Hesse Hermann, Francesco D’Assisi
“Quando era stanco di parlare con gli uomini andava nei prati e nei boschi e scendeva nelle valli, perché nelle sorgenti e nei venti e nel canto degli uccelli percepiva il dolce, potente linguaggio del paradiso” (H.H.)
Quello che colpisce di più in questo piccolo libro di Hesse sulla vita di San Francesco, scritta nel 1904 a soli 22 anni, è il fatto che l’autore, come cosa naturale e ovvia, pensi e dica che la voce di Dio a qualcuno parla. Che non solo esiste da qualche parte Dio, ma che la sua voce è possibile ascoltarla qui, così come Francesco ascoltava la voce del vento, dell’erba, dell’acqua, degli animali. L”esistenza di Dio consiste dunque nella sua voce. Tutto ciò che esiste ha una voce. E questo “tutto ciò” è qui tra noi. C’è la differenza dell’universo intero tra dire Dio e dire Buddha. E questo libro su San Francesco non è paragonabile al Siddharta di Hesse. Eppure c’è in entrambi questo uomo che è ricco ma inappagato. Che prima cerca in ciò che ha già la felicità, la propria realizzazione, e non trovandola in ciò che ha già, e cioè nel lusso, nei piaceri e nella gloria, la cerca nel suo contrario, in ciò che non ha, cioè la povertà.

Nel mondo di oggi è offensivo e volgare fare l’apologia della povertà. Ma nel Francesco di Hesse povertà è sinonimo di rinuncia, di spoliazione dei beni materiali a favore di una vita semplice e frugale. E’ insomma una scelta, non una imposizione come in tutti coloro che la povertà la subiscono, causata com’è dalle ingiustizie, dalle oppressioni, dalle violenze di cui è pieno il mondo. Francesco sceglie la povertà come strumento di pratica spirituale e come modo di essere vicino agli umili, per soccorrerli e consolarli non dall’alto delle proprie ricchezze, ma da una situazione di parità materiale. Per essere povero e felice tra poveri e infelici. La povertà nel Francesco di Hermann Hesse essendo spoliazione, abbandono, rinuncia, è quindi rinascita. Senza questo passaggio sembrerebbe che il cammino spirituale sia più arduo, per non dire impossibile. Francesco e i compagni che si sono uniti a lui non toccano denaro. Quando intraprendono il loro peregrinare lavorano come contadini, ma non si fanno pagare in denaro. Viene dato loro cibo per il sostentamento ma non denaro. Che sia per questa scelta di povertà che Francesco è tanto amato? Che sia perché spogliandosi di tutto ciò che possedeva per donarlo ai poveri si è posto sullo stesso piano di quelli a cui parlava? San Francesco sarebbe stato tale se fosse rimasto ricco? Dio gli avrebbe parlato se fosse rimasto ricco? La scelta della povertà è imprescindibile da quella della santità?

Ognuno di noi è circondato nella propria casa da oggetti di tutti i tipi di cui potremmo disfarci. Non ne soffriremmo. Anzi sarebbe motivo di un senso arioso di liberazione. Sarebbe l’inizio di una nuova vita libera almeno dalla schiavitù degli oggetti.

Il libro di Hesse punta dunque su due temi forti della vita di San Francesco. La voce di Dio che può essere udita se si sta in ascolto ( se l’ha udita Francesco potremmo udirla anche noi) e che indica il cammino, e la scelta della povertà come strumento per intraprendere la via indicata da Dio. Questo secondo tema è importante come e più del primo. Ma siccome, come ho detto precedentemente, Francesco intende la povertà come rinuncia e non come ingiustizia subita, paradossalmente per praticarla bisogna prima accumulare ricchezze per poi rinunciarvi. Questo spiega perché certi maestri di spiritualità parlando di attaccamento ai beni materiale affermano che è un’emozione che può essere più del povero che del ricco. Può essere più attaccato alla ricchezza un povero che subisce la povertà e non la sceglie, che un ricco. Un ricco può, come accade a San Francesco, non essere attaccato alla propria ricchezza e rinunciarvi, così come ipoteticamente un povero può desiderare avidamente la ricchezza e vivere il fatto di non averla come perenne sofferenza e insoddisfazione. Curioso è il circolo della vita. C’è il desiderio, c’è l’appagamento di un desiderio, c’è la constatazione che questo appagamento non porta alla felicità, infine c’è la rinuncia al desiderio e quindi la realizzazione della propria felicità. Siddharta e Francesco sono in Hesse l’essere umano in cerca. L’essere umano fisicamente in cammino. Entrambi si muovono, camminano continuamente, parlano a chi vuole ascoltarli di quello che hanno dentro di sé capito, udito, di quello che hanno trovato. In un afflato empatico di continua condivisione di quello che si è realizzato. Per poterlo donare agli altri. Condividere è già l’altruismo che si fa azione.

Hermann Hesse ( Calw Foresta Nera 1877- Montagnola 1962), romanziere, poeta e pittore svizzero, Premio Nobel per la letteratura nel 1946
Prima edizione Febbraio 2012

http://www.lafrusta.net/pro_hesse.html

http://it.wikipedia.org/wiki/Hermann_Hesse

Fondazione Hemann Hesse: http://www.hessemontagnola.ch/index.php?node=28&lng=1&rif=8d261727fb

http://www.frateindovino.eu/Images/Mensile/gennaio2008/gennaio_03.pdf

http://www.pianobedizioni.com/articolo.aspx?articolo=93

Herman Hesse in lankelot

Francesco D’Assisi in lankelot

Recensione del film Chappaqua di Conrad Rooks

E’ un viaggio. I Fugs suonano. LSD scritto con zollette bianche. Danze, maschere. Giovani donne ridono. Un uomo cammina. Sono ricordi sovrapposti lungo un viaggio in aereo non si sa per dove. Ricordi di locali, LSD, Peyote. Una donna molto bella vestita di bianco. E’ un film bellissimo, una specie di documentario su se stesso, sulla propria mente (malata), musica bellissima. E’ la storia della propria dipendenza da alcool e droghe. Il protagonista arriva in una città. Si chiama Russel. Viene portato via in macchina da un autista. E’ una continua allucinazione. E’ un film bellissimo. Ma non chiedetemi perché. Ma è un film bellissimo. Tutto fa molta pena. Russel non vuole uscire dall’auto. E’ costretto a farlo. Entra in una clinica per disintossicarsi. Russel piange. Gli viene fatta una iniezione, poi scappa. E’ un film un po’ scemo ma bellissimo, non so perché. Poi Russel va a finire in una bara durante una cerimonia in cui i fedeli entrano in trance. Ma lui si risveglia nella clinica. Parla con uno psicologo. Dice che vuole andare a Chappaqua. Si vede la festa di paese di Chappaqua. Lui è un bambino. Si vedono danze indiane. Tutto è molto drammatico e lirico. Belle visioni. Il peyote. Cominciò tutto con quello per Russel. Il peyote gli ha dato “fantastiche visioni”. Inca e una donna bellissima. Un cervo. “Qui dentro ho visto un cerchio d’oro” (nella testa). Ravi Shankar suona il sitar. Oh il 1966 anno mitico!. Anno hippy. “Poi sono entrato nella visione”. Ma lo psicologo vuole la logica. E’ un film totalmente autobiografico. “Che logica potevo avere a 18 anni?”. A 18 anni entra in un cinema. Poi Russel di nuovo nella clinica. Allucinazioni. Allucinazioni di Russel. E’ la storia della sua dipendenza dalle droghe. Ma detta così è banale. In realtà il film è fatto di immagini e visioni bellissime. Liriche e drammatiche. Poi le allucinazioni diventano un incubo. Russel diventa Dracula. Si ritorna poi nella clinica. Verso la seconda metà il film perde di mordente. Langue. In giochetti visivi abbastanza inutili e noiosi. Russel scappa e va a Parigi. Entra in un bar. Beve. Ma in questa parte il film si perde. Non morde e non stupisce più. Neanche emoziona. Poi riprende quota. Russel è sempre più ubriaco. Ogni tanto compare William Burroughs. E poi di nuovo musica e danza indiana. Strade dell’India sporche e povere. Russel vaga lì e nella sequenza successiva è a Parigi. Lui è ubriaco. Entra in un locale jazz. Ha lo sguardo assente, perso. Continua a bere. Comincia a ballare. Nella sequenza successiva è nella clinica dove lui balla con un’infermiera. E poi è di nuovo nel locale jazz. Poi compare un maestro indiano su un prato e poi di nuovo Russel nel locale jazz. Subito dopo siamo di nuovo in India dove lui impara la meditazione e poi è di nuovo nel locale jazz. Russel è a terra privo di sensi. Poi musica balinese e India. India antica. E lui è lì sopra un cammello e va. Fuma hashish insieme a dei santoni. E poi di nuovo nella clinica balla e fuma con lo psicologo. Poi una danza sfrenata di una bellissima donna. Poi di nuovo nel letto della clinica e urla. Poi scappa. Poi è di nuovo nel letto. Poi balla il twist. Penso: è così la mente. Salta da una cosa all’altra. Da un pensiero all’altro. Da un’emozione ad un’altra. Poi Russel è in un locale dove tutti ballano. Poi di nuovo in clinica. E’ completamente pazzo, dice lo psicologo. Il film è arbitrario e logico insieme. Poi compare una roulette. Russel è un giocatore alla roulette. Poi i giocatori si passano una siringa e si iniettano una droga. Poi di nuovo ballo sfrenato della donna bellissima. Che ora fa l’amore con Russel. Freneticamente. Poi lui è di nuovo nel letto della clinica. Poi toccata e fuga di Bach. Fischio di un treno. E poi Russel cade a terra morto. Santoni indiani. Poi Russel che balla con una donna in un bosco. Ancora un po’ d’India. Poi Russel è di nuovo nella clinica. Poi lascia la clinica come se fosse guarito. Ma poi riflesso in un vetro ricompare vicino ad una infermiera. Infine fugge in elicottero. “Addio!”, grida dall’elicottero. Bel film? Sì, bel film. (auto – film, film su se stesso). Insomma fugge ma ricompare sempre lì dov’è. Nell’intervista che accompagna il dvd Rooks dice che salvò una donna dal carcere. Era una spacciatrice. Parla della sua vita beat. Parla di Robert Frank. Dice che si identifica in Jack Kerouac. E’ “cattivo” con i beat. Dice che la vera rivoluzione è quella hippy.

Conrad Rooks regista americano (Chappaqua 1934-Pattaya 2008)
data di uscita: 1966
Nazionalità: USA
Lingua inglese, sottotitoli Italiano
Colore: bianco e nero
Durata 82 minuti
Fotografia: Robert Frank
Musica Ravi Shankar,Philip Glass, The Fugs, Donovan
Leone d’argento alla 31° mostra di Venezia del 1966
Interpreti:
Doctor Benoit: Jean-Louis Barrault
Russel Harwick: Conrad Rooks (protagonista)
Opium Jones: William S. Burroughs
Messiah: Allen Ginsberg
Sun God: Ravi Shankar
Water Woman: Paula Prichett
Peyote Eater: Ornette Coleman
Guru: Swami Satchidananda
The Prophet: Moondog
The Fugs: Ed Sanders
Distribuzione: Medusa H.E.
Luogi delle riprese:
Manhattan, New York City, New York, USA
Stonehenge, Salisbury Plain, Wiltshire, England, UK
Orly Airport, Orly, Val-de-Marne, Francia
Chappaqua Indian reservation, Chappaqua, New York, USA
New York City, New York, USA
Paris, Francia
Chappaqua è la città ndi origine di Conrad Rooks
Sito del film: http://winklerfilm.com/chappaqua_detail.html
http://it.wikipedia.org/wiki/Chappaqua

Recensione del film di Makoto Sasa, Fire under the snow

 Dopo la visione di questo film i gesti quotidiani della mia vita non sono più gli stessi. Me ne sono accorta il giorno dopo averlo visto facendo la doccia. C’è una consapevolezza in essi, una coscienza della loro bellezza e utilità che non è quella dovuta ad un qualche tipo di meditazione. Sotto la doccia pensavo a Palden Gyatso ai suoi gesti quotidiani ritrovati dopo 33 anni di prigionia, e ho ritrovato anche i miei. E’ una cosa strana, ma comunque bella ma senza enfasi, è semplicemente accaduto e non so quanto durerà.
Questo per dirvi che effetto può fare anche a voi questo film, che colpisce non solo per il racconto che Palden fa della sua vita, ma soprattutto perché ci mostra cosa vuol dire perdere la propria quotidianità, i gesti della quotidianità e ritrovarli.Tutto questo lo vediamo attraverso le azioni di Palden nella sua piccola casa a Dharamsala in India, dove vivono tanti esuli tibetano e lo stesso Dalai Lama. Vediamo Palden pregare, leggere i libri religiosi, accendere i lumini davanti alle immagini sacre, scaldare un po’ di latte sul gas della piccola cucina, entrare e uscire di casa, salutare le persone per le strade di Dharamsala. Cose normali, che tutti noi diamo per scontate e che anzi molte volte ci annoiano e le malediciamo. Ebbene per 33 anni Palden vi ha dovuto rinunciare, ha dovuto vivere in una cella patendo continuamente la fame, interrogato, picchiato e torturato. Dice nel film : “ Quando i cinesi ci chiamavano per gli interrogatori spargevano sul pavimento vetri rotti e sassolini. Dovevamo camminare in ginocchio. Poi mi appendevano al soffitto e mi lasciavano a penzolare nudo come una lampadina. Poi ci colpivano con i bastoni. Mangiavamo insetti, topi, alla fine pezzi di cuoio e spago.
All’inizio del film Palden è di spalle davanti ad un paesaggio di montagna; si dondola come fanno sempre i monaci tibetani quando pregano. Ha una bella voce, dolce su un sottofondo musicale di cimbali. Subito dopo compare con il viso davanti alla telecamera. Ha una faccia, una faccia che nessuno di noi avrà mai. Risoluta. Lui è risoluto. Nonostante i 33 anni nelle carceri cinesi in Tibet. Ha occhi che non moriranno mai. Ci mostra gli strumenti di tortura usati nel carcere di Drapchi che si è portato dietro nella sua fuga dal Tibet in India. Una monaca lì vicino piange e noi con lei. Lui li fa vedere. Se li è portati dietro nel suo lungo viaggio per farceli vedere. Questo film è bellissimo, ma nel parlarne non sono obiettiva. Mi ha commosso più del libro. Non riesco ad essere obiettiva. Ho una forma di devozione verso questi monaci, voglio credere che siano risoluti senza odio, così come mi appaiono. Nel film il cugino di Palden, anche lui monaco, dice che Palden ha una personalità molto forte e Lawrence Gerstein che nel 2005 ha organizzato una marcia a favore del Tibet negli USA, afferma che la sua energia è travolgente. Così infatti appare quando marcia davanti a tutti con il cappellino giallo in testa e la bandiera tibetana tra le mani. A me pare una forza della natura.
Il film contiene tante cose, anche inserti d’epoca relativi all’invasione cinese, la rivolta tibetana del 1959, la fuga del Dalai Lama in India. Ci sono anche scene meravigliose degli ambienti naturali del Tibet, che la regista ha girato personalmente e scene della devozione religiosa dei tibetani, e della loro vita nei villaggi.
Un giorno Palden decise di fuggire dal carcere in cui si trovava insieme ad alcuni compagni. Volevano andare in India. Furono catturati. Dalle botte che gli diedero desiderò di morire. Si prese altri 8 anni di prigione e per due fu tenuto con mani e gambe ammanettate. Per due anni di seguito. Ce lo possiamo immaginare cosa significa? No, non possiamo. “ Sognavo apparisse il Dalai Lama a liberarmi”, dice, “quando vedevo volare gli uccelli sognavo di volare anche io”, aggiunge.
Nel 1975 aveva scontato 15 anni di prigione e fu mandato in un campo di lavoro vicino a Lhasa. Per avere affisso manifesti a favore dell’indipendenza del Tibet fu condannato ad altri 8 anni e mandato nel carcere di Drapchi, dove fu torturato con i manganelli elettrici. Appena arrivato gliene infilarono uno in bocca. Gli caddero tutti i denti. Ad un certo punto Palden dice una cosa che mi ha stupito. “In prigione persi la fiducia nelle persone, divenni irascibile e strambo”.
Quando finalmente riesce a fuggire in India viene accolto malato da una donna. “Stava così male”, dice nel film questa donna, “che poteva solo mangiare e pregare”. “Il motivo principale per cui venni in India”, dice Palden, “era incontrare il Dalai Lama”. Questo è ciò che spinge anche tutti i tibetani che arrivano a Dharamsala dopo il tremendo viaggio dal Tibet. Non possiamo immaginare la devozione dei tibetani nei confronti del Dalai Lama. Si potrebbe pensare che è qualcosa di simile a quella dei cattolici verso il Papa. Personalmente mi domando: quale sarebbe la nostra devozione di cattolici se ci trovassimo di fronte a Gesù? Penso sia qualcosa di simile a quello che provano i tibetani di fronte al Dalai Lama, il Buddha vivente.
Di sé Palden dice nel film: “ Se sono sopravvissuto è grazie alla fede”. Poi piange perché tanti tibetani sono morti, dice che non può riposare. “ Mi sento male”, dice, “per tutte le persone che in Tibet si consumano in prigione…Mi manca il Tibet, sono triste perché non ci più posso tornare. Ma perché lo desidero ancora tanto? Sì, ho ancora speranza. Possiamo vincere.”
Molto bello è anche il secondo documentario contenuto nel dvd che tratta del perché Sasa Makoto ha deciso di girare questo film e le varie fasi in cui il film è stato girato. Vediamo la vita dei tibetani a Dharamsala, l’ospitalità che hanno dato alla troupe, i vari festival in cui è stato premiato.
Da notare infine le musiche contenute nel film, tutte bellissime e coinvolgenti.
sito del film: http://www.fireunderthesnow.com/site2009/ita
Per acquistare il film: scrivere a [email protected]; oppure telefonare: al numero 02.70638382

 

 

Recensione: Palden Gyatso, Tibet Il fuoco sotto la neve

Questo libro è l’autobiografia di Palden Gyatso, un monaco tibetano che ha vissuto per 33 anni (dal 1959 al 1992) nelle carceri cinesi del Tibet, dove ha subito maltrattamenti e torture. Il suo rilascio e la sua fuga in India a Dharamsala (sede del governo tibetano in esilio e del Dalai Lama) lo si deve all’aiuto e al sostegno di Amnesty International.
La prima parte di questo libro è come una favola. Luoghi meravigliosi, fiumi che scorrono e rendono possibili abbondanti raccolti, armonia nei rapporti familiari. E anche quando qualcuno muore e tutti sono tristi, la vita subito dopo riprende lenta, silenziosa e sempre uguale, all’ombra di tradizioni e abitudini centenarie che nessuno avrebbe messo in discussione o desiderato di cambiare per nessuna ragione al mondo. Quando l’abate del monastero dove Palden Gyatso trascorre il suo noviziato intona un canto “ il suo corpo ondeggiava lievemente mentre salmodiava, come un campo d’orzo ondeggia al soffio della brezza”. E quando gli chiede: “ Sarai felice nella vita religiosa? Tro-la”, risponde Palden, “che significa gioia” (pagine 29-30). Quando passa da novizio a monaco “ mi crucciavo”, dice, “temendo di non essere capace di osservare tutte le 253 regole che costituiscono il voto di gelong. Ma nel 1952, insieme con venti altri novizi, presi il voto davanti al nostro abate e divenni un monaco a pieno titolo. Oggi sono l’unico di quei venti ancora vivo. Alcuni sarebbero morti in prigione. Altri furono uccisi a bastonate durante la Rivoluzione Culturale” ( pagine 40-41).
A partire proprio dal 1952 cominciò inarrestabile la conquista cinese del Tibet che si concluse con l’occupazione del paese nel 1959. Monasteri distrutti, monaci deportati, prigionia per migliaia di tibetani, privazioni e torture. Monasteri ed ex caserme tibetane sono trasformate in prigioni. Palden, come tutti gli altri monaci è costretto ai lavori forzati. Il cibo è scarso. Molti muoiono di fame. Ma gli ufficiali cinesi quando fanno l’appello non vogliono sentirsi dire che quelli che mancano sono morti di fame e così un giorno “qualcuno rispose: U chi log la don pa re, che significa il suo respiro è cessato” (pag. 94).
Dopo un tentativo di evasione Palden fu costretto a vivere per sette mesi con le mani e le caviglie incatenate. “ mi trovai a dipendere interamente dai miei compagni di cella. Non potevo neppure mangiare senza il loro aiuto…Le mie sofferenze erano lenite dalla gentilezza dei compagni” (pag. 105). Subito dopo aggiunge: “ Ma le manette non potevano controllare il mio modo di pensare. La mia educazione religiosa mi dava la pace dell’anima. I ceppi erano solo segni esteriori di prigionia: avevo sempre il potere di dare libero spazio ai miei pensieri”. Quando le mani gli furono liberate ci vollero parecchi mesi per recuperarne l’uso.
Il peggio arrivò nel 1966 con la Rivoluzione Culturale cinese. I prigionieri tibetani erano continuamente costretti ad accusarsi reciprocamente di delitti inesistenti. Lo stesso Palden riferisce nel libro come ogni giorno cercasse con la mente una infrazione da poter confessare durante le sedute di rieducazione socialista. In questo periodo fu più volte sottoposto al “thanzing”, una specie di processo sommario durante il quale i suoi compagni di cella furono costretti a picchiarlo selvaggiamente ogni sera al ritorno dal lavoro per 13 giorni perché non aveva voluto confessare una grave colpa. E quale era questa colpa? Un suo compagno lo accusò di aver compiuto il rituale dell’offerta dell’acqua. “ Era un rituale che tutti i tibetani solevano eseguire: immergevano le dita nell’acqua e spruzzavano gocce nell’aria, come offerta alla divinità. Io non avevo più compiuto quel gesto dall’inizio della Rivoluzione Culturale, sapendo bene quali conseguenze avrebbe provocato” (pag.147). Molto semplicemente tornando alla prigione dalla fabbrica di mattoni dove lavorava aveva immerso le mani in un ruscello per bere un sorso d’acqua fresca, poi aveva agitato le mani per farle asciugare. Non fu creduto e i compagni furono costretti a picchiarlo. Solo dieci anni dopo Palden Gyatso verrà a sapere che una parte della sua famiglia era morta a causa di ripetuti “thanzing”.
Una cosa che mi ha impressionato nella lettura di questo libro non sono state solo la descrizione delle vessazioni e violenze fisiche ma anche di quelle psicologiche. Non solo Palden, come tutti gli altri prigionieri era costretto a inneggiare quotidianamente a Mao e alla madrepatria cinese, ma lo era anche a nascondere qualunque sentimento fosse di gioia o di dolore per scansare da sé qualunque tipo di attenzione da parte delle guardie carcerarie. “Eravamo troppo atterriti per mostrare i nostri veri sentimenti. Persino le nostre lacrime erano segrete” (pag.150).
Poi c’erano le riunioni annuali di valutazione. Lascio la parola a Palden perché non c’è niente da aggiungere alla sua descrizione di cosa fossero. “ Tutti i prigionieri erano chiamati in assemblea e si leggevano ad alta voce i rapporti compilati dai capo brigata. I prigionieri “zelanti” che avevano denunciato gli altri erano di solito premiati con una foto di Mao o una copia del libretto rosso. Quelli che avevano mancato di emendarsi erano ricompensati con un aumento di pena. Ogni anno diversi prigionieri erano condannati a morte per aver rifiutato di emendarsi” (pag. 150). C’erano infatti molte esecuzioni. Una che Palden racconta riguardò una donna che tutti conoscevano: Kundaling Kusan-la, un’eroina, una fiera oppositrice dell’occupazione cinese. “ Era una donna anziana, rugosa e sdentata, con la faccia gonfia e contusa. Riusciva a malapena a respirare…..Ci guardammo per un lungo momento. I suoi occhi erano arrossati e velati e qualcosa sul suo viso pareva chiedere le mie preghiere” (pag 152).
Nel 1979 Palden Gyatso decise di ribellarsi. A quel tempo non era più in un vero e proprio carcere ma in un campo di lavoro vicino a Lhasa, da cui poteva uscire nei fine settimana. Da quell’anno fino al 1984 e cioè fino a quando fu scoperto, si recò periodicamente a Lhasa prima dell’alba per affiggere manifesti che incitavano i tibetani a ribellarsi agli invasori. Nel frattempo era venuto a conoscenza di cose terribili successe alla sua famiglia. “Durante la Rivoluzione Culturale le mie sorelle avevano denunciato mio padre ed erano state a guardare mentre i soldati lo uccidevano a bastonate”(pag. 187). Nel 1982 i campi di lavoro e rieducazione furono sciolti e Palden Gyatso fu rilasciato. Non aveva cuore di ornare al suo villaggio dove il suo monastero era andato distrutto. Andò a quello di Drupong. Qui cominciò una vita abbastanza tranquilla. Ma dopo poco i poliziotti irruppero nella sua stanza e nella perquisizione che fecero gli fu trovato un foglietto, era la minuta di ciò che aveva scritto in un manifesto. Fu anche trovata una bandierina tibetana e alcuni scritti del Dalai Lama. Fu condannato a otto anni di prigione. Era il 29 Aprile del 1984. Tra il 1987 e il 1988 a Lhasa vi furono proteste di monaci e laici. Palden era rincuorato dal fatto che ragazzi giovanissimi che non erano neanche nati quando il Tibet era stato invaso dalla Cina, si ribellassero e invocassero la libertà per il Tibet. Ma ben presto per lui le cose si misero al peggio. Fu accusato di sobillare un giovane prigioniero comune accusato di aver scritto sul muro della latrina: Po ranzen, cioè libertà per il Tibet. Palden viene trasferito nella prigione di Drapchi dove aveva già trascorso dieci anni. Qui subisce torture terribili con quegli strumenti, come i bastoni elettrici, che al momento della sua fuga nel 1992 in India porterà con sé affinché il mondo sapesse come si era trattati nelle prigioni cinesi in Tibet ( si era procurato delle copie esatte).
Nel 1992 la sua condanna scade e Palden viene rilasciato. Fa credere alle autorità cinesi di volersi recare al monastero di Drepung per dedicarsi solo alla preghiera. Invece tramite l’aiuto di alcuni amici organizza la fuga in India . Quello che lo spinge a fuggire è anche il desiderio di vedere il Dalai Lama. “Avrei usato la mia libertà per continuare a lottare per l’indipendenza; avrei dedicato più tempo alle pratiche religiose e soprattutto avrei incontrato Sua Santità il Dalai Lama, incarnazione del Buddha della Compassione” (pag. 237).
Palden Gyatso, Tibet, Il fuoco sotto la neve, Sperling &Kupfer Editori, 1997

http://it.wikipedia.org/wiki/Palden_Gyatso
http://www.lankelot.eu/buddismo
http://www.lankelot.eu/Tibet