Sesto manifesto degli Imperdonabili. Perché il realismo è l’impossibile di Luca Fassi

tratto da https://www.wildworld.cloud/2019/11/19/sesto-manifesto-degli-imperdonabili-perche-il-realismo-e-limpossibile/

Fotografia a corredo di Michela Bin, per gentile concessione dell’autrice. Nata a Trieste nel 1972, Michela Bin è laureata in archeologia medievale presso l’Università di Trieste; appassionata di fotografia da sempre, ha approfondito le sue conoscenze, tra gli altri, con Graziano Perotti.

Luca Fassi nasce a Marcallo con Casone, in provincia di Milano, nel 1982. Laureato in economia, vive e lavora a Saint Joseph, in Michigan. Con Transeuropa ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, Termomeccaniche, nel 2019.

Gran parte dell’offerta editoriale odierna si fonda sulla reazione del lettore a qualcosa che gli è stato dato sulla base della sua reazione a qualcosa che gli è stato dato sulla base della sua reazione e così via, in una spirale dove la creatività svolge un ruolo sempre più secondario, ci si prendono pochi rischi e si prova ad addomesticare il cosiddetto “consumatore”.

Tanti settori funzionano in questo modo, e il metodo spesso paga, soprattutto quando si parla di pannoloni, tostapane o barrette energetiche.

Ma l’editoria ha reagito malissimo alla cura applicativa delle teorie del marketing consumer-centrico, e ora persino la sedicente élite illuminata si ritrova a lavorare sempre più sulla bottom line, sull’investimento sicuro e sulla riduzione dei costi, provando a rallentare l’inevitabile.

In questo contesto, affrontare il mondo editoriale ha senso soltanto se a guidarci è la passione.

Per questo mi chiedo come mai editori più o meno blasonati si ostinino a congestionare gli scaffali di autori tutti uguali, romanzi di genere con la stessa trama, o peggio, che cavalcano ondate ideologiche che fanno notizia; se la pantomima si riduce a questo, perché non scegliere mercati più redditizi? Gli elettrodomestici, per esempio, sono un mondo meraviglioso dove l’innovazione tecnologica, limitata ma costante, può fornire un certo tipo di rassicurazione evolutiva esistenziale alla quale tanti romanzi che ci spiegano come vivere non arriveranno mai.

Tanti addetti ai lavori nel mondo dell’editoria dovrebbero seguire questo consiglio, anche se il loro successo sarebbe tutt’altro che scontato, le lavatrici non fanno per tutti.

Il cinema ha saputo cambiare pelle: negli ultimi vent’anni il mockumentary e il found footage hanno fatto da ariete alle produzioni indipendenti, insieme alla diminuzione dei costi della post-produzione e dei CGI.

Persino la fantascienza, genere notoriamente bisognoso di investimenti per funzionare, subisce l’attacco del mercato indie: Primer è considerato da buona parte della critica specializzata uno dei film più visionari degli ultimi dieci anni ed è stato prodotto con un budget di settemila dollari… Altro che Interstellar.

Ma per lo meno Nolan fa soldi e ha un pubblico. Per lo meno il trentaquattresimo film sugli Avengers trascina la gente nelle sale. Così come l’ennesima serie uguale a Stranger Things, con il bullo e il quattrocchi con le tettine.

L’editoria non ha nemmeno questa scusa.

E se non c’è cuore e non ci sono soldi, se non c’è sèguito, quel che rimane è quanto viene definito status, ovvero l’anticamera dell’Inferno, l’ultima e più flebile barriera che separa ogni oligarchia dal patibolo.

Come reagire e tornare a fare ricerca? Come introdurre qualcosa di concreto per invertire la tendenza morente?

–Estromissione del discorso economico: qui non ci sono soldi da fare, o per lo meno, non allo stato attuale delle cose e non se si vuole restare liberi. I cineasti indipendenti di solito indebitano le loro famiglie per autoprodurre un sogno, ci guadagnano poco o niente, però vengono premiati ai festival, e migliaia di appassionati in giro per il mondo guardano il loro film più o meno legalmente. Un sottomondo dove non è il denaro a dominare, ma le storie trovano comunque il modo di diffondersi, e l’importante è questo.

-Scomparsa totale: Sparire completamente e lasciare quel che di buono si è riusciti a spremere sulle pagine. Questo è l’unica cosa che conta. A nessuno interessa se abitiamo su una montagna con le capre, se amiamo i nostri figli, se siamo di bell’aspetto, se salviamo le balene o se manifestiamo per una buona causa. Curiamo la nostra anima in silenzio.

-Intolleranza verso la reiterazione di modelli sterili: data l’urgenza del cambiamento richiesto, siamo costretti a giudicare alla stregua di perdite di tempo tutti gli sforzi letterari che si muovono su un solco già tracciato. Non ci interessano buoni libri, servono libri che introducano elementi nuovi, e su questo dobbiamo essere durissimi, specialmente con noi stessi.

-Nuovo realismo: la letteratura non deve essere rappresentazione della realtà, una copia non sarà mai bella quanto l’originale, e noi non vogliamo partire sconfitti. Il nostro cervello elabora gli stimoli esterni in base a quanto gli è utile per rendere agevole l’adempimento delle nostre funzioni vitali: di conseguenza, la realtà ci appare attraverso un’immagine semplificata, come se fosse dipinta su un muro. Chi scrive deve essere in grado di produrre in questo muro fessure attraverso le quali il lettore possa guardare oltre. Un libro deve essere un varco. Non importa se lo sforzo che ci richiede aprire la fessura ci impedisce di guardarci attraverso, scrivere deve essere un atto altruista.

Dobbiamo dare ai lettori abissi che restino con loro per settimane, ingannarli a morte, perseguitarli nei loro incubi con realtà impossibili che di colpo gli appaiono come validissime attribuzioni di significato.

Solo così il romanzo realista tornerà ad assumere il suo carattere di necessità.

La ricostruzione deve ripartire da qui.

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