“Questo avviene nei film degli indiani”. Come Umberto Eco spiegò la trama gialla de Il nome della rosa a dei quindicenni dell’Istituto Tecnico Aldini-Valeriani di Bologna

 C’è stato un anno in cui in classe abbiamo letto Il nome della rosa di Umberto Eco. Poi abbiamo visto anche il film per fare un confronto. Ho sempre fatto leggere libri “difficili” ai miei studenti, adolescenti ( spesso come in questo caso solo maschi) di seconda del biennio dell’Istituto Tecnico Industriale Aldini – Valeriani di Bologna, perché per me è stata quella l’età della scoperta di Dostoevskij. A volte leggevamo Delitto e Castigo, altri anni I fratelli Karamazov, altre volte ancora I miserabili di Victor Hugo o i racconti di Cecov, oppure Hemingway e altri scrittori americani. In prima invece leggevamo sempre I promessi Sposi.
Dopo aver letto e discusso in classe Il nome della rosa chiesi ai ragazzi se avrebbero avuto piacere di incontrarne l’autore dato che insegnava nell’Università di Bologna. Però dovete fare tutto da soli, dissi loro, secondo me Eco è più interessato a parlare con voi a tu per tu senza la presenza del vostro professore. Dissero di sì. Così due ragazzi della classe andarono ad aspettare Eco fuori da una delle sue lezioni. Le teneva nella chiesa sconsacrata di San Martino e molte persone, non solo i suoi studenti, andavano ad ascoltarlo. Un paio di volte ci andai anche io. Ricordo che dopo  una di queste lezioni alcuni studenti si avvicinarono ad Eco per salutarlo e lui si rivolse in particolare ad una sua studentessa esortandola a studiare di più. Questo particolare mi fece capire che pur essendo un grande intellettuale e un personaggio pubblico importante Eco era soprattutto un professore. Si preoccupava cioè che i suoi studenti studiassero di più.
I due ragazzi che dovevano chiedere un appuntamento a Eco lo fermarono all’uscita della sua lezione e gli chiesero se era disposto ad incontrare la loro classe per un’ intervista su Il nome della rosa. Eco rispose di sì e diede loro un appuntamento per un pomeriggio nella sua Facoltà. I ragazzi la registrarono e ho ancora la cassetta sonora. Alcuni giorni fa l’ho riascoltata e l’ho trovata di grande interesse.
I ragazzi si disposero su indicazione di Eco intorno ad un tavolo. A questo proposito Eco disse loro: ” Per fortuna che vi ho fatto mettere intorno a un tavolo perché se eravate di fronte eravamo in una situazione televisiva”. Infatti poco prima riflettendo con loro sul perché registrassero l’incontro aveva detto: ” C’è questa paura di non capire cosa dice la voce registrata, è normalissimo spostare nella vita quotidiana la situazione radio-televisiva. E io parlo come fossi Pippo Baudo (i ragazzi qui ridono) della situazione….è la fiducia che mettendo tutto su nastro vi rimane e non vi scappa, mentre nessuno riascolterà più il nastro”. Invece il nastro è stato riascoltato e io dopo tanti anni ne sto scrivendo.
In questo articolo non dò conto di tutte le domande dei ragazzi e di tutte le risposte di Umberto Eco. Sarebbe troppo lungo il farlo. Ho scelto quelle che a me sono sembrate le più significative. Ma in realtà tutta l’intervista è estremamente interessante.
Durante la conversazione Eco dà sempre del lei ai ragazzi e nelle risposte alle loro domande si ha l’impressione che non parli solo a loro ma anche a se stesso. Come se le domande di quei quindicenni fossero per lui un’occasione di interrogarsi e di rispondersi in maniera molto personale sulla propria creatività di scrittore. Lo si capisce da come a volte Eco cerchi le parole ad una ad una per essere il più chiaro possibile.
Le domande dei ragazzi riguardarono soprattutto la trama gialla e il contesto storico de Il nome della rosa. Uno ad esempio chiese ad Eco perché il romanzo mette in evidenza monaci malvagi trascurando quelli che potrebbero essere i buoni della situazione. La risposta di Eco fu una piccola e intensa lezione su cos’è un romanzo. Fece capire ai ragazzi che in esso l’ambiguità dei personaggi è il sale della storia raccontata e che è impossibile che ci siano tutti i cattivi da una parte e tutti i buoni dall’altra. “Questo avviene nei film degli indiani”, disse. Ma un ragazzo obiettò che trovare tante persone cattive in un monastero cristiano li aveva sorpresi. E qui naturalmente Eco si trovava nel suo elemento, quello di studioso appassionato del Medioevo. Raccontò ai ragazzi che nei monasteri ne succedevano di tutti i colori, ammazzamenti, avvelenamenti. La cattiveria, la quantità di passioni umane che ci sono nel romanzo ” non vi avrebbe colpito in una legione straniera, vi colpisce in un monastero…Se l’uomo è un animale pieno di contraddizioni lo sarà anche se fa il monaco…basta andare a vedere L’Historia calamitatum di Abelardo, deve scappare dal monastero perché i suoi monaci tentano di avvelenarlo”.
La conversazione si spostò poi su cosa avesse ispirato Eco a scrivere questo romanzo. In particolare uno studente chiese se ad ispirarlo potessero essere stati alcuni aspetti de I Promessi Sposi.
“La letteratura è soprattutto racconto di altri libri”, esordì Eco. Da parte sua poi c’era questa profonda conoscenza del Medioevo e la scommessa di ambientare in quel contesto un romanzo, non un saggio di storia. La scommessa era difficile da realizzare perché non si trattava semplicemente di scegliere un ambientazione storica per un romanzo, ma ” c’era la scommessa di non far dire e di non fare succedere niente che non fosse successo”, disse Eco, e aggiunse: “L’ideale era che qualsiasi cosa che un personaggio diceva in qualche modo fosse stata detta nel Medioevo”. Per quanto riguarda un’eventuale influenza de I Promessi Sposi nella stesura de Il nome della rosa, Eco rivelò la sua passione per questo romanzo “che ho letto per la prima volta a 11 anni”. Mostrò agli studenti come nella struttura dei due romanzi si possono fare dei paralleli, entrambi infatti hanno quelli che lui definì “arie e recitativi”, cioè lunghe parti descrittive e storiche e subito dopo scene d’azione.
Uno studente fece accenno alla semiotica, “la materia che lei insegna”, e chiese : “secondo lei al giorno d’oggi è possibile ancora interpretare il mondo come dice Guglielmo come un libro aperto?”. Eco rispose: ” Io sono do quelli che dicono di sì” e parlò a questo proposito di come la società attuale sia ben più “imbottita di segni” rispetto al Medioevo. “Molte volte”, aggiunse, ” non è possibile leggere il mondo come un libro perché non sappiamo più riconoscere i segni significativi perché li vediamo passare tutto il giorno”.
Cambiando direzione alla conversazione uno studente chiese a Eco che funzione aveva ne Il nome della rosa la Biblioteca, se aveva la funzione di nascondere o mostrare. Eco rispose che aveva entrambe queste funzioni, come del resto ce l’hanno ancor oggi i musei e le biblioteche che contengono centinaia di opere meravigliose che nessuno ha ancora visto e forse mai vedrà. Nel Medioevo in più c’era poi una vera censura verso certi libri, ” una grande censura, ma non censura poliziesca, una specie di grande censura automatica”, disse Eco agli studenti. Come sappiamo questo aspetto diventa il centro della trama gialla de Il nome della rosa. ” C’è se volete”, disse Eco, ” l’idea romanzesca del terrore che si può avere di una verità scoperta e fare di tutto per celarla”.
Un altro studente riprese il discorso dei musei che contengono cose meravigliose che nessuno vedrà mai chiedendo “a cosa serve aprirli a tutti se non tutto si potrà vedere?”. Eco fece un lungo discorso su come sia inutile infilarsi nei musei per vedere decine di opere. Disse che dovrebbero essere organizzati in altra maniera, dove tutto si tiene in magazzino e di volta in volta si mostra al pubblico a rotazione. “Il museo così com’è è un luogo feticistico, nasce dalla galleria del borghese, come raccolta di merci…dà all’utente una specie di soddisfazione di prestigio, ho pagato 2000 lire e ho visto 80 chili di Rinascimento, dopo di che non ho capito un tubo”.
Il discorso si spostò poi su una frase che il personaggio di Guglielmo rivolge nel romanzo al suo giovane assistente Adso, quando gli dice che non esiste nessun posto in cui Dio avrebbe voluto vivere. Uno studente voleva sapere da Eco se questa era una critica verso la Chiesa. “E’ una frase profondamente cristiana e religiosa questo dire che il mondo è un posto dove la gente è così cattiva che Dio non starebbe a proprio agio”, rispose Eco, aggiungendo che ” Io non sono di quelli che pensano il Medioevo come gli evi bui, oggi c’è Reagan, non è che le cose siano migliorate”. A proposito del personaggio di Guglielmo, che è il detective della storia, uno studente chiese a Eco perché scopre le cose per caso, “per esempio l’indizio per trovare il Finis Africae l’ha trovato per caso nelle scuderie”. Eco non voleva scrivere un romanzo giallo classico, ma semmai ” un romanzo sul romanzo giallo”, per cui il suo detective doveva essere un essere umano come tutti gli altri, non doveva avere chissà quali poteri o essere dotato di chissà quale razionalità. A proposito dei personaggi de Il nome della rosa uno studente chiese in quale Eco si identificasse. Nella sua risposta egli fece capire ai ragazzi che un vero scrittore si deve identificare in tutti i suoi personaggi e che “in tutti l’autore mette qualcosa di sè…altrimenti se ne sceglie solo uno vuol dire che tutti gli altri sono delle marionette che lui ha usato tanto per fare”.
La conversazione proseguì con la richiesta da parte degli studenti di un consiglio su cosa leggere dopo Il nome della rosa. Per rispondere a questa domanda Eco fece una riflessione sulla gioventù di quel periodo. “Siete una generazione che con un brutto termine viene chiamata del riflusso, comunque di un periodo di grande crollo delle ideologie…Un grandissimo libro che racconta un dramma simile è Il rosso e il nero di Stendhal”. I ragazzi non sapevano come si scrivesse questo nome e allora Eco lo scrisse alla lavagna; nella registrazione si sente nitidamente il rumore del gessetto sulla lavagna e si avverte con chiarezza con quanta pressione della mano scrivesse Eco. Questo suono antico e inattuale di una mano che spinge su un gessetto su una lavagna per scrivere il nome di uno scrittore mi ha molto colpito, anzi commosso; mi sembra il reperto sonoro di un passato così remoto. Come anche il dare del lei ai dei ragazzini quindicenni da parte di un personaggio tanto famoso e amato a Bologna, o “perdere” più di un’ora di tempo per parlare con loro. Un altro piccolo dettaglio voglio ricordare a questo proposito. Ad un certo punto dell’intervista qualcuno entrò nell’aula e Eco con voce autorevole disse : “tu non puoi entrare”, e poi con voce molto soave, dolce aggiunse “per limiti di età”. Evidentemente quella conversazione che stava avendo con quei ragazzini era di suo gradimento e non la voleva interrompere per nessun motivo.
L’ultima domanda riguardò il titolo del romanzo. Un ragazzo disse: “tutti dicono che viene fuori da un esametro latino, questa rosa cosa vuole essere? Vuole essere tutto? Vuole essere la cultura che c’è attorno, vuole essere niente?, vuole essere un fiore? Che cos’è?”. “E’ il topos ( ed Eco spiegò cos’è un topos) dell’ubi sunt, del dove sono, tipicamente cristiano medievale, la gloria del mondo non dura, quindi dove sono i grandi principi?, dove sono le grandi città?”… Ma l’autore dell’esametro “lancia questa specie di grido di ottimismo o di realismo nel senso che tutte le cose sì passano ma in fondo è il linguaggio quello che ce le conserva”.
Qui si concluse l’intervista e Eco salutò i ragazzi con un “ecco, arrivederci”, e loro di rimando”ci vediamo”.

Un libro imperdibile: Restare in Vietnam di Luca Pollini

Raramente negli ultimi tempi mi ha stupito la lettura di un libro e ancor più raramente ha suscitato in me entusiasmo. Restare in Vietnam di Luca Pollini (Elemento 115 edizioni, 2017, 10 €) mi ha stupito per il lavoro immenso che c’è dietro (cinque anni mi ha detto lo scrittore) per scovare gli ex soldati americani rimasti in Vietnam e poi per scegliere di raccontare solo la storia di Marlin McDade. Mi ha entusiasmato per la scrittura, così aderente alla materia da divenire con essa un tutt’uno. Questo capita agli scrittori più bravi, quelli cioè che non si limitano a raccontare una storia, ma cercano lo stile, l’unico stile per farlo. Ci riescono in pochi, uno per tutti Kerouac. Conoscere Marlin McDade in un bar di Da Nang e farsi raccontare la sua sconvolgente storia deve essere stata per Luca Pollini un’esperienza indimenticabile. Traspare benissimo nel testo, che  lui ha assemblato sotto forma di una storia raccontata in prima persona. Empatia, vicinanza, comprensione sono riservate a quest’uomo che aveva vent’anni quando nel 1969 parte per la guerra in Vietnam. Quello che mi piace della sua storia è che Luca Pollini è riuscito a raccontarla facendo di lui un ragazzo americano come tanti altri in quegli anni di fermento. Lo stesso giorno in cui parte per l’addestramento militare sarebbe dovuto andare con la sua ragazza al concerto di Woodstock. E questo particolare apparentemente irrilevante è invece sintomatico di quei tempi, se eri un ragazzo americano di vent’anni ti poteva capitare di andare ad ammazzare civili in Vietnam oppure a fricchettonare a Woodstock. Quando ormai in America il movimento contro la guerra si sta diffondendo nelle città e nelle università, Marlin McDade vive in un paese sperduto del Kansas dove non c’è niente di interessante o anche solo piacevole da fare, dove l’unica cosa che la gioventù vuole è andarsene ( come avvenne in altre situazioni simili quando migliaia di giovani si riversarono nel ’67 a San Francisco per vivere la summer of love ). Il padre di Marlin, ex militare e a sua volta figlio di militare è convintissimo della giustezza della guerra contro i comunisti vietnamiti e spinge un confuso e disorientato Marlin ad arruolarsi volontario. Da quel momento per tutto il seguito del racconto la sua è una progressiva e terrificante discesa agli inferi. Il primo gradino è il corso di addestramento, dove bisogna urlare ” uccidere senza pietà è lo spirito della baionetta”, e dove  ti insegnano a non avere rispetto per nessuno :”quando ve li troverete davanti capirete che sono come animali”…anche un bambino può lanciare una granata o essere imbottito di dinamite…sono tutti vietcong e non puoi fargli cambiare idea, li puoi solo ammazzare”. Queste raccomandazioni creano nei soldati americani una paura pazzesca che, come dice Marlin, “fa commettere azioni che non puoi immaginare”. Era in vigore il Body count, il conto dei vietnamiti uccisi che serviva a mostrare i successi americani, facilitava la carriera agli ufficiali, e ai soldati faceva avere più cibo, birra, sigarette o due o tre giorni di vacanza in una spiaggia di Saigon. “Uno schifoso torneo proposto a ragazzi di vent’anni a cui danno un premio se fanno fuori la gente”, dice Marlin.
Far parlare direttamente Marlin è stato fondamentale per aggiungere qualcosa di nuovo su questa guerra. Di libri sul Vietnam e sulle atrocità perpetrate dalle truppe americane se ne sono scritti tantissimi. E sono stati girati anche molti film. Ma vi posso assicurare che se credete di saperne già abbastanza di quella guerra vi sbagliate. Vi manca questo libro per poterlo affermare. Non sono film magnifici come Apocalyspe Now o Il Cacciatore a raccontare come sono andate davvero le cose. Un conto è lo spettacolo della guerra, un conto la sua realtà. Leggere Restare in Vietnam  è stato per me come avere  davanti, seduto al tavolo della mia cucina, Marlin McDade che parla del Vietnam. Il suo personale Vietnam:  “preferisco raccontare quello che ho provato e sentito”, dice nel libro. Efficace in questo senso è
 l’uso della prima persona, ma anche il modo colloquiale, quasi dimesso, con cui atrocità perpetrate sui vietnamiti sono raccontate da Marlin.
Alla fine del ’70 tornato a casa una prima volta per la morte della sorella Susan, scopre che la sua ragazza Eleonore è diventata una fervente pacifista e sta con un altro. Non solo, scopre anche che quello che hanno passato e stanno passando in Vietnam i ragazzi americani non interessa a nessuno, anzi sono odiati da tutti. Perciò nell’Aprile del ’72 torna in Vietnam. Nelle basi americane si comincia a respirare aria di smobilitazione, i soldati non sono più disposti a morire per una guerra che sta per finire, per combattere si riempiono di eroina, disertano o uccidono gli ufficiali pur di non andare in battaglia. Infine in un attacco vietcong nella base americana di Saigon Marlin viene gravemente ferito. Dopo le cure ricevute all’ospedale americano, per la riabilitazione viene mandato in uno vietnamita e qui farà un incontro che gli cambia per sempre la vita. Però nel frattempo è costretto a rientrare in America. Lascia un paese “con dieci anni di bombe, milioni di morti e feriti, milioni di dollari spesi inutilmente, dove ci sono 900 mila orfani, 200 mila invalidi, un milione di vedove, dove la terra coltivata è bruciata e avvelenata”.
Anche in America Marlin avrà un incontro che gli cambia la vita. Il suo principale nell’officina meccanica dove trova lavoro un giorno vedendolo afflitto e triste gli dice: “Marlin devi affrontare i tuoi fantasmi. Secondo me dovresti tornare là”.
Tutta la storia di Marlin è raccontata alla luce della sua scelta fatta dopo la fine della guerra del Vietnam. Quella di ritornare là per restarci e provare a rimediare al male che lui personalmente ha fatto e ha visto fare. Si occupa ancora oggi per varie associazioni dello sminamento di intere aree abitate, che causano ancora migliaia di morti e feriti e della bonifica della terra dall’agente chimico orange, un defoliante usato dagi americani durante la guerra. Marlin sembra aver ritrovato un pò di pace vivendo in Vietnam, ma “quando vengo a sapere di qualcuno che salta in aria per una mina”, afferma, ” beh mi sento di averlo ucciso io”.

E in ultimo qualcosa sull’autore di questo libro. Luca Pollini all’attività di giornalista unisce quella di saggista e autore. Ha pubblicato, tra gli altri: I Settanta, gli anni che cambiarono l’Italia; Gli Ottanta, l’Italia tra evasione e illusione; Hippie, la rivoluzione mancata; Musica leggera; Anni di piombo; Amore e rivolta a tempo di rock;  Ribelli in discoteca; Immortali: storia e gloria di oggetti leggendari. Ha debuttato a teatro col reading Hippie, a volte ritornano. Collabora con mensili e quotidiani, si occupa di storia contemporanea, cura un sito (www.retrovisore.net ).
(Editing a questo articolo di M.C.D.)

Qui una mia intervista all’autore in occasione della presentazione di un altro suo libro dal titolo “Ordine compagni” di recente a Bologna alla libreria Ubik:

La malora e Una questione privata di Beppe Fenoglio: Lo stesso cuore, lo stesso sguardo

 

Sono storie diverse, non hanno niente a che vedere l’una con l’altra, ma è lo sguardo, il cuore di Fenoglio che è lo stesso. Lo stesso sguardo, lo stesso cuore, lo stesso amore per i luoghi e per i personaggi, che miracolosamente diventano persone ( ho trovato questa stessa capacità in altri pochi scrittori, Dostoevskji, ad esempio e Kerouac ). Eppure lo stile è così diverso tra La malora e Una questione privata. Quello de La malora mi ha ricordato il Verga de I malavoglia, ma in meglio; la scrittura di Fenoglio infatti non imita la parlata “dei vinti”, lo è. Fenoglio la conosceva, la praticava, non l’ha dovuta imparare. La scrittura di Una questione privata come definirla? Delicata, è la prima parola che mi viene in mente. Delicata ma al tempo stesso piena di fervore, passione trattenuta, pudore, terribile nostalgia, più terribile della paura dei fascisti. Nella scrittura di Una questione privata senti continuamente il respiro affannoso del protagonista, dovuto alle fughe, alle lunghe traversate notturne di pianure e colline, ma anche alle emozioni che gli procura il pensiero di una ragazza che più che oggetto del suo amore è oggetto della sua devozione, la stessa che si deve a una santa o a una dea.
La povertà raccontata ne La malora mi ha lasciato senza parole. E’ il racconto della miseria totale, quella della fame, della fame di tutti i giorni, insieme alla fatica, al lavoro sfiancante, da semi schiavi, senza diritti, ingabbiati in una scala sociale gerarchicamente tracciata. Il farmacista comanda sul mezzadro, il mezzadro comanda sul suo servitore in una catena apparentemente indistruttibile, ma che, anche se tanti anni dopo quei primi del ‘900, alla fine si è riusciti a spezzare. Bisogna leggere La malora di Fenoglio per capire, toccare con mano, quanta strada ha fatto il popolo italiano delle braccia, quello che un tempo si chiamava il proletariato.
In Una questione privata, al contrario, sono i sentimenti del protagonista, un ragazzo della borghesia fattosi partigiano, quelli raccontati da Fenoglio. La grandezza dello scrittore consiste nel non nascondere le sue contraddizioni diviso tra il suo dovere di partigiano e la gelosia nei confronti di una ragazza. La ama, anzi l’adora, ne è geloso, e per questo causerà la fucilazione da parte dei fascisti di un ragazzino di 14 anni. Questione privata e guerra partigiana si intrecciano mirabilmente nella scrittura di Fenoglio, che non è esgerato mettere tra i grandi prima di lui che ne sono stati capaci, ad esempio Omero, o l’Ariosto.

 

 

La mia newsletter letteraria di Gennaio 2018

Questa è  la mia newsletter letteraria di Gennaio: 

una mia recensione di Big Sur Di Kerouac, nella rivista  Cronache letterarie, “Write drunk,  Kerouac e il suo delirio alcolico”: 

http://cronacheletterarie.com/2017/12/27/jack-kerouac-big-sur/

Il 13 Gennaio 1968 Johnny Cash tenne due concerti nella prigione di Folsom, ascoltando uno dei due ho scritto questa poesia:
https://poesiaprosaspontanea.wordpress.com/2018/01/18/il-13-gennaio-1968-johnny-cash-tenne-due-concerti-nella-prigione-di-folsom-ascoltandone-uno-ho-scritto-questa-poesia-i-m-johnny-cash/

Infine un racconto cortissimo intitolato la “Conchiglia nera” nella rivista Tuffi:
  http://tuffirivista.com/2018/01/19/la-conchiglia-nera/
Buona lettura Dianella Bardelli
https://it.linkedin.com/in/dianella-bardelli-58471b4
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Una mia recensione della raccolta poetica di Gary Snyder “Questo istante presente”

All’inizio ho sbagliato. Leggevo le poesie di “Questo istante presente” di Gary Snyder ( libro uscito nel 2017 a cura di Giuseppe Moretti nella traduzione italiana di Rita Degli Esposti per Jouvence Edizioni ) una ad una e scrivevo man mano un mio commento, una mia riflessione. Poi ho capito. Mi sono lasciata andare alla lettura. Solo allora ho avuto l’impressione di avere comprese, assimilate, fatte mie queste poesie. E ho colto come siano il diario-bilancio di una vita. Fatta di costruire, scrivere, amare, viaggiare e osservare la natura nella dimensione del selvatico. La prima e l’ultima poesia parlano dello stesso tema, la perdita di una donna molto amata. E’ un cerchio questa raccolta poetica, Snyder lo tratteggia da un primo punto di matita fino all’ultimo punto di matita. Che sono l’amore e la perdita di una donna. In mezzo c’è la vita di tutti i giorni, molto lavoro manuale, i viaggi, gli amici, la vita solitaria con l’unica compagnia di un cane.
E’ sempre con un misto di sorpresa e aspettativa che mi avvicino ogni volta ad un testo di Snyder. Come a qualcosa che ha a che vedere con il sacro e con il silenzio, ovvero con quella che lui chiama la wilderness.


 

La prima e l’ultima poesia di “Questo istante presente” mi hanno molto commosso. Leggendo la prima dal titolo “Contorto” ti aspetti che parli solo di ciocchi segati di un pino. Sono ciocchi lisci e regolari, ma alcuni sono contorti. Improvvisi come fuori testo, come parlassero d’altro, gli ultimi versi: “la mia donna era dolce”. Non c’è solo la contrapposizione tra contorto e dolce (che è già qualcosa di profondo e inusuale), ma anche quel continuare i soliti lavori manuali, che però non riescono a distogliere dal pensiero dell’ amore perduto, e anzi lo evocano continuamente. L’ultima poesia (“Adesso vai”) del cerchio immaginario che, almeno nella mia mente, rappresenta questa raccolta poetica, affronta direttamente il tema della morte. Qui Snyder fa quello che troviamo anche in altre sue raccolte poetiche a proposito della morte di animali cui gli è capitato di assistere, cioè non lesina sui dettagli concreti. Questo avviene ad esempio in alcune poesie contenute nel volume “L’isola della tartaruga”.
“Adesso vai” affronta con la stessa accuratezza di particolari la morte della donna amata, ” niente dio o illuminazione o accettazione…della fine della nostra vita”, ma solo la realtà così come si presenta ai sensi e al cuore. E’ bella e terribile questa poesia, è lunga e si continua a leggere per vedere fin dove si spinge il coraggio dello scrittore. Si spinge dove è difficile scrivere come ti riduce la malattia rispetto a quello che eri, come ti riduce quando sei ancora vivo e come ti riduce quando sei morto. Non so come si sia sentito Snyder nello scrivere così dettagliatamente la malattia e la morte della donna amata. Non lo so. So che leggere “Adesso vai” mi ha fatto molta impressione e credo che abbia avuto lo scopo di dire a se stesso e a noi lettori cos’è la morte e come sia possibile continuare ad amare con la stessa intensità qualcuno oltre la bellezza e la salute di un corpo. Amarlo mentre si disfa già da vivo e poi si decompone e infine brucia, ” Ancora innamorato, essere lì/vedere, annusare, sentire/pensare addio/valeva la pena, anche con l’odore”.

Tra “Contorto” e “Adesso vai” sono racchiuse le altre poesie su temi consueti nella produzione poetica di Snyder. Prima di tutto la natura e il selvatico. Come in “Postazione siberiana”, una poesia narrativa incentrata su una tempesta di pioggia e grandine passata sotto un grande vecchio pino che evoca al poeta una sua possibile vita precedente vissuta da monaco. Oppure ” Canzoni del mattino” che parla di stelle che svaniscono al richiamo delle oche selvatiche, o “Qui”, in cui Snyder si chiede ( come spesso facciamo anche noi) “Perché siamo qui”.

Poet Gary Snyder in his Nevada City, California, home.
Credit: ANDREW NIXON / CAPITAL PUBLIC RADIO

E poi ci sono le poesie dedicate agli amici e ai luoghi visitati. A proposito di questi ultimi mi hanno colpito quelle dedicate all’Italia. Sono composte con lo sguardo preciso e allo stesso tempo distaccato pur se pieno di empatia che mi pare sia tipico dello stile poetico di Snyder. Cito solo a mo’ di esempio ” Giovane David a Firenze, prima di uccidere”. L’ammirazione del poeta per questa scultura di Michelangelo nasce dalla descrizione dettagliata che ne fa,che lo porta alla riflessione finale: ” Tranquillo, in un posto profondo/una cerniera del tempo/modestia e grazia nuda”. Lo stesso accade in “Sette poesie brevi dall’Italia che termina con questi bei versi: ” appoggiato/ad una panca guardo in alto/il duomo del cielo blu/l’unica chiesa che mai ci servirà”. Tra le poesie dedicate agli amici mi piace ricordare “Rabbia, bestiame, e Achille”. E’ incentrata sul perdersi di vista per anni e poi ritrovarsi per caso nel retro di un bar. Infine ci sono le poesie dedicate ai lavori manuali. Due mi sono piaciute particolarmente: ” Avviare l’orto di primavera pensando a Thomas Jefferson” e Storia della notte”. La prima tratta della differenza tra teorizzare (contraddicendosi rispetto al proprio concreto operare) e il semplice fare, perché ” mai troppo tardi/mai fermarsi/una zappa puoi usare/la tua gente lascia andare”. Versi che sono una specie di elogio della vita solitaria e del lavoro manuale. “Storia della notte” invece tratta del tema dell’energia, quella dei generatori di casa che si guastano e bisogna aggiustare e quella della bomba atomica. A questo proposito la poesia racconta del viaggio di Snyder nel 1963 a Hiroshima piena di verde, caffè-shop e soravvissuti pieni di cicatrici lucide. “Quello che mi dà fastidio della Bomba”, scrive il poeta, è il troppo potere”.

Credit : Christopher Felver

Infine vorrei sottolineare l’utilità della posfazione di Giuseppe Moretti. In essa oltre a ricordare gli aspetti più salienti della biografia di Snyder, Moretti ci mostra come la sua poesia si discosti da quella dei suoi amici della beat generation, perché la sua poesia “puntava verso un nuovo ma nello stesso tempo antico stato della mente”. Ed ora ” ultra ottantenne Snyder è un poeta che ha vissuto (e che vive tuttora) intensamente la sua visione. L’ha condivisa in ogni forma e in ogni dove nel mondo, l’ha mantenuta intatta, lucida, coerente e ferocemente connessa per una Terra viva e selvatica”.

La mia newsletter letteraria di Novembre

Buongiorno, ecco cosa ho scritto ultimamente, una recensione e tre poesie. La recensione è sul romanzo Memoria di ragazza di Annie Ernaux, è un libro strano sia per cosa racconta, ma soprattutto per come lo racconta, ruota tutto sul ricordo di un’estate vissuta dalla scrittrice 50 anni prima: http://cronacheletterarie.com/2017/11/09/memoria-di-ragazza-di-annie-ernaux/.
Le tre poesie sono qui: https://poesiaprosaspontanea.wordpress.com/2017/11/
Hanno questi titoli: “Al concerto di Ernst Reijseger” ( un fantastico violoncellista che si è esibito il 3 Novembre scorso in un concerto al MAST di Bologna); “Era quell’anno che oggi si ricorda” e “Epic Scene”.
Buona lettura

Dianella Bardelli
https://it.linkedin.com/in/dianella-bardelli-58471b45
http://lascrittura.altervista.org/
https://poesiaprosaspontanea.wordpress.com/
http://solohaiku.altervista.org/

Theodore Sturgeon, un po’ del tuo sangue

Mi piacerebbe davvero sapere dove Sturgeon andava a pescare le sue storie. Solo nei recessi della sua mente? O prendeva spunto da dettagli di storie che sentiva raccontare? O da storie che leggeva di altri scrittori? Viene da chiederselo perché per lo più le sue sono trame davvero originali e così diverse le une dalle altre. Dopo aver letto Godbody, l’ultimo romanzo che Sturgeon abbia scritto, mi sono rivolta ad altri suoi libri che avevo in casa da tempo e che non avevo mai letto. Uno di questi è lo straordinario “Un po’ del tuo sangue”. Nella prima parte ti fai prendere dalle tristi vicende della vita di colui che viene chiamato George ( solo in seguito scopriremo che non è il suo vero nome). E’ il figlio di una coppia formata da un omaccione sempre ubriaco e violento e da sua moglie, piccola e cagionevole di salute, su cui si scatena la violenza del marito quando torna a casa ubriaco fradicio, ovvero quasi tutte le sere. I tre fanno una vita solitaria e triste. L’unico diversivo per George è vagare per i boschi e cacciare piccoli animali per i quali fin da piccolo sa costruire abili trappole. Su istigazione del padre impara a rubare nei magazzini alimentari. Ma scoperto viene mandato per due anni in un carcere minorile. Prima si macchia anche di un omicidio. Stare in carcere a George piace, così come gli piacerà stare nell’esercito, quando fugge dalla sua ragazza Anna che è rimasta incinta. Il carcere e l’esercito piacciono a George perchè in entrambi ci sono delle regole da rispettare, e lui sembra amare i luoghi in cui tutto è prestabilito da altri. Ma succede un imprevisto che fa sì che George venga incarcerato. Fin qui quella di Sturgeon è una storia ben scritta e avvincente per via di questo strano George, ragazzo taciturno ma con una filosofia di vita tutta sua, cioè osservare le regole e obbedire agli ordini. Solo dopo il suo arresto scopriamo che la sua vera storia non è quella che ho sintetizzato fin qui, e solo nell’ultima riga del romanzo scopriamo perché è stato arrestato. E’ nel rapporto con lo psichiatra che lo ha preso in cura che si riesce a dipanare il segreto di George. Il titolo del romanzo è la spiegazione di tutto, ma tu lettore non te lo saresti mai immaginato. Perché è un titolo volutamente fuorviante e nel nostro immaginario evoca “solo” delitti e omicidi. Perché ho trovato straordinario questo romanzo? Prima di tutto per come Sturgeon ha saputo create un intreccio complesso e poi nel modo in cui ci racconta il rapporto tra George e lo psichiatra come se si trattasse di una trama gialla. Suspense, colpi di scena, orrore e compassione si alternano nell’animo del lettore trascinato nella lettura in un’altalena di impressioni e aspettative che terminano con lo svelamento del segreto di George che si trova nelle ultime parole scritte dall’autore. Poche, che sembrano una poesia.

Dont look back ( senza apostrofo )

Ho visto un documentario su Bob Dylan da giovane. Si vestiva di nero, i capelli un po’ corti e ricci e gli occhiali neri. Per tutto il tempo, a parte quando è ripreso sul palco, lui fondamentalmente fuma magnifiche sigarette che spargono un fumo denso, spesso, anche bello a vedersi, una specie di nebbia in cui Bob è sempre avvolto. Si vede quando è in treno tra un concerto e l’altro e ha un’unghia nera. Lui per tutto il tempo, dicevo, fuma. Forse non è perché ha 76 anni che ora ha quella voce roca quando canta, ma soprattutto per tutte quelle decine di migliaia di sigarette fumate. Comunque il documentario è magnifico con quel bianco e nero sgranato. Era il 1965, il film si chiama Dont look back. L’hanno dato su Rai 5. E’ la tournée inglese di Bob. 

(Per saperne di più: https://it.wikipedia.org/wiki/Dont_Look_Back)

Recensione di Emma Cline, Le ragazze

Il tema di fondo di questo romanzo è cosa si è disposti a fare, fin dove possiamo spingerci pur di essere notati, apprezzati, considerati, che non è lo stesso che essere amati. É una cosa proprio diversa. C’ è un bisogno più insaziabile dell’amore sembra voler insegnare questo romanzo: essere ritenuti bravi, interessanti, intelligenti, belli, creativi. Essere amati può succedere anche se si è stupidi e brutti, ma l’ essere considerati interessanti e creativi ci fa emergere dalla massa, ci fa accedere alla categoria degli eletti. Evie, la protagonista de “Le ragazze”, ha questa aspirazione, essere notata, uscire dalla massa informe delle sue coetanee, tutte scuola, casa, amiche.
La vita di Evie è raccontata in vari momenti, che nel corso della narrazione si intrecciano continuamente.
All’inizio la troviamo già adulta quando si arrangia facendo la badante per anziani e bambini. Ma quando rimane disoccupata accetta l’ospitalità nella casa di vacanze di un amico. Qui capita il figlio del proprietario con la sua ragazza. La loro arroganza, il loro fiacco modo di vivere le ricordano la sua antica adolescenza vissuta in un piccolo chiuso mondo fatto da una madre divorziata e infelice, un’unica amica che presto si allontana da lei e dalla prospettiva di partire per il collegio. Nessuno nota Evie, la vede, ha un vero interesse per lei. E’ una ragazzina sola che non sa rassegnarsi a rimanere tale costi quel che costi. E così, dopo averle incontrate per caso, si lega alle “ragazze”, giovani sbandate che vivono nel “ranch”, una catapecchia nel cuore della California anni ’60. Russel, il dio assoluto del ranch, altri non è che un facsimile di Charles Manson e le ragazze sono simili a quelle della sua cosiddetta “family”, così come simili sono gli omicidi compiuti dal gruppo alla fine del romanzo.
Da qui inizia il racconto della vita di Evie adolescente, dei suoi quattordici anni, che sembrano quelli di tante ragazze di allora dall’anima dolorosa, insoddisfatta, fragile. La ragazza viene plagiata da Suzanne, la leader del gruppo delle ragazze hippy che l’accolgono nel ranch all’inizio per brevi periodi e poi definitivamente.
Il completo vuoto mentale è la caratteristica principale degli abitanti del ranch, vuoto ammantato dalle parole altisonanti del loro capo indiscusso Russel, come “amore universale”, “disfarsi del proprio io egoistico”, “vivere il presente”, concetti che ancora oggi infestano i nostri social, riviste, articoli sul benessere mentale, le nostre stesse aspirazioni interiori. La mia impressione è che, al di là dei delitti perpetrati dal gruppo del ranch alla fine del romanzo, un giudizio negativo e liquidatorio sia dato dal romanzo sul movimento hippy americano degli anni ’60 in quanto tale; è un approccio inconsueto a quel periodo, a quel mondo che molti di noi, io per prima, abbiamo idealizzato e tuttora continuiamo a farlo. Il ranch è un’accozzaglia di gente capitata lì per caso e per bisogno, che vive nell’incuria e nella sporcizia, dorme molto, e sennò si droga, e il cui unico collante nella vita è Russell, musicista fallito con scarse doti artistiche, ma con una di quelle personalità ( come il vero Charles Manson) in grado di dominare giovani ragazze bisognose di “essere notate”, guardate, considerate. Come Evie appunto, che si sente onorata di rubare soldi a sua madre o a uno sprovveduto amico per portarli al ranch e nelle tasche di Russell, così come si sente onorata delle sue attenzioni sessuali in qualunque momento lui ne abbia voglia. A lei bastano frasette della serie vieni qui piccola per cadere ai suoi piedi. Che qualcuno mi noti, veda che esisto e valgo qualcosa, sembra chiedere continuamente al mondo Evie. La sua in fondo è la storia di un qualunque innamoramento che si viva come assoluto. Non semplicemente nei confronti di una persona, ma di quello che questa persona rappresenta, un’idea di mondo come dovrebbe essere che noi vediamo personificata in lei, in base alle nostre aspirazioni, bisogni profondi, carenze affettive abissali. Se ci si sente come Evie e si è in un periodo di forti cambiamenti sociali come quelli della California hippy anni ’60, è facile cadere preda dei primi bulli che incontri scambiandoli per i tuoi salvatori. A mio parere il sottotesto di questo romanzo ( al di là dell’ultima parte in cui la strage è raccontata magistralmente) è il bisogno senza fondo che abbiamo dell’altrui consenso; Evie, che ne soffre morbosamente, si fa sedurre dagli abitanti del ranch scambiandoli per i suoi eroi, ma ha la fortuna di scampare dal doversi macchiare della loro furia omicida.
Verso la metà del romanzo le cose cominciano a precipitare per le ragazze del ranch. Prese dalla voglia di fare qualcosa di forte Evie dà in pasto a Suzanne e Donna, un’altra ragazza del gruppo, la casa dei Dotton, quella del suo amico Teddy, a cui tempo prima aveva portato via ben 65 dollari da consegnare a Russell con la scusa che gli avrebbe procurato della droga, ma non sapeva quando. Facendo questo Evie ha la consapevolezza che avrebbe fatto qualunque cosa per compiacere Suzanne, che adora e ammira. Mettono a soqquadro la casa sporcandola per il solo piacere di farlo. Evie sarà l’unica a venire scoperta e per un pò la madre la spedisce a stare dal padre a Palo Alto. In sua assenza al ranch la situazione cambia, ci si prepara a diventare una setta di violenti, ci si esercita a sparare. Tutto perché Mitch, musicista di una certa fama amico di Russell, non può mantenere la promessa di fargli avere un contratto musicale. Suona e canta troppo male e nessuno vuole produrgli un disco. Diventa così il capro espiatorio contro cui indirizzare l’odio della comunità del ranch verso l’intera società. Girano una gran quantità di anfetamine ma pochissimo cibo, non ci sono più soldi per comprarlo. Ma tutti rimangono, nessuno abbandona il capo. Una notte Russell ordina l’agguato alla villa di Mitch. Un gruppetto tra cui Evie, parte in auto per raggiungerla e ucciderlo. Evie è in auto vicino a Suzanne che strafatta di anfetamina non la degna di uno sguardo. Quando Evie allunga una mano verso la sua Suzanne ha uno scatto. Fa fermare l’auto e le ordina di scendere. Così Evie si salva. Non partecipa alla carneficina a casa di Mitch. Lui non c’è, ma gli altri, la sua ex moglie e il figlioletto, il custode della villa e la sua ragazza vengono massacrati.
Evie non dice nulla alla polizia, mantiene il segreto, torna a casa e parte per il collegio. Solo mesi dopo i colpevoli del massacro saranno arrestati.
Questo è un romanzo ben congegnato, la prima persona usata nell’intrecciare i vari momenti della vita di Evie rende la narrazione scorrevole e convincente, ci immedesimiamo facilmente nelle sue traversie interiori che la portano a compiere errori anche gravi, dai quali però ci viene continuamente da assolverla, come se aver avuto maestri falsi e bugiardi sia una cosa che in fondo è capitata e capita a tutti.

“Godbody” di Theodore Sturgeon, e il suo Dio hippy

In un piccolo villaggio americano una coppia di “haters”, in un’epoca imprecisata che sembra quella degli anni ’60, tiene in pugno il paese confezionando notizie false su chiunque non sia già sotto il suo controllo e di quello della parte più retrograda e sessuofobica della popolazione. Questo romanzo, pubblicato in America nel 1986 ad un anno dalla morte di Theodore Sturgeon e ora tradotto da poco in italiano per le edizioni Atlantide, contiene un’incredibile anticipazione dei nostri tempi alle prese con gli haters dei social network e i professionisti di fake news. Ma Sturgeon non è nuovo a simili capacità di di profetizzare il futuro dell’umanità. Considerato uno dei più grandi scrittori di fantascienza, in realtà in vari casi le sue storie se ne distaccano. Personalmente non lo leggo come scrittore di questo genere letterario, ma come uno scrittore di storie strane che mi fanno riflettere. Cominciò a scrivere negli anni ’60 prima pubblicando racconti per delle riviste, poi si dedicò alla scrittura di romanzi; i più famosi sono “Cristalli sognanti”, “Più che umano”, “I figli della medusa”.
Negli ultimi mesi mi sto dedicando alla lettura delle opere di questo scrittore. Al momento oltre a Godbody ho trovato straordinario “Più che umano“, in cui Sturgeon racconta la storia di un gruppo di bambini e ragazzi emarginati da tutti che armati di una grande empatia reciproca riescono ad ottenere poteri “più che umani”, ad esempio comunicano tra loro in maniera telepatica. Godbody si propone sulla scia di tematiche simili.
Ma chi è Godbody?, ci si chiede spesso in questo romanzo. Lui compare nel piccolo villaggio una bella mattina di primavera. Si mostra per primo al giovane pastore della chiesa locale seduto su un muretto. Godbody è come il pane, nudo, fresco, bello. Capelli rosso rame, zigomi alti e piatti, un corpo forte, possente, occhi ricchi di sfumature tra il marrone e il color cannella. La descrizione del suo fisico e della sua postura nelle prime righe del romanzo ha un che di leggiadro e al tempo stesso misterioso. E subito abbiamo l’impressione anche noi lettori come il pastore di trovarci di fronte ad una entità soprannaturale. Vogliamo che sia così, ci speriamo davvero molto. Dan, il pastore, ci avverte subito che non si sa se la storia di Godbody che si appresta a raccontare è realmente accaduta così come lui ce la propone, potrebbe anche aver aggiunto qualcosa, ” ma in questo caso il ricordo è perfetto”. A questo proposito mi viene da pensare che questa frase Sturgeon non l’abbia buttata lì senza una qualche intenzione. Chi può davvero dire come siano andate le cose in un momento che è già passato? Quello che ognuno di noi ha vissuto potrebbe anche essere narrato come una favola insieme a tutte le altre che la gente nel mondo si racconta l’un l’altro continuamente.
Godbody appare nel villaggio quando la coppia di haters sta per compiere l’ennesima e distruttiva falsa notizia. Lo scopo è screditare Liza, la moglie del pastore, colpevole solo di essere troppo bella. Il marito è l’esempio della bontà, disponibilità e attenzione al prossimo, e questo agli occhi della coppia di haters è già una colpa, lei d’altro canto è troppo bella. Come a dire che bontà e bellezza sono un binomio che può scardinare il fondamento sui cui si regge questa microsocietà, cioè il controllo. Il controllo è l’ossessione dei due odiatori, qualunque crudeltà è giustificata per non perderlo. E’ un caso che una dei due sia la redattrice del periodico cittadino e l’altro un banchiere? Ovviamente no. Informazione e soldi sembrano essere anche qui le due armi più potenti del dominio, anche se Sturgeon rimane sempre agganciato alla trama senza mai scadere nell’ideologico. Ma che la storia che racconta oltre a goderla di per sè si possa anche intendere come metafora dell’intera società, mi viene spontaneo pensarlo. Una cosa è sicura, Sturgeon ci accompagna dentro la storia dividendo nettamente i buoni dai cattivi. I primi sono quelli che il vangelo chiama mansueti, cioè i privi di malizia, arroganza, invidia. I secondi sono i portatori di queste qualità negative. Godbody arriva proprio in mezzo alla vita degli uni e degli altri. E’ nudo perché tutto è nudo in natura, alberi, animali, foglie, fiori. Vestireste un fiore? ci induce a chiederci Godbody. Ad un certo punto dice: “Una persona nuda può mentire, ma è difficile”. Come dire che i vestiti con cui ci copriamo, le loro illimitate fogge, sono le armi con cui continuamente mentiamo a noi e agli altri.
Una cosa che mi è successa mentre leggevo questo romanzo è che ho provato davvero rabbia per i due haters e per quanto fosse facile per loro rovinare la vita delle persone che hanno preso di mira. Una l’hanno addirittura portata al suicidio. Potrebbero fare altrettanto con altri. Sì perché i buoni della storia non fanno niente per ostacolare le azioni malvagie dei falsificatori di notizie. Perché? Perché il male non lo vedono fino a che non ne sono sfiorati o colpiti. E’ come se Sturgeon volesse dirci che il male esiste perché è invidioso del bene.
Ma chi è Godbody, dunque, e che ruolo ha nella storia? E’ quello che tutti cerchiamo, ovvero colui che tutti vorremmo esistesse da qualche parte tra cielo e terra e vorremmo così tanto incontralo. Nel romanzo di Sturgeon è colui che salva e guarisce. E’ nudo, bellissimo, sensuale, ascetico. Personalmente lo vedo come una divinità hippy. Godbody usa la propria nudità come veicolo per raggiungere empaticamente gli altri. Come già in “Più che umano”, qualcuno ha il potere di vedere dentro l’animo altrui, le sue emozioni gli sono chiare, a lui basta guardarti negli occhi per capirle. Se è richiesto guarisce dai mali fisici e psicologici. Così in poco tempo i buoni del villaggio si radunano intorno a lui. Perfino uno dei due haters, il banchiere, rimane ipnotizzato da Godbody quando nel romanzo lo incontrerà. Lui insegna ad amare, anche con il sesso, non tramite il sesso. Dice: ” Devi amare con – non tramite lui – se riesci ad amare con o senza di lui allora puoi amare con lui”. Quello di Godbody, si intuisce nel romanzo è un “ritorno”. Non è la prima volta che la divinità hippy, come l’ho chiamata io, si mostra agli uomini. Allora come non ricordare per associazione d’idee il ritorno di Gesù ne “La leggenda del santo inquisitore” di Dostoevskij? La sua colpa più grande secondo l’inquisitore è stata rendere gli uomini liberi. Infatti, come dice il pastore Dan alla fine del romanzo, ormai deciso ad abbandonare la sua carica, per abbracciare il culto di Godbody, Gesù ” ci ha liberati di sua volontà dal peccato e quindi dal senso di colpa”.