Rileggendo Anna Karenina contemporaneamente a La fuga di Tolstoj di Alberto Cavallari: il romanzo degli ultimi giorni di vita del grande scrittore russo

Questa estate ho deciso non solo di leggere ma di rileggere. Quello a cui mi sto dedicando ora è Anna Karenina di Lev Tolstoj. Me lo sto gustando molto più della prima volta. A dire il vero lo sto centellinando perché quando lo avrò finito come ritornare “agli altri normali romanzi del giorno d’oggi”? Allora ho ripreso in mano anche La fuga di Tolstoj di Alberto Cavallari perché la vita del grande scrittore russo, e soprattutto i suoi ultimi giorni di fuga dalla propria famiglia, sono davvero il romanzo più bello che lui ha potuto non scrivere ma vivere. Nel duello Dostoevskij – Tolstoj ho sempre pensato che il primo fosse più affascinante del secondo, che in lui si declinassero più sfaccettature e contraddizioni dell’animo umano. Ma ora che sto rileggendo Anna Karenina mi rendo conto dell’inarrivabilità di Tolstoj nell’indagare e saper trasferire in parole gli stati psicologici, gli improvvisi cambiamenti d’umore dei suoi personaggi. E quindi d’ora in poi non ci sarà più in me questa contrapposizione tra Dostoevskij e Tolstoj. Entrambi sono grandissimi pur nella loro diversità di visione. Rileggendo Anna Karenina mi è venuto spontaneo interrogarmi su quanto di personale ci sia da parte dello scrittore nel personaggio di Lèvin. Nella mia giovanile lettura del romanzo avevo trascurato questo personaggio per farmi unicamente travolgere dalla storia d’amore tra Anna e Vrònskij. Ora invece mi sono resa conto di quanta importanza si dia nel romanzo al personaggio di Lèvin, anche perché in parte la sua vita corrisponde a quella effettivamente vissuta da Tolstoj. Entrambi proprietari terrieri insoddisfatti sia sul piano personale che su quello della conduzione della loro proprietà agricola, invidiano la vita semplice e faticosa dei loro contadini, pur non essendo capaci di rinunciare ai loro privilegi. Tolstoj visse profondamente e dolorosamente questa contraddizione, ne fu lacerato per tutta la sua vita. Si vergognava della sua vita di ricco proprietario e di famoso scrittore nella necessità di mantenere in un lusso che lo disgustava la sua numerosa e insaziabile famiglia. Detestava la vita familiare ed era arrivato dopo decenni di liti e incomprensioni a odiare sua moglie Sofja. Più volte aveva meditato di lasciarla per dedicarsi ad una vita solitaria e frugale.
Il libro di Cavallari racconta come la decisione di lasciare la moglie, la famiglia e la casa dove era nato e cresciuto arrivò per lo scrittore russo a 82 anni nella notte tra il 27 e il 28 Ottobre del 1910. Verso le 3 sentì che Sofja frugava nello studio accanto alla stanza dove lui dormiva tra le carte del suo diario come era solita fare per scoprire i suoi pensieri più segreti. Questa volta però ciò lo riempì di un’insopportabile ripulsa, lo esasperò oltre misura. Si alzò, si vestì e fuggì. Non fu la sua una decisione tra un prima e un dopo. Fu qualcosa che accadde. Fu un’azione da compiere spinto da una forza inarrestabile. Portò con sé il suo medico personale e la figlia prediletta Sàsa.
Il tema della fuga mi affascina particolarmente. Anni fa ci scrissi un romanzo che si intitolava I pesci altruisti rinascono bambini ( titolo dovuto a come finisce il libro ). E’ la storia di una giovane donna che un mattino prende e se ne va di casa, e comincia così la sua seconda vita di vagabonda.
La gente scappa. Un bel giorno lo fa. E se qualcuno le chiedesse perché non saprebbe rispondere. E’ un’esigenza così intima, così profonda da non potersi definire a parole. Alberto Cavallari in La fuga di Tolstoj fa una breve e intensa ricostruzione delle tappe del Tolstoj in fuga dalla sua immensa tenuta di Jasnaja Poljana. Lo scrittore russo è come avesse sempre vissuto una vita non sua in cui la scrittura, l’andare per ore a cavallo ogni giorno e la caccia ne erano le uniche vie di fuga. Fino 82 anni. Ora il dado era definitivamente tratto. In carrozza attraversando boschi e fango, in treno in terza classe vicino al popolo.