le cose accadevano. Non erano mandati in Africa o Asia da una qualche radio o televisione, da un qualche giornale. Chi voleva conoscere qualcosa che accadeva in un posto lontano da dove era lui raggranellava un pò di soldi e ci andava. Ci andavano di propria iniziativa. Conoscere, capire, evolversi non erano attitudini di un mestiere, erano esigenze, bisogni personali. Poi si tornava e si proponevano le cose che si erano scritte alle riviste. Era un mestiere quello del viaggiatore-scrittore, ma non lo si sceglieva per i soldi, ma per il bisogno di una conoscenza diretta e profonda delle cose in sè. De Martino era ed è interessato alla spiritualità, ai riti, a quello che di misterioso sta dietro l’atto dello scrivere. Di tutte queste cose si parla in questa antologia. E’ un materiale prezioso per chi voglia sapere chi erano quei giovani che se ne andavano per il mondo con l’unico scopo di capirlo e in tal modo capire se stessi.

L’anno della scimmia di Patti Smith


“Quella notte ho fatto un sogno, uno di quelli che più che sogni sembrano doni, curativi e puri come un ruscello gelido e incontaminato”

Fin dalle prime pagine capiamo una cosa sulla scrittura in generale e su quella di Patti Smith in particolare: l’efficacia dei dettagli. Anche la descrizione di un luogo qualunque ( forse descritto da altri molte volte ) diventa interessante e “visibile” per chi legge grazie alla cura quasi maniacale dei dettagli. “L’anno della scimmia” è diverso d tutti gli altri libri di Patti Smith. Qui più che introspezione c’è questo mischiare senza soluzione di continuità, realtà e sogno, credo per mostrare a noi lettori come, almeno nella vita di Patti, le due sfere di esistenza si confondano tra loro continuamente. Pare volerci dire: davvero pensate che ci sia tra loro differenza? Non è vita vissuta anche il sognare? Personalmente non ho dubbi su come rispondere a questa domanda. Anzi, nel mio caso, il sogno è più reale e significativo della vita di veglia.

Le mie recensioni dei libri di Patti Smith: https://www.cronacheletterarie.com/2019/07/11/just-kids-di-patti-smith/
https://www.cronacheletterarie.com/2019/03/07/devotion-di-patti-smith/
http://lascrittura.altervista.org/patti-smith-m-train-cosa-penso-di-questo-libro/

 

 

 

Il tennis singolo metafora della vita, ovvero: come controllare Il proprio Moloch interiore?

Il tennis singolo più di ogni altro sport ci permette di identificarci in chi lo sta giocando. Chi è in campo è come noi: solo. Di fronte ad una difficoltà: vincere. La vittoria gli/ci darà gioia, la sconfitta dolore. Da millenni ci si interroga su come superare la gioia momentanea della vittoria e la profonda ( per alcuni definitiva ) sofferenza della sconfitta. Perché, come dice Pier Paolo Zampieri il tennis ” è solo apparentemente uno sport” (Ubitennis del 30/10/2014 nella sua celebre recensione del libro di Wallace D.F, Il tennis come esperienza religiosa ).
La maggior parte dei tennisti vengono sconfitti praticamente ogni settimana della loro carriera visto che in ogni torneo c’è un solo vincitore. Solo un giocatore alza il trofeo, mentre il resto dei tennisti deve far fronte alla sconfitta. Bisogna quindi imparare a superare la frustrazione del non vincere senza perdere l’entusiasmo e la volontà di volerlo. Sembra un gioco di parole, e forse lo è, anche. Voler vincere sapendo che molto probabilmente non accadrà. Un po’ come voler vivere sapendo che si morirà. Ecco allora un gran parlare di mental training. Ci sono i testi degli specialisti della materia. Ad esempio:
Umberto Longoni, La partita invisibile
Agam Bernardini, Lo zen e l’arte di giocare a tennis
Joseph Correa, Diventare mentalmente resistenti nel tennis utilizzando la meditazione
Federico Di Carlo, Il cervello tennistico
Alberto Castellari, Angelo D’Aprile, Stefano Tamorri, Tennis Training. Allebamento tecnico, fisico, mentale, esercitazioni e programmi. Aspetti biologici.
Timothy Gallwey, Il gioco interiore nel tennis
E poi tutti gli articoli di Pier Paolo Zampieri su Ubitennis
A mio modesto parere ci devono essere delle componenti di base in una persona per essere in grado di far fronte nella vita agli insuccessi, cioè un po’ stabili si nasce. Oppure si fa appello a quella che potrei chiamare disperazione attiva. Si sta malissimo ma si reagisce, non si affonda nella frustrazione. Si possono anche compensare le frustrazioni altrove: nella famiglia, negli amori, negli amici.
Il centro di tutta la questione del rapporto tra tennis e emozioni negative dei giocatori/giocatrici in campo è proprio questo: Come nella vita di tutti i giorni, del resto. Perché come dice Allen Ginsberg: ” La mente è come una farfalla che si adagia su una rosa o svolazza su fetidi escrementi”.
Le tecniche di mental training funzionano dove c’è la vera vita, la vera paura, la vera rabbia: sul campo da gioco, quello del tennis e quello della vita fuori, nelle strade, nelle case. Il singolare del tennis professionista porta all’estremo la possibilità di vincere rabbia e paura o di soccombervi. Se saprai controllare le emozioni negative sarai in grado di stabilire strategie, adeguarti a chi hai di fronte, di dirigere l’incontro.

La mia recensione de La trasgressione necessaria di Luca Pollini

Molte volte ho pensato di fare in forma scritta una specie di mappa di tutti i cambiamenti che ho fatto nella mia vita. Non parlo della capigliatura o degli abiti. Parlo di visioni, stili di vita, valori, ciò in cui ho creduto e in cui non credo più. Sono state parecchie le cose in cui mi sono buttata e dalle quali poi mi sono tirata fuori, ma non le nominerò perché non è questo l’oggetto di questo testo. Lo è la vita e le scelte varie e diverse di Andrea Valcarenghi che ci sono minuziosamente raccontate da Luca Pollini nel suo libro “La trasgressione necessaria”. Si comincia dal suo giovanile antimilitarismo e si finisce all’adesione al credo di Osho, guru di quelli che un tempo venivano chiamati gli “arancioni”.
Scrivere biografie interessanti è difficile. In genere sono molto noiose soprattutto per via dello stile piatto che spesso le caratterizza. Ma non è questo il caso de “La trasgressione necessaria” di Luca Pollini. In uno stile narrativo viene raccontata, come fosse un romanzo, la biografia dettagliata della vita di Andrea Valcarenghi, allargata al contesto sociale dagli anni ’60 ai giorni nostri.
Luca sa attirare l’attenzione del lettore sul “personaggio” Valcarenghi, dal suo antimilitarismo al suo definitivo abbandono della vita politica a favore di quella spirituale. Oggi Valcarenghi si chiama Swami Deva Majid.
Il libro si può definire diviso in due parti: dal pacifismo alla militanza politica fino alla fondazione della rivista Re nudo la prima parte, e la seconda dai cambiamenti subiti da questa rivista ad oggi.
Le vicissitudini di questa rivista si identificano con quelle di Valcarenghi. Nei primi anni è una delle componenti della militanza rivoluzionaria degli anni ’70. Quelli i temi, quello il linguaggio ( uno delle sue parole d’ordine ricalca quella molto in voga negli anni ’70: “vogliamo tutto e subito”) .
Re nudo organizza vari festival, una cosa del tutto innovativa e sul piano culturale rivoluzionaria, dato che finora erano stati appannaggio della RAI o dei partiti. Quelli rimasti più famosi sono quelli del Parco Lambro del ’74, 75 e ’76 organizzati con l’aiuto di Lotta Continua, Potere Operaio e altri gruppi extra parlamentari. Il festival del ’76, a cui partecipano ben 100.000 persone, segna la fine del sogno politico della controcultura italiana: spaccio di droga, furti organizzati di cibo, contestatori che salgono sul palco durante i concerti. E’ la fine del tentativo di creare un “mondo diverso”.
Valcarenghi lo capisce e se ne va. Dove? In india, come migliaia in quegli anni. E qui comincia la seconda parte di “La trasgressione necessaria”.
Nel ’77 Valcarenghi diventa discepolo di Bhagawan Shree Rajneesh, conosciuto anche come Osho nel suo ashram indiano di Poona. Nell’incontro con il maestro quest’ultimo gli dice: ” Il tuo nome è Swami Deva Majid…Deva significa divino, Majid magia”.
Seguono anni importanti in cui Valcarenghi diventa emissario di Osho in occidente, inoltre ridà vita per molti anni a Re nudo, che, come si dice nel libro di Luca Pollini :” diventa la rivista dell’incontro tra oriente e occidente”.
Ora Valcarenghi si sta impegnando nella creazione de Il villaggio di Re nudo: ” si tratta di realizzare un villaggio basato sul voler essere insieme, ma nello stesso tempo indipendenti e liberi. Il suo nome sarà Soli e insieme.
A questo proposito auguro ogni bene a questo progetto anche se ho delle riserve in proposito, ma parlo solo a titolo personale. Non credo che le comunità si possano fondare, nascono spontaneamente dai bisogni materiali. Vivo in un piccolo paese, fino agli anni’50 in grandi cortili o in mezzo alla campagna c’erano agglomerati di case, erano una comunità, si facevano un sacco di cose insieme, feste, oggetti per il lavoro, perfino giocattoli. Erano così vive che in alcuni di questi cortili ci si faceva La festa dell’Unità. Si andava d’accordo? Non lo so, ma bisognava farlo per sopravvivere. Poi chi ha potuto intorno al ’60 è andato con la famiglia a vivere in città. Senza essere “alternativi” capitava che due famiglie andassero a convivere per dividersi le spese. Magari, anzi sicuramente molti saranno stati amici e si volevano bene. Ma appena è stato possibile ognuno ha affittato o comprato un proprio appartamento. Se parli con queste persone, ma è difficile, sono morte quasi tutte di vecchiaia, ti dicono che allora nei campi si mettevano i bimbi sull’argine e si andava nell’acqua nelle risaie. Ti dicono anche: che bello si beveva tutti da un unico bicchiere, è nostalgia, ma della gioventù.

Luca Pollini e Andrea Valcarenghi

 

Su Luca Pollini ho scritto altro: http://lascrittura.altervista.org/intervista-a-luca-pollini-sul-suo-nuovo-libro-gianni-sassi-il-provocatore/; http://lascrittura.altervista.org/una-mia-intervista-a-luca-pollini-su-due-suoi-libri-restare-in-vietnam-e-ordine-compagni/; http://lascrittura.altervista.org/luca-pollini-restare-vietnam-dalla-parte-del-nemico/

Qui la sua autobiografia: https://www.retrovisore.net/chi-sono/ 
In cui dice  di rimpiangere Il Parco Lambro..quale dei tre?


Il libro più strampalato e magnifico di Jack Kerouac : Visione di Cody

” Cody è il fratello che ho perduto. Egli è l’arbitro di quello che penso”

Visione di Cody è il libro più strampalato e stupefacente di Jack Kerouac. Più de I sotterranei, che anche lui lo è, ma solo apparentemente. Visione di Cody è stato scritto da Kerouac negli stessi anni di Sulla strada ma dimostra molto di più quanto la scrittura possa rappresentare le imperfezioni della vita, e che per farlo deve essere anche essa imperfetta; e mi fanno ridere quelli a cui piace la scrittura tutta ammodino, l’italiano medio o l’inglese medio ad esempio, quando invece l’unico scrittore vero è quello che riesce ad essere imperfetto, crudelmente e meravigliosamente imperfetto. In Italia mi vengono in mente I Malavoglia o il Partigiano Johnny come opere che hanno cercato, esplorato, trovato una scrittura che combaciasse con la materia trattata.
Visione di Cody è un romanzo fatto a pezzi, nel senso di costruito a pezzi, capitoli vengono chiamati, ma non sempre è possibile collegarli tra loro in senso stretto, bisogna lasciarsi andare alla scrittura e affidarsi alle intenzioni dello scrittore. Ma per farlo bisogna anche amarlo, come succede sempre nella vita.
Cody è uno dei nomi con cui nei suoi romanzi Kerouac chiama Neal Cassady. Chi di noi avrebbe avuto il coraggio di omaggiare così vistosamente, così apertamente l’amore per un suo simile come fa l’autore in questo romanzo? ( nella prefazione Allen Ginsberg scrive: “Jack Karouac non ha scritto questo libro per denaro, lo ha scritto per amore…” pag. 16 ). La beat generation, nei suoi esponenti principali, non è stata altro che lo stare insieme di un gruppo di amici maschi, come ce n’erano dappertutto dal secondo dopoguerra in poi, almeno in Europa e in America. Erano in quattro: Jack, Neal, Allen e William. E la nostra fortuna è che invece di parlare solo di sport, donne o corse di cavalli, hanno per anni e anni parlato di scrittura e come si fa con la scrittura a mostrare la vita, come si fa con la scrittura ad avere esperienza della vita. Per Kerouac se la realtà non ha una sua rappresentazione artistica, non vale neanche la pena di viverla. Scrivere è pensare la vita, cioè darle un senso.
La parte centrale di Visione di Cody consiste nella trascrizione di alcune conversazioni a ruota libera tra Jack e Neal che i due avevano pensato di registrare. Il capitolo si intitola “Frisco, il nastro”. Prima di queste Keroauc racconta le sue peregrinazioni per New York (mostrandoci la sua straordinaria capacità di osservazione dei minimi dettagli della vita quotidiana, senza la quale il suo particolarissimo stile di scrittura non si sarebbe potuto manifestare) e la storia di Neal da quando ragazzino frequentava le sale da biliardo di Denver. La sua era ” una faccia ossuta che sembra essere stata premuta contro sbarre di ferro per quell’aria rocciosa accanita che ha, di sofferenza, perseveranza e, a guardare più da vicino, fiducia in sé…una faccia da tigre” (pag. 84).
Parlavo prima di amore di Jack per Neal. Sì perché la parola amicizia è troppo debole nel suo caso e non rende l’idea dei sentimenti ed emozioni che Neal trasmetteva a Jack. Era amore nel senso maschile del termine e, come ho detto prima, riguardò tutti e quattro i componenti più importanti e noti della beat generation. Non fu un amore per sempre, litigarono, smisero di vedersi, l’amore finì, e Neal e Jack morirono pure giovani.
Nella trascrizione delle conversazioni (dovute al continuo fumo di marijuana) tra Neal e Jack affiora un po’ di tutto, ricordi, scherzi, confidenze sulle proprie esperienze amorose; e il bello è che sia i ricordi che le confidenze ognuno le sa già, le ha già sentite raccontare, eppure si vuole di nuovo sentirle, c’è questo essere in fondo dei bambini che vogliono sempre sentire la stessa favola perché è troppo bella e risentirla fa rivivere ogni volta piacevoli emozioni. Ad esempio Cody racconta a Jack di quando si trovava a casa di Borroughs in Texas, una casa nel nulla vicino a delle paludi, e Borroughs passava il tempo a drogarsi, ascoltare valzer viennesi, e a leggere romanzi. C’è anche il racconto dei tre giorni passati in quella casa del Texas da Allen Ginsberg, in quel periodo perdutamente innamorato di Neal. Dice Cody: ” eravamo ancora giovani abbastanza per parlare e parlare e parlare dalla mattina alla sera…” (pag. 212). Allen in quei giorni avrebbe voluto dormire con Neal e tentò invano di costruire un letto matrimoniale con due brande militari. Ma Neal di lui non ne voleva più sapere: “non sopportavo più manco mi toccasse…” (pag. 214).
Poi ci sono i ricordi di Jack di quando aveva diciott’anni e viveva con una ragazza a New York senza far niente se non mangiare e fare sesso. E racconta a Cody di come aveva conosciuto tutta la banda dei beat e di quelli che gli giravano attorno. Lui è molto curioso di sapere queste cose e fa domande, vuole sapere da Jack tutti i particolari e il come e il quando per potersi immaginare per l’ennesima volta l’inizio della scena beat. Perché di lì a poco quelle persone sarebbero diventate le sue persone che anche lui ama ed è fiero di conoscere. Parlano anche di persone che li hanno iniziati alla droga, ( “Vicki ci spiega quello che vuol dire essere alti – e la gente la troviamo simpatica – gli vuoi bene alla gente – e per la prima volta Bull e io siamo insieme – vedi – dopo io gli ho sempre voluto bene…” (‘pag. 273), di donne con cui sono stati una volta sola o che hanno molto amato, e anche di come si sono conosciuti loro due. Dice Jack: ” Abbiano cenato insieme quella sera – era d’ottobre- ottobre del ’46…E adesso tu occupi i miei pensieri tutto il tempo!” (pag. 277). L’ultima parte non riguarda più solo le conversazioni tra Jack e Cody. E’ tutta una scrittura spontanea alla maniera nostalgica e triste di Sulla Strada. Immagini, flash di visioni di coppie abbracciate su un autobus o di sere passate a vedere friggere il pesce, o ancora di un bizzarro ragazzo incontrato a New Orleans o di quando gli capitò di assistere ad una scena cinematografica a San Francisco. E infine nelle ultime pagine il perché di questo romanzo. Perché Cody non è una persona agli occhi di Jack, lui è una visione, lui lo vede, lo pensa, lo sente, come un essere mitico: “Era come s’egli fosse uno spirito sovrumano – uno spirito incarnato e inviato su questa terra per confondermi…anche se lo vedevo come un angelo, come un dio, eccetera, lo vedevo anche come un dia-volo, una vecchia strega, perfino come una vecchia puttana, dall’inizio lo vidi così, e ho sempre pensato e ancora penso che lui riesce a leggermi nei pensieri e interromperli apposta affinché io guardi il mondo come lui” (pagine 397 e 400-401).

Bill Morgan, Io celebro me stesso. La vita quasi privata di Allen Ginsberg

E’ la più completa ed estesa biografia di Allen Ginsberg che io conosca. Praticamente segue Allen dalla nascita alla morte, regalandoci la sua vita in diretta come se fossimo lì vicino a lui a viverla. Non c’è dettaglio che venga trascurato da parte di Bill Morgan, nomi di persone note e sconosciute che Allen ha incontrato una sola volta o frequentato, studi, lavori fatti per mantenersi sia quando era uno studente della Columbia timido e impacciato nei rapporti con le persone, sia quando con la pubblicazione di Urlo cominciò la sua lunga carriera di star della poesia americana. Una parte importante della biografia è dedicata al lungo, doloroso processo attraverso il quale Allen arriverà ad accettare finalmente e definitivamente la propria omosessualità, e al rapporto conflittuale ma mai interrotto con Peter Orlovsky.
Sul piano poetico assistiamo ai suoi primi tentativi culminati nelle prime improvvisazioni che diedero vita ad Urlo, quando Allen trova la sua vera voce poetica. Viene dato anche ampio spazio al suo darsi da fare per far pubblicare le opere dei suoi amici Kerouac e Burroughs. Nel ’56 quando già Urlo era stato pubblicato dalla City Lights di Ferlinghetti, mentre si trovava a New York Allen visitò tutte le più importanti case editrici e si stupiva amaramente che nessuna di loro capisse il genio di Kerouac e Burroughs. Impressionante in questo senso anche l’opera di networking che Allen intraprese tra i poeti delle due coste e l’infaticabile aiuto che profuse per tutta la sua vita nei confronti di poeti poco conosciuti.
Il 1958 fu l’anno del processo a Urlo per oscenità che rese famoso Ginsberg. Tutti gli chiedevano readings e lui acconsentiva con piacere esaltato dall’idea di essere diventato famoso. Da quell’anno in poi Ginsberg leggerà le sue poesie in tutta l’America e anche in tante altre parti del mondo migliaia di volte. Intanto procedeva con la stesura del poema Kaddish dedicato alla madre morta Naomi; è l’opera più bella di Ginsberg, anche lui la considerava la sua creazione migliore. Il ’61 è l’anno dell’incontro con Fernanda Pivano, la prima a tradurre e far conoscere le opere di Ginsberg in Italia ( e anche di Kerouac ).
Poi ci sono gli innumerevoli viaggi in Europa, Asia, Africa. Importantissimo per Ginsber l’anno passato con Orlovdky in India nel ’62.
Il ’67 è l’anno dell’Human be in di San Francisco, il primo raduno hippy della storia americana. Ginsberg fu uno dei protagonisti della giornata, insieme a Gary Snyder, il poeta e saggista che lo introdurrà al buddismo, disciplina che divenne una costante nella vita di Ginsberg dopo l’incontro con il Lama tibetano Chogyam Trungpa Rinpoche. Nel ’68 morì Neal Cassady, il grande amore giovanile di Allen; con il cuore gonfio di dolore scrisse la bellissima “Elegia per Neal”. Nello stesso anno il poeta mette a frutto i suoi guadagni che sono ormai cospicui comprando una fattoria a Cherry Walley e va a Chicago per partecipare alla marcia durante la Convention nazionale dei democratici, che purtroppo non avvenne pacificamente. Allo scopo di calmare gli animi dei manifestanti e dei poliziotti il 25 Agosto intonò al Lincoln Park il mantra “OM” per sette ore e mezzo, fino a perdere la voce. Questa esperienza lo incoraggerà a fondare insieme a Trungpa l’Università buddista di Bulder, il Naropa Institute. Con lui imparerà a meditare e a improvvisare durante i suoi readings accompagnandosi con l’armonium che aveva comprato in India. Inoltre insieme a lui fonderà nel 1974 una scuola di scrittura dedicata a Jack Keoruac ( morto nel 1969 ) all’interno del Naropa, la Jack Kerouac School of Disembodied Poetic. Per molto tempo Allen vi insegnò scrittura per nove mesi all’anno gratis.
Negli anni ’80 cominciò ad avere seri problemi di salute per il cuore e per il diabete. Ma non cambiò le sue abitudini di vita, insegnamento, readings, viaggi, avventure erotiche, litigi con Peter Orlovsky.
Nel Marzo del ’97 gli fu diagnosticato un cancro al fegato, senza speranza di sopravvivenza. Appena gli fu possibile chiamò tutti i suoi amici al telefono per salutarli. Alle 2,30 del 5 Aprile Allen smise di respirare. Per le successive 24 ore riti buddisti accompagnarono l’uscita di Allen da questo mondo. Vari amici si erano radunato al suo capezzale fin dal giorno precedente e senza toccarlo secondo l’usanza tibetana, si avvicinarono per vedere il suo corpo e porgergli un ultimo saluto.
Conclusioni personali
Leggendo le 600 pagine di questa biografia, che in buona parte è un lunghissimo elenco di centinaia di persone che Ginsberg ha incontrato, con cui ha discusso di poesia e politica, con cui ha fatto sesso e viaggiato, si ha la netta impressione ( io almeno l’ho avuta ) che ogni minuto della sua vita egli l’abbia vissuta in maniera totale e intensa, come se ogni volta quel volto, quella strada d’Italia o dell’India siano state pietre miliari della sua evoluzione di poeta ed essere umano, due condizioni che in Allen coincidevano. Dovunque andasse, con chiunque avesse un rapporto sessuale, Allen ne scriveva perché nulla era più importante di qualcos’altro. E questo per me è bellissimo, è un grande insegnamento di vita. Aver messo in evidenza questo coincidere di poesia e vita, vita giocosa o vita disperata, ecco cosa rende affascinante questa biografia. Naturalmente questo è possibile coglierlo se si conoscono le sue poesie o almeno alcune, prima fra tutte la meravigliosa Kaddish. Per chi come me ama le poesie di Ginsberg la sua vita raccontata da Bill Morgan assume un significato particolare che illumina e spiega quelle poesie.

Rileggendo Anna Karenina contemporaneamente a La fuga di Tolstoj di Alberto Cavallari: il romanzo degli ultimi giorni di vita del grande scrittore russo

Questa estate ho deciso non solo di leggere ma di rileggere. Quello a cui mi sto dedicando ora è Anna Karenina di Lev Tolstoj. Me lo sto gustando molto più della prima volta. A dire il vero lo sto centellinando perché quando lo avrò finito come ritornare “agli altri normali romanzi del giorno d’oggi”? Allora ho ripreso in mano anche La fuga di Tolstoj di Alberto Cavallari perché la vita del grande scrittore russo, e soprattutto i suoi ultimi giorni di fuga dalla propria famiglia, sono davvero il romanzo più bello che lui ha potuto non scrivere ma vivere. Nel duello Dostoevskij – Tolstoj ho sempre pensato che il primo fosse più affascinante del secondo, che in lui si declinassero più sfaccettature e contraddizioni dell’animo umano. Ma ora che sto rileggendo Anna Karenina mi rendo conto dell’inarrivabilità di Tolstoj nell’indagare e saper trasferire in parole gli stati psicologici, gli improvvisi cambiamenti d’umore dei suoi personaggi. E quindi d’ora in poi non ci sarà più in me questa contrapposizione tra Dostoevskij e Tolstoj. Entrambi sono grandissimi pur nella loro diversità di visione. Rileggendo Anna Karenina mi è venuto spontaneo interrogarmi su quanto di personale ci sia da parte dello scrittore nel personaggio di Lèvin. Nella mia giovanile lettura del romanzo avevo trascurato questo personaggio per farmi unicamente travolgere dalla storia d’amore tra Anna e Vrònskij. Ora invece mi sono resa conto di quanta importanza si dia nel romanzo al personaggio di Lèvin, anche perché in parte la sua vita corrisponde a quella effettivamente vissuta da Tolstoj. Entrambi proprietari terrieri insoddisfatti sia sul piano personale che su quello della conduzione della loro proprietà agricola, invidiano la vita semplice e faticosa dei loro contadini, pur non essendo capaci di rinunciare ai loro privilegi. Tolstoj visse profondamente e dolorosamente questa contraddizione, ne fu lacerato per tutta la sua vita. Si vergognava della sua vita di ricco proprietario e di famoso scrittore nella necessità di mantenere in un lusso che lo disgustava la sua numerosa e insaziabile famiglia. Detestava la vita familiare ed era arrivato dopo decenni di liti e incomprensioni a odiare sua moglie Sofja. Più volte aveva meditato di lasciarla per dedicarsi ad una vita solitaria e frugale.
Il libro di Cavallari racconta come la decisione di lasciare la moglie, la famiglia e la casa dove era nato e cresciuto arrivò per lo scrittore russo a 82 anni nella notte tra il 27 e il 28 Ottobre del 1910. Verso le 3 sentì che Sofja frugava nello studio accanto alla stanza dove lui dormiva tra le carte del suo diario come era solita fare per scoprire i suoi pensieri più segreti. Questa volta però ciò lo riempì di un’insopportabile ripulsa, lo esasperò oltre misura. Si alzò, si vestì e fuggì. Non fu la sua una decisione tra un prima e un dopo. Fu qualcosa che accadde. Fu un’azione da compiere spinto da una forza inarrestabile. Portò con sé il suo medico personale e la figlia prediletta Sàsa.
Il tema della fuga mi affascina particolarmente. Anni fa ci scrissi un romanzo che si intitolava I pesci altruisti rinascono bambini ( titolo dovuto a come finisce il libro ). E’ la storia di una giovane donna che un mattino prende e se ne va di casa, e comincia così la sua seconda vita di vagabonda.
La gente scappa. Un bel giorno lo fa. E se qualcuno le chiedesse perché non saprebbe rispondere. E’ un’esigenza così intima, così profonda da non potersi definire a parole. Alberto Cavallari in La fuga di Tolstoj fa una breve e intensa ricostruzione delle tappe del Tolstoj in fuga dalla sua immensa tenuta di Jasnaja Poljana. Lo scrittore russo è come avesse sempre vissuto una vita non sua in cui la scrittura, l’andare per ore a cavallo ogni giorno e la caccia ne erano le uniche vie di fuga. Fino 82 anni. Ora il dado era definitivamente tratto. In carrozza attraversando boschi e fango, in treno in terza classe vicino al popolo.