A proposito del film L’ultimo lupo


Sembra un film sui lupi e la steppa –
per gli occhi è questo –
ma non le nuvole (bellissime)
e i paesaggi ( meravigliosi)
non i lupi
e non la Mongolia
non i personaggi
l’erba
le gazzelle
i cani
le pecore
le colline
i sassi
gli uomini
le donne
i bambini –
non la magia di tutto questo
fa grande il film –
l’essenziale è il racconto
di un grande fisosofico-pratico
insegnamento:
c’è l’equilibrio
e c’è la rottura dell’equilibrio –
nel film c’è un equilibrio
è tra
lupi
gazzelle
umani
pecore
erba
estate
inverno –
tutte queste cose formano
uno stabile equilibrio di bisogni
che si soddisfano a vicenda –
se si muta un aspetto
l’equilibrio si spezza
si rompe
allora è il caos
la guerra degli uni verso gli altri –
la storia raccontata insegna
che non c’è il bene
e non c’è il male
c’è l’equilibrio
e la rottura dell’equilibrio
da qui il caos –
vado oltre
seguendo la teoria del bioregionalismo
di Gary Snyder:
solo nel selvatico ci può essere equilibrio
perché l’equilibrio
si crea solo spontaneamente
come è accaduto fino
all’invenzione dell’agricoltura –
come nel film L’ultimo lupo

Nel  luogo del selvatico

Ho il mio passo
che avverte che ci sono-
la mia gola ha parole non versi
per segnare il tempo-
la mia voce selvatica
è il silenzio e assomiglia
al grido del gabbiano
……………………………..
Sul pioppo bianco
ferite o illusioni,
una divinità piccola
inginocchiata
devota a se stessa-
anni passati
vicino a questa chiusa,
fonte battesimale
di mille formiche
e cuculi,
insetti e pesci-
vicino al tronco bianco
c’è uno spazio
di immobilità e calma
che domani non ritroverò più-
una formica
lo attraversa di corsa-
deve portare una messaggio-
sono io la formica,
ricordi?
……………………………..
un racconto:
cinque tartarughine
a gran fatica ruppero il guscio
uscirono dalla terra-
sole corsero verso l’acqua-
dentro ognuna di loro la Vita
disse: corri, corri
solo i più veloci ce la fanno-
ma forse un airone
dalle ali bianche
come quelle degli angeli
arrivò lentamente-
tre minuti di vita:
una vita intera
………………………………..
dice la volpe: se gli mangi la testa
sei sicura che è morta
e non ti può più scappare


La piccola lepre

Il rumore
della ghiaia pestata
copre la vista
di quel che accade intorno-

il mio sguardo distratto vaga
sui bordi sgargianti e verdi
della strada sterrata-

su un  lato, in mezzo all’erba-
come buttata lì
come un rifiuto
un cartone
una bottiglia vuota-
sta il ventre
squarciato e vuoto
di una piccola lepre-

le zampe sono
di un bel colore
chiaro, solare,
il muso
se lo sono portati via
o mangiato-
il mio cane l’ annusa appena,
poi riprende il cammino-
troppo tardi è arrivato

SSCN0130

Ortus conclusus

Siedo e ascolto
mentre là fuori sparano
perché è giovedì
e sono le 9,41
sparano
fanno proprio PAM! PAM!-

come in quei
vecchi ingenui fumetti-
sono spari veri invece
e fanno lo stesso PAM! PAM! –

hanno rotto pelle, carne

cuori-

là dove si va a passeggiare

sotto l’argine

o sull’argine

dove il cane

annusa

dove io guardo, odo

annuso e scrivo-

qui si cinguetta tranquilli-

ortus conclusus

ARGENTA valleCampagna

sole di luglio-
spira un vento
chiaro, leggero, fresco-
anima i girasoli
l’erba medica
e i fossi erbosi-
dai finestrini
non vedi niente
e pensi
a una campagna solitaria,
al caldo,
al sole accecante
grande in mezzo
al cielo senza nubi-
se cammini o pedali in bicicletta,
se osservi e odi
quel che succede intorno,
senti strane presenze
tra gli alberi, i cespugli
le foglie del sorgo-
pensi sia il vento-
invece sono mille vite
che sbucano
improvvise da un cespuglio
rumoreggiando
furiosamente-
oppure é un luì
piccolissimo
che vola e strepita
a strappi, singulti
come chi ha perso tutto
o il nido affettuoso-
poi improvviso
il gran getto d’acqua
fresco d’arcobaleno
coi suoi colori antichi-
poi c’é la terra viva
già rivoltata
a grandi zolle umide e lucenti-
e l’ombra
della pila del fieno
dove vorrei
sedermi, rifugiarmi
nascondermi-
infine
la gran sorpresa
del nero stormo
che entra – esce
dal campo fitto, verde, alto
per poi tuffarsi tra i girasoli
tutto insieme o a gruppi-
là dentro migliaia di occhi
cercano cibo, acqua, rifugio
nessuno potrà dire:
campagna desolata e vuota

mattino d’ottobre

dalla nebbia segreta
l’eco di spari
s’apre un varco
nell’ aria mattutina-
gracchia più forte il corvo,
avverte tortore e colombe,
vite sommerse
d’alberi e cespugli,
la terra stessa
appena lavorata-
uno stormo immenso
come un tornado nero
s’aggira alto nel cielo
narrando geroglifici,
disegnando spirali,
corridoi azzurri,
nuotando in montagne d’aria-
infinito é l’argine
ma lontano