Sulla scrittura autobiografica

Secondo me nello scrivere non si può essere autobiografici. Quello che ho vissuto un attimo fa se lo scrivo diventa una storia passata ovvero inventata. In questo senso il Qui e Ora non esiste. Ricordare è inventare. In un certo senso anche vivere è inventare. Ecco perché anche se si scrive di sè non si è mai autobiografici.
Però si può essere molto noiosi. Questo dipende da quanto si è bravi. Kerouac, che era bravo, ha sempre scritto solo di sè, ma non è noioso. Quello che scrive è sempre nuovo. Anche dopo la 10° lettura di “Sulla strada” è sempre nuovo. Perché Kerouac era un  genio e il genio è sempre nuovo.

Urlo di Allen Ginsberg in Jukebox all’idrogeno a cura di Fernanda Pivano

A quelli che scrivono poesie chiedo: ma voi ce la mettete l’anima in quello che scrivete? E lo stomaco ce lo mettete? E il cuore? E le gambe per correre e scappare ce le mettete? E tutta la vostra energia mentale ce la mettete? E tutti i vostri difetti, vizi, porcherie, infedeltà, inettitudini, e paure, ce le mettete?
Se non ce li mettete, va bene lo stesso. Purché lo ammettiate. Ammetterlo è già farlo.
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Il poema Urlo di Allen Ginsberg è un viaggio dentro se stesso e dentro le coscienze dei propri amici e dentro la coscienza dell’essere umano in quanto tale. Ginsberg guarda nel profondo di questo essere umano che egli è e quello che trova lo tira fuori così com’è, e lo scrive nello stesso stato in cui lo trova.
Per leggere Urlo si deve fare un po’ di fatica. Fatica fisica. Perché ti lascia senza respiro. Ma è una bella, stupenda fatica. La traduzione che ho scelto di proporvi è quella della Fernanda Pivano, contenuta nell’antologia di poesie di Ginsberg, Jukebox all’idrogeno. E’ piena di note esplicative e utilissime che ci aiutano a capire luoghi, persone, fatti significativi a cui Urlo si riferisce.
Per capire e apprezzare Urlo bisogna dimenticarsi di quanti jeans Levis ha fatto vendere la cosiddetta beat generation.
Media, industriali e commercianti hanno trasformato fin dal suo inizio la beat generation in un marchio per vendere jeans appunto e camice, macchine e pulmini, cappelli e sciarpe, giornali, film e dischi. E anche un sacco di droga. Anche libri di chi ne faceva parte, e quelli scritti su chi ne faceva parte.
Questo marchio fortunato ha fatto vendere i libri di Ginsberg e Kerouac, anche se pochi li hanno letti come opere letterarie. La maggior parte ha voluti vedere questi e altri scrittori dell’epoca in maniera miope e ristretta, come rappresentanti di una generazione, come simboli di un malessere sociale, o peggio ancora come una manica di degenerati drogati e beoni. Ma solo se li leggiamo unicamente come autori di opere letterarie saremo in grado di apprezzarli o respingerli. Se invece ci facciamo guidare dai nostri pregiudizi sui loro stili di vita non saremo mai in grado di farlo.
“ Le opere che vengono prodotte come opere letterarie andrebbero viste per quello che sono….Tutti i nostri lavori ( si riferisce a Kerouac e Burroughs) hanno decisamente una base di conoscenza della letteratura del ventesimo secolo, da Gertrude Stein ai surrealisti” (A. G.,Facile come respirare, pag. 66-67 ).
Urlo è la poesia in cui, per sua stessa ammissione, Ginsberg utilizza la tecnica di scrittura inventata dal Kerouac. “ Howl è decisamente influenzato dal metodo della scrittura spontanea di Jack ( Facile come respirare, pag. 56 ). Dopo aver scritto delle poesie molto formali, decisi di lasciare andare quello che avevo dentro, di dire tutto quello che mi passava per la testa” ( pag. 100 ).
In Note scritte quando finalmente venne inciso Urlo Ginsberg dice: “ pensai che non avrei scritto una poesia, ma avrei semplicemente scritto ciò che volevo senza paura, avrei lasciato andare la mia immaginazione, aperto il sacrario, e buttato giù versi magici dalla mia mente reale, qualcosa che non avrei potuto mostrare a nessuno. Così il primo verso di Urlo; Ho visto le menti miglioriecc, l’intera prima sezione battuta a macchina all’impazzata in un pomeriggio… lunghi versi come ritornelli di sassofono di cui sapevo che Kerouac avrebbe udito il suono, traendo dalla sua prosa ispirata una poesia veramente nuova” (pag 453 di Jukebox all’idrogeno).
E continua dicendo di essere consapevole che sostenere il verso lungo presente in Urlo senza cadere nella prosa non sia facile. “ E’ l’ispirazione naturale del momento che lo tiene in movimento…la mente usata in spontaneità inventa forme a sua propria immagine” ( pag. 454 ).
In pratica il verso lungo caratteristico di Urlo è la forma naturale che assume l’immaginazione di Ginsberg, un’immaginazione che parla il linguaggio della poesia.
In senso tecnico Urlo si regge sull’uso anaforico di alcune parole come “ che” e “ Moloch”, in versi lunghi alla maniera di Whitman che risultano in tal modo legati e connessi tra loro. L’uso dell’anafora serve inoltre a tenere il ritmo e come base a cui ritornare.
Urlo nasce quindi come una lunga improvvisazione di scrittura in cui Ginsberg, come ha imparato a fare da Kerouac, insegue, rincorre i propri pensieri ed emozioni con il loro originale ritmo. Ginsberg era infatti convinto che questo fosse possibile, che cioè la poesia fosse la lingua con cui la mente esprime se stessa.
Urlo è poesia epica e intimista, universale e autobiografica, legata in gran parte a fatti e situazioni vissuti da una rete di amici scrittori, come Kerouc, Burroughs, Cassady. Ogni strofa è un episodio della loro quotidianità: viaggi, interminabili discorsi, camminate per le strade che duravano tutta la notte, bevute, sesso e droga. Ma il linguaggio è poetico. In un continuo sfuggirsi e rincorrersi come in queste strofe:
”schiera perduta di conversatori platonici precipiti dai gradini d’ingresso dalle scale di sicurezza dai davanzali dell’Empire State giù dalla luna”
“ farfugliando strillando vomitando sussurrando fatti e ricordi e aneddoti e sensazioni ottiche e shocks di ospedali carceri e guerre”
“che guidavano est-ovest settantadue ore per sapere se io avevo una visione o tu avevi una visione o lui aveva una visione per scoprire l’eternità”.
O in quest’altra in cui droga, sesso, buddismo, lavoro e studio vengono tenuti insieme, senza paura di autocontraddirsi: “che si ritiravano in Messico per conservarsi alla droga, o a Rocky Mount per il tenero Buddha o a Tangeri a ragazzini o alla Southern Pacific per la locomotiva nera o a Harvard o a Narciso o a Woodlawn alle orge o alla fossa”.
Protagonista di una parte di Urlo è Neal Cassady, il grande amore giovanile di Ginsberg. A lui si riferiscono queste strofe:
“ che andavano a puttane in Colorado in miriadi di macchine notturne rubate, N.C., eroe segreto di queste poesie, mandrillo e Adone di Denver-gioia alla memoria delle sue innumerevoli scopate di ragazze in terreni abbandonati & retrocortili di ristoranti per camionisti…”
“ che andavano a Denver, che morivano a Denver, che ritornavano a Denver & e aspettavano invano, che vegliavano a Denver…”
Urlo è diviso in quattro parti. La prima tratta della disperazione della vita e delle coscienze, e nello stesso tempo della gioia furibonda dell’essere vivi. E’ totalmente autobiografica, c’è lui, Allen, i suoi amici, le loro strade, città, parchi; e c’è Neal Cassady, il grande non contraccambiato amore della sua vita.
La seconda parte è dedicata a quello che Ginsberg chiama Moloch ( divinità antica resuscitata dal mostro-città ). E’ scritta sotto l’effetto del peyote. “ Mi ubriacavo di Peyote. Vidi sugli ultimi piani di un grande albergo un’immagine del teschio robot di Moloch che fissava nella mia finestra. Qualche settimana dopo mi ubriacai di nuovo, il viso era ancora lì nella metropoli rossa fumosa del centro, scesi giù per Powell Street mormorando Moloch, Moloch tutta la notte e scrissi la seconda parte di Urlo quasi senza correzioni nella cafeteria ai piedi del Drake Hotel” ( Note scritte quando finalmente venne inciso Urlo, pag. 455 ). Eccone alcune strofe:
“ Moloch il cui amore è petrolio e pietra senza fine! Moloch la cui anima è elettricità e banche! Moloch la cui povertà è spettro del genio! Moloch la cui sorte è una nube di idrogeno asessuale! Moloch il cui nome e la Mente”;
Moloch che mi è entrato presto nell’anima! Moloch in cui sono una coscienza senza corpo! Moloch che mi ha fatto uscire spaventato dalla mia estasi naturale! Moloch che io abbandono! Svegliatevi in Moloch! Luce che cade dal cielo!
La terza parte di Urlo è dedicata a Carl Salomon che Ginsberg incontrò in manicomio, dove rimase rinchiuso per quasi un anno. Tratta della pazzia, uno degli incubi della vita di Ginsberg, segnato dalla schizofrenia della madre, cui dedicò il poema Kaddish.
Cito solo una strofa a titolo esplicativo: “ Sono con te a Rockland dove in camicia di forza gridi che stai perdendo la partita al vero ping pong dell’abisso”.
La quarta parte è una specie di litania. “ Ricordai il ritmo archetipo di Santo Santo Santo mentre piangevo in un autobus a Karney Street e lo scrissi quasi tutto in un taccuino lì sul posto ( Note scritte quando finalmente venne inciso Urlo, pag.456 ).
“ Santo Peter, santo Allen santo Solomon santo Lucien santo Kerouac santo Huncke santo Burroughs santo Cassady santi gli sconosciuti mendicanti sodomiti e sofferenti santi gli orrendi angeli umani!

Allen Ginsberg (Newark,1926 – New York 1997) scrittore americano.
Allen Gisberg, “ Urlo”, in Jukebox all’idrogeno“ Guanda Editore, 2006.
Prima edizione: 1992
Allen Ginsberg, Facile come respirare, minimum fax, 1998
Approfondimento in rete:
http://it.wikipedia.org/wiki/Allen_Ginsberg
http://www.allenginsberg.org/
sito della Jack Kerouac School of Disembodied Poetics, scuola di scrittura creativa fondata da Allen Ginsberg e Anne Waldman in onore e ricordo di Jack Kerouac: http://www.naropa.edu/swp/index.cfm.
archivio di innumerevoli risorse in rete di audio di Allen Ginsberg: http://howlcat.naropa.edu/cgi-bin/koha/opac-search.pl?q=howl&limit=:

 

Oggi all’Hospice quando un luogo diventa persona poesie di Dianella Bardelli “Il thè del mercoledì” Hospice di Castel San Pietro Term

Scrivo molte poesie che raccolgo in due blog; alcune nel 2008 le ha pubblicate L’editore Raffaelli, la raccolta si intitola “Vado a caccia di sguardi”. Sono poesie di stampo naturalistico e hanno quasi tutte a che vedere con i dintorni campestri del luogo dove vivo e con il mio approccio al Buddismo. Poi ho continuato a scriverle, sono il mio diario personale su quel che accade dentro e fuori di me; sono una forma di testimonianza. Quest’anno ho raccolto in un libretto autoprodotto al computer tutte quelle che sono il frutto di un mio piccolo volontariato presso l’Hospice di Castel San Pietro Terme, vicino a Bologna per un progetto chiamato “Il thè del mercoledì”. Si tratta di questo: ogni mercoledì pomeriggio noi volontari offriamo ai pazienti, ai loro visitatori, e al personale sanitario presente libero da impegni, thè, caffè, dolciumi vari e soprattutto compagnia e chiacchiere. Il tutto avviene nella bella tisaneria dell’Hospice.

Le poesie contenute in Oggi all’Hospice quando un luogo diventa persona, sono tutte nate prima o dopo ogni mercoledì pomeriggio, in macchina, appena arrivata a casa, o prima di entrare all’Hospice stesso. Sono poesie personali e rivelano esplicitamente e senza mediazioni estetiche stati d’animo e com’è per chi non abbia una formazione professionale ad hoc essere così vicino alla sofferenza e alla morte. Testimoniano anche i motivi superficiali e meno superficiali che mi hanno portato già da alcuni anni a frequentare l’Hospice. All’inizio fu il bisogno di avvicinarmi alla morte in maniera non teorica e generale, ma concreta; andare dove la morte avviene, dove la morte si vede mentre accade, in chi accade. Quello che di me mi stupì fu che ebbi fin da subito la sensazione di trovarmi in un “luogo amico”, un luogo del dolore, sì, ma anche del suo sollievo. Infatti gli Hospice sono i luoghi delle cure palliative, che prima di tutto cercano di eliminare il dolore fisico e poi anche quello psicologico grazie alla presenza di psicologi specializzati.

Ora ho un altro tipo di consapevolezza rispetto a quel bisogno che mi aveva inizialmente portato all’Hospice. Intanto ho capito che la vicinanza all’altrui morte non allena alla propria; però ci si familiarizza non con l’idea ma con la realtà della propria morte. Un po’ quello che faceva Allen Ginsberg in India negli anni ’60:

 

Allen Ginsberg andava ai Gat di Calcutta

 

Allen Ginsberg andava ai Gat di Calcutta

dove la gente arrivava morta

e veniva bruciata su grandi pire –

ci andava per abituarsi a morire

per abituarsi all’idea di cos’è morire

essere morti –

era la sua terapia

la sua scuola di formazione –

dal punto di vista egoistico

vado per lo stesso motivo

all’Hospice

dove la gente è malata e muore –

poi c’è l’altro motivo:

che lì, non so perché,

sto bene

***

L’idea della mia morte non la scaccio più, ma questo non vuol dire che per me sia diventata una cosa normale. Ora il mio piccolo volontariato all’Hospice è meno pieno di entusiasmo per me stessa, ma al contrario è po’ più carico di semplice attenzione verso gli altri; questo almeno è quello che cerco di fare.

Come si vede qui:

A volte

 

A volte sono piena di timori

per me, per loro

per cosa dire

e cosa fare

offrire il thè caldo o freddo

o invece non offrirlo

e attendere

un loro cenno

una loro disponibilità –

nei momenti migliori

sto con quello che c’è lì

senza richieste, aspettative

è la tavola apparecchiata

che fa il grosso del lavoro

***

Soprattutto all’inizio, quando cominciai ad imparare a conoscere le persone che lavorano e vivono all’Hospice, le loro amorevoli cure, i riti e gli usi di questo luogo, capii che quello che si pensa “fuori” degli Hospice non è vero; non solo i luoghi dove si muore. Come mi disse la psicologa che allora era presente nell’Hospice:

“Mi piacerebbe sfatare il luogo comune che negli Hospice si va a morire; è un luogo dove si vive, c’è vita, d’altra parte si muore in tutti i reparti, e fuori dagli ospedali… semplicemente l’Hospice è un posto più raccolto”. (http://www.lankelot.eu/letteratura/bardelli-dianella-hospice-di-castel-s-pietro-terme-assistenza-domiciliare-integrata-inte).

E così su questo tema scrissi “Muri”:

 

Muri

L’emozione che ti viene

è come un’onda

con la quale vorresti abbattere

questi muri

e la costruzione stessa

e permettere

a quelli di dentro

di stare con quelli

di fuori-

abbattere questi muri-

o almeno costruirne

di trasparenti

che si possano

attraversare con una mano-

che siano liquidi

fatti di uno strano materiale

non ancora inventato

ma che lo sarà-

in cui

vita-malattia-morte

non siano così

crudelmente separate-

vedere il mare

assaporare con la mano

la sabbia-

sentire il vento

fino all’ultimo-

fino all’ultimo

minuto

secondo

fino all’ultimo respiro-

vivere insomma-

prima e anche dopo la morte .

***

Interessandomi di buddismo tibetano ho sentito molte volte Lama e insegnanti parlare di Impermanenza. Ma quando esci dal discorso teorico e l’impermanenza la vedi, la tocchi succede questo:

 

Impermanenza

Si parla di impermanenza-

la si definisce

la si descrive

come si fa con i fatti-

i fatti verificabili della vita-

ma c’è anche il sentimento dell’impermanenza-

quando tutto esplode, si dissolve

si rompe:

legami, viaggi, oggetti

discorsi

insomma tutto ciò

di cui è fatta la nostra vita-

voglio dire

che quando la tocchi

davvero

non è così semplice

asettica evidente

come quando la senti descrivere

o la descrivi-

come quando la senti insegnare

o la leggi-

quando ti capita

o gli capita

quando la vedi capitare

allora c’è anche

il sentimento dell’impermanenza

ed è tutta un’altra cosa, amici-

allora è perdita

non solitudine

neanche cenere

perché non c’è qualcosa

che si distrugge

non c’è distruzione-

tutto rimane lì

è esistito- esiste ancora,

ancora per un po’ –

ma c’è già perdita

nel senso letterale della parola:

una cosa che si perde-

e allora

volgi lo sguardo al cielo

alle nubi

per assorbire

anche questa perdita

questa separazione-

siamo tutti oggetti

a cui teniamo

e man mano perdiamo

e non troviamo più

***

Osservando medici, infermieri e tutto il personale sanitario, osservando gli ammalati e i miei colleghi volontari spesso mi meraviglio di questo:

 

All’Hospice

 

E’ come se i gesti

avessero un modo diverso

un valore diverso

come se anzi

qui acquisissero un valore

che altrove

non hanno più

o non hanno mai avuto –

gesti di mani

di occhi

di mente –

gesti

che qui hanno un peso

perché nulla qui è per caso

e di questo:

 

Natale all’Hospice

A volte

basta

stare uno accanto

all’altro

senza neanche

guardarsi

senza neanche sapere

che si è vicini di sedia

mentre si ascolta un canto di Natale –

a me è bastato

 

e anche di questo

 

La preghiera

Ho pregato per lui

abbiamo pregato per lui

e tu hai detto

preghiamo anche per te –

facciamo circolare preghiere –

sono il saluto semplice

al mondo

***

Poi c’è il dolore, quello dei pazienti e quello dei loro familiari:

***

 

La prova interiore

Com’è guardarsi

negli occhi nella malattia?

Temere per lui/lei

trattenere la disperazione e il pianto

gioire del suo sorriso

che scaccia la morte nera

la fa per un attimo

bianca di luce –

voglio le prove

voglio dentro di me le prove

della nostra

prossima vita

***

 

Riferimenti in internet:

http://poesiaprosaspontanea.wordpress.com/category/hospice/

http://www.lankelot.eu/letteratura/bardelli-dianella-hospice-di-castel-s-pietro-terme-assistenza-domiciliare-integrata-inte

http://www.volontariato-cspt.org/vinco-club.htm

 

Per chi fosse interessato a ricevere una scelta di poesie in formato digitale, potete richiedemela al mio indirizzo mail: [email protected]

è possibile riceverla sia impaginata a libretto sia no

apparso precedentemente in http://samgha.me/2014/06/27/oggi-allhospice-quando-un-luogo-diventa-persona-poesie-di-dianella-bardelli/