Improvvisazione su due oggetti simili

Portavano a tracolla delle ceste aperte
ci tenevano soldi
quaderni
ci andavano in giro –
non si curavano
che potessero derubarle –
non è mai accaduto

Lei venne a trovarmi come al solito vestita di tutto punto –
elegantemente, con il suo prezioso anello al dito medio della mano destra –
portava un buffo cestino aperto a mo’ di borsa –
ne andava fiera
lo portava come fosse una regina –
come tutto in lei, del resto

Vita e poesia di Lenore Kandel


Lenore Kandel ( N.Y 1932 – S.F. 2009 ) è stata una poetessa americana della San Francisco degli anni ’60. Leader del movimento dei Diggers è nota soprattutto per un piccolo libro di poesie erotiche, “The love book”.
I Diggers sono stati un gruppo hippy e anarchico attivo a San Francisco dall’autunno del 1966 al Giugno del 1968, quando la summer of love finì nelle mani degli “hip capitalists”, che cominciarono a fare affari con la droga, con gli spettacoli, con i negozi. I Diggers si sciolsero. Ci fu chi si diede all’ecologismo, chi alle religioni orientali, Lenore Kandel rimase fedele alla sua poesia. Esiste un loro archivio molto interessante:www.diggers.org. Duranti il periodo in cui furono attivi organizzarono spettacoli estemporanei di teatro di strada, la distribuzione gratuita di cibo e vestiti, e una clinica gratuita. Spesso Lenore Kandel partecipava con le sue poesie alle performances dei Diggers.
La sua bellezza carismatica e la profondità del suo spirito colpivano chiunque la incontrasse. E questo accadeva sempre, sia nella sua prorompente giovinezza che nell’età della vecchiaia e della malattia. Fu l’unica donna a salire sul palco dell’”Human be-in”, il raduno hippy al Golden Gate Park di San Francisco del Gennaio del 1967, dove declamò alcune sue poesie. Su quel palco c’erano personalità del calibro di Allen Ginsberg, Gary Snyder, Timoty Leary. Era il compleanno di Lenore e 10.000 voci si levarono a cantarle “ Happy Birthay to you”. Il suo libro “The love book” tratta dell’amore fisico tra un uomo e una donna. Il libro subì un processo e fu condannato per oscenità. Lenore in aula si difese declamando San Giovanni della Croce e affermando che “Amore è una parola di quattro lettere, le parole veramente oscene sono odio, guerra, bomba. Se possiamo riconoscere la nostra propria bellezza, sarà impossibile per ogni essere umano recare danno ad un altro essere umano”.
The love book è scritto in prima persona e quindi rispecchia le personali esperienze della poetessa; il linguaggio esplicito usato nel poema paradossalmente è ciò che spiritualizza l’atto sessuale in esso descritto e lo rende sacro, pur rimanendo un atto di piacere.

Altre sue raccolte poetiche sono: “ Word Alchemy” (1967); Poems from Three Penny Press Chapbook” ( 1959); altre sue poesie furono pubblicate nelle riviste underground dell’epoca.
Lenore Kandel ebbe una vita avventurosa e per certi versi drammatica. A metà degli anni ’60 in una cooperativa di scrittori conobbe William Fritsch, soprannominato Sweet William, che si innamorò immediatamente di lei. I due si misero insieme e Lenore lo seguì nelle scorribande sulla sua Harley Davidson e nella vita spericolata nel gruppo degli Hell’s Angels di S. Francisco. Nel ’70 i due ebbero un grave incidente di moto e Lenore rimase gravemente ferita alla schiena. Gli ultimi anni della sua vita li passò praticamente sempre nel suo piccolo appartamento per via delle conseguenze sempre più gravi di questo incidente. Partecipò comunque alla festa organizzata al Golden Gate Park nel 2007 per festeggiare il 40° anniversario della “Summer of Love”. In quell’occasione fu chiesto a molti partecipanti di dire cosa stessero facendo nel 1967 e cosa stavano facendo ora. Lenore Kandel rispose: “1967: writing poetry, 2007 writing poetry”. Nell’Aprile del 2012 è uscita un’antologia delle opere di Lenore Kandel a cura della North Atlantic Books di Berkley. In essa gli appassionati di questa poetessa possono leggere numerosi inediti.
Lenore Kandel è stata una persona libera e anticonformista rispetto allo stesso mondo underground a cui apparteneva. Non era femminista, nel senso corrente del termine, non ce l’aveva con gli uomini e non li voleva imitare, li adorava. Aveva idee personali su questo argomento, adorava fare sesso con il proprio uomo, pensava che uomini e donne avessero compiti diversi, del resto un modello degli hippies di San Francisco erano le tribù dei nativi americani, in cui i compiti degli uomini e delle donne erano separati. Lenore esaltò nella sua vita e nella sua poesia la diversità, la femminilità,e la sacralizzò proprio nelle sue manifestazioni sessuali; allo stesso modo esaltò e sacralizzò la sessualità maschile.
In un articolo apparso sul San Francisco Oracle del 4 Dicembre 1966 Lenore tra l’altro scrive:” Sei bello. Siamo tutti belli. Sei divino. Siamo tutti divini. Se negli angoli segreti della tua mente ti trovi brutto e sporco e indegno dell’amore, ti sarò impossibile dare e ricevere l’amore. Se trovi che il tuo corpo e soprattutto le tue parti genitali sono brutte e vergognose, sarai incapace di usarle con amore. Puoi cominciare dall’accettare e amare te stesso come una manifestazione del divino e poi estenderlo…Ogni forma di censura, sia mentale, morale, emotiva o fisica, sia dall’interno verso l’esterno o dall’esterno verso l’interno, è un ostacolo contro l’auto consapevolezza”.

L’improvvisazione di scrittura è lo stile della mente

Nella letteratura italiana  c’è l’impero della tradizione. Molti pensano che nella poesia non si siano fatti passi avanti dopo Dante e Petrarca. Secondo loro il poeta è colui che lima i suoi versi, cioè li abbellisce. Questo avviene perché in Italia non si sa improvvisare. Si pensa che in poesia improvvisare non si possa fare. Magari in teatro sì, in poesia no. Quelli che pensano così non sanno che l’improvvisazione poetica è uno stile, fa parte di un canone un bel pò successivo a Dante e Petrarca. Fu inaugurato da Jack Kerouac e Allen Ginsberg negli USA a partire dalla metà degli anni ’40. Jack per primo capì che l’improvvisazione di scrittura è lo stile della mente. E’ il ritmo della mente. Sì, perché l’unione di cuore e pensiero ( la cosiddetta ispirazione ) produce in poesia ( ma anche in prosa ) un ritmo determinato, un andamento molto determinato ma spontaneo, che in qualto tale non si può correggere. Oppure lo si può fare in minima misura e non per abbellire, confezionare meglio il prodotto.

Oggi all’Hospice quando un luogo diventa persona poesie di Dianella Bardelli “Il thè del mercoledì” Hospice di Castel San Pietro Term

Scrivo molte poesie che raccolgo in due blog; alcune nel 2008 le ha pubblicate L’editore Raffaelli, la raccolta si intitola “Vado a caccia di sguardi”. Sono poesie di stampo naturalistico e hanno quasi tutte a che vedere con i dintorni campestri del luogo dove vivo e con il mio approccio al Buddismo. Poi ho continuato a scriverle, sono il mio diario personale su quel che accade dentro e fuori di me; sono una forma di testimonianza. Quest’anno ho raccolto in un libretto autoprodotto al computer tutte quelle che sono il frutto di un mio piccolo volontariato presso l’Hospice di Castel San Pietro Terme, vicino a Bologna per un progetto chiamato “Il thè del mercoledì”. Si tratta di questo: ogni mercoledì pomeriggio noi volontari offriamo ai pazienti, ai loro visitatori, e al personale sanitario presente libero da impegni, thè, caffè, dolciumi vari e soprattutto compagnia e chiacchiere. Il tutto avviene nella bella tisaneria dell’Hospice.

Le poesie contenute in Oggi all’Hospice quando un luogo diventa persona, sono tutte nate prima o dopo ogni mercoledì pomeriggio, in macchina, appena arrivata a casa, o prima di entrare all’Hospice stesso. Sono poesie personali e rivelano esplicitamente e senza mediazioni estetiche stati d’animo e com’è per chi non abbia una formazione professionale ad hoc essere così vicino alla sofferenza e alla morte. Testimoniano anche i motivi superficiali e meno superficiali che mi hanno portato già da alcuni anni a frequentare l’Hospice. All’inizio fu il bisogno di avvicinarmi alla morte in maniera non teorica e generale, ma concreta; andare dove la morte avviene, dove la morte si vede mentre accade, in chi accade. Quello che di me mi stupì fu che ebbi fin da subito la sensazione di trovarmi in un “luogo amico”, un luogo del dolore, sì, ma anche del suo sollievo. Infatti gli Hospice sono i luoghi delle cure palliative, che prima di tutto cercano di eliminare il dolore fisico e poi anche quello psicologico grazie alla presenza di psicologi specializzati.

Ora ho un altro tipo di consapevolezza rispetto a quel bisogno che mi aveva inizialmente portato all’Hospice. Intanto ho capito che la vicinanza all’altrui morte non allena alla propria; però ci si familiarizza non con l’idea ma con la realtà della propria morte. Un po’ quello che faceva Allen Ginsberg in India negli anni ’60:

 

Allen Ginsberg andava ai Gat di Calcutta

 

Allen Ginsberg andava ai Gat di Calcutta

dove la gente arrivava morta

e veniva bruciata su grandi pire –

ci andava per abituarsi a morire

per abituarsi all’idea di cos’è morire

essere morti –

era la sua terapia

la sua scuola di formazione –

dal punto di vista egoistico

vado per lo stesso motivo

all’Hospice

dove la gente è malata e muore –

poi c’è l’altro motivo:

che lì, non so perché,

sto bene

***

L’idea della mia morte non la scaccio più, ma questo non vuol dire che per me sia diventata una cosa normale. Ora il mio piccolo volontariato all’Hospice è meno pieno di entusiasmo per me stessa, ma al contrario è po’ più carico di semplice attenzione verso gli altri; questo almeno è quello che cerco di fare.

Come si vede qui:

A volte

 

A volte sono piena di timori

per me, per loro

per cosa dire

e cosa fare

offrire il thè caldo o freddo

o invece non offrirlo

e attendere

un loro cenno

una loro disponibilità –

nei momenti migliori

sto con quello che c’è lì

senza richieste, aspettative

è la tavola apparecchiata

che fa il grosso del lavoro

***

Soprattutto all’inizio, quando cominciai ad imparare a conoscere le persone che lavorano e vivono all’Hospice, le loro amorevoli cure, i riti e gli usi di questo luogo, capii che quello che si pensa “fuori” degli Hospice non è vero; non solo i luoghi dove si muore. Come mi disse la psicologa che allora era presente nell’Hospice:

“Mi piacerebbe sfatare il luogo comune che negli Hospice si va a morire; è un luogo dove si vive, c’è vita, d’altra parte si muore in tutti i reparti, e fuori dagli ospedali… semplicemente l’Hospice è un posto più raccolto”. (http://www.lankelot.eu/letteratura/bardelli-dianella-hospice-di-castel-s-pietro-terme-assistenza-domiciliare-integrata-inte).

E così su questo tema scrissi “Muri”:

 

Muri

L’emozione che ti viene

è come un’onda

con la quale vorresti abbattere

questi muri

e la costruzione stessa

e permettere

a quelli di dentro

di stare con quelli

di fuori-

abbattere questi muri-

o almeno costruirne

di trasparenti

che si possano

attraversare con una mano-

che siano liquidi

fatti di uno strano materiale

non ancora inventato

ma che lo sarà-

in cui

vita-malattia-morte

non siano così

crudelmente separate-

vedere il mare

assaporare con la mano

la sabbia-

sentire il vento

fino all’ultimo-

fino all’ultimo

minuto

secondo

fino all’ultimo respiro-

vivere insomma-

prima e anche dopo la morte .

***

Interessandomi di buddismo tibetano ho sentito molte volte Lama e insegnanti parlare di Impermanenza. Ma quando esci dal discorso teorico e l’impermanenza la vedi, la tocchi succede questo:

 

Impermanenza

Si parla di impermanenza-

la si definisce

la si descrive

come si fa con i fatti-

i fatti verificabili della vita-

ma c’è anche il sentimento dell’impermanenza-

quando tutto esplode, si dissolve

si rompe:

legami, viaggi, oggetti

discorsi

insomma tutto ciò

di cui è fatta la nostra vita-

voglio dire

che quando la tocchi

davvero

non è così semplice

asettica evidente

come quando la senti descrivere

o la descrivi-

come quando la senti insegnare

o la leggi-

quando ti capita

o gli capita

quando la vedi capitare

allora c’è anche

il sentimento dell’impermanenza

ed è tutta un’altra cosa, amici-

allora è perdita

non solitudine

neanche cenere

perché non c’è qualcosa

che si distrugge

non c’è distruzione-

tutto rimane lì

è esistito- esiste ancora,

ancora per un po’ –

ma c’è già perdita

nel senso letterale della parola:

una cosa che si perde-

e allora

volgi lo sguardo al cielo

alle nubi

per assorbire

anche questa perdita

questa separazione-

siamo tutti oggetti

a cui teniamo

e man mano perdiamo

e non troviamo più

***

Osservando medici, infermieri e tutto il personale sanitario, osservando gli ammalati e i miei colleghi volontari spesso mi meraviglio di questo:

 

All’Hospice

 

E’ come se i gesti

avessero un modo diverso

un valore diverso

come se anzi

qui acquisissero un valore

che altrove

non hanno più

o non hanno mai avuto –

gesti di mani

di occhi

di mente –

gesti

che qui hanno un peso

perché nulla qui è per caso

e di questo:

 

Natale all’Hospice

A volte

basta

stare uno accanto

all’altro

senza neanche

guardarsi

senza neanche sapere

che si è vicini di sedia

mentre si ascolta un canto di Natale –

a me è bastato

 

e anche di questo

 

La preghiera

Ho pregato per lui

abbiamo pregato per lui

e tu hai detto

preghiamo anche per te –

facciamo circolare preghiere –

sono il saluto semplice

al mondo

***

Poi c’è il dolore, quello dei pazienti e quello dei loro familiari:

***

 

La prova interiore

Com’è guardarsi

negli occhi nella malattia?

Temere per lui/lei

trattenere la disperazione e il pianto

gioire del suo sorriso

che scaccia la morte nera

la fa per un attimo

bianca di luce –

voglio le prove

voglio dentro di me le prove

della nostra

prossima vita

***

 

Riferimenti in internet:

http://poesiaprosaspontanea.wordpress.com/category/hospice/

http://www.lankelot.eu/letteratura/bardelli-dianella-hospice-di-castel-s-pietro-terme-assistenza-domiciliare-integrata-inte

http://www.volontariato-cspt.org/vinco-club.htm

 

Per chi fosse interessato a ricevere una scelta di poesie in formato digitale, potete richiedemela al mio indirizzo mail: [email protected]

è possibile riceverla sia impaginata a libretto sia no

apparso precedentemente in http://samgha.me/2014/06/27/oggi-allhospice-quando-un-luogo-diventa-persona-poesie-di-dianella-bardelli/

 

 

 

 

 

Recensione del romanzo “Luogo Comune” di Cristina Pacinotti

 luogo_comune

E’ un’autobiografia. Ma romanzata, non nel senso, almeno credo, che ci siano episodi, persone, luoghi inventati, ma nel senso che il linguaggio è quello narrativo; l’autrice parla in prima persona, ma c’è sempre separazione tra il personaggio della storia e l’io che narra. E poi c’è suspense, ingrediente importante non solo nei  romanzi gialli, ma in generale in ogni romanzo che pretenda un lettore che rimanga attaccato al libro fino alla fine. E questo “Luogo comune” lo fa, rimani attaccato alla storia che racconta e quando finisce ne vorresti ancora. Cosa può chiedere di più uno scrittore?

C’è allegria in questo libro, quasi mai vera disperazione, ma c’è tristezza. Il personaggio principale che è chi scrive ma, come ho appena detto, anche no, è spesso triste; sente il tempo che passa, ha fatto, visto tante cose, ha viaggiato, conosciuto gente, ma poi nessuno andava davvero bene per lei e così per anni ha continuato a cercare “l’isola che non c’è”, fino allo sfinimento fisico e psicologico.

C’è la trama, ci sono i personaggi, c’è un finale. E’ una specie di thriller esistenziale, thriller dell’anima. C’è anche molta toscanità, nei detti, nel modo di criticare e sfottere chi si prende troppo sul serio, nel modo diretto e per nulla diplomatico di avere a che fare con le persone. Anche se sono gli amici, i figli, il compagno della vita. Deve essere anche per questo ( lei pisana io livornese ma trapiantata in Emilia ) che mi sono spesso identificata nel personaggio di Cristina. Anche io ho cercato e poi lasciato quello che avevo trovato, anche io sono stata e sono ( meno con l’età) triste e sconfitta. Anche io dormo poco. Anche io mi sveglio alle quattro e mi faccio il caffellatte ( Cristina nel romanzo si fa il caffè) e come lei sono abbastanza criticona. Anche per questa capacità di far identificare il lettore in chi vive la storia raccontata “Luogo comune” è un bel romanzo, anche se un po’ discontinuo nell’allungare certe fasi della vita della protagonista e nell’accorciarne altre.

La trama comincia con un viaggio in India. Ah l’hippy trail, dirà qualcuno. No, non si tratta di questo; siamo a metà degli anni ’90 e la protagonista fa un viaggio in India con il figlioletto Andrea per il suo eterno bisogno di fuga dalla quotidianità pisana. Ma poi bisogna tornare. Eccola di nuovo la sua poco gratificante quotidianità: la frequentazione del centro sociale in mancanza di alternative, i lavori precari,la solitudine; ma fortunatamente ci sono anche la danza e lo yoga, uniche vere attività nelle quali Cristina sente di realizzarsi. E poi cominciano i soggiorni presso comunità alternative di montagna, che però non la soddisfano sufficientemente da restarci in maniera definitiva. E finalmente l’incontro della vita con Emanuele, detto per tutto il romanzo Ema. Con lui fa due figli, con lui compra un casale e ci va a vivere con tutta la famiglia. Compreso Andrea, che ormai è grande e refrattario alla vita campestre. E poi di nuovo ricomincia la ricerca di un’altra casa perché mancano i soldi per mantenere il casale troppo grande, ed è troppo difficile rendere redditizio l’ uliveto e l’orto.

Non si prende mai fiato in questo libro, il lettore va avvertito di questo. Ma accidenti è proprio questo “ il su’ bello”. L’ho detto è un thriller esistenziale. Strano thriller però, perché per tutto il tempo dei brevi corsivi ci raccontano cosa succede dopo, dopo la fine del libro. Quando finalmente Cristina e famiglia trovano il loro Posto, la loro gente, una comunità con cui vivere.

La parte più bella, a mio avviso, è proprio quella della ricerca del Posto. Che è posto fisico ma poi se tutto è anima, coscienza, vita interiore, magari potrebbe anche non esistere. Potrebbe essere aver raggiunto un’altra meta da quella che si cercava per monti e boschi. Potrebbe essere l’aver semplicemente trovato il centro di sé.

 

Lama Yeshe e ieri all’Hospice la canzone di Natale

E’ tardi per scriverne
bisognerebbe farlo subito
quando l’emozione accade –
ma non è ancora solo un ricordo
e scriverne la trasforma
in una piccola gioia nel cuore –
la fiamma luminosa della canzone natalizia
scendeva su tutta la stanza
sulle persone sane e malate
sui dolci e i pasticcini
sulla tovaglia rossa
sui piatti rossi
e i tovaglioli con sopra babbo natale –
scendeva dalle stelle la canzone
e il freddo e il gelo della grotta
improvvisamente –
come a volte accade –
mi ha acceso e riscaldato il cuore
come fossi anche io
davanti a quel Lama
che capisce e accoglie
in quel tempo lontano