Una mia recensione: La cresta dell’upupa di Daniele Borghi

 

Ci sono cose che mi mettono di buon umore, una di queste è un bell’incipit in un romanzo. La cresta dell’upupa di Daniele Borghi inizia in un modo che mi ha davvero colpito e incentivato a continuare la lettura: ” L’idea di vivere di scarti mi colpì all’improvviso”. All’improvviso è un’espressione che amo. Penso dia bene l’idea di cosa sono il mondo, le persone, le cose come accadono. Dopo questo inizio fulminante conosciamo subito Migliore, il protagonista, trentaduenne dai mille mestieri, inutilmente laureato in sociologia, col pallino di un progetto di sua invenzione per produrre energia ( che naturalmente non trova gambe su cui camminare) e soprattutto antisociale per scelta. Per tutte queste ragioni decide di vivere di scarti. Quali? Quelli del vetro, lo ruberà e poi lo rivenderà. Ma la parola scarti in questo romanzo ha un significato più ampio. Tutti i personaggi che si muovono al suo interno sono scarti della cosiddetta società perbene, lui, il suo unico amico Diandro, un ceceno che vive in una baracca in un parco, Cristina, una bella ragazza che lo circuisce per farsi raccontare la sua invenzione e appropriarsene, anche Xenia, la prostituta cecena che farà svoltare il romanzo verso la direzione cara a Borghi, quella del “giallo sociale”.
Per tutte le sue 196 pagine il romanzo scorre bene e si fa leggere tutto d’un fiato. Io che non sono amante del genere “giustiziere che si fa giustizia da sé usando gli stessi metodi dei cattivi che perseguitano lui e le persone che ha deciso di proteggere”, l’ho molto apprezzato. Il registro è quello del disincanto, dell’ironia e del totale antisentimentalismo. Al di là della buona dose di violenza che piacerà agli amanti del genere, si sorride molto mentre si legge La cresta dell’upupa. Le situazioni vengono spesso sottolineate con frasi azzeccatissime. Alcuni esempi: ” Era magnifico avere un complice come Diandro, ti lubrificava la vita…” ( pag. 89 ); “Mi sembrava di essere un globulo rosso che scorre nel sistema circolatorio, dall’arteria al capillare…” ( pag. 127 ); ” Mi addormentai immediatamente, fu come chiudere un sipario e mettere fine allo spettacolo…” (pag. 137 ).
Dicevo che il romanzo svolta quando Maggiore e Diandro salvano Xenia dal suo pappone, un gigante dal cuore cattivo che fa parte di una banda di ex agenti del KGB. Da qui il romanzo prosegue con episodi rocamboleschi e un intreccio fitto di colpi di scena.
Perché ho letto tutto d’un fiato questo romanzo che per genere non è tra i miei preferiti? Perché in un romanzo io apprezzo la scrittura più che la storia. E nella Cresta dell’upupa la scrittura è intensa, potente, e ti seduce. Anche la storia lo è, l’intreccio è complesso e ben congegnato. Si vede quanto Borghi padroneggi il genere.
E l’upupa che dà il titolo al romanzo? Cosa c’entra la sua cresta con la storia raccontata? A me ha evocato un bisogno di innocenza del protagonista dopo tanta violenza patita ed esercitata. In un intenso momento rivelatore Maggiore la vede in un prato, ma l’upupa non è uno degli scarti della sua vita, lei è completa in se stessa, e lui nella sua cresta si immagina l’universo intero. In un brano molto poetico che sorprenderà il lettore, Maggiore prova ad avvicinarsi all’upupa, non per prenderla, catturarla, farla sua, solo per accarezzarla. Ma naturalmente non ci riuscirà.

Mia recensione di Più che umano di Theodore Sturgeon


“Fonderci, quella era la parola che usava Janie. Diceva che gliela aveva detta Baby. Significava che tutti insieme eravamo una sola cosa, anche se ognuno faceva cose diverse….Lone diceva che forse era una via di mezzo tra aiutarsi e unirsi” ( T. S.)

Ho scoperto questo scrittore americano mentre preparavo la recensione al libro di Tom Wolfe, L’acid test al rinfresko elettriko, interamente dedicato a Ken Kesy e ai suoi Merry Prenksters (allegri burloni). Sono così venuta a sapere che un autore culto di Ken Kesey era proprio Theodor Sturgeon. E così ho letto questo suo romanzo, More than human, che alcune edizioni in italiano traducono Più che umano e altre Nascita del superuomo. L’edizione italiana che ho letto io, quella della Giano del 2005 traduce il titolo alla lettera. E’ un bel titolo e ha a che vedere con il contenuto del romanzo molto più che l’altro, che evoca cose del tutto al di fuori di esso.
Non sono né un’appassionata di fantascienza né tanto meno un’esperta di questo genere letterario. Diciamo che, come molti ormai, non divido la letteratura in generi ma in libri che mi piacciono o che non mi piacciono.
La mia lettura di “Più che umano” è avvenuta quindi fuori da un contesto di genere letterario specifico, è avvenuta invece nell’ottica dei miei interessi principali in questo campo, quella della letteratura beat e hippy. Mentre leggevo questo romanzo mi sono cioè domandata cosa lo legasse ai vari Allen Gisberg, Ken Kesey, Lenore Kandel. Ho trovato a questo proposito delle connessioni: Il romanzo:
– ti porta in una dimensione “altra”, ma umana, i “poteri” che i personaggi posseggono derivano dalla mente umana non da entità sovrannaturali;
– ti porta ad un livello di profondità in te stesso, tramite i personaggi, come si muovono, cosa fanno, cosa dicono;
– ti porta ad identificarti in loro e li vedi come in un film, ma un film psichedelico, cioè un film che avviene solo dentro la mente di qualcuno;
– ti porta a questo discorso bellissimo della telepatia, del comunicare con la mente, cioè con l’energia della mente ed in maniera immediata ed intuitiva, senza la mediazione delle spiegazioni razionali, delle giustificazioni, dei perché e dei per come, la comunicazione mentale avviene e basta.
Lo stesso linguaggio di Sturgeon in questo libro evoca quello beat – hippy, tanto che in esso la comunicazione telepatica viene definita “fondersi” gli uni con gli altri. Riecheggia inevitabilmente il “tune in”, ovvero il “sintonizzati” di Leary Timoty, uno degli indiscussi guru degli hippies di San Francisco negli anni ’60.
Infatti fondersi è quello che hanno sempre cercato di fare con o senza le droghe Jack Kerouac con Neal Cassady, Allen Ginsberg con Neal Cassady e con Kerouac, Lenore Kandel con Sweet William, e gli Allegri burloni di Ken Kesey tra di loro. Questo è stato il Grande Esperimento di quegli anni.
Tutti i personaggi di “Più che umano” vengono mostrati sulla scena del romanzo fin dall’inizio, ognuno con la sua triste storia infantile che sarà la causa e il motore di tutto il resto della loro vita: quelli che contano di più nella storia sono Lone, Gerry, Janie, le due gemelline Bonnie e Beanie e Baby, il bambino mongoloide nella culla. Le loro vite si intrecceranno nel corso di tutto il romanzo perché tutti e sei hanno in comune l’essere stai rifiutati da qualcuno. “ L’intero mondo aveva rifiutato Lone…E Janie era stata rifiutata, e anche le gemelle” ( pag. 84). Tra di loro c’è questa comunicazione spontanea e telepatica che loro chiamano appunto fondersi. Janie la spiega così: “ se vuoi sapere qualcosa me lo dici e io lo dico a Baby. Lui trova la risposta e la dice alle gemelle, loro la dicono a me e io la dico a te”( pag. 87).
Lone ad esempio dice a Janie: “ Chiedi a Baby cos’è un amico”. “ Dice che è qualcuno che continua ad amarti anche se non gli piaci”.
“Chiedi a Baby se si può davvero fare parte di qualcuno che si ama”. “ Dice, solo se ami te stesso”. “ Chiedi a Baby cos’è un adulto che sa parlare come i neonati”. “ Dice, un innocente”. ( pag 93).
Baby, il bambino mongoloide è l’oracolo a cui si chiede, o se preferite è il guru, Janine e le gemelline Bonnie e Beanie sono le intermediarie, Lone o Gerry fanno le domande, fungono da adepti del guru Baby.
Ognuno di loro ha quindi funzioni diverse ma forma col fondersi con gli altri cinque un unico sistema che rappresenta l’evoluzione dell’homo sapiens. Sono la nuova specie umana, l’homo gestalt. Sono come un unico organismo che opera con diverse parti ad un unico comportamento.
Poi c’è il personaggio di Hip, che è il protagonista della terza parte del romanzo e che ha subito anche lui rifiuti e sofferenze fin da bambino.
Fondersi è una parola che Baby ha insegnato a Janie. “Significava che tutti insieme eravamo una sola cosa, anche se ognuno faceva cose diverse….Lone diceva che forse era una via di mezzo tra aiutarsi e unirsi” ( pag. 106 e 112).
Ma un giorno il gruppo incontra Mrs. Kew e qui cominciano i guai. A contatto con la bisbetica e razzista signora che li ospita nella sua bella casa e li costringe ad una rigida educazione vittoriana, i ragazzi cominciano a perdere il loro potere, la loro intima comunicazione telepatica. Dice Gerry, nella seconda parte del romanzo ad uno psicanalista : “ Ci svegliavamo tutti alla stessa ora. Facevamo quello che voleva qualcun altro. Trascorrevamo la giornata al modo di qualcun altro, pensando i pensieri di qualcun altro, dicendo le parole di qualcun altro. Janie dipingeva i quadri di qualcun altro, Baby non parlava con nessuno e noi eravamo contenti così. Non ci fondevamo più…alla fine dovetti uccidere Mrs. Kew” (pag 145 – 146).
La terza parte di “Più che umano” è dedicata al “perché la gente fa le cose”, se per fini egoistici e miserabili o per fini nobili e altruisti. Nel romanzo lo psicanalista a cui si è rivolto Gerry per farsi spiegare perché ha ucciso Mrs. Kew, la chiama moralità e la considera un modo per convivere con la solitudine. E’ l’insieme delle regole di comportamento che si dà una società per sopravvivere, ma non può essere applicata allo stadio evolutivo dell’Homo Gestalt, quello a cui appartiene Gerry. Il personaggio di Hip, e che è stato perseguitato da Gerry perché ha scoperto il segreto dell’antigravità di cui si servono le gemelline Bonnie e Beanie per spostarsi nello spazio volando, gli dice: “ Tu non hai bisogno di una morale. Nessun sistema di regole morali può valere per te. Tu non puoi obbedire a regole stabilite da quelli della tua specie perché non esiste nessuno della tua specie. Tu non sei una persona qualunque, perciò la morale di una persona qualunque non ti servirebbe più di quanto potrebbe servire a me la morale di un formicaio. Ma Gerry, c’è un altro tipo di codice a tua disposizione. E’ un codice che richiede fede più che obbedienza. Si chiama Ethos” ( pag 263). Ma cos’è l’Ethos? Credo di aver capito dalle ultime pagine del romanzo di Sturgeon che l’ethos sia la conseguenza di quello che capita ad un essere umano ( sapiens o gestalt) quando si accorge dei propri errori. Si raggiunge, come è capitato a Hip con l’introspezione, con il ripercorrere a ritroso i comportamenti di un’intera vita, riuscendo a “vedere” gli errori che si erano dimenticati. E le circostanze che li avevano prodotti. Vedendoli si prova vergogna, si dice nel romanzo, ( non ho l’edizione originale e non so se il termine vergogna sia la traduzione più giusta) cioè si soffre, interpreto io; da questa sofferenza che è consapevolezza del male compiuto verso gli altri, nasce il comportamento etico. Il comportamento etico non è sinonimo di quello morale. Quello morale riguarda la massa, l’intera società umana così com’è ora, e può essere disatteso, trasgredito senza che “ se ne provi vergogna”, senza che se ne sia consapevoli ( “perdona loro perché non sanno quello che fanno”). L’uomo nuovo sarà l’uomo etico, l’ulteriore stadio evolutivo dell’uomo gestalt. Sarà colui che grazie “all’intuizione” si darà un codice etico per essere sempre pienamente consapevole e rispettoso.
Quando Hip tiene in suo potere Gerry, che lo aveva perseguitato per la sua scoperta sull’antigravità, potrebbe compiere un’azione morale: “ uccidere un mostro” ( pag. 264). Invece compie un atto etico, farà in modo che provi vergogna e lo libererà. C’è qualcosa di profondamente anarchico, a mio avviso, in questa distinzione che fa Sturgeon nel romanzo tra moralità ed etica. La moralità è quella che porta ad “uccidere il mostro”, cioè i propri nemici, avversari, che riempie le carceri, le camere della morte, i campi di guerra. Che riempie le famiglie di sofferenza, come è capitato a tutti i bambini protagonisti di questo romanzo. La morale può essere violenta perché con essa ci si difende. L’etica invece non prevede la punizione , prevede l’intuizione, l’auto consapevolezza, e la conseguente vergogna. Il pericolo però è quello di essere “ il benpensante che non riesce a dimenticare le regole. Quello che ha l’intuizione chiamata etica, e che sa trasformarla nell’abitudine chiamata morale” (pag. 267).
Un’ultima considerazione. Non bastasse la ricchezza, la profondità, la bravura di Ted Sturgeon nell’intrecciare tra loro le storie passate, presenti e future dei personaggi, c’è l’ultima pagina del romanzo. Non la riassumo e non tento di spiegarla. Fatte le debite differenze è una specie di vangelo dell’uomo nuovo, che assomiglia moltissimo alla parola di un essere illuminato.

La prima notte di quiete di Valerio Zurlini

Prima di tutto il cappotto di cammello ( che era del regista ) che Delon porta in un modo tanto anni ’70, tanto gioventù che piano piano disperatamente si sgualcisce. E poi il mare d’inverno, naturalmente. E sempre a prendersi tutta la scena lui, Delon, fascino degli occhi, bocca, mani, busto che si inarca mentre fa l’amore come un affamato che finalmente mangia. Ma poi è tutto il film in ogni suo singolo fotogramma ad essere puro fascino e nostalgia di quel puro fascino che si poteva esprimere solo quando il film è stato girato (1972). L’ho comprato il DVD di questo film anni fa e me lo riguardo a distanza di tempo, neanche tanto tempo, mi coinvolge, parla di me che mi identifico in  Daniele, il personaggio interpretato da Delon, ma anche in Vannina interpretata da Sonia Petrova, nel suo spasmodico bisogno d’amore. Entrambi ne soffrono e se ne disperano. E quando si incontrano si riconoscono perché prima avevano già tutto cercato, provato e definitivamente perduto. Si credevano falliti, persi, ancora vivi ma solo così per caso e senza più voglia di niente. Vannina, giovanissima incontra Daniele a scuola, è una sua allieva; lui ha  trentasette anni e quasi mai per tutto il film si toglie lo stesso cappotto di cammello, lo stesso maglione a collo alto, gli stessi pantaloni, le stesse scarpe che mi sembrano quegli scarponcini scamosciati che si usavano allora sia d’inverno che d’estate.  Lei solo storie di sesso alle spalle, è l’amante di Gerardo, il ricco del posto, lui è un insegnante supplente nel liceo cittadino; a casa ha una compagna, Monica,  la bellissima Lea Massari, nel ruolo ingrato della donna tradita, che però si fa tradire ma non lasciare. Daniele diventa amico della combriccola di giocatori di poker e festaioli del posto di cui fanno parte anche Vannina e Gerardo. Fantastica, struggente e distruggente la scena in cui in una discoteca sulle note di “Domani è un altro giorni si vedrà” cantata da Ornella Vanoni, il professore assiste al lento di Vannina e Gerardo, con lei che gli si struscia, gli si aggrappa guardando Daniele per quasi tutto il tempo. Ma poi i due si mettono insieme e progettano la fuga. Ma il  finale non poteva essere un happy end, avrebbe fatto crollare miseramente a terra l’impianto emotivo del film. Di culto. Passa ogni tanto anche in Tv.

 

 

Larry Sloman, On the road with Bob Dylan -Storia del Rolling Thunder Revue (1975)

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Questo libro sembra su Bob Dylan e il suo Rolling Thunder Revue del 1975, ma in realtà è un’autobiografia della partecipazione del  suo autore, Larry Sloman al tour stesso; è la sua visione di quel tour di sei settimane dall’ottobre al dicembre del ’75, e del suo strambo modo di avervi partecipato. Sì perché per tutto quel tour lui non fa che prendere pesci in faccia da varie persone dello staff di Dylan che gli impediscono continuamente di avvicinarlo, di soggiornare nel suo stesso albergo, di parlare con i suoi musicisti, e questo dopo che per settimane Larry a New York aveva frequentato Dylan nei locali, alle feste, nello studio di registrazione dove lavorava. Ora si ritrova ad essere cacciato dovunque si presenti, e lui sopporta stoicamente, ingoia tutti i rospi, perché ha uno scopo, scrivere articoli per la rivista Rolling Stones e soprattutto un libro su quel tour.
Infatti quella che apparecchia Sloman è la commedia umana di tutto quel mondo composto da una settantina di persone che sta intorno a Dylan per far sì che il tour funzioni alla perfezione. Dylan in realtà compare poco, a parte i concerti, allora come oggi lui si defila, non si fa afferrare, non risponde alle domande. In compenso è l’oggetto dei desideri, dei discorsi, delle discussioni di tutti gli altri. C’è una gerarchia di ruoli e persone molto rigida e organizzata, se sei Joan Baez e Joni Mitchell puoi fare quello che ti pare, altrimenti devi stare agli ordini. Ratso, come viene ben presto soprannominato Sloman, è all’ultimo gradino della gerarchia insieme ad esempio alla groupie Lisa e alla cantante attrice Ronee Blakley, che nonostante abbia partecipato al film di Altman Nashiville, non è granché considerata dalle altre star durante il tour di Dylan.
Sloman ha registrato ogni conversazione avuta e sentita per strada, sui set del film che si gira sul tour, alle cene e colazioni del mattino dei musicisti in cui è riuscito a intrufolarsi; nel libro vengono spesso riportate parola per parola. Conversazioni su cosa? Niente di trascendentale in realtà, su come ha suonato e cantato Dylan nel concerto della sera prima o in quello che sta avvenendo in quel momento, sul cibo, sulla rivista Rolling Stones o sul film che si sta girando.
Ma lo stile del libro non è da resoconto, da articolo per una rivista, lo stile è narrativo, lo stile è da romanzo. E’ il romanzo della partecipazione di Sloman al  tour di Dylan del ’75, ma, come ho detto, Dylan  compare quasi sempre di sfuggita, esce da una stanza e scompare, si fa vedere in un corridoio e sparisce. Ma poi la sera sale sul palco ed è sempre un trionfo, non solo per il pubblico, ma anche per chi, come Ratso lo spettacolo lo vede ogni sera; si esalta tutte le volte, applaude freneticamente e canta le canzoni insieme al pubblico, perché a quanto pare Dylan dà tutto se stesso ogni sera, ogni sera è migliore di quella precedente. Ci sono pagine dedicate a varie persone, ad esempio a Kerouac quando il tour passa da Lowell o a Leonard Cohen, a Sara, moglie di Dylan e a sua madre Beatty, e a Ruby Carter, incarcerato per un delitto che non ha commesso per la liberazione del quale viene fatto un concerto nella prigione dove è rinchiuso. Tutti in questa rappresentazione che fu il Thunder Revue hanno un copione non scritto che recitano alla perfezione. Solo Ratso non lo ha perché essendo un “fuori casta” gode della libertà di essere se stesso. Lui non deve recitare un ruolo, disprezzato com’è da tutti  non ha una carriera da salvaguardare, non è uno sul ring del successo. Lui è quello che guarda l’altrui successo. Nell’essere ostili o sarcastici o sprezzanti nei suoi confronti gli altri appaiono costretti a recitare la loro quotidiana parte, divertendosi il più delle volte, ma vivendo una vita separata e protetta dal mondo reale che li usa e li adora.
Ci sono foto di gruppo su questo tour in cui tutti quelli che vi parteciparono sembrano degli hippies della summer of love di San Francisco. Per l’abbigliamento, la postura, il modo di sorridere. In realtà nel ’75 il vero mondo hippy era finito da un pezzo ed era cominciato il tempo (non ancora finito in fondo) del fare affari con lo stile  hippy. Con questo voglio dire che anche se il Rolling Thunder Revue poteva sembrare a prima vista una grande comune che viaggiava in America a “fare musica”, in realtà a leggere questo libro sembra essere stato un tour ben organizzato di varie star musicali. Al suo interno ci sono le persone importanti, quelli che fanno la guardia alle persone importanti e poi quelli che non sono per niente importanti. Come Ratso appunto. A me lui è molto simpatico, salta e prilla più o meno strafatto dalla mattina alla sera, fa mille telefonate al minuto, rompe le scatole a tutti, mendica interviste, ma sa di essere uno che deve stare al suo posto; come si dice più volte nel libro “lui non è uno di noi”. C’è il noi e il non noi. I “noi” fanno “la cosa Joan Baez”, “la cosa Joni Mitchell”, “la cosa Bob Dylan”. Quest’ultimo sembra sottrarsi più di tutti alla recita dell’essere Dylan. Dovunque si trovi scappa. Se lo cerchi dove ti hanno detto che è, non c’è più. Un po’ come oggi per il Nobel, probabilmente la fortuna di Dylan è fare “la cosa Dylan” solo sul palco.

Qui un resoconto dettagliato di Larry Sloman sul Rolling Thunder Revue n italiano:
http://www.maggiesfarm.it/bs5booklet.htm

Betlemme di Andrea Ruggeri

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C’è una favola in cui la strega ha lo sguardo buono e gli orfanelli ridono e si divertono, sono magri, si abbracciano. Si fanno fotografare perché gli piace un sacco. Vivono in una casona sperduta che si chiama Betlemme, dopo la fine di tutti i calanchi, con un gran prato e cedri alti come non ce n’è più così. Siamo negli anni ’70 e così una ragazza lì vicino balla l’hully gully. La strega siccome è buona indossa una veste che sembra una tonaca da prete quando i preti si vestivano così e non come oggi che sembrano studenti e professori universitari un po’ secchioni. La strega e gli orfanelli sono poveri e non mangiano mai tanto da saziarsi. Ma è così che usava a quel tempo, in quel posto oltre i calanchi. C’è una foto in cui un gruppo di bambini ridono al fotografo, sono molto vicini tra loro, si abbracciano. E’ identica questa foto ad una mia con amichette alla loro età sul porto canale di Riccione. E’ proprio uguale. Tutto sta lì vivo e non è solo memoria. Detriti del tuo tempo le colline, i calanchi come non ci sono quasi più e la bandiera rossa sulle case che erano state dei partigiani. Ma alla fine è tutta nostalgia pietrificata di mondi perduti: tempi-gioventù, spensieratezza. Ti voglio dire una cosa. Qui in pianura le case diroccate in mezzo alla campagna non sono ancora del tutto crollate inverno dopo inverno. Tutte hanno dentro le loro mura e finestre sempre aperte e tetti mezzi venuti giù, storie. Sono case isolate o a gruppi con un cortile. Ci vado sempre a passeggiare dove sono quelle case mezze crollate e mezze no. In quelle con il cortile ci facevano la festa dell’Unità. In una che doveva essere leggiadra con le piante rampicanti ad abbellirla ci stavano persone strane e selvatiche come le tue.

Patrick Modiano, Nel caffè della gioventù perduta

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Prima dei personaggi in questo romanzo ci sono le strade di Parigi. Tante, che si intrecciano, si percorrono sempre a piedi, prevalentemente di notte, prevalentemente da soli a al massimo in coppia. E’ una Parigi un pò alla Breton, antica, novecentesca, non ci sono mai automobili, traffico, semafori, folla. Quando i personaggi la attraversano i caffè sono già chiusi, e per puro caso se ne trova aperto uno. Oltre alle strade infatti anche i caffè la fanno da padrone. Anche gli hotels. Le persone ci vivono stabilmente, ma li cambiano di continuo. Sembrano hotels da poco, le stanze me le immagino squallide, disadorne, piene di polvere. Ma questo nelle pagine de “Nel caffè della gioventù perduta”, romanzo strano ed enigmatico, sembra essere il loro bello, quello che attira abitarci. Gli unici “in più” sono i personaggi del romanzo, raccontati come precari esseri viventi, superflui prima di tutto a se stessi. Percorrono in un certo tempo delle strade e poi dopo anni ci tornano per vedere se sono cambiate. I personaggi, come ad esempio Roland e Louki, attraversano le pagine del romanzo come attraversano le strade di Parigi, cioè per nessun motivo materiale, contingente, pratico. E’ un insieme di vaghe suggestioni quello che fa sì che Roland e Louki si frequentino. Lei è una ragazza che ama passare il tempo nei caffè, soprattutto uno in cui è entrata un giorno, il Condé. Lo fa da sola alle due del pomeriggio come alle due di notte. Si siede sempre allo stesso tavolino e si guarda intorno. Guarda gli altri avventori e col tempo ne diventa amica. Alcuni sono strani tipi come Guy De Vere, una specie di filosofo che riunisce a casa sua alcuni amici, per delle meditazioni a luci spente. E’ in una di queste riunioni che Roland e Louki si conoscono. Di lui si dice poco nel romanzo, se non che è innamorato di Louki e non perde occasione per intrattenersi in sua compagnia. La sera in cui fanno conoscenza lei gli rivela di essere sposata ma di non vivere più con suo marito. Quando quattro anni prima sua madre è morta lei si è dovuta cercare un’occupazione. Il proprietario della ditta dove ha trovato lavoro le chiede di sposarlo. Lei accetta, ma poi una sera non torna più da lui. Roland le chiede: ma perché lo hai sposato? Louki non lo sa, dice solo che lui aveva voglia di avere una moglie.
Ci sono in questo strano e bel romanzo strisce di vita nel tempo che si fa continuamente spazio e viceversa; c’è questo lasciarsi andare alla corrente in un modo che sembra poter accadere solo in questa Parigi, che non è la metropoli dei giorni nostri. E’ una Parigi reale rivisitata con gli occhi dell’immaginazione. Tutto il romanzo è raccontato come fosse un lungo, caotico sogno in cui le persone si perdono e si ritrovano da un momento all’altro e non c’è nessuna spiegazione perché ciò accada. Proprio come nei sogni in cui senza un senso cronologico ci si incontra, si cammina, ci si cerca e ci si perde. E tutto senza uno scopo, senza una vera ragione. La trama del romanzo è labile, quasi inesistente. C’è questa ragazza Louki che incontra persone e senza spiegazioni ad un certo momento le lascia, le lascia per strada, per pigrizia, perché quel giorno non ha voglia di incontrarle e poi diventa troppo doloroso andare a dar loro spiegazioni. E senza spiegazioni lascia anche se stessa.

Sul bellissimo libro di Caterina Saviane, Ore perse- Vivere a sedici anni

Ha sedici anni quando scrive questo magnifico libro, diario-romanzo,  pubblicato nel 1978 dalla Feltrinelli. Ha sedici anni. Eppure ogni pagina trasuda di nostalgia, come se quello che vi si racconta fosse avvenuto decenni prima, come se a scriverlo fosse qualcuno che da vecchio parli della sua gioventù. Sedici anni. Eppure è come se chi scrive avesse già tutto vissuto, tutto visto  e tutto creduto, ed ora disilluso e avvilito rivive quei sedici anni con l’amarezza di chi non crede più a niente. Tanto da farle dire ad un certo punto: “Mi sembra di essere una diva del muto”. Sedici anni.
Non è un libro sull’avere sedici anni, è una riflessione adulta, matura, sulla vita in generale, i rapporti-non rapporti tra le persone, la natura, i cani, le vacanze, i viaggi, la solitudine, gli amici. La scrittura mi ha impressionato, sorvegliata, ponderata, profonda nella ricerca di una aderenza perfetta a quel che si vuol dire, prima di tutto a se stessi.
Sedici anni. Io i miei non me li ricordo, nel senso che allora non ero niente.

Recensione del romanzo di Emma Cline, Le ragazze

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Il tema di fondo di questo romanzo è cosa si è disposti a fare, fin dove possiamo spingerci pur di essere notati, apprezzati, considerati, che non è lo stesso che essere amati. É una cosa proprio diversa. C’ è un bisogno più insaziabile dell’amore sembra voler insegnare questo romanzo: essere ritenuti bravi, interessanti, intelligenti, belli, creativi. Essere amati può succedere anche se si è stupidi e brutti, ma l’ essere considerati interessanti e creativi ci fa emergere dalla massa, ci fa accedere alla categoria degli eletti. Evie, la protagonista de “Le ragazze”, ha questa aspirazione, essere notata, uscire dalla massa informe delle sue coetanee, tutte scuola, casa, amiche. La sua vita  è raccontata in vari momenti, che nel corso della narrazione si intrecciano continuamente. All’inizio la troviamo già adulta quando si arrangia facendo la badante per anziani e bambini. Ma quando rimane disoccupata accetta l’ospitalità nella casa di vacanze di un amico. Qui capita il figlio del proprietario con la sua ragazza. La loro arroganza, il loro fiacco modo di vivere le ricordano la sua antica adolescenza vissuta in un piccolo chiuso mondo fatto da una madre divorziata e infelice, un’unica amica che presto si allontana da lei e dalla prospettiva di partire per il collegio. Nessuno nota Evie, la vede, ha un vero interesse per lei. E’ una ragazzina sola che non sa rassegnarsi a rimanere tale costi quel che costi. E così, dopo averle incontrate per caso, si lega alle “ragazze”, giovani sbandate che vivono nel “ranch”, una catapecchia nel cuore della California anni ’60. Russell ne è il dio assoluto, rappresentato nel romanzo come una copia molto simile di Charles Manson e le ragazze sono anche loro simili a quelle della sua cosiddetta “famiglia”, così come simili sono gli omicidi compiuti dal gruppo alla fine del romanzo. Da qui inizia il racconto della vita di Evie adolescente, dei suoi quattordici anni, che sembrano quelli di tante ragazze di allora dall’anima dolorosa, insoddisfatta, fragile. Evie viene plagiata da Suzanne, la leader del gruppo delle ragazze hippy che l’accolgono nel ranch all’inizio per brevi periodi e poi definitivamente. Il completo vuoto mentale è la caratteristica principale degli abitanti del ranch, vuoto ammantato dalle parole altisonanti del loro capo indiscusso Russell, come “amore universale”, “disfarsi del proprio io egoistico”, “vivere il presente”, concetti che ancora oggi infestano i nostri social, riviste, articoli sul benessere mentale, le nostre stesse aspirazioni interiori. La mia impressione è che, al di là dei delitti perpetrati dal gruppo del ranch alla fine del romanzo, un giudizio negativo e liquidatorio sia dato dal romanzo sul movimento hippy americano degli anni ’60 in quanto tale; è un approccio inconsueto a quel periodo, a quel mondo che molti di noi, io per prima, abbiamo idealizzato e tuttora continuiamo a farlo. Il ranch è un’accozzaglia di gente capitata lì per caso e per bisogno, che vive nell’incuria e nella sporcizia, dorme molto, e sennò si droga, e il cui unico collante nella vita è Russell, musicista fallito con scarse doti artistiche, ma con una di quelle personalità ( come il vero Charles Manson) in grado di dominare giovani ragazze bisognose di “essere notate”, guardate, considerate. Come Evie appunto, che si sente onorata di rubare soldi a sua madre o a uno sprovveduto amico per portarli al ranch e nelle tasche di Russell, così come si sente onorata delle sue attenzioni sessuali in qualunque momento lui ne abbia voglia. A lei bastano frasette della serie vieni qui piccola per cadere ai suoi piedi. Che qualcuno mi noti, veda che esisto e valgo qualcosa, sembra chiedere continuamente al mondo Evie. La sua in fondo è la storia di un qualunque innamoramento che si viva come assoluto. Non semplicemente nei confronti di una persona, ma di quello che questa persona rappresenta, un’idea di mondo come dovrebbe essere che noi vediamo personificata in lei, in base alle nostre aspirazioni, bisogni profondi, carenze affettive abissali. Se ci si sente come Evie e si è in un periodo di forti cambiamenti sociali come quelli della California hippy anni ’60, è facile cadere preda dei primi bulli che incontri scambiandoli per i tuoi salvatori. A mio parere il sottotesto di questo romanzo ( al di là dell’ultima parte in cui la strage è raccontata magistralmente) è il bisogno senza fondo che abbiamo dell’altrui consenso; Evie, che ne soffre morbosamente, si fa sedurre dagli abitanti del ranch scambiandoli per i suoi eroi, ma ha la fortuna di scampare dal doversi macchiare della loro furia omicida.
Verso la metà del romanzo le cose cominciano a precipitare per le ragazze del ranch. Prese dalla voglia di fare qualcosa di forte Evie dà in pasto a Suzanne e Donna, un’altra ragazza del gruppo, la casa dei Dotton, quella del suo amico Teddy, a cui tempo prima aveva portato via ben 65 dollari da consegnare a Russell con la scusa che gli avrebbe procurato della droga, ma non sapeva quando. Facendo questo Evie ha la consapevolezza che avrebbe fatto qualunque cosa per compiacere Suzanne, che adora e ammira. Mettono a soqquadro la casa sporcandola per il solo piacere di farlo. Evie sarà l’unica a venire scoperta e per un po’ la madre la spedisce a stare dal padre a Palo Alto. In sua assenza al ranch la situazione cambia, ci si prepara a diventare una setta di violenti, ci si esercita a sparare. Tutto perché Mitch, musicista di una certa fama amico di Russell, non può mantenere la promessa di fargli avere un contratto musicale. Suona e canta troppo male e nessuno vuole produrgli un disco. Diventa così il capro espiatorio contro cui indirizzare l’odio della comunità del ranch verso l’intera società. Girano una gran quantità di anfetamine ma pochissimo cibo, non ci sono più soldi per comprarlo. Ma tutti rimangono, nessuno abbandona il capo. Una notte Russell ordina l’agguato alla villa di Mitch. Un gruppetto tra cui Evie, parte per raggiungerla e ucciderlo. Lei è in auto vicino a Suzanne che strafatta di anfetamina non la degna di uno sguardo. Quando Evie allunga una mano verso la sua ha uno scatto. Fa fermare l’auto e le ordina di scendere. Così Evie si salva. Non partecipa alla carneficina a casa di Mitch. Lui non c’è, ma la sua ex moglie e il figlioletto, il custode della villa e la sua ragazza vengono massacrati.
Evie non dice nulla alla polizia, mantiene il segreto, torna a casa e parte per il collegio. Solo mesi dopo i colpevoli del massacro saranno arrestati.
Questo è un romanzo ben congegnato, la prima persona usata nell’intrecciare i vari momenti della vita di Evie rende la narrazione scorrevole e convincente, ci immedesimiamo facilmente nelle sue traversie interiori che la portano a compiere errori anche gravi, dai quali però ci viene continuamente da assolverla, come se aver avuto maestri falsi e bugiardi sia una cosa che in fondo è capitata e capita a tutti.

Emmanuel Carrère, L’avversario

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Intanto il titolo, L’avversario. Inizialmente mi sembrava non attinente alla storia di un uomo che nel 1993 uccise moglie, figli e genitori nello stesso giorno, tentando poi di suicidarsi senza riuscirci. Poi a pagina 17 parlando del momento della morte dei suoi genitori per mano del loro stesso figlio, Carrère scrive: ” Avrebbero dovuto vedere Dio e al suo posto avevano visto, sotto le sembianze dell’amato figlio, colui che la Bibbia chiama Satana, l’avversario”. Facendo una ricerca in internet ho saputo che la parola avversario è di origine ebraica e si trova in molte parti dell’Antico e Nuovo Testamento. Questo ha dato tutto un altro significato alla lettura che stavo facendo di questo testo. Come se “lui”, l’angelo disobbediente, fosse il vero protagonista della storia sotto le sembianze di Jean – Claude Romand. Forse perché sono suggestionata da un film Liberami presentato al Festival di Venezia che parla di esorcismi. Diciamo che se fosse vero che il male esiste sotto forma di uno spirito che si impossessa di uno di noi e ci fa soffrire o compiere delitti, guerre, violenze di ogni genere, sarebbe tutto più semplice, perlomeno nel dare un senso, una spiegazione certa a tutto quello che di “male” compiamo verso noi stessi e gli altri.Pur essendo il resoconto fedele di fatti realmente accaduti questo libro non è una biografia, ma una testo che si può definire fiction anche se Carrère in un’intervista afferma di non volerne dare una definizione precisa. Alla domanda come definirebbe i suoi libri? Reportage, biografie…, risponde: «Non lo so, preferisco non dargli un nome. Sono libri, è basta. Non li chiamerei romanzi, perché il romanzo prevede invenzione, ma neanche non-fiction, che mi sembra abbia una connotazione negativa. Adesso si usa dire auto-fiction, considerandolo un genere nuovo. Ma io penso che questa sia una delle più antiche modalità di scrittura, e anche uno dei motivi per cui si scrive. Raccontare la propria esperienza, cosa si è imparato dalla vita, la nostra e quella degli altri”. La storia infatti è raccontata in prima persona dallo stesso Carrère, tutto è vero, fatti, nomi, date, ma c’è sempre lui, Carrère e la sua impossibile domanda: perché una persona normale ad un certo punto diventa un “mostro”? Jean – Claude Romand è un uomo stimato da tutti, padre e marito amorevole ma per diciotto anni ha fatto finta di essere un medico, ha sperperato i soldi che amici e parenti gli avevano affidato affinché li utilizzasse in investimenti sicuri, e infine ha fatto una carneficina delle persone a lui più vicine e amate. E mentre leggiamo anche noi lo vogliamo capire perché lo ha fatto e ci identifichiamo totalmente nella voce narrante in prima persona. Anche noi ogni giorno ci domandiamo perché il male avviene, perché lo compiamo, perché ne siamo vittime e perché ne sono vittime milioni di persone. Se riuscissimo a capirlo capiremmo anche noi stessi. Carrère ne è addirittura ossessionato e per raccogliere materiale e scrivere il libro, un piccolo libro di 161 pagine, ci mette sette anni. Vuole entrare nella mente di Romand, e per farlo deve mettersi alla sua pari, non deve considerarlo come tutti un mostro. In questo libro trapela la posizione dello scrittore-narratore nei confronti di questo assassino, ovvero non lo considera nè diverso nè peggiore di lui. Afferma di vedere in Romand ” Non un uomo che ha fatto qualcosa di terribile, ma un uomo a cui è accaduto qualcosa di terribile, vittima sventurata di forze demoniache” ( pag. 28 ).
Carrère ha affermato di esserci ispirato a Truman Capote di A sangue freddo quando ha cominciato a pensare di scrivere questo libro. Ma poi se ne è distaccato proprio scegliendo di scrivere in prima persona; in un’altra intervista infatti afferma: “Tutte le teorie di Capote sul non fiction novel mi hanno aiutato a trovare questa forma che è molto libera e nella quale mi sento molto a mio agio. E adesso che mi ci fa pensare, se vogliamo penso di poter dire di essermi tirato fuori da quest’ombra così ingombrante. Perché a un certo punto ho dovuto – forse addirittura costretto – passare alla prima persona singolare, cosa che Capote non fa, anzi, al contrario: lui si tira fuori, pretende una grande obiettività – che naturalmente non ha: fa finta di non essere implicato, ma non è vero, è una gran balla.  Io ho scelto – o forse non si è trattato di una scelta, ripeto, quanto di un passaggio obbligato – di entrare in scena, di entrare anche io dentro”.
Tutta la vicenda di Romand comincia con una prima bugia detta in famiglia quando era studente del secondo anno della facoltà di Medicina. Non ha sostenuto un esame e lo ha tenuto nascosto. Da lì, da una prima piccola bugia facilmente rimediabile nascono tutte le altre. Fece finta di sostenere tutti gli esami fino a laurearsi, infine disse di essere stato assunto in un istituto di ricerca a Ginevra. Intanto si sposa, ha due figli. Ogni giorno parte da Ferney-Voltaire e fa finta di recarsi a Ginevra. Invece passa il tempo nei bar di Lione, o nei boschi a passeggiare o in macchina a leggere riviste. Nessuno ha mai dubitato di niente. Neanche del fatto che non avesse dato a sua moglie il numero di telefono del suo ufficio. A casa portava un buon stipendio, per farlo per anni ha attinto al conto in banca dei genitori, del quale aveva una delega. E loro non si meravigliavano vedendo assottigliarsi il loro conto, pensavano che il figlio li avesse investiti altrove. Lo stesso fecero altri parenti.
Dopo qualche anno si innamorò e cominciò a spendere somme ingenti per andare ad incontrare la sua amante in hotels di lusso a Parigi. Poi tra i due la storia d’amore finisce ma lei ha talmente fiducia in lui da affidargli i suoi 900000 franchi affinchè li investisse per farli fruttare. Romand se ne servirà per tirare avanti con l’alto tenore di vita della famiglia. Alla quale, come a tutti gli amici e parenti e alla stessa amante, aveva raccontato di essere malato di cancro. Questo per potersene stare a casa senza dover andare ogni giorno a passare la giornata da qualche parte.
Passano i mesi e verso la fine dell’anno del 1993 Romand capisce che si è alla resa dei conti. I soldi in banca stanno finendo e lui non ha nessuna possibilità di rimpinguarli. Va a Parigi per incontrare un’ultima volta la sua amante; in quella occasione le dà appuntamento per il 9 Gennaio per restituirle tutti i suoi soldi. Al ritorno a casa decide che si ucciderà entro il 9 Gennaio. Ma la sera dell’ultimo dell’anno al ritorno da una cena a casa di amici con moglie e figli Jean – Claude pensa che non può fare loro questo. Lasciarli con il suo suicidio nudi di fronte al mondo con quella orrenda verità sulla sua doppia vita che li avrebbe marchiati per sempre. Da qui in poi l’andamento del racconto di Carrère è quello di un destino che si compie. Romand si comporta come un automa, compra una carabina con relative pallottole e un dissuasore elettrico, ma ancora non dice a se stesso ” per ucciderli”. Li compra come se servissero a qualcos’altro. E poi ci sono le terribili pagine in cui durante il processo a suo carico Romand racconta come ha ucciso la moglie e i figli e subito dopo i suoi genitori. E come dopo aver ingerito del barbiturici abbia dato fuoco alla casa dopo essersi sdraiato sul letto accanto alla moglie morta da parecchie ore. Ma mancandogli il respiro corre alla finestra e la apre. Lo salvano. E’ costretto a confessare tutto.
Nell’ultima parte del libro c’è la descrizione della sua vita in carcere, la perplessità degli psichiatri rispetto al suo comportamento sempre calmo e misurato come se recitasse ancora la parte del Romand medico buon padre di famiglia. E infine c’è il resoconto di alcune parti del processo. E qui la situazione diventa davvero spiazzante per il lettore; si viene a sapere in tribunale che la maestra di uno dei figli di Romand ha intrapreso una relazione con l’assassino, con lettere d’amore e poesie da parte di lui. Ci sono persone dunque che continuano ad avere fiducia in lui anche dopo quello che ha commesso…E anche una volontaria del carcere interrogata dal pubblico ministero dimostra comprensione per l’assassino. Come pure un altro volontario che diventa suo amico e lo va a trovare in carcere ogni settimana. Le ultime pagine del libro a questo proposito sono terribili come i delitti terribili compiuto da Ramond. I due volontari, cattolici ferventi del movimento degli Intercessori, hanno così tanta fede nel ravvedimento di Romand da includerlo tra coloro che si danno il cambio in una catena ininterrotta di preghiere. Carrère ne è scandalizzato, e nelle ultime righe del libro dice: ” Sono sicuro che non stia recitando per ingannare gli altri, mi chiedo se il bugiardo che c’è in lui non lo stia ingannando…non sarà caduto ancora una volta nelle rete dell’avversario?”.
Mi domando allora Satana è dunque non solo Il disobbediente a Dio ma anche Il bugiardo? Disobbedisce mentendo? La bugia è la disobbedienza a Dio per antonomasia?
Romand è ancora una volta la dimostrazione della banalità del male. Lontano eoni dalla grandezza del rimorso di personaggi non reali ma emblematici come un Raskol’nikov di Delitto e castigo o di un Ivan de I fratelli Karamazov. E di un Padre Cristoforo de I Promessi Sposi che si porta dietro per tutta la vita il pane del perdono per non dimenticare il male che ha compiuto.
Carrère afferma in una delle sue varie interviste che se avesse inventato una storia del genere e poi l’avesse proposta al suo editore gliela avrebbe rifiutata in quanto non verosimile. Scrivere questa storia dice a se stesso nell’ultima riga del libro ” non poteva essere che un crimine o una preghiera”.

Alcune interviste dell’autore qui: http://www.minimaetmoralia.it/wp/?s=carrere

Nel 2002 ne è stato tratto un film http://www.spietati.it/z_scheda_dett_film.asp?idFilm=982