Corso di Prosa spontanea Associazione Primo Levi di Bologna
Insegnante Dianella Bardelli
Prima lezione  25.2.2011

Introduzione alla scrittura spontanea

Dianella: In questo corso vorrei smitizzare l'idea che la scrittura sia qualcosa per le persone colte, uniche al mondo ad avere accesso all'ispirazione. Chiunque se ha talento, pazienza ed esigenza di farlo, belle storie da raccontare o poesie da scrivere lo può fare. Io sono molto fedele a questa idea.
Il metodo che cerco di insegnare in questi corsi è quello dell'improvvisazione di scrittura; anche nella musica esiste, non solo nel jazz ma in tutti i tipi di musica. C'è la possibilità nella musica che l'esecutore sia nello stesso momento anche il compositore. Non c'è separazione tra composizione ed esecuzione. Anche nell'improvvisazione di scrittura non c'è separazione tra composizione ed esecuzione, non c'è un prima e un dopo, non c'è un prima in cui penso cosa scrivere e un poi in cui lo eseguo. Anche nella nostra vita quotidiana noi improvvisiamo, mica meditiamo sempre sulle scelte che facciamo, anzi le più importanti della nostra vita non sono state scelte che noi razionalmente abbiamo preso, quelle più importanti nascono dall'intuito.
Seguo una tradizione, il buddismo, che mi ha molto aiutato nella mia attività letteraria, soprattutto in questa smitizzazione del sapere e non sapere fare, come se fosse una cosa definitiva in cui ci sono quelli che sanno fare, per sempre, e quelli che non sanno fare per sempre; questo pensiero dualistico nel buddismo si cerca di eliminarlo a favore del fluire della vita. Questo mi aiuta nella scrittura. Il corrispondente del fluire della vita è l'improvvisazione di scrittura. Nell'improvvisazione di scrittura si comincia dalla prima cosa che viene in mente, senza scegliere, andando avanti per associazioni di idee. L'improvvisazione corrisponde perfettamente all'andamento della vita, in cui tutto è provvisorio e la vita fluisce con propri meccanismi che noi non possiamo controllare; perché vogliamo allora controllare la nostra mente se tutto il resto non lo controlliamo? La mia idea è questa: la nostra mente quando si esprime liberamente utilizza un linguaggio che va un po' cercato, stimolato, allenato, che è quello della poesia, quando la mente fluisce liberamente, quando noi non la costringiamo, quando noi non la condizioniamo, la mente si esprime liberamente con delle parole che io penso siano parole poetiche. Diceva Keroauc “ tu sei sempre un genio”. Lo dice in “Scrivere Bop”. Cosa significa questa frase? Se la mia scrittura è onesta, se la mia improvvisazione rappresenta veramente questo momento che io sto vivendo, se è vera vita, può essere brutta, la cancellerò, la butterò, però non la rinnegherò. Dobbiamo essere un po' orgogliosi, dobbiamo fare in modo che questo corso ci porti un po' di autostima; naturalmente questo è il contrario della vanità, che mi fa usare parole poetiche “belle”, quelle che mi fanno fare bella figura. Ognuno di noi ha un linguaggio dell'anima. Delle emozioni, dei sentimenti. Se noi accediamo a questa parte, se ci colleghiamo a questa parte di noi, la nostra parte interiore, quello che noi scriviamo sarà sempre bello. Nell'improvvisazione noi scriviamo quello che c'è in questo momento, nel qui e ora.
Primo studente: però c'è una forma di pudore…abbiamo tutta una serie di gabbie per cui per fare quello che dici tu devi destrutturare…
Secondo studente: devi aprire il cancello
Primo studente : devi aprire il cancello, e non è che lo apri su qualche cosa di bello, ma su qualche cosa rispetto al quale tu stesso vedi di essere alle prime armi…
Terzo studente: a volte quando scrivo mi viene da piangere..
Dianella: bello questo…
Terzo studente: delle volte devo anche smettere
Quarto studente: succede anche a me
Terzo studente: quando scrivo parto da un'idea e poi vado avanti anche tre, quattrocento pagine; cambio ogni volta tema; se mi sveglio la mattina e mi viene in mente un ragazzo che viaggia nel cosmo io scrivo questo ragazzo…che dal giardino guarda le stelle e sogna di viaggiare.
Dianella: per chi già scrive questo corso può essere una specie di palestra, come allenamento, poi se c'è qualche spunto uno lo può utilizzare.
Terzo studente: io lo faccio solo per la passione mia…per me, da un po' di tempo a questa parte mi è venuta anche la passione della poesia…mi capita alle quattro, alle cinque della mattina…mi tocca scendere dal letto e andare a scrivere…quando mi viene su qualcosa lo devo scrivere sennò mi va via
Dianella: la mattina per molti scrittori è un buon momento perché la mente è più libera.
Ecco questa era un po' l'introduzione che volevo farvi; vi consiglio di leggere Scrivere Bop di Kerouac, qualcuno di voi che mi conosce sa che la Beat Generation è la tradizione che io seguo a livello di scrittura. Questi scrittori hanno cominciato a scrivere intorno agli anni '40 e sono stati gli iniziatori di queste idee che vi ho esposto, di questa concezione della mente umana che poteva dare origine a questo tipo di scrittura. Poi in questo secondo corso a differenza del primo, introdurrò l'analisi di qualche romanzo; a differenza degli anni scorsi, comincerei con uno uscito da poco, Crazy Heart di Thomas Cobb ( in questo mio blog ne ho scritto una recensione ).

Gli esercizi
Il primo esercizio di improvvisazione che scriviamo ha questo titolo: bocca. Adesso scriviamo partendo dalla prima parola che ci viene in mente senza pensare a cosa scriviamo, cerchiamo di scrivere di getto, anche io scrivo, poi chi vuole legge agli altri il proprio scritto.
Dopo che le persone hanno scritto la loro improvvisazione ognuno legge il proprio testo.
Dianella: chi vuole a casa può fare un testo su questo titolo : il primo bacio; ma quello che scrivete lo dovete attribuire a due personaggi inventati; si tratta di abbozzare una scena di un eventuale racconto; allora dovrete sapere molte cose: il luogo, il tempo, chi sono i due personaggi. Chi legge dovrebbe intuire queste tre cose.
A questo proposito vi leggo l'incipit di Crazy heart, che ha un linguaggio molto semplice, però appena leggiamo l'inizio “vediamo”quello che lo scrittore indica. Se quando leggiamo vediamo quello che lo scrittore ci indica, vuol dire che la cosa è riuscita. Anche nella vostra scena del primo bacio, anche se voi non li dite, il luogo, il tempo e chi sono i personaggi, chi legge lo deve intuire. Ognuno poi lo intuisce a modo suo.
Il terzo studente: potrei scrivere: quel giorno era morto il papa e Tizio e Caio alla sera si ritrovano…
Dianella: sì, però io direi che questo è aiutarsi troppo…Fate conto che quello che scriverete sia una pagina di un intero romanzo, quindi che il Papa era morto avviene prima; questo è come un capitolo, una parte, dove questi due personaggi voi dovete deciderlo prima chi sono e in quale tempo e luogo si trovano. Ma senza dirlo perché questo è solo una parte di questo ipotetico romanzo. La costruzione di un romanzo non è come scrivere un'improvvisazione o una poesia, è una cosa molto più complessa. Ha più a che vedere con la costruzione di una casa. Deve stare in piedi. Sia che sia scritto in uno stile tradizionale o sperimentale, come nel caso di Kerouac, deve stare in piedi. A molti Kerouac non piace e dicono che quello che scrive non sta in piedi, Secondo me sta in piedi divinamente, ma io sono un'appassionata. Mi ci tuffo e mi ci vedo benissimo, però posso capire che a certi non piace. In tutti i casi luogo, tempo, personaggi devono essere lasciati all'immaginazione del lettore, ognuno di noi se li immagina in maniera diversa. Se non immagino niente quel racconto o romanzo non funziona.
Quarto studente: ma ci vuole molta fantasia.
Dianella: adesso vi dico una cosa sulla fantasia. La fantasia…sapete quando si dice…un dono del buon Dio…sia che ci sia creda o no. Con la fantasia noi nasciamo, come con il fegato, il cuore, i polmoni. Noi nasciamo con una mente che immagina
Quarto studente: allora perché io non ce l'ho?
Dianella: lei non la vede, bisogna un po' volerla vedere.
Quarto studente: io ho sempre bisogno di stimoli
Dianella: di stimoli in questo corso ce ne saranno. Faremo molti esercizi come nel primo corso sui cinque sensi, però vorrei anche indirizzarvi verso la costruzione del racconto con gli ingredienti che vi dicevo: tempo, luogo, personaggi. Bisogna mettersi lì e chiedersi: in che epoca vorrei ambientare il mio racconto? Ma se mi dico “non lo so fare”, questo è come uno schermo tra me e la mia immaginazione.
Quinto studente: volevo chiedere una cosa sulla prima e terza persona…la differenza e la difficoltà…
Dianella: chi scrive un romanzo, un racconto, chi scrive prosa utilizza la prima o la terza persona, il tempo del racconto è il presente o il passato; posso scrivere un romanzo in prima persona usando sempre il tempo presente o posso scrivere in prima persona usando il passato; o in terza persona usando presente o passato; da cosa dipende? Dipende da me, non è un fatto oggettivo, non è come una tecnica …non come per le regole del calcio, sono quelle e non si cambiano. Nel campo della scrittura ogni scrittore deve personalizzare le regole; ci sarà un romanzo che scrivi in prima persona anche se non sei tu il personaggio della storia che racconti. In questo secondo corso faremo delle improvvisazioni ma anche qualche passettino in più un po' più difficile, quel difficile che affronta chiunque si metta a scrivere un racconto. A meno che tu non sia in uno stato di grazia e tutto ti viene bene di getto. Questo accade. Un romanzo intero ti può venire di getto perché quando Kerouac nel suo diario “Un mondo battuto dal vento”, dice : “stanotte ho scritto 5000 parole”, è chiaro che il romanzo sarà scritto di getto. Lui aveva questa prodigiosa capacità di scrivere di getto, che poi ha perso. Ad un certo punto ha perso l'ispirazione. Se io sono uno scrittore come Kerouac che ha scritto finora di getto, non posso diventare uno scrittore che prima di scrivere riflette.
Quinto studente: quindi ci sono scrittori che scrivono indifferentemente in prima o in terza persona.
Dianella: sì, dipende dalla storia
Quinto studente: la prima persona mi appartiene di più
Dianella: non è detto, io posso raccontare la mia storia usando la terza persona; il mito da sfatare è che si scriva solo di cose che si sono vissute. Ci sono scrittori che hanno scritto solo quello che hanno vissuto loro; Primo Levi, Kerouac…Manzoni no; possiamo prendere spunto da alcuni aspetti della nostra vita, ma non è un'autobiografia se è un romanzo. Ci saranno comunque delle parti inventate, la differenza tra autobiografia e romanzo è grande.
Quinto studente: l'immaginazione per partire deve comunque avere dei punti fermi…
Dianella: sì deve partire da qualcosa di concreto, la sedia rossa che ho qui davanti ad esempio. Poi si lavora di immaginazione. Quindi c'è sempre sia quando si parte da una storia vissuta da noi sia quando si immagina un'altra storia. Per esempio per il lavoro che farete a casa sul primo bacio, visto che non siete voi, vi dovrete domandare: chi voglio che siano i due personaggi? In quale epoca li voglio mettere? Non dobbiamo cadere nella trappola di metterli in un'epoca che conosco, non è così…Ci può essere un'epoca che non conosco ma che su di me ha una grande suggestione. Cos'è una suggestione? E' un'idea carica di energia che mi fa scrivere. Bisogna seguire la mente dove ti porta, non dove vuoi tu; portare la mente dove vogliamo noi è castrare l'immaginazione, l'immaginazione ha suoi modi …la nostra immaginazione vorrebbe andare per conto suo…siamo noi che la fermiamo, che diciamo no, la storia non la metto in questa epoca perché di questa epoca non ne so niente…Naturalmente la banalizzazione è alle porte…la banalizzazione nella narrativa è sempre alle porte. Ma spesso la banalizzazione arriva perché non diamo libero sfogo alla cascata che è l'immaginazione.
Quarto studente: dipende dal fatto di essere troppo razionali; io sono troppo razionale. C'è una mia amica che scrive su qualunque cosa, lei vede poesia dappertutto…
Dianella: la parte razionale è troppo invasiva; se uno si dà ad una attività artistica come la scrittura questa razionalità la deve mettere da parte. L'immaginazione ha bisogno di spazio.
Adesso leggiamo l'incipit di Crazy heart:
“ E' in mezzo al parcheggio del bowling davanti al suo furgone Dodge del '78 con le valvole bruciate”.
In questa prima frase sembra che non ci sian nulla, ma c'è già tanto. Ci sono già tutti gli elementi del romanzo. C'è il parcheggio, c'è il bowling, c'è il furgone che è del '78 quindi vecchio e le valvole bruciate. C'è già tanto in questa frase. Cosa c'è? Ci sono degli oggetti, non parole astratte. Tutti sanno cos'è un parcheggio, un bowling, c'è un furgone vecchio e con le valvole bruciate, c'è qualcuno quindi che è in bolletta. Sembra facile questo incipit, ma è quel facile che bisogna un po' saper fare. E' un incipit accattivante.
Poi prosegue:
“ Si scolla la camicia di dosso. E' fradicia, si incolla di nuovo alle pelle appena la stacca. Un cartellone in alto annuncia : CAMPIONATI INVERNALI AL VIA. Sotto c'è scritto: BAD BLAKE/ LA STAR DEL COUNTRY/ VENERDI' 12 AGOSTO”.
Facciamo il caso di Zucchero o Vasco Rossi, se sono abituati ad esibirsi negli stadi il giorno che devono suonare al bowling come si sentono? Male. L'ha scelto l'autore di iniziare in questa maniera, di annunciare la decadenza del personaggio con degli oggetti. Questo inizio qualcosa insegna, anche se noi non li faremo così i nostri incipit, può essere di insegnamento l'idea che se il lettore vede quello che noi scriviamo, vede proprio come se fosse un film, è già riuscito il nostro testo, perché vuol dire che l'immaginazione del lettore si è attivata, ma se si è attivata vuol dire che c'è stato interesse ad attivarsi. Naturalmente può essere vero anche tutto il contrario. Non è una regola fissa, la tengo presente nella misura in cui voglio scrivere un racconto “visivo”, se invece voglio scrivere un racconto filosofico farò un'altra cosa. Non è che tutte le volte applichiamo lo stesso “espediente”, chiamiamolo così. Poi ci sono i geni, Hemingway faceva “vedere” anche solo con i dialoghi. Neanche con le descrizioni. Perché nei racconti di Hemingway non ci sono. Ci sono racconti che sono solo dialoghi. Allora uno si dice: come faccio a “vedere” se sono solo dialoghi? Eppure si vede. E' una specie di magia, se andate a leggere “Colline come elefanti bianchi” è quasi solo dialoghi. L'autore non dice mai di cosa stanno parlando i due personaggi. E usa solo i dialoghi per raccontare. Noi pensiamo che in un racconto quando due parlano debbano parlare di cose molto alte. Bisogna sapere inventare dialoghi in cui i personaggi agiscono un conflitto parlando di sale e olio. Perché nella vita è così. Delle volte diciamo un “passami il sale” che è tutto un programma. Ma non si tratta solo di tono ma di sentimento. Quello che l'altro avverte è il sentimento non il tono. Perché le parole vengono veicolate da un'energia che viene da dentro. Il tono può essere dolce ma l'altro sentire la mia ferocia, non da tono. Il difficile dello scrivere è creare mondi con le parole. Perché se noi pensiamo di dover creare solo delle parole, non è quello che dobbiamo fare. Dobbiamo creare mondi come fosse una magia, con la bacchetta magica, una cosa che non c'era adesso c'è. Allora non conta quante parole conosciamo, conta quanto siamo capaci di provare a rendere un conflitto tra due persone parlando d'olio, sale, pasta e vino. Ci potremo provare a fare questo esercizio.

 I lavoratori alla madre di Cristo”

La statua è piccola
caduta in tanti pezzi
e ricomposta –
dentro il tempietto agreste
il viso è in ombra
la veste splende –

davanti ai campi
la santa energia
si spande
diventa silenzio
e prende il cuore

Domani Venerdì 25 Febbraio alle ore 15  presso l'Associazione Primo Levi di Bologna, via Azzo Gardino 20/B, inizierà un mio Corso di Scrittura Creativa. Quello che proporrò sarà la tecnica della Improvvisazione di scrittura attraverso esercizi su  qualunque cosa abbia a che vedere con la vita intesa come i cinque sensi più la coscienza. Prenderò in esame anche la tecnica letteraria di alcuni scrittori. Oltre al "mio" solito Kerouac, proporrò il romanzo di Thomas Cobb, Crazy Heart ( Einaudi Stile Libero ); per iscriversi si telefona qui: 051/249868

In internet i libri che ho pubblicato li puoi acquistare ad esempio qui:

http://www.webster.it/vai_libri-author_Bardelli+Dianella-shelf_BIT-Bardelli+Dianella-p_1.html

 Sopra il muro

Su un rosso muro di mattoni
morbida cresce una peluria verde
antenne sottili e gialle l’ornano
come giunchi acerbi di palude –
da me è un mondo a parte
precario, gracile
bellissimo e gentile –
è qui tra noi
nel nostro mondo, dico,
lo posso toccare, accarezzare
e naturalmente distruggere, se voglio –
è un pianeta lontano
incomprensibile
giovane
inaccessibile –
ha un’anima diversa dalla nostra –
cresce d’inverno
nell’umido e nel freddo
secca col sole
muore ma non uccide

 Bailey Derek, L’improvvisazione sua natura e pratica in musica
  L’improvvisazione viene prima di ogni altra musica dato

che la prima esibizione musicale del genere umano
non può essere stata che una libera improvvisazione” (D. B.)

 Pratico l’improvvisazione di scrittura ogni giorno. Nella definizione che ne danno nei loro saggi Kerouac e Ginsberg, l’improvvisazione di scrittura non ha lo scopo di produrre un testo bello, accettabile esteticamente, ben strutturato, e pieno di autocompiacimento per chi la scrive. Lo scopo è un altro. Quello di rappresentare in forma letteraria il qui e ora della coscienza. Kerouac non correggeva le sue produzioni. Ginsberg a volte sì, diciamo che per lui spesso l’improvvisazione era la prima stesura. Poi se voleva, correggeva. Più si ha talento e allenamento più l’improvvisazione è perfetta e non va corretta. Come disse una volta Gregory Corso, se cammino da qui a lì questo evento dopo non si può più correggere.
Nell’improvvisazione musicale questo è ancora più vero perché avviene spesso davanti ad un pubblico. In questo caso il brano improvvisato non si può correggere, se c’è errore rimane, così pure se c’è imperfezione. Come dice Andy Hamilton in Jazz as classical music, l’improvvisazione obbedisce all’estetica dell’imperfezione.
Similmente Derek Bailey parla dell’improvvisazione musicale come di qualcosa che ha a che vedere con la pratica-pratica. Non è la realizzazione di una teoria, o di un dopo che mette in pratica un prima.
Adoro questa definizione perché corrisponde al processo durante il quale la vita prende consapevolezza di se stessa. E’ il qui e ora, prima fondamentale massima della meditazione buddista che usa il respiro umano, che c’è sempre fino a che c’è vita, come strumento dell’attenzione consapevole.
Intervistato da Bailey Ronnie Scottafferma “ mi sembra che accade che uno perde la coscienza del suonare…forse si lavora inconsciamente e quando questo succede ispirazione, duende, chiamalo come vuoi…allora ci si sente veramente bene. Si prova qualcosa tipo: dovrei essere proprio quello che ora sono” (pag. 116). Durante una chiacchierata con Steve Lacy, quest’ultimo afferma che secondo lui la musica deve tendere verso quello che non conosce già, verso l’ignoto, “altrimenti è la sua morte e la nostra” (pag. 120). Ricordando gli anni ’60 a New York Lacy racconta che quando entrò in scena Ornette fu la fine della tradizione che ripeteva se stessa,la fine di tutte le teorie. Lo stesso avvenne con Don Cherry. Ma,dice Lacy, “mi ci vollero diversi anni per arrivare a capire che potevo suonare e basta…niente canzoni, niente di niente. Solo suonare e basta…L’unico criterio possibile è: si tratta di cose vive o morte?” (pag. 122-123). E aggiunge: “ Sono attratto dall’improvvisazione per via di qualcosa che, a mio avviso, ha grande importanza. Si tratta di una freschezza, di una qualità particolare, che si può ottenere solo improvvisando. …ha qualcosa a che fare con l’idea di limite. Stare sempre sul confine con l’ignoto, pronti al salto. …Se con quel salto si trova qualcosa, allora quella ha per me un valore più grande di qualsiasi cosa si possa preparare” (pag. 125).
L’improvvisazione viene osteggiata soprattutto nel campo della musica classica occidentale. L’esecuzione di brani musicali classici prevede che l’esecutore maneggi la musica sotto un rigido controllo. “ l’esecuzione diventa un atto di genuflessione…da ciò discende la considerazione che l’improvvisazione sia un’attività frivola o addirittura sacrilega” (pag. 141). Nella musica contemporanea questa rigidità nei confronti del compositore invece a volte è abbandonata a favore di parti improvvisate. Bailey fa l’esempio della modalità in cuiStockhausenfece effettuare alcune registrazioni di Ylem. Gli strumentisti venivano invitati a improvvisare in certi spazi di silenzio. Alcune volte in maniera del tutto casuale avvenivano momenti intensi e significativi.
Nel rock invece l’improvvisazione entrò a partire dal periodo psichedelico, nel 1967. Quasi tutta l’improvvisazione nel rock è di derivazione blues, a parte quella di tipo più sperimentale che si discende dalla musica elettronica.
Molto interessante in questo libro è il capitolo che riguarda il rapporto tra musica improvvisata e pubblico. Bailey afferma a questo proposito che “è stato regolarmente dimostrato come la approvazione da parte del pubblico costituisca un pericolo per l’improvvisatore. ..Quando un musicista nota una reazione positiva da parte del pubblico è tentato di riprodurre l’effetto che ha condotto a quella reazione …I suoi concerti si trasformano in numeri di rivista, in cui l’ispirazione è esclusa o trasformata in metodo commerciale” (pag. 103-104). E aggiunge: “ Innegabilmente il pubblico dell’improvvisazione,attivo o passivo, in sintonia o ostile, ha un potere che nessun altro pubblico ha” (pag. 105). A questo proposito Bailey chiede a Steve Howese quando improvvisa a casa la musica è diversa rispetto a quella improvvisata in pubblico. Steve dà una risposta ovvia ma molto interessante a proposito di quanto tutti noi esseri umani ci facciamo condizionare dal giudizio altrui. Uno dei motivi che personalmente mi spingono alle improvvisazioni di scrittura è proprio quello di cercare di liberarmi da questo condizionamento. In questo senso improvvisare può essere anche terapeutico. Dice quindi Steve: “ Credo che quello che suono a casa sia piuttosto unico, al contrario di quello che faccio in scena. Sono convinto che alla presenza del pubblico corrisponde una richiesta di far bene mentre quando si è a casa non c’è alcuna richiesta, si è talmente distesi che credo che una persona può venir fuori con la sua musica migliore” (pag 104). A questo proposito Bailey fa notare che per ovviare al condizionamento che può rappresentare il pubblico rispetto a chi suona, Charlie Parker quando improvvisava gli voltava le spalle.
Nel libro viene dedicato un certo spazio anche all’improvvisazione nella musica indiana, nel flamenco,nella musica barocca, e in quella organistica
Il libro infine fornisce un’ampia discografia di Derek Bailey.
Derek Bailey, chitarrista e musicista inglese ( Sheffield 1930 – Londra 2005)
Derek Bailey, L’improvvisazione, sua natura e pratica in musica, Arcana editrice, 1982. Il libro è tradotto e curato da Francesco Martinelli

Prima edizione 1980
Sull’improvvisazione musicale ho scritto in questo blog anche una recensione sul libro di Hamilton Andy, Lee Konitz. Conversazioni sull’arte dell’improvvisatore

 
 

 Immagino

Immagino il futuro per L'Europa. Quell'andare e venire che è la Storia ci riporterà a viaggiare coi cavalli, ritorneremo agricoli, una specie di realizzazione deformata dell'utopia bioregionale. Nessuno emigrerà più da noi, perché là dove sono insieme alla libertà ci sarà sviluppo, benessere, anche un po' di felicità. Noi torneremo all'antico da cui non ci siamo mai mossi, torneremo ai “Signori”, quelli feudali, che è quel che in fondo abbiamo sempre voluto, e peggio per me e per tutti quelli che in questi anni si sono vergognati e ogni volta hanno pensato che fosse troppo, almeno “questa volta” troppo. Ho letto chissà dove, perché leggo senza costrutto solo alla ricerca della pura ispirazione – ho letto insomma chissà dove, ma lo ritrovo forse dov'è quel chissà dove, che oggi è il primo giorno di quel che mi resta da vivere. Sì, ma io lo vorrei vedere il mio medioevo agricolo, bioregionale ma feudale. Altrove invece sarà democrazia, in Egitto, Libia, e in tutta quella parte di mondo che ha ancora cuore e speranza per andare avanti. Noi no, noi abbiamo solo il tempo di tornare all'antico da cui di cuore e mente non ci siamo mai mossi. Noi vogliamo il“signore”, non il Don Rodrigo di Manzoni, ma quello dopo sì, il suo erede, quello che nel romanzo immenso viene chiamato il Marchese ***; lui è buono è popolare, lo serve a tavola il popolo ma con lui non mangia. 

Questi sono i prossimi appuntamenti che mi riguardano:

  • Mercoledì 23 Febbraio  alle ore 18, allo spazio Eureka dell'Ipercoop Centro Lame, via Marco Polo 3 a Bologna, presenterò un mio romanzo, si intitola Vicini ma da lontano;
  • Venerdì 25 Febbraio alle ore 15  presso l'Associazione Primo Levi di Bologna, via Azzo Gardino 20/B, inizierà un mio Corso di Scrittura Creativa. Quello che proporrò sarà la tecnica della Improvvisazione di scrittura attraverso esercizi su  qualunque cosa abbia a che vedere con la vita intesa come i cinque sensi più la coscienza. Prenderò in esame anche la tecnica letteraria di alcuni scrittori. Oltre al "mio" solito Kerouac, proporrò il romanzo di Thomas Cobb, Crazy Heart ( Einaudi Stile Libero ); per iscriversi si telefona qui: 051/249868

 ;

 Due cieli

Se guardo il cielo azzurro del mattino
e poi gli occhi li chiudo
m’appare un cielo blu, scuro e segreto-
è fatto di cartone ed è animato
come quei libri che se li apri
la favola è di carta ritagliata
diventa fondale dipinto e personaggi –
così è il mio cielo ad occhi chiusi
più blu, forse più bello
ma di cartone 

Il sax d’inverno – ascoltando il sax soprano di L.

C’è un motivo lento nel sax stasera
monotono ma lineare
vorrei saper le note per poterle dire
mentre salgono e scendono
al modo loro, nella melodia

riprova molte volte
dice l’introduzione
più basso canta
rispetto a prima
ma poi sonoro s’alza
a sfidare
questo lungo inverno campagnolo
che non vuol finire-
ma seguire un motivo
al sax conviene?

Frasette baldanzose
un ritmo sincopato
si cerca d’imparare lo spartito
la prova è quotidiana

languido ora
astratto finalmente
non so il motivo
lo chiedo
è……ma non importa in fondo
mi piace più dell’altro
amo l’ego astratto
che a se stesso parla –
adesso escono note basse
fa un verso con la bocca
di rifiuto
a sottolineare l’errore
che io non vedo
perché la musica
io la scrivo
e non mi diletto
d’estetica perfetta

Con “misty”
ritorna ancora sulla melodia
il motivo lo puoi perfino fischiettare –
ma il sax non dovrebbe mai fischiettare –
il sax parla una lingua-anima
tutta sua
e “misty” in fondo vuole dir nebbioso

 

 


 


Gary Snyder
, Madre Orsa (The bear mother)

Leggo dalla quarta di copertina di questo piccolo libro di poesie: “ Gary Snyder poeta e scrittore di fama mondiale, buddhista laico, bioregionalista praticante. Vive alle pendici della Sierra Nevada, in California. Con la poesia ha ridato voce alla vera natura dentro e fuori l’essere umano. Con la scrittura ha tracciato un percorso. Con la vita ha insegnato la pratica del selvatico”.
Aggiungo che ha vinto un gran numero di premi, tra cui il Pulitzer per L’isola della tartaruga ( The Turtle Island ); l’ultimo suo libro pubblicato in Italia è “La pratica del selvatico”,
Fiori Gialli edizioni.
Altri libri di Gary Snyder usciti in traduzione italiana sono: La grana delle cose (Gruppo Abele); Ri-abitare il Grande Flusso (Arianna editrice); L’isola della Tartaruga (Stampa Alternativa); Ritorno al Fuoco ( Coniglio editore).

 

Madre Orsa, contiene un gruppo di poesie (in lingua originale con traduzione a fronte) dedicate tutte alla figura dell’Orso. Si rifanno ad una leggenda incentrata sulla figura mitica della Madre Orsa che Snyder racconta nell’altro suo libro “La pratica del selvatico”. Vi sono varie versioni di questa storia ma appartengono tutte alla tradizione orale dei nativi americani.

Nella poesia “ La via a Ovest, Sotterranea (The Way West, Undergound)
si sorvolano come in un volo d’alta quota i luoghi dove vive l’orso:

The split-cedar
smokes salmon
cloudy days pf Oregon,
the thick fir forests.
Balck Bear heads uphill in
plumas county,
round bottom scuttling through willows…

Traduzione:
Salmone affumicato col cedro spaccato
giornate nuvolose dell’Oregon
fitte foreste di abeti.
Nella contea di Plumas
l’Orso Bruno sale di quota,
sederotto tondeggiante, sculetta tra i salici…

In “ Proprio nel sentiero” l’orso viene avvistato vicino a casa:

Here it is, near the house,
a big pile, fat scats,
studden with thouse deep red
smooth-skinned manzanita berries…

Traduzione
Eccolo qui, vicino a casa,
un mucchio grossodi feci grosse,
punteggiate di bacche lisce di manzanita
color rosso vivo…

Molto bella è anche la breve “Madre Orsa”

She veils herself
to speak of eating salmon
teases me with
“ What do you know of my ways”
and kisses me through the mountain…

Traduzione
Lei si nasconde
per parlare di salmone mangiato
mi punzecchia
“ Cosa ne sai dei miei modi”
e mi bacia attraverso la montagna…

Queste poesie di Gary Snyder come molte altre sue, nascono dall’osservare , odorare, toccare, intuire, percepire, esternamente e internamente cose molto diverse da quelle che può percepire una persona come me. Vivo in campagna e già mi sembra un miracolo e un privilegio fare una passeggiata e sentire lo scorrere dell’acqua in un canale di irrigazione, o vedere sul mio cammino sassolini , o osservare che fa già caldo ma gli alberi sono ancora senza foglie, o vedere che l’orto del vicino è già pronto e ordinato per le semine primaverili.
E’ chiaro che se sul proprio cammino si vedono tracce e feci di orso si vede dentro e fuori di sé qualcosa di diverso, quello che Snyder chiama percepire “Il selvatico”, la vita Selvatica.
Questo libretto ce ne dà una piccola ma significativa prova.
La copertina contiene l’immagine, a mio parere potente e bellissima, del lavoro di un’artista americana, Suzanne deVeuve che crea quella che lei stessa nel suo sito definisce “ Arte visionaria”.

Il libretto viene venduto al prezzo di 5 euro (avete letto bene, solo 5 euro!) e fa parte della serie terrapoesia della rivista Lato Selvatico.
Lo si può acquistare richiedendolo qui:
Lato Selvatico “ Libraria”
Strada Digagnola 24
46027 Portiolo ( Mantova)
e-mail:
[email protected]
Allo stesso indirizzo mail si possono richiedere altri testi della serie terrapoesia oltre a quelli legati al bioregionalismo.

Qui potete trovare un’intervista fatta a Gary Snyder da parte di Giuseppe Moretti: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=2080