Io gioco per la doccia

Per un certo periodo sono stata socia di un circolo del tennis.C’era anche una bella piscina. In quel circolo c’ho passato un sacco di tempo, domeniche, estati, serate. Giocavo a tennis, partecipavo ai tornei. Una volta ho sentito dire a uno: io gioco per la doccia. E’ una frase che non so perché mi è sempre rimasta in testa. Ogni tanto penso c’è gente che gioca per la doccia. Nella mia mente negli anni si è trasformata in una specie di stile di vita o filosofia. Un modo di affrontare l’esistenza. Come dire non mi importa di vincere, io gioco per la doccia. Come dire per dopo. Sì, ma dopo cosa? Cioè la doccia per cosa sta in questa specie di filosofia di vita?

Il Mostro al Saraceno, libro umoristico sugli anni ’50 in Emilia di Bruno Sgarzi, Andrea Poli, Luca Ghetti

Che bello il tempo in cui 10.000 persone si radunavano intorno ad un macero della campagna emiliana per ascoltare il muggito di un presunto ” mostro” creato dalla fantasia di alcuni burloni che volevano prendere in giro i loro concittadini! In realtà si trattava di una povera rana un po’ più grande del solito che chissà cosa voleva dire con il suo huuuu…
Ci pensate oggi? Non si radunerebbe nessuno intorno ad un macero ( quei pochi che ancora esistono ), primo perché non crediamo più ai mostri ( ma agli Ufo sì…), secondo perché ce ne staremmo tranquillamente a casa nostra a vedere il video su youtube di un paio di pescatori che con il loro cellulare mostrano le immagine del macero e fanno ascoltare  il presunto muggito del mostro.
Nel 1957, anno in cui è ambientata la storia raccontata da “Il mostro al saraceno”, la gente andava personalmente nei posti, si parlava, ingigantiva le voci che ascoltava in piazza, e soprattutto la gente emiliana viveva  in piccole comunità dove c’era il barbiere, i circoli, le botteghe di ogni genere. Anche io oggi vivo
n una piccola comunità emiliana ma non abbiamo neanche il bar. Tanto basta prendere la macchina…

Bellissima la copertina e le illustrazioni di Luca Ghetti; bellissime le zirudelle in dialetto;
preziosi i documenti dell’epoca contenuti nell’Appendice

La mia intervista sul mio romanzo 1968 con Claudia Culiersi di Ciao Radio di Bologna

Il mio romanzo “1968”
Il romanzo narra la vita quotidiana di una giovane studentessa fuori sede di nome Marina che fa politica attiva in un collettivo studentesco, torna spesso nella sua piccola città di provincia per farsi coccolare dalla famiglia, fa lavoretti per mantenersi, e “per caso” è coinvolta in qualcosa in cui mai avrebbe pensato di trovarsi.

Sesto manifesto degli Imperdonabili. Perché il realismo è l’impossibile di Luca Fassi

tratto da https://www.wildworld.cloud/2019/11/19/sesto-manifesto-degli-imperdonabili-perche-il-realismo-e-limpossibile/

Fotografia a corredo di Michela Bin, per gentile concessione dell’autrice. Nata a Trieste nel 1972, Michela Bin è laureata in archeologia medievale presso l’Università di Trieste; appassionata di fotografia da sempre, ha approfondito le sue conoscenze, tra gli altri, con Graziano Perotti.

Luca Fassi nasce a Marcallo con Casone, in provincia di Milano, nel 1982. Laureato in economia, vive e lavora a Saint Joseph, in Michigan. Con Transeuropa ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, Termomeccaniche, nel 2019.

Gran parte dell’offerta editoriale odierna si fonda sulla reazione del lettore a qualcosa che gli è stato dato sulla base della sua reazione a qualcosa che gli è stato dato sulla base della sua reazione e così via, in una spirale dove la creatività svolge un ruolo sempre più secondario, ci si prendono pochi rischi e si prova ad addomesticare il cosiddetto “consumatore”.

Tanti settori funzionano in questo modo, e il metodo spesso paga, soprattutto quando si parla di pannoloni, tostapane o barrette energetiche.

Ma l’editoria ha reagito malissimo alla cura applicativa delle teorie del marketing consumer-centrico, e ora persino la sedicente élite illuminata si ritrova a lavorare sempre più sulla bottom line, sull’investimento sicuro e sulla riduzione dei costi, provando a rallentare l’inevitabile.

In questo contesto, affrontare il mondo editoriale ha senso soltanto se a guidarci è la passione.

Per questo mi chiedo come mai editori più o meno blasonati si ostinino a congestionare gli scaffali di autori tutti uguali, romanzi di genere con la stessa trama, o peggio, che cavalcano ondate ideologiche che fanno notizia; se la pantomima si riduce a questo, perché non scegliere mercati più redditizi? Gli elettrodomestici, per esempio, sono un mondo meraviglioso dove l’innovazione tecnologica, limitata ma costante, può fornire un certo tipo di rassicurazione evolutiva esistenziale alla quale tanti romanzi che ci spiegano come vivere non arriveranno mai.

Tanti addetti ai lavori nel mondo dell’editoria dovrebbero seguire questo consiglio, anche se il loro successo sarebbe tutt’altro che scontato, le lavatrici non fanno per tutti.

Il cinema ha saputo cambiare pelle: negli ultimi vent’anni il mockumentary e il found footage hanno fatto da ariete alle produzioni indipendenti, insieme alla diminuzione dei costi della post-produzione e dei CGI.

Persino la fantascienza, genere notoriamente bisognoso di investimenti per funzionare, subisce l’attacco del mercato indie: Primer è considerato da buona parte della critica specializzata uno dei film più visionari degli ultimi dieci anni ed è stato prodotto con un budget di settemila dollari… Altro che Interstellar.

Ma per lo meno Nolan fa soldi e ha un pubblico. Per lo meno il trentaquattresimo film sugli Avengers trascina la gente nelle sale. Così come l’ennesima serie uguale a Stranger Things, con il bullo e il quattrocchi con le tettine.

L’editoria non ha nemmeno questa scusa.

E se non c’è cuore e non ci sono soldi, se non c’è sèguito, quel che rimane è quanto viene definito status, ovvero l’anticamera dell’Inferno, l’ultima e più flebile barriera che separa ogni oligarchia dal patibolo.

Come reagire e tornare a fare ricerca? Come introdurre qualcosa di concreto per invertire la tendenza morente?

–Estromissione del discorso economico: qui non ci sono soldi da fare, o per lo meno, non allo stato attuale delle cose e non se si vuole restare liberi. I cineasti indipendenti di solito indebitano le loro famiglie per autoprodurre un sogno, ci guadagnano poco o niente, però vengono premiati ai festival, e migliaia di appassionati in giro per il mondo guardano il loro film più o meno legalmente. Un sottomondo dove non è il denaro a dominare, ma le storie trovano comunque il modo di diffondersi, e l’importante è questo.

-Scomparsa totale: Sparire completamente e lasciare quel che di buono si è riusciti a spremere sulle pagine. Questo è l’unica cosa che conta. A nessuno interessa se abitiamo su una montagna con le capre, se amiamo i nostri figli, se siamo di bell’aspetto, se salviamo le balene o se manifestiamo per una buona causa. Curiamo la nostra anima in silenzio.

-Intolleranza verso la reiterazione di modelli sterili: data l’urgenza del cambiamento richiesto, siamo costretti a giudicare alla stregua di perdite di tempo tutti gli sforzi letterari che si muovono su un solco già tracciato. Non ci interessano buoni libri, servono libri che introducano elementi nuovi, e su questo dobbiamo essere durissimi, specialmente con noi stessi.

-Nuovo realismo: la letteratura non deve essere rappresentazione della realtà, una copia non sarà mai bella quanto l’originale, e noi non vogliamo partire sconfitti. Il nostro cervello elabora gli stimoli esterni in base a quanto gli è utile per rendere agevole l’adempimento delle nostre funzioni vitali: di conseguenza, la realtà ci appare attraverso un’immagine semplificata, come se fosse dipinta su un muro. Chi scrive deve essere in grado di produrre in questo muro fessure attraverso le quali il lettore possa guardare oltre. Un libro deve essere un varco. Non importa se lo sforzo che ci richiede aprire la fessura ci impedisce di guardarci attraverso, scrivere deve essere un atto altruista.

Dobbiamo dare ai lettori abissi che restino con loro per settimane, ingannarli a morte, perseguitarli nei loro incubi con realtà impossibili che di colpo gli appaiono come validissime attribuzioni di significato.

Solo così il romanzo realista tornerà ad assumere il suo carattere di necessità.

La ricostruzione deve ripartire da qui.

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Salpammo da Acciaroli, racconto di G. C.

Salpammo da Acciaroli alle 4 del mattino. Percorremmo il lungo molo con il motore al minimo, quasi timorosi di turbare il silenzio e la notte. Non avevamo mai navigato di notte, noi tre assieme. Ci scambiavamo poche parole a bassa voce, raggiunto il mare aperto, scuro il cielo, scuro il mare. I nostri sguardi vagavano in alto in attesa dell' alba che ci avesse rilevato il tempo che ci aspettava e che ci avrebbe accompagnato alla nostra meta, l'isola di Salina. Presto un sole prepotente fugò le poche nuvole alte, di calore , quindi ci apparvero l'orizzonte, il cielo, il mare, la luce infiniti ed iniziò un sogno.
La mancanza assoluta di vento aveva appiattito la superficie del mare che non aveva onde, ma una superficie continua liscia incredibile, il motore rotolava a mezza forza, attutito, le vele inutili ,ammainate. Eravamo affascinati da questo infinito di una bellezza assoluta, dal calore che un po’ stordiva e che portava le menti a guardare in se stessi. Poche le parole tra di noi, qualche confidenza pacata, un ricordo che emergeva, raccontato raramente. Spesso il cambio,uno di noi in coperta, di vedetta, gli altri
sottocoperta al riparo dalla luce, sole, calore.Impossibile rendere la magia di quel viaggio dove il silenzio era rispetto per gli altrui pensieri.
Alle 17,40 attraccammo a Salina.