Corso di Prosa spontanea Associazione Primo Levi di Bologna
Insegnante Dianella Bardelli
Nona lezione 22.4.2011

Prima di tutto gli studenti leggono i testi scritti a casa che non erano stati letti la scorsa volta, il titolo è Facce. Il livello dei testi è molto buono; le descrizione ben fatta e accurata.
Parlo dell'ultima parte del libro di Kerouac I vagabondi del Dharma. Per natale il protagonista va a trovare la sua famiglia lontana 5000 chilometro da dove si trova lui ( California) e li raggiunge utilizzando autobus e autostop. Si legge il capitolo 19 a pagina 142. In questo romanzo Kerouac non parla diffusamente della madre, in altri romanzi lo fa, lui la amava in una maniera totale, ad ne I sotterranei parla molto di sua madre, che lui definisce l'unica donna della sua vita.
In questo capitolo ci racconta la sua impossibilità di fare una vita normale, durante queste vacanze, come avrebbero voluto i suoi parenti. Lui dormiva nella veranda e di notte andava a passeggiare e a”meditare” nei boschi.
Primo studente: li ho visti i luoghi in internet di questo libro, anche quello dove va a fare la guardia forestale
Dianella: c'è un altro libro in cui ne parla molto. Kerouac ogni tanto si isolava e si imponeva di non bere. L'unica volta che ci riuscì per un certo tempo fu quando andò a fare la guardia contro gli incendi su una montagna.
A pagina 200 si vede come Japhy tenti di convincerlo a smettere di bere, ma Kerouac lo manda al quel paese. Nel romanzo tra l'altro si vede come Japhy partirà per il Giappone con una borsa di studio per andare a studiare i riti zen.
Poi si cambia discorso e viene proposto agli studenti il concetto di Straniamento.
Il termine fu coniato da Viktor Šklovskij vissuto durante la Russia Sovietica, e che faceva parte del gruppo letterario dei Formalisti russi. Loro cominciarono ad analizzare la letteratura russa dal punto di vista del procedimento utilizzato dallo scrittore per scrivre le loro opere. Šklovskij pensava che quello che conta nel romanzo è il modo in cui è scritto, non tanto la storia, la trama; quello che conta è il procedimento. Aggiungo che a volte si pensa che per scrivere un bel romanzo basti avere una bella storia in testa, in realtà non è così; avere una bella storia ti dà l'entusiasmo, l'energia, ma poi incontri tutta una serie di difficoltà sul procedimento, cioè su come si fa a scriverla questa storia. Devi metterti a lavorare sul procedimento. All'interno di questo discorso Šklovskij usò il termine straniamento. Notò che le migliori descrizioni erano quelle in cui lo scrittore invece di nominare qualcosa, non so, invece di nominare la penna, la descriveva come se la vedesse per la rima volta, come se lui fosse un marziano che vede una penna per la prima volta e la vuole descrivere. Tutte le descrizioni che hanno questa originalità sono più belle delle descrizioni in cui questa capacità di vedere un oggetto come per la prima volta non è presente. Allora la descrizione è straniante, “strana”, diversa dal consueto. Se lo scrittore riesce a fare questo il romanzo è più interessante. Esce dalla consuetudine; come quando uno ha un quadro di valore in casa, all'inizio ti inorgoglisci, poi non lo vedi più. Quel quadro diventa una parte dell'arredamento. E' poi il concetto di arte in quanto tale, perché Picasso fa le donne come le fa?, perchè ha un punto di vista straniante; è più semplice l'esempio di Morandi, è il suo sguardo quello che conta non la bottiglia e come la luce va sulla bottiglia. Nella misura in cui il suo sguardo “è come la prima volta”, anche se fa la stessa bottiglia mille volte, quelle bottiglie sono diverse, perché è il suo sguardo ad essere diverso. Cos'è che toglie anche alla casa più bella la sua bellezza? Che dopo un po' tu non vedi più le cose con lo stesso entusiasmo che avevi quando ci sei entrato. Se la scrittura perde questo senso di novità diventa brutta perché perde il senso della freschezza.

A questo proposito viene dato loro questo testo:
Straniamento
Termine introdotto nella teoria e nella critica letteraria dai formalisti russi (Circolo linguistico di Mosca, 1915) per indicare i procedimenti formali attraverso i quali l'artista produce nel lettore una percezione "strana", cioè inusuale, della realtà, creando un effetto di sorpresa e di spaesamento. Con lo straniamento si cerca di togliere la percezione automatica degli oggetti artistici, per cui tali oggetti, percepiti diverse volte, generano una sorta di abitudine, per cui vengono riconosciuti, ma non "visti": l'arte allora li sottrae all'automatismo della percezione attraverso infrazioni anche leggere della norma. Un'infrazione tipica è quella di rendere "strano" il punto di vista.
Quindi indica anche l'effetto dell'alterazione della percezione abituale delle cose, con la conseguente rilevazione di aspetti e funzioni nuove del reale. Lo straniamento (in russo, ostranenje) è dunque il procedimento-effetto per cui il linguaggio poetico (come pure, ad esempio, quello della pubblicità) libera l'immagine dalla percezione consueta, rompendo gli automatismi del linguaggio e alterando la presentazione dei materiali compositivi. PerViktor Šklovskij lo straniamento è la procedura artistica più importante, perché produce una nuova visione dell'oggetto attraverso lo "slittamento semantico". I tropi, cioè le figure retoriche di carattere semantico proprie del linguaggio artistico (come ad esempio la metafora e la metonimia), sono casi particolari di questo slittamento semantico. In generale, tutte le scelte retoriche e stilistiche che travalicano il normale orizzonte espressivo, e tutte le complicazioni linguistiche che prolungano la durata della percezione, concorrono all'effetto di straniamento. L'ingegneria linguistica propria del gusto barocco e la sua pervicace ricerca della "meraviglia" non sono che procedimenti volti a produrre l'effetto di straniamento.

E' una tecnica quindi che può essere utile quando dobbiamo descrivere o qualcuno o qualcosa. In questo testo è molto importante la differenza che viene fatto tra vedere e riconoscere, quello che fa l'artista è di vedere. Se facciamo l'esempio dei testi che avete letto all'inizio, quello che avete fatto è artistico perché è stato il vostro punto di vista sulle persone che avete descritto. Il vostro punto di vista era nuovo perché le vedevate per la prima volta e poi l'avete anche enfatizzato il vostro punto di vista perché sapevate di dover fare dei testi letterari. Certamente se quelle persone voi le vedeste tutti i giorni tutti i particolari che avete messo nei testi non li vedreste più.
Quando noi scriviamo dobbiamo avere uno sguardo fresco, cioè uno sguardo come se fosse sempre la prima volta. Se devo descrivere una cosa fatta per la prima volta sarò per forza originale perché non l'ho mai descritta prima quella cosa. Chi scrive deve avere sempre questo sguardo. Morandi ricreava ogni volta uno sguardo nuovo sulle sue bottiglie. Se non si fa così si imita qualcun altro; oppure si è banali. Se metto questa stanza in un racconto deve prima di tutto stupire me per poterla descrivere.
Secondo studente: ma con una cosa che conosco molto fare questo è difficile…
terzo studente: devi usare l'immaginazione
Dianella: bisogna mettersi in una situazione di attenzione, di presenza mentale, se lo faccio con un oggetto lo sguardo di straniamento viene automaticamente perché vedo dei dettagli che con uno sguardo veloce non  vedo. E' solo nell'attenzione che mi posso immaginare una stanza. Però me la devo immaginare con una attenzione tale che è la mente stessa che se la immagina in un modo “come per la prima volta”. L'immaginazione è sempre fresca. L'immaginazione non immagina mai due cose uguali perché noi vivendo mutiamo continuamente.
Questo è indispensabile se vogliamo farci leggere; affinché chi ci legge entri nel nostro punto di vista, questo deve essere chiaro, ma nello stesso momento fresco. Se si fa un'improvvisazione di poesie o prosa spontanea questo avviene automaticamente. Basta mettersi qui, guardare questo filo e l'immaginazione comincia a lavorare da sola, ma la devo lasciare fare, mi crea qualcosa, quello che l'immaginazione e mi detta, quello che i Greci chiamavano le Muse. Il meccanismo è lo stesso, bisogna avere fiducia che questo sia possibile…La mente per immaginare ha bisogno di essere lasciata libera ma se io non ci credo che questo sia possibile non accade. E' come un ostacolo mentale che io pongo. Osservando le cose esse assumono delle caratteristiche che al primo sguardo o ad uno sguardo consuetudinario non dicono niente. Bisogna guardare non riconoscere. L'immaginazione per attivarsi ha bisogno dell'attenzione. L'arte è questo. Kerouac faceva questo cioè osservava, e in lui diventava come un magazzino di idee, percezioni.
Adesso facciamo un esercizio su questo: ognuno di noi sceglie un particolare della stanza e poi proviamo a mettere in pratica lo sguardo attento; l'oggetto non deve essere per forza interessante, può essere anche una cosa banale “ per vedere se ci riesco”; una volta scelto l'oggetto bisogna guardarlo per un po', solo così l'immaginazione mi detta. Guardarlo con attenzione. Quando comincia a venir qualcosa cominciamo a vedere dettagli che prima non avevamo notato. Poi cominciamo a scrivere, guardiamo e scriviamo e così di seguito. Se possibile non nominiamo mai l'oggetto, vediamo cosa succede.
Scritto il testo ognuno lo legge agli altri.
Sulla gelosia vi piace scrivere? Ad un certo punto ne I vagabondi del Dharma c'è una scena di gelosia da parte di Japhy nei confronti di sua sorella. Leggiamo il testo: pagina 195.
Esercizio: c'è una scena di gelosia inventata o vera che possiamo raccontare? Uno o due tettagli descrittivi che possiamo utilizzare? Facciamo ora questo esercizio. Raccontiamolo con dei fatti. Si leggono i testi scritti.

 

 Dostoevskij Fedor Michajlov Delitto e Castigo

Quello che prendo qui in esame è il nocciolo della storia, l’intreccio principale, quello tra Raskòl’nikov e la sua coscienza. Quindi ho tralasciato di prendere in considerazioni tutte le storie laterali che si intrecciano a quella del protagonista e che ne fanno il grande romanzo storico della Pietroburgo della seconda metà del 1800. Ho scelto di sintetizzare e commentare solo il centro della storia perché la trovo molto attuale per la mia vita personale e probabilmente per la vita di molte altre persone. E cioè qual è il rapporto tra me e la mia coscienza?
Raskòl’nikov è un ragazzo povero, studia ma ha pochi soldi per mantenersi. Fa, come tanti ancora oggi dei lavoretti. Arriva ad un punto tale di rabbia e ribellione ( mi incattivii, dice il personaggio nel testo) nei confronti della sua povertà, da volerla portare all’estremo. Non va più all’Università, non fa più lavoretti, si macera, si isola da tutti, fa montare in sé la rabbia tanto da trasformarla in furore. Fino a quando capisce che auto emarginarsi da tutto e tutti non gli basta più. Ha bisogno di mettersi alla prova, con qualcosa di più forte, pericoloso, rischioso. Ma il suo desiderio di un rito di iniziazione è volto al negativo, al diabolico. “ Fu il diavolo a trascinarmi”, dice Raskòl’nikov nel romanzo ( pag. 498); vuole perdersi e portare con sé qualcuno. Avere presente quelli che si suicidano e portano con sé qualcuno “ non consenziente? Una cosa del genere. Il suo è anche il delirio della coscienza rarefatta ma appesantita dalla fame, dall’insonnia, dall’isolamento. La sua è diventata una coscienza sottile ma anche densa, fastidiosa. Comincia a farsi domande del tipo: ma perché se ammazzo qualcuno sono un assassino, e se invece Napoleone ammazza migliaia di persone in guerra è un eroe? Non vi pare una domanda quanto mai attuale? Del resto si sa Dostoevskij non è solo un grande scrittore, è un grande scrittore profetico. Lui vedeva “oltre”.
Così Raskòl’nikov decide di compiere un’azione che sia una risposta alla domanda che si è fatto e che lo renda simile a “ chi è capace di disprezzare più cose e a chi più di tutti è capace di osare”. ( pag. 496).
Così decide. Ucciderà una vecchia usurai odiata da tutti, proverà a se stesso di riuscire a farlo ( “ avevo bisogni di sapere al più presto se io fossi un pidocchio, come tutti, o un uomo” pag 498).
Le cose vanno come previsto, Raskòl’nikov è capace di compiere il delitto. Sa affrontare le insidie e i rischi dell’impresa e sa affrontare la sua paura. Ma come spesso accade ci rimette un innocente; la sorella buona, quella che tutti amano, quella maltrattata della vecchia usuraia si trova anche lei in casa in quel momento. Muore guardando il suo aggressore non impaurita, non terrorizzata, ma sorpresa.
Raskòl’nikov viene sospettato di essere l’autore dei due delitti, ma la fa franca, non ci sono prove contro di lui. Ma nella sua coscienza avviene l’unica cosa che lui non aveva previsto e che lui non riesce a perdonarsi: il rimorso.
E così l’ultima parte del romanzo affronta questo tema: come si fa a far fronte alla sofferenza interiore?
Raskòl’nikov, come spesso avviene, per essere aiutato va a cercare un maestro. Il suo “guru” è Sonja, adolescente immacolata e pura, che si prostituisce per dare da mangiare ai suoi fratellini nudi e affamati.
La ragazza lo redime. Cioè lo convince a costituirsi. Raskòl’nikov, dopo molte reticenze, segue il suo consiglio nella speranza che questo gesto pareggerà i conti con la sua coscienza. Ma non è così. La giustizia degli uomini non ha niente a che vedere con quella interiore. E così le privazioni, le sofferenze fisiche che il protagonista deve sopportare ai lavori forzati in Siberia, non lo scalfiscono affatto. Neanche le sente. Perché il dolore vero, che non si acquieta mai e mai si sfama è il suo orgoglio ferito dalla scoperta di provare rimorso, di non essere un uomo di potere ma un “pidocchio” come tutti gli altri.
Poi ecco improvviso, non cercato, non desiderato in Raskòl’nikov si fa strada un sentimento nuovo , portato, provocato da uno sguardo al grande fiume che separa il popolo civilizzato da quello selvatico dei popoli nomadi della Russia Asiatica . “ Laggiù nella steppa immensa, inondata dal sole, nereggiavano, come punti appena visibili, le tende dei nomadi. Là era la libertà, e vivevano altri uomini per nulla simili a quelli di qui, là il tempo stesso si era come fermato, come se non fossero ancora passati i secoli di Abramo e delle sue greggi” (pag. 652). E’ come se quella vita nomade, libera e selvatica fosse per Raskòl’nikov portatrice di una qualità umana nuova, la riscoperta della propria natura originaria. Alla dialettica subentrava la vita” (pag.653)
Grazie a questa sua scoperta, a questa sua nuova apertura alla vita in quanto tale, e altrettanto improvviso nasce un nuovo sentimento finora sconosciuto, l’amore. “Come ciò fosse accaduto neppure lui lo sapeva”(pag. 652).
Dostoevskij chiama questo processo “resurrezione”, resurrezione per una nuova vita”. A me piace chiamarla la scoperta dell’amore come unica forza che tiene unito il mondo.

 

Improvvisazione in giardino invece di
scrivere di cose tristi

Le parole
e i fatti
le parole –
azioni, elenchi
confusione molta
confusione –
incertezza profumo intenso
di fiori freschi
profumo denso
come stantio di tempo
troppo –
fiori recisi
per questo troppo profumati
si mangiano lo spazio
l’aria intorno
l’erba –
enfatizzano la mente
l’addormentano
più di un’intensa
meditazione serale
andata a buon fine
che calma spirito e corpo –
così fa l’odore
troppo intenso del lilium
bianco rosa
petali allungati –
fatti, parole
profumi –
qualcuno attraversa perfino
l’aria, vola
cioè se vuole nel cielo –
ti immagini
com’è volare?
non avere ostacoli
non dover frenare
non evitare
non scartare
se sei un passerotto
nemmeno ti sparano

 Corso di Prosa Spontanea Associazione Primo Levi di Bologna
Insegnante Dianella Bardelli
Ottava lezione 8° 15..4.2011

Prima di tutto abbiamo letto alcuni testi che gli studenti hanno scritto a casa. Il titolo era “Facce viste per strada”.
Poi il resto della lezione è stata dedicata a leggere le prime pagine de “ I vagabondi del Dharma” di Jack Kerouac. Come spesso accade quando propongo in qualche corso di Improvvisazione di Poesia e/o Prosa spontanea, il testo di Kerouac pone parecchie difficoltà di lettura per gli studenti. Kerouac è un autore che o si ama incondizionatamente o sennò è difficile da leggere come si trattasse di un qualunque scrittore. La sua scrittura, come quella degli altri autori della beat generation, ha uno scopo extra letterario, difficile da cogliere immediatamente. Si tratta infatti della scrittura come forma di presa di coscienza ( come si può vedere nel mio testo: “L'improvvisazione di poesia e prosa spontanea”), di sé e degli altri. Un altro ostacolo è l'uso ne I vagabondi del Dharma di termini della dottrina buddista che è necessario conoscere per poter apprezzare a pieno il testo, dei quali nel corso della lezione ho cercato di spiegare il significato.

Ieri pomeriggio  ho presentato il mio nuovo romanzo "I pesci altruisti rinascono bambini" all'Associazione "Andare a veglia" di Bologna.
Il romanzo è stato bene accolto sia rispetto alla storia in sè sia per come sono riuscita a raccontarla. Ho letto alcuni brani e siccome la presentazione è avvenuta all'interno di un corso di scrittura creativa, abbiamo scritto alcune improvvisazioni prendendo spunto  da alcuni dettagli del libro.
ecco un brano che ho letto, è l'inizio del romanzo

 Introduzione: come nasce una storia

Se la giornalaia, oggi 18/2/2007 fosse stata aperta, se non
fossi tornata subito indietro pensando devo andare a M.,
devo prendere la macchina per andare a prendere i giornali,
se non avessi pensato non prendo con me il cane perché voglio
far presto e perché fa ancora troppo freddo, casomai lo
porto a fare un giro dopo mangiato, non avrei pensato: ho
freddo alle mani toccando i 9 euro che ho in tasca, e se non
mi avesse cominciato a far male il ginocchio sinistro non
avrei pensato ecco l’inizio del nuovo romanzo: “Ho freddo
alle mani e ho in tasca 9 euro”.
Così un po’ di storia c’è già:
1. lei, che si chiama Katia, col pastrano che ha addosso stamattina,
i guanti grigi di lana che non scaldano, va via, si
chiude la porta di casa alle spalle e prende una strada, la solita
che fa ogni giorno in macchina per andare al lavoro,
prende quella strada con 9 euro in tasca e va;
2. fa freddo;
3. cammina un’ora. Si ferma, riposa;
4. cammina un’altra ora: in un bar cappuccio e pasta. Chiede
se hanno bisogno di una cameriera, dicono no. Cammina
lungo un argine, abbandona la strada. In una casa c’è una
vecchia. Ha bisogno di un aiuto? Sì. Vitto e alloggio e 300
euro al mese. Ok.

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 ( anche altri miei libri)

E' il giorno dei martiri
è il giorno degli eroi –
non è vero che
non abbiamo più bisogno degli eroi –
ne abbiamo più bisogno che mai –
i nostri martiri
sono quelli come Vittorio Arrigoni
dal viso dolce,
spaurito non so –
è il mio eroe – martire
della pace, quella vera
quella assoluta
a cui io donna confusa
non so più neanche
se credere –
ma Vittorio è il mio eroe
della pace e dell'amore –
lui lo sapeva dove era
lui lo sapeva chi era
il suo io d'amore –
io amoroso
come quel cuore rosso
aperto e senza inganni
del Gesù del piccolo oratorio
che ben conosco