Gary Snyder e la wilderness

gary

Gary Snyder (San Francisco 1930 ) è un poeta americano, ma anche un noto saggista e un leader del Movimento Bioregionale americano e internazionale. Il bello di persone come Gary è che non hanno un Io diviso. Pochi ci riescono. Bisogna sapere chi si è, cosa si vuole e con chi farlo. Lui lo sa. Almeno io così credo, anche se non lo conosco personalmente, ma solo dalle sue opere e dai racconti di Giuseppe Moretti che è suo amico e collega nel Movimento Bioregionale.
Gary Snyder è dunque molte cose insieme, buddista, poeta, saggista, marito, padre e leader di un Movimento che esorta a tornare alle piccole comunità territoriali. Tutte queste attività creano in Snyder un equilibrio spirituale che si avverte leggendo le sue opere. Amico di Allen Ginsberg e Jack Kerouac non fece mai parte integrante della beat generation. Ben presto, nel 1956, infatti partì per Il Giappone dove rimase dieci anni a imparare il giapponese in modo da poter leggere i testi buddisti in lingua originale ed essere a contatto con la reale vita in un monastero zen.
Scrive Gary Snyder nel suo “La grana delle cose”,(1) “ Durante i primi due anni del mio soggiorno a Daitoku-ji Sodo, mentre lavoravo nell’orto o aiutavo a stivare la legna o a fare il fuoco per l’acqua del bagno, avevo notato certi piccoli miglioramenti che si potevano introdurre. Alla fine mi decisi a suggerire ai monaci responsabili alcune tecniche per risparmiare tempo e fatica. Per un po’ di tempo si mostrarono tolleranti. Alla fine un bel giorno uno di loro mi prese da parte e disse: noi non vogliamo fare le cose in modo più veloce o migliore, perché non è quello il punto : il punto è che la vita va vissuta tutta intera. Se accelerassimo il lavoro in giardino, il tempo guadagnato lo passeresti a sedere nello zendo e le gambe ti farebbero più male. E’ tutta una sola meditazione. Quello che conta è il giusto equilibrio, e non come fare per risparmiare tempo da una parte o dall’altra” (pag. 54). Questi anni passati a lavorare e faticare oltre che a meditare hanno prodotto frutti preziosi nella mente e nel cuore di Snyder e da lui sono giunti a noi attraverso i suoi libri. Un libro in cui Snyder ci racconta il suo modo di intendere una pratica buddista, fatta di legna da tagliare oltre che di ore di meditazione, è “La pratica del selvatico”(2). In esso Snyder ci dà una definizione teorica semplice del suo buddismo: “ Per essere veramente liberi si devono prendere le condizioni di base per quello che sono – dolorose, impermanenti, aperte, imperfette…Il mondo è natura e a lungo andare è inevitabilmente selvatico, perché il selvatico, come processo ed essenza della natura, è anche un ordine dell’impermanenza” (pag. 17). Nella sua visione dunque il concetto di impermanenza, che è una delle basi del buddismo, è tutt’uno con quello di wilderness. Vediamo come. In un capitolo de “La pratica del selvatico” interamente dedicato a come Snyder intenda il buddismo, dopo averci raccontato brevemente la dura disciplina dei suoi anni giapponesi nei monasteri buddisti, ci mette in guardia sul non intenderlo in senso troppo professionale e rigido. Questo è il rischio che secondo lui corre in buddismo giapponese rimasto così fedele ad una pratica solo monastica. Perché dice Snyder “ Ci sono stati innumerevoli Bodhisattva(3) sconosciuti che non hanno mai avuto un addestramento spirituale e non si sono mai impegnati in una ricerca filosofica. Si sono formati e maturati in mezzo alla confusione, alla sofferenza, alle ingiustizie, promesse e contraddizioni della vita. Sono quelle persone ordinarie, generose, coraggiose, indulgenti, modeste, che hanno un grande cuore e hanno sempre sorretto la famiglia umana” (pagg. 173-174).
Con questa riflessione Snyder ci fa capire che in base alla sua esperienza non esiste un unico sentiero sia esso inteso in senso spirituale o pratico. Per lui c’è sia il sentiero che l’uscire dal sentiero. L’uscire dal sentiero, dalla via conosciuta, dal già sperimentato per Snyder equivale ad addentrarsi alla wilderness, che non è solo quella esterna, la natura selvatica, ma soprattutto quella interiore, il selvatico dentro di noi; quella parte inconscia ma incontenibile che ci muove fuori dalle strade già percorse da noi o da altri. Che ci porta nell’altrove da noi, che a dire di Snyder, è la vera via verso il ritorno a casa, cioè a noi stessi. Il concetto di wilderness è contenuta in varia maniera in tutte le opere di Snyder. Anche in quelle poetiche, soprattutto in quelle poetiche, ambito che maggiormente mi compete e mi appassiona. Un libro molto famoso di Gary Snyder è “L’isola della tartaruga”(4), con il quale nel 1975 lo scrittore vinse il premio Pulitzer per la poesia. Difatti tutta la prima parte contiene solo poesie, la seconda anche delle prose, tutte attinenti al concetto di wilderness esteriore ed interiore. Prima di passare alle poesie contenute in questo libro mi sembra utile sintetizzare brevemente il concetto di wilderness così come viene spiegato da Snyder in questo e in un altro suo libro intitolato “Nel mondo poroso”(5). E’ deprecabile afferma il poeta che la cultura occidentale non abbia fatto suo questo concetto. “Una cultura che rende se stessa aliena dalla sua natura più autentica e profonda – dalla wilderness esterna ( ovvero la natura selvatica, il selvatico e gli ecosistemi autosufficienti e autoregolati), e dell’altra wilderness, quella interiore – è condannata ad un agire distruttivo…” (L’Isola della tartaruga, pag. 196).
Estrapolando qua e là dai due testi di Snyder sopra citati ecco altri concetti attinenti alla wilderness:
La wilderness è energia, energia dei corpi in un processo di auto-organizzazione
La selvaticità è ciò che di essenziale c’è nella natura
le opere umane riflettono questa selvaticità
il linguaggio apre una finestra sul mondo selvatico e ci dà modo di rappresentarlo
c’è un lato selvatico e un lato addomesticato della mente umana. Chi esplora il lato selvatico della mente sono gli scrittori e gli artisti
nel percorso evolutivo il livello più alto non è l’uomo ma un alto grado di diversità biologica
è importante recuperare la parte selvatica dell’uomo

Cos’è esattamente dunque la pratica del selvatico? Così risponde Snyder ne “Il mondo poroso”: “ Iniziamo riconoscendo il selvatico che è in noi stessi, nel capire come l’immaginazione sia selvatica. Il linguaggio è selvatico…Quel processo profondo che usa i nostri corpi e le nostre menti è il primo livello di un certo tipo di pratica. Se una persona può entrare in contatto con tutto questo e lo apprezza per ciò che è, allora le sue simpatie possono espandersi alla vita e allo spirito che dimora là fuori negli ecosistemi” (pag. 133). La naturale conseguenza di questo discorso sulla wilderness è per Snyder, il Ri-abitare. Come vedere, si chiede Snyder il selvatico? Come fare a sapere chi siamo e dove siamo? Bisogna ri- abitare un luogo, che sia il nostro originario o quello dove abbiamo scelto di vivere. Dobbiamo ricreare delle comunità. A questo proposito in un’intervista contenuta ne “Il mondo poroso” e risalente al 19796, ben prima dell’esistenza delle reti internet, Snyder dice una cosa che mi ha molto impressionato per essere così tanto profetica. Sarà una citazione un po’ lunga, ma a mio avviso, vale la pensa, trascriverla quasi totalmente. “ Ci sono due specie di livelli con i quali tutti noi ci relazioniamo. Uno è la rete, e l’altro è la comunità. Ci sono persone che non hanno una comunità verso la quale relazionarsi, ma solo una rete. La rete è qualcosa come tutti i dentisti negli Stati Uniti hanno un giornale… C’è anche una rete dei poeti. Io corrispondo con poeti americani e altri poeti in altre parti del mondo….Ma c’è anche la comunità, che è la gente del posto dove vivi… Trovo che per il mio lavoro e per la mia crescita spirituale il tipo di vita che si svolge nella comunità sia più preziosa di quella della rete. Perché la rete ti incoraggia a pensare che sei importante, mentre la comunità no” (pag. 29). Come sono vere ancora oggi queste ultime parole. Ognuno di noi le sperimenta ogni giorno.
Quello che sono andata dicendo di Gary Snyder finora si rispecchia fedelmente nelle sue poesie. Come ho detto la sua raccolta poetica più nota è “L’isola della tartaruga. Ma mi fa piacere citare anche Gary Snyder, “Madre orsa”, un piccolo libro di poesie contenute in Lato Selvatico ‘Libraria’, che ha una fantastica copertina di Suzanne De Veuve(7).
Lo stile delle 58 poesie contenute in “L’isola della tartaruga” è antiretorico, disadorno, ispirato alla lingua parlata. E’ un condensato di tutte le esperienze di Gary: artistiche, antropologiche, filosofiche. In certi casi il poeta prende spunto dall’indecifrabilità dei Koan buddisti8,altre volte dal linguaggio degli sciamani nativi americani. Il tono a volte è lirico a volte didattico. I temi sono quelli della vita selvatica, della famiglia, della politica e della società.
Ispirata all’essenzialità dello zen è “Fuori”:

Il silenzio
della natura
dentro.

Il potere dentro
il potere

fuori.

Il percorso è qualsiasi cosa passa – non
fine a se stesso

il fine è
grazia – semplicità –
la cura,
non la salvezza.

Il canto
la prova

la prova del potere dentro
Di tipo descrittivo invece questa, bellissima: La Grana delle cose

( Oggi in barca, remando insieme a Zach e Dan nei pressi di Alcatraz e intorno a Angel Island)

leoni marini e uccelli,
il sole attraverso la nebbia
a intermittenza pulsa e ciondola,
dritto negli occhi, abbagliante.
Foschia solare;
una lunga nave cisterna lentamente galleggia alta e leggera.

La linea nitida e discontinua del mare frangente –
interfaccia di flussi delle maree –
gabbiani si posano sul punto d’incontro
per il pasto;
scivoliamo accanto a scogliere imbiancate.

La grana delle cose.
Sciaborda e sospira,
scivola via.
Alcune poesie de L’isola della tartaruga parlano apertamente e in maniera disinvolta della morte e la descrivono; è la morte degli animali quella che mette in scena Snyder; una per tutte:“ Uno non dovrebbe discutere con un abile cacciatore delle cose proibite del Buddha” ( Hsiang -yen)

Una volpe grigia, femmina, nove libbre e tre once.
Lunga 39 pollici e 5/8 con la coda.
La scuoiamo ( Kai ci ha ricordato di cantare lo Shingyo prima)
pelliccia fredda, grinze; e odore di muschio
insieme al primo puzzo di corpo morto.

Contenuto dello stomaco: un intero scoiattolo ben masticato
più una zampa di lucertola
e, da qualche parte dentro lo scoiattolo,
un pezzo di carta stagnola.

Il segreto.
E il segreto nascosto in profondità in questo.

Come ultima poesia vorrei citare Roccia, poesia d’amore dedicata a Masa, la seconda moglie di Snyder.

Laghetto nevoso granito caldo
ci accampiamo,
nessun pensiero di cercare ancora.
Sonnecchiamo
e abbandoniamo le nostre menti al vento.

Sulla roccia, gentilmente inclinati,
il cielo e la pietra,

insegnami ad essere tenero.

Il tocco che quasi non tocca –
l’incrocio fuggevole di sguardi –
passi minuscoli –
che infine ricoprono mondi
dal duro terreno.
Batuffoli di nuvole e nebbie
raccolti nelle pozze blu ardesia
delle piogge estive.

NOTE:
1 Il libro consiste in un’intervista realizzata da Peter Barry Chowka realizzata nel 1977 e pubblicata in “East West Review; è stata ripubblicata nel 1980 in Real Work; prima edizione italiana:1987 da Edizioni Gruppo Abele; l’ultima edizione italiana :edizioni e/o, 1996
2 Gary Snyder, La pratica del selvatico, Fiori Gialli Edizioni, 2010
3 L’ideale del Bodhisattva è specifico al Sentiero del Mahayana. Bodhi significa il risvegliato, sattva significa ‘un essere’. Insieme essi significano una persona risvegliata e che è deputata alla liberazione ed al benessere di ogni essere umano e di tutte le creature (da http://www.centronirvana.it/sent_bodhisattva.htm)
La prima edizione: Turtle Island, New Directions Publishing Corporation , 1974; pubblicato in Italia da Stampa Alternativa, nella Collana Eretica Speciale nel 2004, traduzione di 4 4 4 4 Chiara D’Ottavi, introduzione di Giuseppe Moretti.
5 Gary Snyder, Nel mondo poroso, sottotitolo: Saggi e inteviste su Luogo, Mente e Wilderness, a cura di Giuseppe Moretti, Mimesis Edizioni, collana Eterotopie, 2013; selezione di testi di Gary snyder di varie epoche fatta con il suo permesso, Introduzione di Giuseppe Moretti
6 Intervista del 1979 fatta a Snyder ad un suo vicino, Colin Kowal, apparsa in “Intercettare l’uomo naturale”, tratto da The real work, a New Direction Book, e presente in italiano ne “Il mondo poroso”
7 http://www.sentierobioregionale.org/letture.html

 

 

 

 

 

Gary Snyder, Nel mondo poroso. Saggi e interviste su luogo, mente e wilderness, Mimesis Edizioni

Si tratta di una raccolta di saggi ed interviste per lo più inediti in Italia, tradotti, per la collana Eterotopie della casa editrice Mimesis diretta da Salvo Vaccar e Pierre Della Vigna, da Rita Degli Esposti con la collaborazione di Etain Addey, esponente di primo piano del movimento bioregionale italiano. Giuseppe Moretti, uno dei fondatori di questo movimento e redattore della rivista Lato Selvatico, ha curato l’intero volume.Gary Snyder è la persona che meglio incarna la mia personale necessità di collegare in un qualcosa di mentalmente unico ( anche se complesso e articolato) i tre o quattro ruscelli che costituiscono ciò che mi interessa nella vita. Questo scrittore deve averci pensato molto a quanto è complessa la realtà e deve averla ( a leggere la sua biografia, in parte racchiusa e romanzata da Kerouac ne I vagabondi del Dharma) anche vissuta molto questa complessità, prima partecipando all’epopea beat, poi viaggiando in Oriente e soprattutto in Giappone e infine insediandosi alle pendici della Sierra Nevada in una casa costruita con le proprie mani. Il tutto senza mai smettere di studiare e scrivere. Ed è riuscito, per quello che posso aver capito leggendo i suoi testi e le sue poesie, ad unificare tutte queste esperienze in una filosofia di vita vissuta. In essa la necessità di essere se stessi ( e quindi di conoscersi), di rapportarsi da pari a pari con gli altri esseri viventi umani e non umani, il bisogno di attingere sia alle culture locali che a quelle più fisicamente lontane come quella buddista, trovano la possibilità di incontrarsi e soprattutto di fondersi in un’unica entità mentale. Questo è uno degli aspetti più interessanti della sua vita di uomo e di scrittore così come è racchiusa in “ Il mondo poroso”. Tutti i vari temi affrontati in questo magnifico libro, come il bioregionalismo, la wilderness, la poesia naturale, sono tutti analizzati tenendo presente questa necessità di colmare gli spazi che fanno della nostra vita una vita magari anche bella ma frammentaria. Da una parte il lavoro, da un’altra la famiglia, da un’altra ancora i propri interessi personali. Il tutto racchiuso in compartimenti stagni separati e incomunicabili tra loro. In tal senso Gary Snyder in questo, come in tanti altri suoi libri, si pone come fondatore di un nuovo umanesimo. E per cultura, esperienza, buona fede, è pienamente autorizzato a farlo. Come? La cosa più importante a questo proposito è la prospettiva da cui guardare la realtà. Abitualmente è sempre quella degli ultimi 2000 anni. A voler essere lungimiranti gli ultimi 3000. La prospettiva di Snyder è ben più ampia. Noi facciamo parte d un tempo che ha inizio 40.000 mila anni fa. Nel saggio contenuto in Un mondo poroso e intitolato “La politica dell’Etnopoetica” (1977) egli afferma infatti che “tutto ci conferma che, 40000 anni fa, la fantasia, l’intuizione, l’intelletto, l’ironia, la decisione, la velocità e l’abilità erano completamente sviluppate…Prendere in considerazione quest’intelligenza e questa arcaica attenzione di lunga durata dovrebbe far parte della fondazione del nuovo umanesimo” (pag. 56). E più avanti in questo stesso saggio affrontando il tema della necessità di combattere il genocidio culturale delle tradizioni orali afferma che “ nella scala cronologica di 40000 anni siamo tutti parte di un solo popolo. Siamo tutti ugualmente primitivi, con la differenza di due o tremila anni da una parte, o di cento dall’altra. Allora Omero, da questo punti di vista, non è l’inizio di una tradizione, ma ne è il punto centrale. Omero contiene e organizza i primi ottomila anni di materiale orale” (pag 65). Questa è la prospettiva temporale all’interno della quale si muovono e si sviluppano le riflessioni di Snyder. Quello che a lui interessa è recuperare la naturalità dell’uomo, che a suo avviso, è la sua vera umanità, quella non separata dagli altri esseri non umani, quella che anzi è tesa a recuperare la parte selvatica dell’uomo, perché “ la civiltà rappresenta una parte molto piccola dell’esperienza umana” (pag. 57). Ecco allora il significato di “mondo poroso”. Dice lo scrittore nel saggio omonimo che dà il titolo all’intero volume: “ Uno può scegliere di vivere in un posto come ospite, oppure abitarlo” (pag. 32). E nel suo caso questo ha significato andare a vivere “una vita permeabile e porosa” tra querce e pini dove la casa è aperta durante l’estate a vespe, pipistrelli e scoiattoli, che a volte, dice Snyder, possono anche dare fastidio. “Ma se uno è abituato alla vita all’aperto, questo è un gran modo di godere la foresta”” (pa. 34). Ma naturalmente il concetto di porosità del mondo, va ben al di là dell’essere aperti alla presenza di vespe e pipistrelli. Esso viene ben espresso in un’intervista a Snyder risalente al 1979 che gli fece un amico carpentiere per conto di un giornale di controcultura della Contea del Nevada, dove lo scrittore vive tuttora. In essa egli afferma che siamo tutti nativi di un posto se decidiamo di abitarlo e non semplicemente di viverci. C’è un modo di pensare da nativo, dice nell’intervista, ovvero “ pensare in termini di interezza di tutte le cose viventi” (pag. 26). E questa interezza ha bisogno di tempi lunghi, è qualcosa “che ha a che fare con la pazienza e l’impegno a lungo termine verso un sentiero spirituale” (pag.26). Ad un certo punto l’intervistatore chiede a Snyder se si relaziona di più con la gente del posto dove abita o con i suoi lettori. E la risposta è sorprendente trattandosi del 1979. Infatti dice Snyder: “ Ci sono due specie di livelli con i quali tutti noi ci relazioniamo. Uno è la rete e l’altro è la comunità. Certe persone non hanno una comunità verso la quale relazionarsi, ma solo una rete. La rete è qualcosa come: tutti i dentisti degli Stati Uniti hanno un giornale, fanno delle conferenze…C’è una rete di poeti…C’è una rete di intellettuali…Trovo che per il mio lavoro e per la mia crescita spirituale, il tipo di vita che si svolge nella comunità sia più preziosa di quella della rete. Perché la rete ti incoraggia a pensare che sei importante, la comunità no” (pag. 29). Trovo piuttosto sorprendenti e profetiche di quello che la rete è oggi queste parole di Snyder e mi ci ritrovo abbastanza. Per comunità lo scrittore non intende persone che fisicamente si incontrano per parlare di temi che stanno loro a cuore; per essere una comunità bisogna vivere in un luogo con caratteristiche naturali che non corrispondono ai confini stabiliti in maniera arbitraria nel corso dei secoli. E’ l’argomento affrontato nel saggio RI-ABITARE, già pubblicato in Italia in La grana delle cose (1987). In esso viene spiegato il concetto di bioregione, come area territoriale e culturale con caratteristiche proprie, come bacini idrici, la flora, ma anche la religione, il dialetto, i miti; caratteristiche queste che si sono sviluppate sul pianeta a partire da 40000 anni fa e che in parte sono arrivate fino a noi. E ciò nonostante che nel corso dei secoli la bioregione sia stata sovrastata dagli stati e dai poteri assoluti. Questi poteri hanno creato filosofie e religioni dell’assoluto. “Tutte le grandi religioni del mondo civilizzato rimangono principalmente umano-centriche. C’è un passo successivo che viene escluso o dimenticato – cosa dirai alla gazza? Cosa dirai al serpente a sonagli quando lo incontri? Cosa impariamo dallo scricciolo, o dal colibrì, dal polline del pino?…”(pag.22). E subito dopo arriviamo al nocciolo della scelta bioregionale. “La ragione per cui molti di noi vogliono compiere questo passo è semplice, e si spiega nei termini di questo nostro riallacciarci, che ci riporta indietro di quarantamila anni. Ad un certo punto, in questi ultimi vent’anni, le migliori menti dell’Occidente hanno scoperto con loro sorpresa che viviamo in un Ambiente…Siamo di nuovo consapevoli che viviamo all’interno di un sistema chiuso, di un sistema che ha dei limiti specifici, e che siamo interdipendenti ad esso”.( pag.22). Queste riflessioni continuano e si approfondiscono in altri saggi contenuti in questo libro, ad esempio in “Scrittura innaturale” ( 1992), dove si affronta il tema del rapporto tra scrittura e natura. Come la intende Snyder la scrittura è uno dei modi in cui la natura si svela all’uomo, “un modo per scoprire la grana delle cose, di svelare il caos equilibrato che struttura il mondo naturale” (pag. 72). E’ una definizione di scrittura che mi suona familiare, che nel mio piccolo pratico anche io, camminando e scoprendo, guardandomi semplicemente intorno, osservando dopo la pioggia una lumaca sul terrazzo e domandandomi come ha fatto a salire fin qui? Quella di cui parla Snyder è la scrittura che nasce dall’osservazione, dalle cose naturali così come sono, cioè selvatiche ( come vedremo questo non è sinonimo di wilderness). Citando un’altra sua opera, La pratica del selvatico, che non è presente in questo volume, lo scrittore afferma che i sistemi selvatici possono essere “irrazionali, ammuffiti, crudeli”. C’è una letteratura in altri ordini di esseri, quella “della scia di odore che passa da un cervo all’altro…una letteratura di macchie di sangue, un po’ di urina, uno spruzzo d’estro, un po’ di solchi, un graffio su un arbusto, e via. In questa visione, anche la più piccola foglia d’erba, ogni minuscolo insetto è sacro. In un altro testo di questo libro, “Un’assemblea di villaggio di tutti gli esseri (1995) ” si afferma infatti che “ L’intera natura biologica si può considerare un’enorme puja, una cerimonia di offerta e condivisione” . L’intima percezione dell’interconnessione, fragilità, inevitabile impermanenza e dolore…è un’esperienza che risveglia la compassione” (pag. 78). Da questa esperienza di compassione, si chiede lo scrittore, può nascere “un’etica che vada oltre gli obblighi tra umani, e si allarghi a comprendere la natura non umana?” (pag. 80). Per Snyder sì, ma deve avvenire nella pratica, “luogo per luogo”. Ecco perché esiste la rete bioregionale, per praticare e dare voce a questa etica dell’umano e del non umano. Ma cos’è per Snyder questa natura di cui si parla in tutti i saggi di questo libro? La caratteristica essenziale della natura è la selvaticità. “Selvatico allude a un processo di auto-organizzazione che genera sistemi ed organismi, ciascuno è all’interno dei limiti – e costituisce una componente – di sistemi più grandi, a loro volta selvatici, come i maggiori ecosistemi” (pag. 84). Come ho già accennato in precedenza per Snyder selvatico non è sinonimo wilderness. La differenza è spiegata nell’intervista a David Lukas inserita verso la fine del volume. Con wilderness ci si riferisce a luoghi selvaggi non manipolati dall’uomo, il significato di selvatico invece è quello che ho riportato alcune righe fa, fa riferimento cioè a luoghi in cui avvengono processi universali di auto-gestione. In questo senso, dice infine Snyder, “ una piccola, sottile, non manipolata striscia di terra lasciata selvatica, ma anche un parco urbano devono essere apprezzati” ( pag. 132. Mi sono detta quando ho letto questa definizione di selvatico, come un processo di auto – gestione e auto – organizzazione: ma allora anche noi siamo selvatici, ovvero lo è il nostro corpo di cui non controlliamo il funzionamento, e lo è la nostra mente, quella parte della nostra mente che chiamiamo inconscio. Snyder ne parla in questa stessa intervista. Alla domanda: Cos’è esattamente la pratica del selvatico? Così risponde: “ iniziamo riconoscendo il selvatico che è in noi stessi, nel capire come l’immaginazione sia selvatica. Il linguaggio è selvatico…Quel processo profondo che usa i nostri corpi e le nostre menti è il primo livello di un certo tipo di pratica. Se una persona può entrare in contatto con tutto questo e lo apprezza per ciò che è, allora le sue simpatie possono espandersi alla vita e allo spirito che dimora là fuori negli ecosistemi” (pag. 133).

 Gary Snyder, Nel mondo poroso. Saggi e interviste su luogo, mente e wilderness, Mimesis Edizioni, Collana Eterotopie diretta da Salvo Vaccaro e Pierre Della Vigna
Traduzione di Rita Degli Esposti
Collaborazione per la revisione dei testi Etain Addeu
Il volume è a cura di Giuseppe Moretti

 

 

 

Una mia recensione: Gary Snyder, Nel mondo poroso. Saggi e interviste su luogo, mente e wilderness

Si tratta di una raccolta di saggi ed interviste per lo più inediti in Italia, tradotti, per la collana Eterotopie della casa editrice Mimesis diretta da Salvo Vaccar e Pierre Della Vigna, da Rita Degli Esposti con la collaborazione di Etain Addey, esponente di primo piano del movimento bioregionale italiano. Giuseppe Moretti, uno dei fondatori di questo movimento e redattore della rivista Lato Selvatico, ha curato l’intero volume.Gary Snyder è la persona che meglio incarna la mia personale necessità di collegare in un qualcosa di mentalmente unico ( anche se complesso e articolato) i tre o quattro ruscelli che costituiscono ciò che mi interessa nella vita. Questo scrittore deve averci pensato molto a quanto è complessa la realtà e deve averla ( a leggere la sua biografia, in parte racchiusa e romanzata da Kerouac ne I vagabondi del Dharma) anche vissuta molto questa complessità, prima partecipando all’epopea beat, poi viaggiando in Oriente e soprattutto in Giappone e infine insediandosi alle pendici della Sierra Nevada in una casa costruita con le proprie mani. Il tutto senza mai smettere di studiare e scrivere. Ed è riuscito, per quello che posso aver capito leggendo i suoi testi e le sue poesie, ad unificare tutte queste esperienze in una filosofia di vita vissuta. In essa la necessità di essere se stessi ( e quindi di conoscersi), di rapportarsi da pari a pari con gli altri esseri viventi umani e non umani, il bisogno di attingere sia alle culture locali che a quelle più fisicamente lontane come quella buddista, trovano la possibilità di incontrarsi e soprattutto di fondersi in un’unica entità mentale. Questo è uno degli aspetti più interessanti della sua vita di uomo e di scrittore così come è racchiusa in “ Il mondo poroso”. Tutti i vari temi affrontati in questo magnifico libro, come il bioregionalismo, la wilderness, la poesia naturale, sono tutti analizzati tenendo presente questa necessità di colmare gli spazi che fanno della nostra vita una vita magari anche bella ma frammentaria. Da una parte il lavoro, da un’altra la famiglia, da un’altra ancora i propri interessi personali. Il tutto racchiuso in compartimenti stagni separati e incomunicabili tra loro. In tal senso Gary Snyder in questo, come in tanti altri suoi libri, si pone come fondatore di un nuovo umanesimo. E per cultura, esperienza, buona fede, è pienamente autorizzato a farlo. Come? La cosa più importante a questo proposito è la prospettiva da cui guardare la realtà. Abitualmente è sempre quella degli ultimi 2000 anni. A voler essere lungimiranti gli ultimi 3000. La prospettiva di Snyder è ben più ampia. Noi facciamo parte d un tempo che ha inizio 40.000 mila anni fa. Nel saggio contenuto in Un mondo poroso e intitolato “La politica dell’Etnopoetica” (1977) egli afferma infatti che “tutto ci conferma che, 40000 anni fa, la fantasia, l’intuizione, l’intelletto, l’ironia, la decisione, la velocità e l’abilità erano completamente sviluppate…Prendere in considerazione quest’intelligenza e questa arcaica attenzione di lunga durata dovrebbe far parte della fondazione del nuovo umanesimo” (pag. 56). E più avanti in questo stesso saggio affrontando il tema della necessità di combattere il genocidio culturale delle tradizioni orali afferma che “ nella scala cronologica di 40000 anni siamo tutti parte di un solo popolo. Siamo tutti ugualmente primitivi, con la differenza di due o tremila anni da una parte, o di cento dall’altra. Allora Omero, da questo punti di vista, non è l’inizio di una tradizione, ma ne è il punto centrale. Omero contiene e organizza i primi ottomila anni di materiale orale” (pag 65). Questa è la prospettiva temporale all’interno della quale si muovono e si sviluppano le riflessioni di Snyder. Quello che a lui interessa è recuperare la naturalità dell’uomo, che a suo avviso, è la sua vera umanità, quella non separata dagli altri esseri non umani, quella che anzi è tesa a recuperare la parte selvatica dell’uomo, perché “ la civiltà rappresenta una parte molto piccola dell’esperienza umana” (pag. 57). Ecco allora il significato di “mondo poroso”. Dice lo scrittore nel saggio omonimo che dà il titolo all’intero volume: “ Uno può scegliere di vivere in un posto come ospite, oppure abitarlo” (pag. 32). E nel suo caso questo ha significato andare a vivere “una vita permeabile e porosa” tra querce e pini dove la casa è aperta durante l’estate a vespe, pipistrelli e scoiattoli, che a volte, dice Snyder, possono anche dare fastidio. “Ma se uno è abituato alla vita all’aperto, questo è un gran modo di godere la foresta”” (pa. 34). Ma naturalmente il concetto di porosità del mondo, va ben al di là dell’essere aperti alla presenza di vespe e pipistrelli. Esso viene ben espresso in un’intervista a Snyder risalente al 1979 che gli fece un amico carpentiere per conto di un giornale di controcultura della Contea del Nevada, dove lo scrittore vive tuttora. In essa egli afferma che siamo tutti nativi di un posto se decidiamo di abitarlo e non semplicemente di viverci. C’è un modo di pensare da nativo, dice nell’intervista, ovvero “ pensare in termini di interezza di tutte le cose viventi” (pag. 26). E questa interezza ha bisogno di tempi lunghi, è qualcosa “che ha a che fare con la pazienza e l’impegno a lungo termine verso un sentiero spirituale” (pag.26). Ad un certo punto l’intervistatore chiede a Snyder se si relaziona di più con la gente del posto dove abita o con i suoi lettori. E la risposta è sorprendente trattandosi del 1979. Infatti dice Snyder: “ Ci sono due specie di livelli con i quali tutti noi ci relazioniamo. Uno è la rete e l’altro è la comunità. Certe persone non hanno una comunità verso la quale relazionarsi, ma solo una rete. La rete è qualcosa come: tutti i dentisti degli Stati Uniti hanno un giornale, fanno delle conferenze…C’è una rete di poeti…C’è una rete di intellettuali…Trovo che per il mio lavoro e per la mia crescita spirituale, il tipo di vita che si svolge nella comunità sia più preziosa di quella della rete. Perché la rete ti incoraggia a pensare che sei importante, la comunità no” (pag. 29). Trovo piuttosto sorprendenti e profetiche di quello che la rete è oggi queste parole di Snyder e mi ci ritrovo abbastanza. Per comunità lo scrittore non intende persone che fisicamente si incontrano per parlare di temi che stanno loro a cuore; per essere una comunità bisogna vivere in un luogo con caratteristiche naturali che non corrispondono ai confini stabiliti in maniera arbitraria nel corso dei secoli. E’ l’argomento affrontato nel saggio RI-ABITARE, già pubblicato in Italia in La grana delle cose (1987). In esso viene spiegato il concetto di bioregione, come area territoriale e culturale con caratteristiche proprie, come bacini idrici, la flora, ma anche la religione, il dialetto, i miti; caratteristiche queste che si sono sviluppate sul pianeta a partire da 40000 anni fa e che in parte sono arrivate fino a noi. E ciò nonostante che nel corso dei secoli la bioregione sia stata sovrastata dagli stati e dai poteri assoluti. Questi poteri hanno creato filosofie e religioni dell’assoluto. “Tutte le grandi religioni del mondo civilizzato rimangono principalmente umano-centriche. C’è un passo successivo che viene escluso o dimenticato – cosa dirai alla gazza? Cosa dirai al serpente a sonagli quando lo incontri? Cosa impariamo dallo scricciolo, o dal colibrì, dal polline del pino?…”(pag.22). E subito dopo arriviamo al nocciolo della scelta bioregionale. “La ragione per cui molti di noi vogliono compiere questo passo è semplice, e si spiega nei termini di questo nostro riallacciarci, che ci riporta indietro di quarantamila anni. Ad un certo punto, in questi ultimi vent’anni, le migliori menti dell’Occidente hanno scoperto con loro sorpresa che viviamo in un Ambiente…Siamo di nuovo consapevoli che viviamo all’interno di un sistema chiuso, di un sistema che ha dei limiti specifici, e che siamo interdipendenti ad esso”.( pag.22). Queste riflessioni continuano e si approfondiscono in altri saggi contenuti in questo libro, ad esempio in “Scrittura innaturale” ( 1992), dove si affronta il tema del rapporto tra scrittura e natura. Come la intende Snyder la scrittura è uno dei modi in cui la natura si svela all’uomo, “un modo per scoprire la grana delle cose, di svelare il caos equilibrato che struttura il mondo naturale” (pag. 72). E’ una definizione di scrittura che mi suona familiare, che nel mio piccolo pratico anche io, camminando e scoprendo, guardandomi semplicemente intorno, osservando dopo la pioggia una lumaca sul terrazzo e domandandomi come ha fatto a salire fin qui? Quella di cui parla Snyder è la scrittura che nasce dall’osservazione, dalle cose naturali così come sono, cioè selvatiche ( come vedremo questo non è sinonimo di wilderness). Citando un’altra sua opera, La pratica del selvatico, che non è presente in questo volume, lo scrittore afferma che i sistemi selvatici possono essere “irrazionali, ammuffiti, crudeli”. C’è una letteratura in altri ordini di esseri, quella “della scia di odore che passa da un cervo all’altro…una letteratura di macchie di sangue, un po’ di urina, uno spruzzo d’estro, un po’ di solchi, un graffio su un arbusto, e via. In questa visione, anche la più piccola foglia d’erba, ogni minuscolo insetto è sacro. In un altro testo di questo libro, “Un’assemblea di villaggio di tutti gli esseri (1995) ” si afferma infatti che “ L’intera natura biologica si può considerare un’enorme puja, una cerimonia di offerta e condivisione” . L’intima percezione dell’interconnessione, fragilità, inevitabile impermanenza e dolore…è un’esperienza che risveglia la compassione” (pag. 78). Da questa esperienza di compassione, si chiede lo scrittore, può nascere “un’etica che vada oltre gli obblighi tra umani, e si allarghi a comprendere la natura non umana?” (pag. 80). Per Snyder sì, ma deve avvenire nella pratica, “luogo per luogo”. Ecco perché esiste la rete bioregionale, per praticare e dare voce a questa etica dell’umano e del non umano. Ma cos’è per Snyder questa natura di cui si parla in tutti i saggi di questo libro? La caratteristica essenziale della natura è la selvaticità. “Selvatico allude a un processo di auto-organizzazione che genera sistemi ed organismi, ciascuno è all’interno dei limiti – e costituisce una componente – di sistemi più grandi, a loro volta selvatici, come i maggiori ecosistemi” (pag. 84). Come ho già accennato in precedenza per Snyder selvatico non è sinonimo wilderness. La differenza è spiegata nell’intervista a David Lukas inserita verso la fine del volume. Con wilderness ci si riferisce a luoghi selvaggi non manipolati dall’uomo, il significato di selvatico invece è quello che ho riportato alcune righe fa, fa riferimento cioè a luoghi in cui avvengono processi universali di auto-gestione. In questo senso, dice infine Snyder, “ una piccola, sottile, non manipolata striscia di terra lasciata selvatica, ma anche un parco urbano devono essere apprezzati” ( pag. 132. Mi sono detta quando ho letto questa definizione di selvatico, come un processo di auto – gestione e auto – organizzazione: ma allora anche noi siamo selvatici, ovvero lo è il nostro corpo di cui non controlliamo il funzionamento, e lo è la nostra mente, quella parte della nostra mente che chiamiamo inconscio. Snyder ne parla in questa stessa intervista. Alla domanda: Cos’è esattamente la pratica del selvatico? Così risponde: “ iniziamo riconoscendo il selvatico che è in noi stessi, nel capire come l’immaginazione sia selvatica. Il linguaggio è selvatico…Quel processo profondo che usa i nostri corpi e le nostre menti è il primo livello di un certo tipo di pratica. Se una persona può entrare in contatto con tutto questo e lo apprezza per ciò che è, allora le sue simpatie possono espandersi alla vita e allo spirito che dimora là fuori negli ecosistemi” (pag. 133).

 Gary Snyder, Nel mondo poroso. Saggi e interviste su luogo, mente e wilderness, Mimesis Edizioni, Collana Eterotopie diretta da Salvo Vaccaro e Pierre Della Vigna
Traduzione di Rita Degli Esposti
Collaborazione per la revisione dei testi Etain Addeu
Il volume è a cura di Giuseppe Moretti