La mia newsletter letteraria di Novembre

Buongiorno, ecco cosa ho scritto ultimamente, una recensione e tre poesie. La recensione è sul romanzo Memoria di ragazza di Annie Ernaux, è un libro strano sia per cosa racconta, ma soprattutto per come lo racconta, ruota tutto sul ricordo di un’estate vissuta dalla scrittrice 50 anni prima: http://cronacheletterarie.com/2017/11/09/memoria-di-ragazza-di-annie-ernaux/.
Le tre poesie sono qui: https://poesiaprosaspontanea.wordpress.com/2017/11/
Hanno questi titoli: “Al concerto di Ernst Reijseger” ( un fantastico violoncellista che si è esibito il 3 Novembre scorso in un concerto al MAST di Bologna); “Era quell’anno che oggi si ricorda” e “Epic Scene”.
Buona lettura

Dianella Bardelli
https://it.linkedin.com/in/dianella-bardelli-58471b45
http://lascrittura.altervista.org/
https://poesiaprosaspontanea.wordpress.com/
http://solohaiku.altervista.org/

Theodore Sturgeon, un po’ del tuo sangue

Mi piacerebbe davvero sapere dove Sturgeon andava a pescare le sue storie. Solo nei recessi della sua mente? O prendeva spunto da dettagli di storie che sentiva raccontare? O da storie che leggeva di altri scrittori? Viene da chiederselo perché per lo più le sue sono trame davvero originali e così diverse le une dalle altre. Dopo aver letto Godbody, l’ultimo romanzo che Sturgeon abbia scritto, mi sono rivolta ad altri suoi libri che avevo in casa da tempo e che non avevo mai letto. Uno di questi è lo straordinario “Un po’ del tuo sangue”. Nella prima parte ti fai prendere dalle tristi vicende della vita di colui che viene chiamato George ( solo in seguito scopriremo che non è il suo vero nome). E’ il figlio di una coppia formata da un omaccione sempre ubriaco e violento e da sua moglie, piccola e cagionevole di salute, su cui si scatena la violenza del marito quando torna a casa ubriaco fradicio, ovvero quasi tutte le sere. I tre fanno una vita solitaria e triste. L’unico diversivo per George è vagare per i boschi e cacciare piccoli animali per i quali fin da piccolo sa costruire abili trappole. Su istigazione del padre impara a rubare nei magazzini alimentari. Ma scoperto viene mandato per due anni in un carcere minorile. Prima si macchia anche di un omicidio. Stare in carcere a George piace, così come gli piacerà stare nell’esercito, quando fugge dalla sua ragazza Anna che è rimasta incinta. Il carcere e l’esercito piacciono a George perchè in entrambi ci sono delle regole da rispettare, e lui sembra amare i luoghi in cui tutto è prestabilito da altri. Ma succede un imprevisto che fa sì che George venga incarcerato. Fin qui quella di Sturgeon è una storia ben scritta e avvincente per via di questo strano George, ragazzo taciturno ma con una filosofia di vita tutta sua, cioè osservare le regole e obbedire agli ordini. Solo dopo il suo arresto scopriamo che la sua vera storia non è quella che ho sintetizzato fin qui, e solo nell’ultima riga del romanzo scopriamo perché è stato arrestato. E’ nel rapporto con lo psichiatra che lo ha preso in cura che si riesce a dipanare il segreto di George. Il titolo del romanzo è la spiegazione di tutto, ma tu lettore non te lo saresti mai immaginato. Perché è un titolo volutamente fuorviante e nel nostro immaginario evoca “solo” delitti e omicidi. Perché ho trovato straordinario questo romanzo? Prima di tutto per come Sturgeon ha saputo create un intreccio complesso e poi nel modo in cui ci racconta il rapporto tra George e lo psichiatra come se si trattasse di una trama gialla. Suspense, colpi di scena, orrore e compassione si alternano nell’animo del lettore trascinato nella lettura in un’altalena di impressioni e aspettative che terminano con lo svelamento del segreto di George che si trova nelle ultime parole scritte dall’autore. Poche, che sembrano una poesia.

Dont look back ( senza apostrofo )

Ho visto un documentario su Bob Dylan da giovane. Si vestiva di nero, i capelli un po’ corti e ricci e gli occhiali neri. Per tutto il tempo, a parte quando è ripreso sul palco, lui fondamentalmente fuma magnifiche sigarette che spargono un fumo denso, spesso, anche bello a vedersi, una specie di nebbia in cui Bob è sempre avvolto. Si vede quando è in treno tra un concerto e l’altro e ha un’unghia nera. Lui per tutto il tempo, dicevo, fuma. Forse non è perché ha 76 anni che ora ha quella voce roca quando canta, ma soprattutto per tutte quelle decine di migliaia di sigarette fumate. Comunque il documentario è magnifico con quel bianco e nero sgranato. Era il 1965, il film si chiama Dont look back. L’hanno dato su Rai 5. E’ la tournée inglese di Bob. 

(Per saperne di più: https://it.wikipedia.org/wiki/Dont_Look_Back)

Recensione di Emma Cline, Le ragazze

Il tema di fondo di questo romanzo è cosa si è disposti a fare, fin dove possiamo spingerci pur di essere notati, apprezzati, considerati, che non è lo stesso che essere amati. É una cosa proprio diversa. C’ è un bisogno più insaziabile dell’amore sembra voler insegnare questo romanzo: essere ritenuti bravi, interessanti, intelligenti, belli, creativi. Essere amati può succedere anche se si è stupidi e brutti, ma l’ essere considerati interessanti e creativi ci fa emergere dalla massa, ci fa accedere alla categoria degli eletti. Evie, la protagonista de “Le ragazze”, ha questa aspirazione, essere notata, uscire dalla massa informe delle sue coetanee, tutte scuola, casa, amiche.
La vita di Evie è raccontata in vari momenti, che nel corso della narrazione si intrecciano continuamente.
All’inizio la troviamo già adulta quando si arrangia facendo la badante per anziani e bambini. Ma quando rimane disoccupata accetta l’ospitalità nella casa di vacanze di un amico. Qui capita il figlio del proprietario con la sua ragazza. La loro arroganza, il loro fiacco modo di vivere le ricordano la sua antica adolescenza vissuta in un piccolo chiuso mondo fatto da una madre divorziata e infelice, un’unica amica che presto si allontana da lei e dalla prospettiva di partire per il collegio. Nessuno nota Evie, la vede, ha un vero interesse per lei. E’ una ragazzina sola che non sa rassegnarsi a rimanere tale costi quel che costi. E così, dopo averle incontrate per caso, si lega alle “ragazze”, giovani sbandate che vivono nel “ranch”, una catapecchia nel cuore della California anni ’60. Russel, il dio assoluto del ranch, altri non è che un facsimile di Charles Manson e le ragazze sono simili a quelle della sua cosiddetta “family”, così come simili sono gli omicidi compiuti dal gruppo alla fine del romanzo.
Da qui inizia il racconto della vita di Evie adolescente, dei suoi quattordici anni, che sembrano quelli di tante ragazze di allora dall’anima dolorosa, insoddisfatta, fragile. La ragazza viene plagiata da Suzanne, la leader del gruppo delle ragazze hippy che l’accolgono nel ranch all’inizio per brevi periodi e poi definitivamente.
Il completo vuoto mentale è la caratteristica principale degli abitanti del ranch, vuoto ammantato dalle parole altisonanti del loro capo indiscusso Russel, come “amore universale”, “disfarsi del proprio io egoistico”, “vivere il presente”, concetti che ancora oggi infestano i nostri social, riviste, articoli sul benessere mentale, le nostre stesse aspirazioni interiori. La mia impressione è che, al di là dei delitti perpetrati dal gruppo del ranch alla fine del romanzo, un giudizio negativo e liquidatorio sia dato dal romanzo sul movimento hippy americano degli anni ’60 in quanto tale; è un approccio inconsueto a quel periodo, a quel mondo che molti di noi, io per prima, abbiamo idealizzato e tuttora continuiamo a farlo. Il ranch è un’accozzaglia di gente capitata lì per caso e per bisogno, che vive nell’incuria e nella sporcizia, dorme molto, e sennò si droga, e il cui unico collante nella vita è Russell, musicista fallito con scarse doti artistiche, ma con una di quelle personalità ( come il vero Charles Manson) in grado di dominare giovani ragazze bisognose di “essere notate”, guardate, considerate. Come Evie appunto, che si sente onorata di rubare soldi a sua madre o a uno sprovveduto amico per portarli al ranch e nelle tasche di Russell, così come si sente onorata delle sue attenzioni sessuali in qualunque momento lui ne abbia voglia. A lei bastano frasette della serie vieni qui piccola per cadere ai suoi piedi. Che qualcuno mi noti, veda che esisto e valgo qualcosa, sembra chiedere continuamente al mondo Evie. La sua in fondo è la storia di un qualunque innamoramento che si viva come assoluto. Non semplicemente nei confronti di una persona, ma di quello che questa persona rappresenta, un’idea di mondo come dovrebbe essere che noi vediamo personificata in lei, in base alle nostre aspirazioni, bisogni profondi, carenze affettive abissali. Se ci si sente come Evie e si è in un periodo di forti cambiamenti sociali come quelli della California hippy anni ’60, è facile cadere preda dei primi bulli che incontri scambiandoli per i tuoi salvatori. A mio parere il sottotesto di questo romanzo ( al di là dell’ultima parte in cui la strage è raccontata magistralmente) è il bisogno senza fondo che abbiamo dell’altrui consenso; Evie, che ne soffre morbosamente, si fa sedurre dagli abitanti del ranch scambiandoli per i suoi eroi, ma ha la fortuna di scampare dal doversi macchiare della loro furia omicida.
Verso la metà del romanzo le cose cominciano a precipitare per le ragazze del ranch. Prese dalla voglia di fare qualcosa di forte Evie dà in pasto a Suzanne e Donna, un’altra ragazza del gruppo, la casa dei Dotton, quella del suo amico Teddy, a cui tempo prima aveva portato via ben 65 dollari da consegnare a Russell con la scusa che gli avrebbe procurato della droga, ma non sapeva quando. Facendo questo Evie ha la consapevolezza che avrebbe fatto qualunque cosa per compiacere Suzanne, che adora e ammira. Mettono a soqquadro la casa sporcandola per il solo piacere di farlo. Evie sarà l’unica a venire scoperta e per un pò la madre la spedisce a stare dal padre a Palo Alto. In sua assenza al ranch la situazione cambia, ci si prepara a diventare una setta di violenti, ci si esercita a sparare. Tutto perché Mitch, musicista di una certa fama amico di Russell, non può mantenere la promessa di fargli avere un contratto musicale. Suona e canta troppo male e nessuno vuole produrgli un disco. Diventa così il capro espiatorio contro cui indirizzare l’odio della comunità del ranch verso l’intera società. Girano una gran quantità di anfetamine ma pochissimo cibo, non ci sono più soldi per comprarlo. Ma tutti rimangono, nessuno abbandona il capo. Una notte Russell ordina l’agguato alla villa di Mitch. Un gruppetto tra cui Evie, parte in auto per raggiungerla e ucciderlo. Evie è in auto vicino a Suzanne che strafatta di anfetamina non la degna di uno sguardo. Quando Evie allunga una mano verso la sua Suzanne ha uno scatto. Fa fermare l’auto e le ordina di scendere. Così Evie si salva. Non partecipa alla carneficina a casa di Mitch. Lui non c’è, ma gli altri, la sua ex moglie e il figlioletto, il custode della villa e la sua ragazza vengono massacrati.
Evie non dice nulla alla polizia, mantiene il segreto, torna a casa e parte per il collegio. Solo mesi dopo i colpevoli del massacro saranno arrestati.
Questo è un romanzo ben congegnato, la prima persona usata nell’intrecciare i vari momenti della vita di Evie rende la narrazione scorrevole e convincente, ci immedesimiamo facilmente nelle sue traversie interiori che la portano a compiere errori anche gravi, dai quali però ci viene continuamente da assolverla, come se aver avuto maestri falsi e bugiardi sia una cosa che in fondo è capitata e capita a tutti.

“Godbody” di Theodore Sturgeon, e il suo Dio hippy

In un piccolo villaggio americano una coppia di “haters”, in un’epoca imprecisata che sembra quella degli anni ’60, tiene in pugno il paese confezionando notizie false su chiunque non sia già sotto il suo controllo e di quello della parte più retrograda e sessuofobica della popolazione. Questo romanzo, pubblicato in America nel 1986 ad un anno dalla morte di Theodore Sturgeon e ora tradotto da poco in italiano per le edizioni Atlantide, contiene un’incredibile anticipazione dei nostri tempi alle prese con gli haters dei social network e i professionisti di fake news. Ma Sturgeon non è nuovo a simili capacità di di profetizzare il futuro dell’umanità. Considerato uno dei più grandi scrittori di fantascienza, in realtà in vari casi le sue storie se ne distaccano. Personalmente non lo leggo come scrittore di questo genere letterario, ma come uno scrittore di storie strane che mi fanno riflettere. Cominciò a scrivere negli anni ’60 prima pubblicando racconti per delle riviste, poi si dedicò alla scrittura di romanzi; i più famosi sono “Cristalli sognanti”, “Più che umano”, “I figli della medusa”.
Negli ultimi mesi mi sto dedicando alla lettura delle opere di questo scrittore. Al momento oltre a Godbody ho trovato straordinario “Più che umano“, in cui Sturgeon racconta la storia di un gruppo di bambini e ragazzi emarginati da tutti che armati di una grande empatia reciproca riescono ad ottenere poteri “più che umani”, ad esempio comunicano tra loro in maniera telepatica. Godbody si propone sulla scia di tematiche simili.
Ma chi è Godbody?, ci si chiede spesso in questo romanzo. Lui compare nel piccolo villaggio una bella mattina di primavera. Si mostra per primo al giovane pastore della chiesa locale seduto su un muretto. Godbody è come il pane, nudo, fresco, bello. Capelli rosso rame, zigomi alti e piatti, un corpo forte, possente, occhi ricchi di sfumature tra il marrone e il color cannella. La descrizione del suo fisico e della sua postura nelle prime righe del romanzo ha un che di leggiadro e al tempo stesso misterioso. E subito abbiamo l’impressione anche noi lettori come il pastore di trovarci di fronte ad una entità soprannaturale. Vogliamo che sia così, ci speriamo davvero molto. Dan, il pastore, ci avverte subito che non si sa se la storia di Godbody che si appresta a raccontare è realmente accaduta così come lui ce la propone, potrebbe anche aver aggiunto qualcosa, ” ma in questo caso il ricordo è perfetto”. A questo proposito mi viene da pensare che questa frase Sturgeon non l’abbia buttata lì senza una qualche intenzione. Chi può davvero dire come siano andate le cose in un momento che è già passato? Quello che ognuno di noi ha vissuto potrebbe anche essere narrato come una favola insieme a tutte le altre che la gente nel mondo si racconta l’un l’altro continuamente.
Godbody appare nel villaggio quando la coppia di haters sta per compiere l’ennesima e distruttiva falsa notizia. Lo scopo è screditare Liza, la moglie del pastore, colpevole solo di essere troppo bella. Il marito è l’esempio della bontà, disponibilità e attenzione al prossimo, e questo agli occhi della coppia di haters è già una colpa, lei d’altro canto è troppo bella. Come a dire che bontà e bellezza sono un binomio che può scardinare il fondamento sui cui si regge questa microsocietà, cioè il controllo. Il controllo è l’ossessione dei due odiatori, qualunque crudeltà è giustificata per non perderlo. E’ un caso che una dei due sia la redattrice del periodico cittadino e l’altro un banchiere? Ovviamente no. Informazione e soldi sembrano essere anche qui le due armi più potenti del dominio, anche se Sturgeon rimane sempre agganciato alla trama senza mai scadere nell’ideologico. Ma che la storia che racconta oltre a goderla di per sè si possa anche intendere come metafora dell’intera società, mi viene spontaneo pensarlo. Una cosa è sicura, Sturgeon ci accompagna dentro la storia dividendo nettamente i buoni dai cattivi. I primi sono quelli che il vangelo chiama mansueti, cioè i privi di malizia, arroganza, invidia. I secondi sono i portatori di queste qualità negative. Godbody arriva proprio in mezzo alla vita degli uni e degli altri. E’ nudo perché tutto è nudo in natura, alberi, animali, foglie, fiori. Vestireste un fiore? ci induce a chiederci Godbody. Ad un certo punto dice: “Una persona nuda può mentire, ma è difficile”. Come dire che i vestiti con cui ci copriamo, le loro illimitate fogge, sono le armi con cui continuamente mentiamo a noi e agli altri.
Una cosa che mi è successa mentre leggevo questo romanzo è che ho provato davvero rabbia per i due haters e per quanto fosse facile per loro rovinare la vita delle persone che hanno preso di mira. Una l’hanno addirittura portata al suicidio. Potrebbero fare altrettanto con altri. Sì perché i buoni della storia non fanno niente per ostacolare le azioni malvagie dei falsificatori di notizie. Perché? Perché il male non lo vedono fino a che non ne sono sfiorati o colpiti. E’ come se Sturgeon volesse dirci che il male esiste perché è invidioso del bene.
Ma chi è Godbody, dunque, e che ruolo ha nella storia? E’ quello che tutti cerchiamo, ovvero colui che tutti vorremmo esistesse da qualche parte tra cielo e terra e vorremmo così tanto incontralo. Nel romanzo di Sturgeon è colui che salva e guarisce. E’ nudo, bellissimo, sensuale, ascetico. Personalmente lo vedo come una divinità hippy. Godbody usa la propria nudità come veicolo per raggiungere empaticamente gli altri. Come già in “Più che umano”, qualcuno ha il potere di vedere dentro l’animo altrui, le sue emozioni gli sono chiare, a lui basta guardarti negli occhi per capirle. Se è richiesto guarisce dai mali fisici e psicologici. Così in poco tempo i buoni del villaggio si radunano intorno a lui. Perfino uno dei due haters, il banchiere, rimane ipnotizzato da Godbody quando nel romanzo lo incontrerà. Lui insegna ad amare, anche con il sesso, non tramite il sesso. Dice: ” Devi amare con – non tramite lui – se riesci ad amare con o senza di lui allora puoi amare con lui”. Quello di Godbody, si intuisce nel romanzo è un “ritorno”. Non è la prima volta che la divinità hippy, come l’ho chiamata io, si mostra agli uomini. Allora come non ricordare per associazione d’idee il ritorno di Gesù ne “La leggenda del santo inquisitore” di Dostoevskij? La sua colpa più grande secondo l’inquisitore è stata rendere gli uomini liberi. Infatti, come dice il pastore Dan alla fine del romanzo, ormai deciso ad abbandonare la sua carica, per abbracciare il culto di Godbody, Gesù ” ci ha liberati di sua volontà dal peccato e quindi dal senso di colpa”.

La mia newsletter letteraria di Luglio: un racconto; la recensione di Godbody di Sturgeon; alcune pagine del mio romanzo sulla poetessa hippy Lenore Kandel

Un mio racconto:

Una volta ho lavorato in un’osteria per vedere com’è

Allora stavo con un uomo che aveva un’osteria. Ci lasciavamo spesso, litigavamo; ci lasciavamo, ci riprendevamo. Alla fine poi ci lasciammo davvero. Comunque una volta che eravamo lasciati perché lui si era messo con un’altra, gli dissi: almeno trovami un passatempo per la sera, mi sento sola. Allora lui disse ad una sua amica che aveva un’osteria di prendermi a darle una mano dalle nove della sera in poi. Durò solo una settimana, poi mi stufai e non ci andai più. Fu un’esperienza interessante. L’osteria per quella donna era “il suo posto”. Di comando. Di potere. Me lo sono sudato, ci sguazzo e ci guadagno tutti i soldi che riesco a guadagnarci, sembrava continuamente far capire con il suo modo di fare. Si chiamava Rita, era bassina di statura ma con un viso carino e un bel personale. Faceva la sua figura anche per il modo deciso, imperativo di parlare. Io non avevo mai lavorato in un locale ma ero molto curiosa di farlo. Me la cavai fin dalla prima sera. Bisognava apparecchiare e poi sparecchiare portando via tonnellate di gusci di arachidi e semi di zucca, montagne di piatti di salmone e burro con pane tostato, altre montagne di tagliatelle al ragù, oltre a bottiglie di birra e vino, bicchieri di tutti i tipi, per acqua, vino, liquori. Parte del tempo lo passavo accanto a Rita dietro il bancone dove lei mi istruiva sul da farsi e intanto si versava un po’ di vino per tirarsi su e portare avanti la serata. Comincia anche io a versarmene un goccio ogni tanto, magari mentre lavavo i bicchieri. Poi andavo avanti e indietro dalla cucina che era piccola e per niente di livello professionale. Tutto si faceva su una cucina economica normalissima e su un tavolo di formica. Poi c’era un tavolo più piccolo per l’affettatrice dei salumi. Per preparare le portate di salmone si sprecava un sacco di burro, anche per preparare i tagliolini al salmone, ma allora le osterie non erano ancora attrezzate come ristoranti e tutto era un po’ raffazzonato. Ma almeno nell’osteria di Rita di soldi se ne facevano, anzi ne faceva lei a palate. L’ultima sera stavo lavando dei bicchieri dietro il bancone. Uno che stava lì davanti e mi guardava disse: da come lavi i bicchieri si capisce che sei timida e insicura e che stai male per qualcosa. Io non risposi niente.

“Godbody” di Theodore Sturgeon, e il suo Dio hippy

In un piccolo villaggio americano una coppia di “haters”, in un’epoca imprecisata che sembra quella degli anni ’60, tiene in pugno il paese confezionando notizie false su chiunque non sia già sotto il suo controllo e di quello della parte più retrograda e sessuofobica della popolazione. Questo romanzo, pubblicato in America nel 1986 ad un anno dalla morte di Theodore Sturgeon e ora tradotto da poco in italiano per le edizioni Atlantide, contiene un’incredibile anticipazione dei nostri tempi alle prese con gli haters dei social network e i professionisti di fake news. Ma Sturgeon non è nuovo a simili capacità di di profetizzare il futuro dell’umanità. Considerato uno dei più grandi scrittori di fantascienza, in realtà in vari casi le sue storie se ne distaccano. Personalmente non lo leggo come scrittore di questo genere letterario, ma come uno scrittore di storie strane che mi fanno riflettere. Cominciò a scrivere negli anni ’60 prima pubblicando racconti per delle riviste, poi si dedicò alla scrittura di romanzi; i più famosi sono “Cristalli sognanti”, “Più che umano”, “I figli della medusa”. Negli ultimi mesi mi sto dedicando alla lettura delle opere di qusto scrittore. Al momento oltre a Godbody ho trovato straordinario “Più che umano“, in cui Sturgeon racconta la storia di un gruppo di bambini e ragazzi emarginati da tutti che armati di una grande empatia reciproca riescono ad ottenere poteri “più che umani”, ad esempio comunicano tra loro in maniera telepatica. Godbody si propone sulla scia di tematiche simili. Ma chi è Godbody?, ci si chiede spesso in questo romanzo. Lui compare nel piccolo villaggio una bella mattina di primavera. Si mostra per primo al giovane pastore della chiesa locale seduto su un muretto. Godbody è come il pane, nudo, fresco, bello. Capelli rosso rame, zigomi alti e piatti, un corpo forte, possente, occhi ricchi di sfumature tra il marrone e il color cannella. La descrizione del suo fisico e della sua postura nelle prime righe del romanzo ha un che di leggiadro e al tempo stesso misterioso. E subito abbiamo l’impressione anche noi lettori come il pastore di trovarci di fronte ad una entità soprannaturale. Vogliamo che sia così, ci speriamo davvero molto. Dan, il pastore, ci avverte subito che non si sa se la storia di Godbody che si appresta a raccontare è realmente accaduta così come lui ce la propone, potrebbe anche aver aggiunto qualcosa, ” ma in questo caso il ricordo è perfetto”. A questo proposito mi viene da pensare che questa frase Sturgeon non l’abbia buttata lì senza una qualche intenzione. Chi può davvero dire come siano andate le cose in un momento che è già passato? Quello che ognuno di noi ha vissuto potrebbe anche essere narrato come una favola insieme a tutte le altre che la gente nel mondo si racconta l’un l’altro continuamente.
Godbody appare nel villaggio quando la coppia di haters sta per compiere l’ennesima e distruttiva falsa notizia. Lo scopo è screditare Liza, la moglie del pastore, colpevole solo di essere troppo bella. Il marito è l’esempio della bontà, disponibilità e attenzione al prossimo, e questo agli occhi della coppia di haters è già una colpa, lei d’altro canto è troppo bella. Come a dire che bontà e bellezza sono un binomio che può scardinare il fondamento sui cui si regge questa microsocietà, cioè il controllo. Il controllo è l’ossessione dei due odiatori, qualunque crudeltà è giustificata per non perderlo. E’ un caso che una dei due sia la redattrice del periodico cittadino e l’altro un banchiere?

Alcune pagine del mio romanzo inedito “Urlando delizia sul’intero universo” dedicato alla vita e alla poesia di Lenore Kandel; in queste pagine Lenore è protagonista degli avvenimenti più importanti della summer of love di San Francisco
L’human be -in di Lenore del  15 Gennaio 196
 Quel canto che veniva dal basso, quel canto in tuo onore, in onore della tua non giovane età rispetto ai diciottenni che ti ammiravano, quel canto d’augurio così americano “happy birthday to you, happy birthday to you…” che anche noi alla nostra italica maniera cantiamo ai nostri compleanni allegri o tristi banali sempre comunque; quel canto…risuonò in te profetico, perché quel giorno tu incarnavi la loro acuta giovinezza che non vuole durare ma esplodere accendersi, infiammarsi, vibrare di vita e successi e bellezza e amori, ma non chiede di durare, non pensa la propria durata. Proprio perché così bello quel giorno non solo non poteva ripetersi, ma sarebbe diventato qualcosa di diverso, di peggio, di commerciale, qualcosa che si vende.Leggesti sul palco due tue poesie, e intorno si fece silenzio. Bill da sotto il palco, vicino ai tuoi piedi, ti guardava fisso, mentre i suoi amici Angeli si complimentavano con lui, come fosse già qualcosa essere l’uomo di una donna che tutti amavano tanto da fare silenzio mentre leggeva due sue poesie, che erano dedicate a te, e di questo, sì potevi anche vantarti. Leggevi contenta parlando d’amore e di angeli a cui qualcuno aveva legato le ali perché non potessero più volare, e tutti erano l’amore e erano l’angelo e si commossero anche se ci fu chi preferì la poesia sugli angeli legati a quella che parlava d’ amore. Ma tu leggevi e ti vedo sai che leggi sì ma guardi anche lontano.E dopo, quando sei scesa dal palco sei andata da Bill e gli hai parlato.
“Tu pensi che tutto questo sia l’inizio di qualcosa?”
“Sì, certo”, disse Bill, “è il primo raduno di queste proporzioni, sta nascendo qualcosa di memorabile”.
“Non credo”, disse Lenore. “Sai”, aggiunse, “ho il presentimento che tutto è appena cominciato e nello stesso tempo è anche già finito”.
“Uno dei tuoi cattivi pensieri?”, disse Bill
“Forse”, disse Lenore, “ma purtroppo si avverano sempre”.
“Sei solo preoccupata per il processo”.
“Sì, anche, ma sono più preoccupata di che fine farà tutto questo. Finirà presto, ne sono sicura, ma che ci sarà dopo?”
“Eri felice su quel palco”, dice Bill, cingendo delicatamente con il suo braccio forte, consolante e protettivo le spalle di Lenore.
“Sì, è stato bello, è stato bellissimo, ma è già passato…E adesso…E adesso tutti i desideri di tutta questa folla…proprio perché sono tanti e diversi…sono confluiti tutti in questo prato. Ma provvisoriamente. Nulla si ferma. Proprio perché è stato bello…Comunque sia tutta questa gente, tutti noi adesso torneremo nelle nostre case e per giorni e giorni parleremo di questo raduno, ne scriveremo, faremo cene e riunioni per parlarne. Ma in fondo è stata solo una tregua dai problemi quotidiani. Dalle difficoltà quotidiane. Il free food quanto potrà ancora durare? Andremo avanti tutta la vita a dare da mangiare gratis a quelli che passeranno tutti i giorni dal Golden Gate Park?Dobbiamo pensare a qualcosa di nuovo, ad un nuovo piano”.
“Cosa vuoi dire?”, chiese Bill
“Possibile che anche tu non abbia come me questa sensazione di fine, di morte di qualcosa e di rinascita di qualcos’altro?”
“Non so di cosa parli”, disse Bill,”non potremmo goderci questa giornata e basta?“. Questa giornata è già finita”, disse Lenore
“Non è già finita, c’è ancora un sacco di gente in giro, ci sono i nostri amici Angeli, andiamo a parlare con loro”.
“Vai tu, io devo salutare un a persona che ho visto dal palco”
“Va bene, piccola ci vediamo dopo a casa allora”.
Dopo questa strana chiacchierata con Bill Lenore tornò sul palco. Si era quasi del tutto svuotato, c’erano solo alcuni ragazzi che stavano smontando le casse acustiche dell’impianto di amplificazione. ”Ehi, Lenore”, disse uno di loro con un buffo colbacco nero in testa, “che giornata!” E l’abbracciò. “Ed è magnifico che oggi sia anche il tuo compleanno”. Lei gli sorrise con il suo sorriso luminoso e bambino che incantava tutti e li avrebbe incantati per il resto della sua vita. Perché Lenore non ha mai abbandonato il suo sorriso anche dopo, anche quando arriverà la vecchiaia e la sofferenza fisica. Ma di questo si saprà dopo.” E’ stato bello, sì”, disse. Il ragazzo riprese il suo lavoro e Lenore guardò verso il centro del prato. E lì che prima, mentre aspettava che arrivasse il suo turno per leggere le sue poesie aveva notato qualcosa, qualcuno. Un donna, forse una ragazza giovane, non riusciva a vedere bene quale età potesse avere; era l’unica in quella parte del prato ad avere una bandiera; era fissata su una lunga canna di bambù piegata leggermente di lato per via che era troppo leggera e troppo lunga; la bandiera consisteva in un pezzo di stoffa chiara su cui era scritto e disegnato qualcosa. Era una stoffa leggera quasi trasparente, forse un pezzo di stoffa indiana come ne usavano a quel tempo tra gli hippies; non c’erano molte bandiere a quell’ human be in, c’erano tamburi, c’era gente vestita in tutti i più vari modi, ma bandiere poche. Per questo spiccava quel pezzo di stoffa in mezzo alle teste delle persone sedute. Quella donna era l’unica in piedi in quella parte di prato. Lenore scese dal palco e si diresse verso di lei tenendo d’occhio la bandiera come riferimento in quella folla di gente. La raggiunse e la salutò. “Ciao”, rispose la donna. “Mi piacerebbe vedere la tua bandiera”, disse Lenore. “Perché?” chiese l’altra. Era una ragazza molto giovane, forse non aveva neanche vent’anni. “Mi è sembrata carina, vista da lontano”. “Oh…, non è niente di speciale, ho preso un pezzo di stoffa indiana trasparente e poi c’ho disegnato e scritto sopra”. “Me la fai vedere?, aprila che vorrei vederla”, disse Lenore. “Me la vuoi copiare?”. “Ma no, voglio solo vederla”. “Voi poeti…”. “Cosa voi poeti?”, chiese Lenore. “Siete sempre alla ricerca di qualcosa”. “Perché tu no?, io sì. Insomma apri quella bandiera?, la tieni lì tutta arrotolata…”. “Ma prima era aperta ora stiamo per andarcene”, disse la ragazza. “Come ti chiami”, chiese Lenore. “Cindy. Sei brava con le poesie”, aggiunse. “Grazie”, disse Lenore. “Anche se per essere una hippy non sei tanto giovane, ho saputo che hai 35 anni”. “E tu ne hai tanti di meno, vero, si vede. Insomma questa bandiera?”. “Eccola”. “Che bella”, disse Lenore, “l’hai fatto tu il Buddha verde?”. “Sì, e chi sennò?”. “Poteva anche essere stato qualcun altro”, disse Lenore ammirando il velo col Buddha verde. “E’ bella anche la stoffa”, disse Cindy, “per questo mi è venuto bene il Buddha”. “Anche la scritta “from me to you” è bella”, disse Lenore. Lenore lasciò cadere la bandiera come se all’improvviso avesse perso per lei ogni interesse. Guardò in viso Cindy con il suo morbido bizzarro sorriso, come a interrogarlo ma senza violenza senza insistenza. Semplicemente il sorriso enigmatico e strano di Lenore stava chiedendo al viso di Cindy chi sei? E dalla vita che vuoi? “Sai”, disse, prendendo in mano di nuovo un lembo della bandiera, “sono di quelli che pensano che nella vita dobbiamo assumerci la responsabilità di noi stessi senza delegarla a qualcun altro, anche fosse il Buddha in persona. Questo nostro raduno ti è piaciuto?”. “Sì”, rispose Cindy, “è stato divertente”. “Più che divertente, alcune persone con cui ho parlato là sul palco credono che sia l’inizio di grandi cose. Forse no, è la mia idea; sai io mi domando: questo raduno a cosa ci porterà ? Abbiamo la forza di portare avanti una cosa colossale come questa? Io ho paura di no. Quindi dovremo cominciare a pensare a qualcosa di nuovo, di diverso, forse di più piccolo rispetto a quello che abbiamo fatto oggi”. “Non sono convinta di quello che stai dicendo”, disse Cindy; “secondo me … sì insomma io credo che qui abbiamo vissuto e realizzato una grande Illuminazione collettiva, capisci? Quello che è accaduto oggi non è mica solo un raduno di giovani spensierati e felici, capisci, è stato un grande evento d’ Amore e quindi porterà a qualcosa di bellissimo. Siamo tutti diventati dei Buddha!”. E cominciò a danzare intorno all’asta con la bandiera. “Siamo tutti Buddha! Siamo tutti Buddha”, cantava come se recitasse una filastrocca per bambini. “Siamo tutti Buddha!”, cantava girando intorno alla sua bandiera. Poi staccò la bandiera dall’asta di bambù e tenendola in mano continuò la sua danza improvvisata. Qualcuno si avvicinò con un piccolo tamburo e cominciò a ritmare sul Siamo tutti Buddha! cantato da Cindy. Si fece intorno a lei un cerchio di persone che la guardavano e battevano le mani al ritmo del tamburo. Lei girava intorno al cerchio scalza tenendo in alto il tessuto trasparente con il suo Buddha verde dipinto sopra. Lo teneva in alto per farlo muovere nell’aria come fosse un aquilone che stesse per spiccare il suo volo nel cielo. Andò avanti a cantare e ballare muovendo in alto e in basso il velo e infine stanca ricadde a sedere sul prato fuori dal cerchio che si era formato intorno alla sua danza. Una ragazza prese il suo posto e cominciò a danzare ancora più freneticamente di Cindy, al solo ritmo del tamburo che si fece sempre più veloce. Lenore si avvicinò a Cindy. Da in piedi la guardava scarmigliata e affannata con le mani appoggiate al prato e la testa leggermente all’indietro e lo sguardo a fissare il cielo. Poi anche Cindy guardò Lenore. “Siamo tutti Buddha” sussurrò un’altra volta, “siediti vicino a me che ne parliamo”, aggiunse. Aveva capelli biondi scarmigliati, occhi grandi d’un azzurro chiaro ma non slavato, la bocca grande un po’ all’ingiù, le mani bianche e piccole. Portava un lungo vestito marrone che da lontano Lenore aveva scambiato per nero, attillato e chiuso fino al collo. La fasciava mostrando il suo flessuoso corpo giovane e magro, ma nello stesso tempo pieno, vitale, energico e sicuro di sé senza esibizionismo. Nella danza si era fatta ardita, si muoveva senza un programma, una decisione, si muoveva totalmente immersa nel ritmo del tamburo e nel suono della sua voce. Le braccia sempre in alto a far volteggiare il velo col Buddha verde dipinto sopra. Lenore non conosceva nessuno che si muovesse con così tanta grazia e nello stesso con tanta spontaneità, senza usare nessun passo di danza ma danzando. E lei di danza se ne intendeva. Aveva un gruppo tutto suo di danzatrici del ventre; erano state tutte allieve di una celebre danzatrice tunisina che viveva e insegnava a San Francisco a tutte quelle belle hippies che non vedevano l’ora di scandalizzare il mondo e i bempensanti mostrando il loro ventre mentre si muoveva in maniera flessuosa e seducente. Ma Cindy non aveva bisogno di un tecnica di danza, lei ballava in base al suo istinto, al suo stato d’animo. Era il prototipo della ragazza hippy Cindy, molto più di quanto lo fosse Lenore, così scura d’occhi, carnagione e capelli come un’indiana skaw. Con il suo corpo pieno e sodo, all’apparenza era più adatta al lavoro di raccogliere radici commestibili per un un campo indiano piuttosto che passare il tempo a scrivere e al leggere agli altri le proprie poesie. “Sdraiati vicino a me che guardiamo il cielo insieme”, disse Cindy, allungandosi completamente nel prato con le braccia aperte. Non capitava tanto spesso che non fosse Lenore a guidare il gioco in una relazione, anche in un semplice dialogo con qualcuno incontrato per caso come stava succedendo adesso. Quella ragazzina la incuriosiva, la interessava, c’era qualcosa da imparare da lei, lo sentiva. “Tu sei la più Buddha di tutti noi, qui, e lo eri anche prima di oggi”, le disse Cindy, quando anche Lenore si fu sdraiata sul prato accanto a lei. “Tu usi l’amore, l’amore fisico con il tuo uomo per raggiungere l’estasi spirituale. Sempre che sia vero tutto quello che hai scritto nel tuo The love book”. “Anche oggi è stato un grande fare l’amore tra 20000 persone”, disse Lenore sospirando e rilassando tutto il corpo fino a toccare l’erba con ogni muscolo. “E’ per questo che sono anche un po’ triste…sono così felice ma anche un po’ triste…sento la tristezza delle cose che passano”, aggiunse. “Bisogna che ci scriva qualcosa con questo strano sentimento di essere così felice e nello stesso tempo sentire avvicinarsi uno stato di tristezza per via che tutto questo sta finendo”, e da sdraiata allungò il braccio a circondare lo spazio intorno a loro due. Si levò a sedere e dalla borsa di tela che aveva con sé tirò fuori il suo quaderno. Rimase assorta qualche minuto a scrivere in fretta un paio di pagine di quaderno per poi tornare a sdraiarsi accanto alla sua nuova amica. Ma dopo poco si alzò a sedere di nuovo per guardare Cindy. Aveva gli occhi chiusi e non si accorse che Lenore si era messa seduta allo scopo specifico di guardarla. Dopo un minuto Cindy aprì gli occhi e si fece schermo con una mano per poter guardare in faccia Lenore. “Che fai”, disse, “mi studi? Mi spii? Vuoi farmi diventare un personaggio di una tua storia?”. “Non scrivo storie”, rispose Lenore, “ma solo poesie”. “Bè, sì è la stessa cosa, volevo dire che mi stai scrutando e visto che scrivi vorrà dire che lo fai per usarmi in qualche modo”. “Va bene, smetto di guardarti, disse Lenore, e con un sonoro sospiro si sdraiò di nuovo. “Anche se non mi guardi più”, disse sorridendo Cindy, mi hai già ugualmente rubato l’anima…”. Spostarono la testa l’una verso l’altra nello stesso tempo e in silenzio si guardarono con complicità, affetto e comprensione. Lenore capiva quella giovane sbandata catapultata a San Francisco da chissà quale angolo remoto e bastardamente conservatore d’America, mentre dal canto suo Cindy vedeva in Lenore quello che vedevano tutti perché di Lenore era immediatamente visibile il suo carisma: vide la sua superiorità morale, psichica e umana sui tre quarti se non di più di tutti quelli che erano stati lì quel giorno. “Da dove vieni piccola?”, chiese sottovoce Lenore. Dalla Pensylvania, rispose Cindy, i miei sono dei fottuti contadini, anzi no mia madre oltre che contadina è pure maestra. Ci puoi credere? Avrebbero voluto fare di me quella stessa identica cosa che sono loro. Ci puoi credere? E così me ne sono andata, e adesso sono qui e me la spasso”, aggiunse stiracchiandosi e guardando di nuovo il cielo. “E dove vivi”, chiese Lenore. “In una comune, naturalmente. Siamo tutte donne, ci puoi credere? C’è un tale casino…Ma a me piace il casino…Lo adoro. Ma adoro anche la solitudine e in questo momento adoro stare qui con la famosa Lenore, donna del famoso, strafamoso Sweet William!”. “Sai proprio tutto di me, eh?”. “ Dei Famosi si sa sempre tutto…”Sei bellissima lo sai, vero Cindy, hai certi occhi, come fai ad averli così grandi?”. “ “Perché i tuoi sono piccoli? Sono grandissimi!, molto più dei miei…”. ”Siamo quelle dagli occhi grandi”, osservò seria Lenore. “Perché dobbiamo vedere molto”, aggiunse Cindy. “Dobbiamo vedere molto, amare molto, sentire molto”, disse di rimando Lenore. E alzandosi ritta a sedere e squadrando Cindy, aggiunse, “mi sei simpatica. Diventeremo amiche, ti va? Diventeremo amiche per sempre ti va?”. Cindy non si scompose, rimase anzi tranquillamente sdraiata sul quel mitico ( lo sarebbe diventato nei decenni successivi) prato, ma disse, “Se lo dici, poi lo fai?”. “ A cosa ti riferisci?”. “ Al fatto del per sempre”, disse Cindy. “Tutto è per sempre da parte mia”, disse Lenore. Baby, per sempre è ora”.

Una mia recensione: La cresta dell’upupa di Daniele Borghi

 

Ci sono cose che mi mettono di buon umore, una di queste è un bell’incipit in un romanzo. La cresta dell’upupa di Daniele Borghi inizia in un modo che mi ha davvero colpito e incentivato a continuare la lettura: ” L’idea di vivere di scarti mi colpì all’improvviso”. All’improvviso è un’espressione che amo. Penso dia bene l’idea di cosa sono il mondo, le persone, le cose come accadono. Dopo questo inizio fulminante conosciamo subito Migliore, il protagonista, trentaduenne dai mille mestieri, inutilmente laureato in sociologia, col pallino di un progetto di sua invenzione per produrre energia ( che naturalmente non trova gambe su cui camminare) e soprattutto antisociale per scelta. Per tutte queste ragioni decide di vivere di scarti. Quali? Quelli del vetro, lo ruberà e poi lo rivenderà. Ma la parola scarti in questo romanzo ha un significato più ampio. Tutti i personaggi che si muovono al suo interno sono scarti della cosiddetta società perbene, lui, il suo unico amico Diandro, un ceceno che vive in una baracca in un parco, Cristina, una bella ragazza che lo circuisce per farsi raccontare la sua invenzione e appropriarsene, anche Xenia, la prostituta cecena che farà svoltare il romanzo verso la direzione cara a Borghi, quella del “giallo sociale”.
Per tutte le sue 196 pagine il romanzo scorre bene e si fa leggere tutto d’un fiato. Io che non sono amante del genere “giustiziere che si fa giustizia da sé usando gli stessi metodi dei cattivi che perseguitano lui e le persone che ha deciso di proteggere”, l’ho molto apprezzato. Il registro è quello del disincanto, dell’ironia e del totale antisentimentalismo. Al di là della buona dose di violenza che piacerà agli amanti del genere, si sorride molto mentre si legge La cresta dell’upupa. Le situazioni vengono spesso sottolineate con frasi azzeccatissime. Alcuni esempi: ” Era magnifico avere un complice come Diandro, ti lubrificava la vita…” ( pag. 89 ); “Mi sembrava di essere un globulo rosso che scorre nel sistema circolatorio, dall’arteria al capillare…” ( pag. 127 ); ” Mi addormentai immediatamente, fu come chiudere un sipario e mettere fine allo spettacolo…” (pag. 137 ).
Dicevo che il romanzo svolta quando Maggiore e Diandro salvano Xenia dal suo pappone, un gigante dal cuore cattivo che fa parte di una banda di ex agenti del KGB. Da qui il romanzo prosegue con episodi rocamboleschi e un intreccio fitto di colpi di scena.
Perché ho letto tutto d’un fiato questo romanzo che per genere non è tra i miei preferiti? Perché in un romanzo io apprezzo la scrittura più che la storia. E nella Cresta dell’upupa la scrittura è intensa, potente, e ti seduce. Anche la storia lo è, l’intreccio è complesso e ben congegnato. Si vede quanto Borghi padroneggi il genere.
E l’upupa che dà il titolo al romanzo? Cosa c’entra la sua cresta con la storia raccontata? A me ha evocato un bisogno di innocenza del protagonista dopo tanta violenza patita ed esercitata. In un intenso momento rivelatore Maggiore la vede in un prato, ma l’upupa non è uno degli scarti della sua vita, lei è completa in se stessa, e lui nella sua cresta si immagina l’universo intero. In un brano molto poetico che sorprenderà il lettore, Maggiore prova ad avvicinarsi all’upupa, non per prenderla, catturarla, farla sua, solo per accarezzarla. Ma naturalmente non ci riuscirà.

Tom Wolfe, Electric kool-Aid Acid Test

Nel 2013 per gli Oscar Mondadori è stato di nuovo pubblicato in italiano L’Acid test al rinfresko elettriko di Tom Wolfe, con il titolo originale in inglese: Electric Kool-Aid Acid Test e una nuova traduzione di Stefano Mazzurana. La Feltrinelli l’aveva pubblicato nel lontano 1968 con la traduzione di Attilio Veraldi.
Ripubblicarlo è stata davvero una gran bella scelta, era ormai introvabile, personalmente lo trovavo solo in un paio di biblioteche di Bologna.
Nella nota dell’autore alla fine del libro Tom Wolfe scrive: “Ho cercato non solo di raccontare ciò che i Pranksters hanno fatto ma di ri-creare quell’atmosfera mentale o realtà soggettiva”. Questa precisazione è importante altrimenti chi legge il libro non ci crede che tutto quello che c’è scritto sia realmente accaduto. La bravura di Wolfe consiste proprio in questo: raccontare una storia vera, con persone, luoghi, dettagli reali, come se fosse tutto inventato.
Il romanzo rende conto del periodo di transizione tra l’epoca beat e quella hippy. Riguarda le “gesta” dello scrittore Ken Kesey, che dopo il successo del suo romanzo “Qualcuno volò sul nido del cuculo” (1962) comprò una casa a La Honda, in California, e ci si installò con moglie, figli e un gruppo di amici. A tutto il gruppo diede il nome di Merry Pranksters.
Lo scopo di questa “comune” era quello di proseguire gli esperimenti con L’LSD a cui Kesey aveva partecipato nel 1959 come cavia presso il Veterans Hospital di Menlo Park.
L’LSD in quegli anni era legale, cioè lo si poteva produrre e consumare liberamente. Divenne illegale nel 1965, tanto che Kesey dopo aver organizzato varie feste a base di musica con I Grateful Dead e LSD ( chiamati appunto Acid Test ) decise che bisognava continuare a sperimentare ma senza più droghe. “E’ mia opinione, disse, che è tempo di passare da ciò che è stato a qualcos’altro. L’onda psichedelica si stava formando sei, otto mesi fa quando me ne andai in Messico. E’ cresciuta da allora , ma non si è mossa…non c’è stata creatività“.
L’epopea psichedelica dei Merry Pranksters durò quindi appena tre anni. All’inizio
 dopo un po’ di vita comunitaria a La Honda Kesey comprò uno scuolabus attrezzato per viverci e tutta la truppa cominciò a viaggiare per raggiungere New York dove Kesey doveva presentare il suo nuovo romanzo “ Sometimes a great notion”. Siamo nella primavera del 1964 e all’autobus viene dato il nome Further.
Gran parte di Electric Kool-Aid Acid Test è dedicato a questo viaggio a base di aranciata all’LSD. La guida viene affidata nientemeno che a Neal Cassady che nel frattempo ha raggiunto il gruppo. Il motto diventa: “Sull’autobus o giù dall’autobus”, che non è una frase così scema se la si interpreta in senso metaforico.
In luglio raggiungono New York. In un appartamento di amici diedero una festa a cui invitarono anche Jack Kerouac. “Fu come dirci ciao e addio. Kerouac era la vecchia stella, Kesey era la nuova cometa selvaggia dell’Ovest diretta Cristo sapeva dove”.
Poi a Kesey venne in mente di organizzare gli Acid Test.  La parola d’ordine diventa quella scritta sui volantini che pubblicizzano gli Acid Test: Te la senti tu di superare l’Acid Test? Ma in cosa consisteva? Musica dei Grateful Dead, luci stroboscopiche, il film del viaggio sull’autobus e aranciata all’LSD.
L’ultima parte del romanzo è  dedicata alla fuga in Messico di Ken Kesey dopo che fu accusato di possesso di marijuana, e al suo successivo ritorno a San Francisco per farsi processare. Quello che lo salva durante il processo è il ripudio dell’LSD. E dopo soli cinque giorni di prigione è fuori.
Per rendere più credibile il “pentimento” Kesey partecipa ad una trasmissione televisiva dal titolo eloquente: Il pericolo dell’LSD.
“ Bene, dimmi Ken puoi darci un’idea di come sia un viaggio con l’Lsd?”
” Sì, ti manda fuori di testa”
Tucker lo fissa…
“Bene…adesso, tu stai per…dire a tutti di non prenderlo più, è esatto?”
“Sto per dir loro di  di passare alla fase successiva”.
Poco dopo Kesey tornò nell’Oregon con moglie e figli e si sistemò in un capanno nella proprietà di suo fratello Chuck. Qui ricominciò a scrivere romanzi.
A chi può interessare questo romanzo? Agli appassionati della letteratura americana tra il ’60 e il ’70, naturalmente. Chi non lo è ci può trovare una storia avventurosa che è impossibile collocare in un posto diverso dagli Stati Uniti. E ci può trovare lo spaccato di quello che si inventò una minoranza di sovvertitori del convenzionale modo di vivere americano. E ci trova anche una storia più unica che rara, in cui un autobus tutto dipinto di colori fosforescenti, abitato da donne, uomini e bambini anche loro tutti fosforescenti, passa indisturbato per città e paesi inondando la popolazione con musica a tutto volume e provocazioni anti – bempensanti. Una storia strana, tutto sommato. Ma molto interessante se si pensa che non è pura invenzione.

Mia recensione di Più che umano di Theodore Sturgeon


“Fonderci, quella era la parola che usava Janie. Diceva che gliela aveva detta Baby. Significava che tutti insieme eravamo una sola cosa, anche se ognuno faceva cose diverse….Lone diceva che forse era una via di mezzo tra aiutarsi e unirsi” ( T. S.)

Ho scoperto questo scrittore americano mentre preparavo la recensione al libro di Tom Wolfe, L’acid test al rinfresko elettriko, interamente dedicato a Ken Kesy e ai suoi Merry Prenksters (allegri burloni). Sono così venuta a sapere che un autore culto di Ken Kesey era proprio Theodor Sturgeon. E così ho letto questo suo romanzo, More than human, che alcune edizioni in italiano traducono Più che umano e altre Nascita del superuomo. L’edizione italiana che ho letto io, quella della Giano del 2005 traduce il titolo alla lettera. E’ un bel titolo e ha a che vedere con il contenuto del romanzo molto più che l’altro, che evoca cose del tutto al di fuori di esso.
Non sono né un’appassionata di fantascienza né tanto meno un’esperta di questo genere letterario. Diciamo che, come molti ormai, non divido la letteratura in generi ma in libri che mi piacciono o che non mi piacciono.
La mia lettura di “Più che umano” è avvenuta quindi fuori da un contesto di genere letterario specifico, è avvenuta invece nell’ottica dei miei interessi principali in questo campo, quella della letteratura beat e hippy. Mentre leggevo questo romanzo mi sono cioè domandata cosa lo legasse ai vari Allen Gisberg, Ken Kesey, Lenore Kandel. Ho trovato a questo proposito delle connessioni: Il romanzo:
– ti porta in una dimensione “altra”, ma umana, i “poteri” che i personaggi posseggono derivano dalla mente umana non da entità sovrannaturali;
– ti porta ad un livello di profondità in te stesso, tramite i personaggi, come si muovono, cosa fanno, cosa dicono;
– ti porta ad identificarti in loro e li vedi come in un film, ma un film psichedelico, cioè un film che avviene solo dentro la mente di qualcuno;
– ti porta a questo discorso bellissimo della telepatia, del comunicare con la mente, cioè con l’energia della mente ed in maniera immediata ed intuitiva, senza la mediazione delle spiegazioni razionali, delle giustificazioni, dei perché e dei per come, la comunicazione mentale avviene e basta.
Lo stesso linguaggio di Sturgeon in questo libro evoca quello beat – hippy, tanto che in esso la comunicazione telepatica viene definita “fondersi” gli uni con gli altri. Riecheggia inevitabilmente il “tune in”, ovvero il “sintonizzati” di Leary Timoty, uno degli indiscussi guru degli hippies di San Francisco negli anni ’60.
Infatti fondersi è quello che hanno sempre cercato di fare con o senza le droghe Jack Kerouac con Neal Cassady, Allen Ginsberg con Neal Cassady e con Kerouac, Lenore Kandel con Sweet William, e gli Allegri burloni di Ken Kesey tra di loro. Questo è stato il Grande Esperimento di quegli anni.
Tutti i personaggi di “Più che umano” vengono mostrati sulla scena del romanzo fin dall’inizio, ognuno con la sua triste storia infantile che sarà la causa e il motore di tutto il resto della loro vita: quelli che contano di più nella storia sono Lone, Gerry, Janie, le due gemelline Bonnie e Beanie e Baby, il bambino mongoloide nella culla. Le loro vite si intrecceranno nel corso di tutto il romanzo perché tutti e sei hanno in comune l’essere stai rifiutati da qualcuno. “ L’intero mondo aveva rifiutato Lone…E Janie era stata rifiutata, e anche le gemelle” ( pag. 84). Tra di loro c’è questa comunicazione spontanea e telepatica che loro chiamano appunto fondersi. Janie la spiega così: “ se vuoi sapere qualcosa me lo dici e io lo dico a Baby. Lui trova la risposta e la dice alle gemelle, loro la dicono a me e io la dico a te”( pag. 87).
Lone ad esempio dice a Janie: “ Chiedi a Baby cos’è un amico”. “ Dice che è qualcuno che continua ad amarti anche se non gli piaci”.
“Chiedi a Baby se si può davvero fare parte di qualcuno che si ama”. “ Dice, solo se ami te stesso”. “ Chiedi a Baby cos’è un adulto che sa parlare come i neonati”. “ Dice, un innocente”. ( pag 93).
Baby, il bambino mongoloide è l’oracolo a cui si chiede, o se preferite è il guru, Janine e le gemelline Bonnie e Beanie sono le intermediarie, Lone o Gerry fanno le domande, fungono da adepti del guru Baby.
Ognuno di loro ha quindi funzioni diverse ma forma col fondersi con gli altri cinque un unico sistema che rappresenta l’evoluzione dell’homo sapiens. Sono la nuova specie umana, l’homo gestalt. Sono come un unico organismo che opera con diverse parti ad un unico comportamento.
Poi c’è il personaggio di Hip, che è il protagonista della terza parte del romanzo e che ha subito anche lui rifiuti e sofferenze fin da bambino.
Fondersi è una parola che Baby ha insegnato a Janie. “Significava che tutti insieme eravamo una sola cosa, anche se ognuno faceva cose diverse….Lone diceva che forse era una via di mezzo tra aiutarsi e unirsi” ( pag. 106 e 112).
Ma un giorno il gruppo incontra Mrs. Kew e qui cominciano i guai. A contatto con la bisbetica e razzista signora che li ospita nella sua bella casa e li costringe ad una rigida educazione vittoriana, i ragazzi cominciano a perdere il loro potere, la loro intima comunicazione telepatica. Dice Gerry, nella seconda parte del romanzo ad uno psicanalista : “ Ci svegliavamo tutti alla stessa ora. Facevamo quello che voleva qualcun altro. Trascorrevamo la giornata al modo di qualcun altro, pensando i pensieri di qualcun altro, dicendo le parole di qualcun altro. Janie dipingeva i quadri di qualcun altro, Baby non parlava con nessuno e noi eravamo contenti così. Non ci fondevamo più…alla fine dovetti uccidere Mrs. Kew” (pag 145 – 146).
La terza parte di “Più che umano” è dedicata al “perché la gente fa le cose”, se per fini egoistici e miserabili o per fini nobili e altruisti. Nel romanzo lo psicanalista a cui si è rivolto Gerry per farsi spiegare perché ha ucciso Mrs. Kew, la chiama moralità e la considera un modo per convivere con la solitudine. E’ l’insieme delle regole di comportamento che si dà una società per sopravvivere, ma non può essere applicata allo stadio evolutivo dell’Homo Gestalt, quello a cui appartiene Gerry. Il personaggio di Hip, e che è stato perseguitato da Gerry perché ha scoperto il segreto dell’antigravità di cui si servono le gemelline Bonnie e Beanie per spostarsi nello spazio volando, gli dice: “ Tu non hai bisogno di una morale. Nessun sistema di regole morali può valere per te. Tu non puoi obbedire a regole stabilite da quelli della tua specie perché non esiste nessuno della tua specie. Tu non sei una persona qualunque, perciò la morale di una persona qualunque non ti servirebbe più di quanto potrebbe servire a me la morale di un formicaio. Ma Gerry, c’è un altro tipo di codice a tua disposizione. E’ un codice che richiede fede più che obbedienza. Si chiama Ethos” ( pag 263). Ma cos’è l’Ethos? Credo di aver capito dalle ultime pagine del romanzo di Sturgeon che l’ethos sia la conseguenza di quello che capita ad un essere umano ( sapiens o gestalt) quando si accorge dei propri errori. Si raggiunge, come è capitato a Hip con l’introspezione, con il ripercorrere a ritroso i comportamenti di un’intera vita, riuscendo a “vedere” gli errori che si erano dimenticati. E le circostanze che li avevano prodotti. Vedendoli si prova vergogna, si dice nel romanzo, ( non ho l’edizione originale e non so se il termine vergogna sia la traduzione più giusta) cioè si soffre, interpreto io; da questa sofferenza che è consapevolezza del male compiuto verso gli altri, nasce il comportamento etico. Il comportamento etico non è sinonimo di quello morale. Quello morale riguarda la massa, l’intera società umana così com’è ora, e può essere disatteso, trasgredito senza che “ se ne provi vergogna”, senza che se ne sia consapevoli ( “perdona loro perché non sanno quello che fanno”). L’uomo nuovo sarà l’uomo etico, l’ulteriore stadio evolutivo dell’uomo gestalt. Sarà colui che grazie “all’intuizione” si darà un codice etico per essere sempre pienamente consapevole e rispettoso.
Quando Hip tiene in suo potere Gerry, che lo aveva perseguitato per la sua scoperta sull’antigravità, potrebbe compiere un’azione morale: “ uccidere un mostro” ( pag. 264). Invece compie un atto etico, farà in modo che provi vergogna e lo libererà. C’è qualcosa di profondamente anarchico, a mio avviso, in questa distinzione che fa Sturgeon nel romanzo tra moralità ed etica. La moralità è quella che porta ad “uccidere il mostro”, cioè i propri nemici, avversari, che riempie le carceri, le camere della morte, i campi di guerra. Che riempie le famiglie di sofferenza, come è capitato a tutti i bambini protagonisti di questo romanzo. La morale può essere violenta perché con essa ci si difende. L’etica invece non prevede la punizione , prevede l’intuizione, l’auto consapevolezza, e la conseguente vergogna. Il pericolo però è quello di essere “ il benpensante che non riesce a dimenticare le regole. Quello che ha l’intuizione chiamata etica, e che sa trasformarla nell’abitudine chiamata morale” (pag. 267).
Un’ultima considerazione. Non bastasse la ricchezza, la profondità, la bravura di Ted Sturgeon nell’intrecciare tra loro le storie passate, presenti e future dei personaggi, c’è l’ultima pagina del romanzo. Non la riassumo e non tento di spiegarla. Fatte le debite differenze è una specie di vangelo dell’uomo nuovo, che assomiglia moltissimo alla parola di un essere illuminato.

La prima notte di quiete di Valerio Zurlini

Prima di tutto il cappotto di cammello ( che era del regista ) che Delon porta in un modo tanto anni ’70, tanto gioventù che piano piano disperatamente si sgualcisce. E poi il mare d’inverno, naturalmente. E sempre a prendersi tutta la scena lui, Delon, fascino degli occhi, bocca, mani, busto che si inarca mentre fa l’amore come un affamato che finalmente mangia. Ma poi è tutto il film in ogni suo singolo fotogramma ad essere puro fascino e nostalgia di quel puro fascino che si poteva esprimere solo quando il film è stato girato (1972). L’ho comprato il DVD di questo film anni fa e me lo riguardo a distanza di tempo, neanche tanto tempo, mi coinvolge, parla di me che mi identifico in  Daniele, il personaggio interpretato da Delon, ma anche in Vannina interpretata da Sonia Petrova, nel suo spasmodico bisogno d’amore. Entrambi ne soffrono e se ne disperano. E quando si incontrano si riconoscono perché prima avevano già tutto cercato, provato e definitivamente perduto. Si credevano falliti, persi, ancora vivi ma solo così per caso e senza più voglia di niente. Vannina, giovanissima incontra Daniele a scuola, è una sua allieva; lui ha  trentasette anni e quasi mai per tutto il film si toglie lo stesso cappotto di cammello, lo stesso maglione a collo alto, gli stessi pantaloni, le stesse scarpe che mi sembrano quegli scarponcini scamosciati che si usavano allora sia d’inverno che d’estate.  Lei solo storie di sesso alle spalle, è l’amante di Gerardo, il ricco del posto, lui è un insegnante supplente nel liceo cittadino; a casa ha una compagna, Monica,  la bellissima Lea Massari, nel ruolo ingrato della donna tradita, che però si fa tradire ma non lasciare. Daniele diventa amico della combriccola di giocatori di poker e festaioli del posto di cui fanno parte anche Vannina e Gerardo. Fantastica, struggente e distruggente la scena in cui in una discoteca sulle note di “Domani è un altro giorni si vedrà” cantata da Ornella Vanoni, il professore assiste al lento di Vannina e Gerardo, con lei che gli si struscia, gli si aggrappa guardando Daniele per quasi tutto il tempo. Ma poi i due si mettono insieme e progettano la fuga. Ma il  finale non poteva essere un happy end, avrebbe fatto crollare miseramente a terra l’impianto emotivo del film. Di culto. Passa ogni tanto anche in Tv.