Yoga di Emmanuel Carrère

Sembrerebbe che per Carrère “Yoga” stia per vita. La prima parte, ma non la maggiore rispetto all’intero libro, effettivamente racconta una sua breve esperienza in un seminario di meditazione Vipassana. Lo ha dovuto abbandonare solo dopo quattro giorni per una circostanza di forza maggiore. Il resto del libro, che è un romanzo autobiografico, racconta vari episodi della vita di Carrère. La cosa stupefacente è che lo scrittore riesce a far diventare qualcosa di romanzesco episodi di vita anche “normali” come la storia segreta con un’amante o una passeggiata nel bosco. Tutto diventa romanzesco perché è frutto della straordinaria capacità di osservazione dello scrittore. Ci sono anche episodi di vita non così “normali”, nel senso che la maggioranza delle persone non prende e va su una isola greca per vedere un campo profughi per ragazzi afgani minorenni. Oppure non si fa rinchiudere in una clinicaa psichiatrica per farsi fare una serie di elettroshock che in parte lo sollevano dal suo male di vivere ( Carrère si definisce bipolare ). Anche episodi all’apparenza più drammatici, come il racconto di un ragazzo afgano del suo terribile viaggio per arrivare in Europa, vengono descritti da Carrère con il suo linguaggio narrativo tipico: raccontare senza immedesimarsi con la storia tragica di cui si parla ma anche senza rinunciare ad una propria empatia umana. Questo atteggiamento narrativo lo scrittore lo ha applicato in altri suoi romanzi, come ad esempio in “L’avversario” ; Vite che non sono la mia”; “Un romanzo russo”.
Yoga forse è il romanzo più riuscito di Carrère; gli episodi raccontati si incastrano armoniosamente gli uni con gli altri e sono anche elencati in un indice che ci consente di rileggere quelli che ci hanno particolarmente colpito.
Un’ultima considerazione. Carrère con questo romanzo sembra aver raffinato il suo stile. Ci dà anche l’impressione, nei rapporti umani che intraprende nei vari episodi, di essere una persona “normale” che semplicemente scrive, come se questo fosse possibile per qualunque suo lettore. E’ come se lo invitasse a cimentarsi anche lui nella scrittura.

Mie riflessioni sul romanzo di Cho Nam-Joo “Kim Ji-Young nata nel 1982

L’incastro narrativo di questo romanzo è molto interessante. Sembra quasi un giallo, ma in realtà è un romanzo sociale e psicologico. C’ è un disturbo della personalità alla base della storia. Viene evidenziato fin dalle prime pagine.
Far finta di essere qualcun altro lo facciamo tutti in fondo. Pirandello ce lo ha spiegato e raccontato nei suoi lavori teatrali e nelle sue opere in prosa. “Kim Ji-Young nata nel 1982” ci mostra come la protagonista sia arrivata a credersi un’altra persona.
Di questa donna si racconta la vita da quando è piccola a quando è già sposata ed ha una figlia. Tanti particolari della sua quotidianità ci mostrano come nella società della Corea del Sud siano preponderanti i privilegi dei figli maschi rispetto alle femmine. I maschi hanno cibi migliori, vestiti di prima scelta, si pagano loro studi costosi di cui si privano invece le femmine. Man mano che la protagonista cresce la sua condizione di inferiorità in quanto femmina l’accompagna sempre. Sul lavoro guadagna meno dei suoi colleghi maschi, non viene mai scelta per incarichi di responsabilità, il tutto però mascherato da modi gentili e belle parole. Ogni volta che Kim Ji-Young viene discriminata soffre molto, ma è incapace di ribellarsi. La stessa cosa avviene quando lei e suo marito aspettano un bambino, anzi una bambina. Sarà rispettata meno per questo dai suoceri. Dovrà inoltre essere lei e non suo marito a licenziarsi per occuparsi della loro bambina.
Tutto questo riempie di rabbia repressa Kim Ji-Young, ma non se la sente di opporsi alle “usanze” sociali del suo paese.
Al culmine della sua frustrazione repressa per essere diventata una casalinga che vive alle spalle del marito, la protagonista comincia ad identificarsi in persone diverse. Non fa finta di essere un’altra persona, nella sua mente lei lo è veramente.

Ancora su I doni della vita di Iréne Nèmirovsky

I doni della vita di Iréne Nèmirovsky dimostra che si può essere spietati nello scrivere, ma lo si può fare senza enfasi, parole assolute, tragiche. Dimostra questo romanzo che usare la semplicità, la calma nel descrivere personaggi ed eventi estremamenti  negativi, fa essere appunto più spietati nello scrivere. Più di quando si usano termini forti e pieni di punti esclamativi. E’ difficile farlo quando, come ne I doni della vita si descrivono personaggi diversi tra loro. Nel romanzo in realtà la contrapposizione principale è tra vecchi e giovani. E’ un mondo chiuso quello descritto dalla Nèmirovsky; tutti i personaggi appartengono alla stessa classe sociale: la borghesia delle piccole città francesi nei primi decenni del ‘900.
In gioventù i personaggi cercano una propria strada, non vogliono omologarsi allo stile di vita dei loro genitori, ma questa scelta si paga amaramente. L a famiglia sembra essere l’unica istituzione degna di credibilità, ha regole che non possono essere trasgredite, pena l’esclusione dalla protezione soprattutto economica che essa garantisce a chi ne fa parte.

Le donne di ” Siamo stati felici” di Irene Némirovsky

Le donne di ” Siamo stati felici” di Irene Némirovsky sono tutte vecchie, disilluse, nostalgiche di un loro passato glorioso. Lo sono anche se sono giovani. Sono vecchie perché i loro mariti non le amano e le tradiscono apertamente. Loro, le giovani – vecchie signore subiscono i tradimenti, li conoscono, ma non mollano i loro mariti.
Poi ci sono i bar. Non quelli del mattino, frequentati da chi va al lavoro. Quelli frequentati dalla schiuma dell’umanità parigina. Stanno in questi bar tutta la notte, hanno i loro angoli abituali, bevono continuamente. C’è anche una vecchia signora che sta in uno di questo bar tutta la notte a ruminare dentro di sé sul proprio glorioso passato. E’ sola e povera. Nessuno in quel bar le fa compagnia e lei ci soffre. Una notte entra una giovane ragazza ben vestita e molto bella. La vecchia signora sogna che diventino amiche. Ma naturalmente non accade. 

L’anno della scimmia di Patti Smith


“Quella notte ho fatto un sogno, uno di quelli che più che sogni sembrano doni, curativi e puri come un ruscello gelido e incontaminato”

Fin dalle prime pagine capiamo una cosa sulla scrittura in generale e su quella di Patti Smith in particolare: l’efficacia dei dettagli. Anche la descrizione di un luogo qualunque ( forse descritto da altri molte volte ) diventa interessante e “visibile” per chi legge grazie alla cura quasi maniacale dei dettagli. “L’anno della scimmia” è diverso d tutti gli altri libri di Patti Smith. Qui più che introspezione c’è questo mischiare senza soluzione di continuità, realtà e sogno, credo per mostrare a noi lettori come, almeno nella vita di Patti, le due sfere di esistenza si confondano tra loro continuamente. Pare volerci dire: davvero pensate che ci sia tra loro differenza? Non è vita vissuta anche il sognare? Personalmente non ho dubbi su come rispondere a questa domanda. Anzi, nel mio caso, il sogno è più reale e significativo della vita di veglia.

Le mie recensioni dei libri di Patti Smith: https://www.cronacheletterarie.com/2019/07/11/just-kids-di-patti-smith/
https://www.cronacheletterarie.com/2019/03/07/devotion-di-patti-smith/
http://lascrittura.altervista.org/patti-smith-m-train-cosa-penso-di-questo-libro/

 

 

 

Testimonianza a Chicago di Allen Ginsberg

Da ieri è nelle sale italiane il film l processo ai Chicago 7 (The Trial of the Chicago 7)  diretto da Aaron Benjamin 

Del trio Kerouac-Cassady-Ginsberg, solo quest’ultimo ha praticato una forma di militanza politica. E il modo specifico e originale in cui lo fece, è una delle ragioni del mio amore per questo poeta e per il contributo che seppe dare ai movimenti alternativi americani degli anni ’60. “Testimonianza a Chicago” è la prova evidente della specificità di quei movimenti così inclusivi rispetto al settarismo dei movimenti alternativi italiani della stessa epoca. La beat generation, l’hippy generation, il movimento psichedelico, e i vari gruppi che in quegli anni negli USA si opponevano al Potere Americano, cercarono non solo di manifestare questa loro opposizione, ma soprattutto cercarono di viverla. Questa fu la loro forza e la loro peculiarità. “Testimonianza a Chicago” è la trascrizione dell’interrogatorio di Ginsberg durante il processo del 1969 ai leaders della protesta avvenuta a Chicago durante la Convenzione del Partito Democratico che si tenne in questa città dal 25 al 29 Agosto del 1968. L’intento dei dimostranti era quello di ripetere le mobilitazioni contro la guerra in Vietnam degli anni precedenti con una modalità nuova. Nel movimento prevalse infatti il punto di vista di chi volle che la mobilitazione di Chicago avesse la caratteristica di un “Festival della vita” da tenersi al Lincoln Park con workshops di ogni tipo, readings poetici, musica, centri di discussione politica. In realtà le autorità cittadine non diedero l’autorizzazione ad occupare il parco, ma fu presa la decisione di manifestare ugualmente. Così solo 5000 mila dimostranti giunsero in città e furono brutalmente attaccati dalle forze dell’ordine durante lo sgombero del parco. Ci furono centinaia di arresti, moltissimi feriti e un anno dopo il processo ai leaders di quelle giornate. Tutti e sette furono condannati a 5 anni di carcere e 5000 dollari di multa, anche i difensori degli imputati subirono pesanti sentenze di condanna.

Ma veniamo alla testimonianza di Ginsberg, testimonianza richiesta dalla difesa a favore degli imputati. Nella bellissima e dettagliata introduzione di Fernanda Pivano si legge che “ La tecnica con cui Ginsberg incantò la giuria e il pubblico fu la sua tecnica abituale: quella di non avere una tecnica e di agire in piena sincerità…Si rivolse ai giurati con completa naturalezza e li affascinò trattandoli da suoi pari, da persone intelligenti. Quando salmodiò il Mantra Hare Krishna il Pubblico Ministero scoppiò a ridere e un marshal fece il gesto di impugnare la rivoltella, quando salmodiò OM il giudice lo fece smettere con fastidio; ma la giuria passò la pausa tra le due fasi dell’interrogatorio del poeta seduta sul pavimento a salmodiare OM”( pag. XXV).A questo proposito ecco un esempio di domanda e risposta tra l’avvocato della difesa e Ginsberg ( ce ne sono molte altre su questo tono):” D. Che cosa ha fatto quando ha visto i poliziotti in mezzo alla folla? R. L’adrenalina mi è corsa nel corpo. Mi sono seduto su una collina verde con un gruppo di giovani che stavano passeggiando con me; verso le 3,30 del pomeriggio, le quattro, mi sono seduto, ho incrociato le gambe e ho cominciato a salmodiare O-o-m…O-o-m-m-…ho continuato a salmodiare per sette ore” (pag 47-48). A proposito del Mantra OM salmodiato da Ginsberg durante i disordini del 1968 l’avvocato difensore chiede a Ginsberg di leggere un suo testo. Cosa che Ginsberg fa. Il testo è molto interessante per capire lo scopo che ha avuto il poeta nel salmodiare OM in questa ed altre circostanze simili. Infatti lo scopo è calmare le persone. “ In caso d’isterismo, solitario o comunitario, la parola d’ordine magica è OM. Pronunciate OM dalla metà del corpo, dal diaframma o plesso solare. Dieci persone che mormorano OM possono calmarne cento. Cento persone che mormorano OM possono regolare il metabolismo di mille. Mille corpi che vibrano OM possono immobilizzare tutta una strada centrale di Chicago piena di esseri umani impauriti, in uniforme o nudi” (pag. 75). Come ho detto, nel testo sono parecchie le domande dell’avvocato difensore a proposito dei vari momenti in cui Ginsberg si mise a salmodiare Mantra durante gli scontri di Chicago, ma le sue risposte non dovettero impressionare più di tanto la Corte viste le severe sentenze nei confronti degli imputati. Ma, a mio avviso, le cose interessanti di questa testimonianza di Ginsberg non sono tanto sull’influenza che ebbero o non ebbero rispetto all’esito del processo, ma piuttosto rispetto all’uso di ciò che aveva imparato nel viaggio del 1962 in India sul potere dei Mantra; trovo cioè molto interessante che Ginsberg sperimentasse questo potere, non per se stesso nel chiuso della sua stanza, bensì per gli altri, in un evento pubblico, in un afflato altruistico e in una situazione di grande eccitazione e paura. Nel controinterrogatorio il Pubblico Ministero comincia con il chiedere a Ginsberg dove abbia imparato a salmodiare e che rapporto ci sia tra il salmodiare i Mantra e la poesia. Apparentemente la domanda sembra innocua ma in realtà lo scopo è quello di arrivare a metterlo in difficoltà sulle sue poesie a sfondo sessuale. Chiedendogli del rapporto tra spiritualità e poesia vuole arrivare a chiedergli che rapporto ci può mai essere tra spiritualità e le sue poesie sul sesso.

Ma, come ho detto, il Pubblico Ministero la prende alla larga, chiedendo a Ginsberg dove abbia imparato a salmodiare Mantra e che rapporto abbiano con la sua poesia. Ginsberg risponde di avere imparato a salmodiare durante il suo viaggio in India del 1962 da uno Swami Shivananda, che era anche lui un poeta. Ecco le domande e le risposte successive. “D. Nella disciplina c’è somiglianza tra bellezza del suono nella poesia e quella nella salmodia? R. Sì il poema Bhagavad-Gita, sa, che è Il canto di Dio, che è la Bibbia dell’India, ha come protagonista principale Krishna, che è la persona di cui si parla nel Mantra Hari Krishna. D. E quella combinazione di salmodia e di poesia ha come scopo una specie di innalzamento spirituale del pubblico? R. Fisicamente in realtà ha lo scopo è di situare e accentrare nel corpo la respirazione e regolarla in modo che uno calmi la respirazione, calmi il metabolismo e diventi consapevole di ciò che lo circonda” (pag. 82-83). Ma non è questa la risposta che voleva il Pubblico Ministero; il suo scopo era mettere il difficoltà Ginsberg, non farlo parlare sul benessere che può procurare la recitazione dei Mantra. Subito dopo infatti gli chiede che innalzamento spirituale può portare l’uso delle droghe tra gli hippies che Ginsberg frequenta. E soprattutto cerca di metterlo in difficoltà chiedendogli delle sue poesia a sfondo sessuale. Gli viene chiesto di leggere le sue poesie The night apple e In society. Entrambe trattano della omosessualità del loro autore. E allora il Pubblico Ministero riferendosi alla seconda chiede: “Può spiegare il significato religioso della poesia?”. Ginsberg risponde facendo riferimento al fatto “che nello Yoga si tenta di allargare la consapevolezza, di essere consapevoli del fatto che la propria consapevolezza includerà tutto ciò che avviene dentro il corpo e dentro la mente” (pgg 88- 90). Nell’ultima parte dell’interrogatorio l’avvocato della difesa chiede a Ginsberg di recitare il suo poema Howl, cosa che Ginsberg fa nel silenzio generale dell’aula. Con questo termina la sua testimonianza.
Della partecipazione di Ginsberg alle manifestazioni di Chicago del 1968 si parla anche nella bella biografia del poeta scritta da Bill Morgan, “Io celebro me stesso”. E’ una biografia estremamente dettagliata, organizzata anno per anno lungo l’intera vita di Ginsberg. In essa a proposito degli scontri a Chicago del 1968 si afferma che Allen in quei giorni si sentiva “ il solo degli organizzatori a impegnarsi realmente per la non violenza” (pag. 442). Si parla inoltre del fatto che “in mezzo ad un gruppo di manifestanti cominciò ad intonare OM in un microfono portatile…Mentre cantava cominciava a rendersi conto che qual suono gli provocava un cambiamento interiore…La sua respirazione divenne più regolare, come respirasse l’aria del paradiso, espirandola a sua volta nell’universo…Per Allen fu un’esperienza illuminante, fino a quel giorno aveva considerato i mantra solo un genere di canto…Era possibile alterare gli stati di coscienza con il solo uso del canto” (pag. 443). Dopo l’esperienza di Chicago però Ginsberg si pentì di avervi partecipato per via della piega violenta che avevano preso gli eventi.


 

 

Il tennis singolo metafora della vita, ovvero: come controllare Il proprio Moloch interiore?

Il tennis singolo più di ogni altro sport ci permette di identificarci in chi lo sta giocando. Chi è in campo è come noi: solo. Di fronte ad una difficoltà: vincere. La vittoria gli/ci darà gioia, la sconfitta dolore. Da millenni ci si interroga su come superare la gioia momentanea della vittoria e la profonda ( per alcuni definitiva ) sofferenza della sconfitta. Perché, come dice Pier Paolo Zampieri il tennis ” è solo apparentemente uno sport” (Ubitennis del 30/10/2014 nella sua celebre recensione del libro di Wallace D.F, Il tennis come esperienza religiosa ).
La maggior parte dei tennisti vengono sconfitti praticamente ogni settimana della loro carriera visto che in ogni torneo c’è un solo vincitore. Solo un giocatore alza il trofeo, mentre il resto dei tennisti deve far fronte alla sconfitta. Bisogna quindi imparare a superare la frustrazione del non vincere senza perdere l’entusiasmo e la volontà di volerlo. Sembra un gioco di parole, e forse lo è, anche. Voler vincere sapendo che molto probabilmente non accadrà. Un po’ come voler vivere sapendo che si morirà. Ecco allora un gran parlare di mental training. Ci sono i testi degli specialisti della materia. Ad esempio:
Umberto Longoni, La partita invisibile
Agam Bernardini, Lo zen e l’arte di giocare a tennis
Joseph Correa, Diventare mentalmente resistenti nel tennis utilizzando la meditazione
Federico Di Carlo, Il cervello tennistico
Alberto Castellari, Angelo D’Aprile, Stefano Tamorri, Tennis Training. Allebamento tecnico, fisico, mentale, esercitazioni e programmi. Aspetti biologici.
Timothy Gallwey, Il gioco interiore nel tennis
E poi tutti gli articoli di Pier Paolo Zampieri su Ubitennis
A mio modesto parere ci devono essere delle componenti di base in una persona per essere in grado di far fronte nella vita agli insuccessi, cioè un po’ stabili si nasce. Oppure si fa appello a quella che potrei chiamare disperazione attiva. Si sta malissimo ma si reagisce, non si affonda nella frustrazione. Si possono anche compensare le frustrazioni altrove: nella famiglia, negli amori, negli amici.
Il centro di tutta la questione del rapporto tra tennis e emozioni negative dei giocatori/giocatrici in campo è proprio questo: Come nella vita di tutti i giorni, del resto. Perché come dice Allen Ginsberg: ” La mente è come una farfalla che si adagia su una rosa o svolazza su fetidi escrementi”.
Le tecniche di mental training funzionano dove c’è la vera vita, la vera paura, la vera rabbia: sul campo da gioco, quello del tennis e quello della vita fuori, nelle strade, nelle case. Il singolare del tennis professionista porta all’estremo la possibilità di vincere rabbia e paura o di soccombervi. Se saprai controllare le emozioni negative sarai in grado di stabilire strategie, adeguarti a chi hai di fronte, di dirigere l’incontro.

La mia recensione de La trasgressione necessaria di Luca Pollini

Molte volte ho pensato di fare in forma scritta una specie di mappa di tutti i cambiamenti che ho fatto nella mia vita. Non parlo della capigliatura o degli abiti. Parlo di visioni, stili di vita, valori, ciò in cui ho creduto e in cui non credo più. Sono state parecchie le cose in cui mi sono buttata e dalle quali poi mi sono tirata fuori, ma non le nominerò perché non è questo l’oggetto di questo testo. Lo è la vita e le scelte varie e diverse di Andrea Valcarenghi che ci sono minuziosamente raccontate da Luca Pollini nel suo libro “La trasgressione necessaria”. Si comincia dal suo giovanile antimilitarismo e si finisce all’adesione al credo di Osho, guru di quelli che un tempo venivano chiamati gli “arancioni”.
Scrivere biografie interessanti è difficile. In genere sono molto noiose soprattutto per via dello stile piatto che spesso le caratterizza. Ma non è questo il caso de “La trasgressione necessaria” di Luca Pollini. In uno stile narrativo viene raccontata, come fosse un romanzo, la biografia dettagliata della vita di Andrea Valcarenghi, allargata al contesto sociale dagli anni ’60 ai giorni nostri.
Luca sa attirare l’attenzione del lettore sul “personaggio” Valcarenghi, dal suo antimilitarismo al suo definitivo abbandono della vita politica a favore di quella spirituale. Oggi Valcarenghi si chiama Swami Deva Majid.
Il libro si può definire diviso in due parti: dal pacifismo alla militanza politica fino alla fondazione della rivista Re nudo la prima parte, e la seconda dai cambiamenti subiti da questa rivista ad oggi.
Le vicissitudini di questa rivista si identificano con quelle di Valcarenghi. Nei primi anni è una delle componenti della militanza rivoluzionaria degli anni ’70. Quelli i temi, quello il linguaggio ( uno delle sue parole d’ordine ricalca quella molto in voga negli anni ’70: “vogliamo tutto e subito”) .
Re nudo organizza vari festival, una cosa del tutto innovativa e sul piano culturale rivoluzionaria, dato che finora erano stati appannaggio della RAI o dei partiti. Quelli rimasti più famosi sono quelli del Parco Lambro del ’74, 75 e ’76 organizzati con l’aiuto di Lotta Continua, Potere Operaio e altri gruppi extra parlamentari. Il festival del ’76, a cui partecipano ben 100.000 persone, segna la fine del sogno politico della controcultura italiana: spaccio di droga, furti organizzati di cibo, contestatori che salgono sul palco durante i concerti. E’ la fine del tentativo di creare un “mondo diverso”.
Valcarenghi lo capisce e se ne va. Dove? In india, come migliaia in quegli anni. E qui comincia la seconda parte di “La trasgressione necessaria”.
Nel ’77 Valcarenghi diventa discepolo di Bhagawan Shree Rajneesh, conosciuto anche come Osho nel suo ashram indiano di Poona. Nell’incontro con il maestro quest’ultimo gli dice: ” Il tuo nome è Swami Deva Majid…Deva significa divino, Majid magia”.
Seguono anni importanti in cui Valcarenghi diventa emissario di Osho in occidente, inoltre ridà vita per molti anni a Re nudo, che, come si dice nel libro di Luca Pollini :” diventa la rivista dell’incontro tra oriente e occidente”.
Ora Valcarenghi si sta impegnando nella creazione de Il villaggio di Re nudo: ” si tratta di realizzare un villaggio basato sul voler essere insieme, ma nello stesso tempo indipendenti e liberi. Il suo nome sarà Soli e insieme.
A questo proposito auguro ogni bene a questo progetto anche se ho delle riserve in proposito, ma parlo solo a titolo personale. Non credo che le comunità si possano fondare, nascono spontaneamente dai bisogni materiali. Vivo in un piccolo paese, fino agli anni’50 in grandi cortili o in mezzo alla campagna c’erano agglomerati di case, erano una comunità, si facevano un sacco di cose insieme, feste, oggetti per il lavoro, perfino giocattoli. Erano così vive che in alcuni di questi cortili ci si faceva La festa dell’Unità. Si andava d’accordo? Non lo so, ma bisognava farlo per sopravvivere. Poi chi ha potuto intorno al ’60 è andato con la famiglia a vivere in città. Senza essere “alternativi” capitava che due famiglie andassero a convivere per dividersi le spese. Magari, anzi sicuramente molti saranno stati amici e si volevano bene. Ma appena è stato possibile ognuno ha affittato o comprato un proprio appartamento. Se parli con queste persone, ma è difficile, sono morte quasi tutte di vecchiaia, ti dicono che allora nei campi si mettevano i bimbi sull’argine e si andava nell’acqua nelle risaie. Ti dicono anche: che bello si beveva tutti da un unico bicchiere, è nostalgia, ma della gioventù.

Luca Pollini e Andrea Valcarenghi

 

Su Luca Pollini ho scritto altro: http://lascrittura.altervista.org/intervista-a-luca-pollini-sul-suo-nuovo-libro-gianni-sassi-il-provocatore/; http://lascrittura.altervista.org/una-mia-intervista-a-luca-pollini-su-due-suoi-libri-restare-in-vietnam-e-ordine-compagni/; http://lascrittura.altervista.org/luca-pollini-restare-vietnam-dalla-parte-del-nemico/

Qui la sua autobiografia: https://www.retrovisore.net/chi-sono/ 
In cui dice  di rimpiangere Il Parco Lambro..quale dei tre?


Il libro più strampalato e magnifico di Jack Kerouac : Visione di Cody

” Cody è il fratello che ho perduto. Egli è l’arbitro di quello che penso”

Visione di Cody è il libro più strampalato e stupefacente di Jack Kerouac. Più de I sotterranei, che anche lui lo è, ma solo apparentemente. Visione di Cody è stato scritto da Kerouac negli stessi anni di Sulla strada ma dimostra molto di più quanto la scrittura possa rappresentare le imperfezioni della vita, e che per farlo deve essere anche essa imperfetta; e mi fanno ridere quelli a cui piace la scrittura tutta ammodino, l’italiano medio o l’inglese medio ad esempio, quando invece l’unico scrittore vero è quello che riesce ad essere imperfetto, crudelmente e meravigliosamente imperfetto. In Italia mi vengono in mente I Malavoglia o il Partigiano Johnny come opere che hanno cercato, esplorato, trovato una scrittura che combaciasse con la materia trattata.
Visione di Cody è un romanzo fatto a pezzi, nel senso di costruito a pezzi, capitoli vengono chiamati, ma non sempre è possibile collegarli tra loro in senso stretto, bisogna lasciarsi andare alla scrittura e affidarsi alle intenzioni dello scrittore. Ma per farlo bisogna anche amarlo, come succede sempre nella vita.
Cody è uno dei nomi con cui nei suoi romanzi Kerouac chiama Neal Cassady. Chi di noi avrebbe avuto il coraggio di omaggiare così vistosamente, così apertamente l’amore per un suo simile come fa l’autore in questo romanzo? ( nella prefazione Allen Ginsberg scrive: “Jack Karouac non ha scritto questo libro per denaro, lo ha scritto per amore…” pag. 16 ). La beat generation, nei suoi esponenti principali, non è stata altro che lo stare insieme di un gruppo di amici maschi, come ce n’erano dappertutto dal secondo dopoguerra in poi, almeno in Europa e in America. Erano in quattro: Jack, Neal, Allen e William. E la nostra fortuna è che invece di parlare solo di sport, donne o corse di cavalli, hanno per anni e anni parlato di scrittura e come si fa con la scrittura a mostrare la vita, come si fa con la scrittura ad avere esperienza della vita. Per Kerouac se la realtà non ha una sua rappresentazione artistica, non vale neanche la pena di viverla. Scrivere è pensare la vita, cioè darle un senso.
La parte centrale di Visione di Cody consiste nella trascrizione di alcune conversazioni a ruota libera tra Jack e Neal che i due avevano pensato di registrare. Il capitolo si intitola “Frisco, il nastro”. Prima di queste Keroauc racconta le sue peregrinazioni per New York (mostrandoci la sua straordinaria capacità di osservazione dei minimi dettagli della vita quotidiana, senza la quale il suo particolarissimo stile di scrittura non si sarebbe potuto manifestare) e la storia di Neal da quando ragazzino frequentava le sale da biliardo di Denver. La sua era ” una faccia ossuta che sembra essere stata premuta contro sbarre di ferro per quell’aria rocciosa accanita che ha, di sofferenza, perseveranza e, a guardare più da vicino, fiducia in sé…una faccia da tigre” (pag. 84).
Parlavo prima di amore di Jack per Neal. Sì perché la parola amicizia è troppo debole nel suo caso e non rende l’idea dei sentimenti ed emozioni che Neal trasmetteva a Jack. Era amore nel senso maschile del termine e, come ho detto prima, riguardò tutti e quattro i componenti più importanti e noti della beat generation. Non fu un amore per sempre, litigarono, smisero di vedersi, l’amore finì, e Neal e Jack morirono pure giovani.
Nella trascrizione delle conversazioni (dovute al continuo fumo di marijuana) tra Neal e Jack affiora un po’ di tutto, ricordi, scherzi, confidenze sulle proprie esperienze amorose; e il bello è che sia i ricordi che le confidenze ognuno le sa già, le ha già sentite raccontare, eppure si vuole di nuovo sentirle, c’è questo essere in fondo dei bambini che vogliono sempre sentire la stessa favola perché è troppo bella e risentirla fa rivivere ogni volta piacevoli emozioni. Ad esempio Cody racconta a Jack di quando si trovava a casa di Borroughs in Texas, una casa nel nulla vicino a delle paludi, e Borroughs passava il tempo a drogarsi, ascoltare valzer viennesi, e a leggere romanzi. C’è anche il racconto dei tre giorni passati in quella casa del Texas da Allen Ginsberg, in quel periodo perdutamente innamorato di Neal. Dice Cody: ” eravamo ancora giovani abbastanza per parlare e parlare e parlare dalla mattina alla sera…” (pag. 212). Allen in quei giorni avrebbe voluto dormire con Neal e tentò invano di costruire un letto matrimoniale con due brande militari. Ma Neal di lui non ne voleva più sapere: “non sopportavo più manco mi toccasse…” (pag. 214).
Poi ci sono i ricordi di Jack di quando aveva diciott’anni e viveva con una ragazza a New York senza far niente se non mangiare e fare sesso. E racconta a Cody di come aveva conosciuto tutta la banda dei beat e di quelli che gli giravano attorno. Lui è molto curioso di sapere queste cose e fa domande, vuole sapere da Jack tutti i particolari e il come e il quando per potersi immaginare per l’ennesima volta l’inizio della scena beat. Perché di lì a poco quelle persone sarebbero diventate le sue persone che anche lui ama ed è fiero di conoscere. Parlano anche di persone che li hanno iniziati alla droga, ( “Vicki ci spiega quello che vuol dire essere alti – e la gente la troviamo simpatica – gli vuoi bene alla gente – e per la prima volta Bull e io siamo insieme – vedi – dopo io gli ho sempre voluto bene…” (‘pag. 273), di donne con cui sono stati una volta sola o che hanno molto amato, e anche di come si sono conosciuti loro due. Dice Jack: ” Abbiano cenato insieme quella sera – era d’ottobre- ottobre del ’46…E adesso tu occupi i miei pensieri tutto il tempo!” (pag. 277). L’ultima parte non riguarda più solo le conversazioni tra Jack e Cody. E’ tutta una scrittura spontanea alla maniera nostalgica e triste di Sulla Strada. Immagini, flash di visioni di coppie abbracciate su un autobus o di sere passate a vedere friggere il pesce, o ancora di un bizzarro ragazzo incontrato a New Orleans o di quando gli capitò di assistere ad una scena cinematografica a San Francisco. E infine nelle ultime pagine il perché di questo romanzo. Perché Cody non è una persona agli occhi di Jack, lui è una visione, lui lo vede, lo pensa, lo sente, come un essere mitico: “Era come s’egli fosse uno spirito sovrumano – uno spirito incarnato e inviato su questa terra per confondermi…anche se lo vedevo come un angelo, come un dio, eccetera, lo vedevo anche come un dia-volo, una vecchia strega, perfino come una vecchia puttana, dall’inizio lo vidi così, e ho sempre pensato e ancora penso che lui riesce a leggermi nei pensieri e interromperli apposta affinché io guardi il mondo come lui” (pagine 397 e 400-401).

“Diario” di Etty Hillesum

“Certo, è il nostro totale annientamento! Ma sopportiamolo con grazia”

Quello che mi ha spinto a leggere Diario di Etty Hillesum ( libro poderoso di 797 pagine)  è stato venire a sapere che si trattava della storia di una giovane ebrea olandese che, pur potendo evitare la deportazione in un campo di sterminio nazista, non lo fece per seguire le sorti del suo popolo. Ero affascinata dall’idea di qualcuno che vive un ideale, un dovere morale, come qualcosa che va al di là del subire per essi grandissima sofferenza e la morte stessa.
Ma man mano che leggevo questo libro mi sono accorta che per la maggior parte delle pagine “Diario” racconta una grande storia d’amore. Etty, giovane ventottenne dai molteplici interessi già vive con un uomo di sessant’anni e si innamora di uno di cinquantacinque. Cosa strana ma non troppo in fondo; credo infatti che negli anni ’40 come al giorno d’oggi, capiti  che giovani donne si innamorino di uomini più grandi, in genere sedotte dal carisma che essi emanano. In questo caso l’amore di una vita da parte di Etty è per il suo “maestro”, Julius Spier, ebreo tedesco fuggito in Olanda, uno psicochirologo allievo di Jung. Egli capiva una persona attraverso l’analisi delle linee della mano. Etty ne era soggiogata, lo ammirava e soprattutto lo amava fino all’adorazione. Diventerà segretaria di Julius, e anche sua amante.
Le prime pagine di “Diario” scorrono nel racconto della vita quotidiana di Etty, e questo nei più piccoli dettagli: l’alzarsi la mattina, leggere Rilke, dare lezioni di russo, andare a casa di Julius ad ascoltare le sue lezioni. Fino innamorarsi perdutamente di lui. Perdutamente è l’avverbio che fa al caso di Etty Hillesum. Quando infatti per gli ebrei cominciano le restrizioni imposte dagli occupanti nazisti, come non poter più percorrere certe strade, fare la spesa nei negozi, non andare più in bicicletta, fino all’imposizione della stella gialla, Etty non sembra preoccuparsene più di tanto. Il suo pensiero fisso, il suo cuore e il suo corpo sono tutti pretesi verso le problematiche relative alla sua relazione con Jiulius Spier. Lui infatti ha una fidanzata a Londra e la stessa Etty, come ho detto, convive con un altro uomo che non trascura in quanto ad attenzioni e rapporti sessuali. La passione per Julius è grande, ardente, inarrestabile, l’attrazione per il suo corpo è enorme; eppure per pagine e pagine di “Diario” Etty si riempie la testa di dubbi sul continuare la relazione e soprattutto sul come e quando avere rapporti sessuali completi con il suo amato. Si vedono quotidianamente, ma entrambi sopravvalutano il loro rapporto spirituale rispetto a quello fisico; stentano a lasciarsi andare se non quelle volte in cui uno dei due o entrambi sono sopraffatti dalla passione. Mi sono stupita ma anche rallegrata del fatto che Etty, almeno fino alla deportazione, grazie all’amore per Julius, sentisse in maniera meno angosciante di altri, l’occupazione tedesca. Come se entrambi  vivessero in un mondo parallelo illuminato magicamente dal loro reciproco amore.
Nell’ultima parte di “Diario” Etty Hillesum entra nel merito della persecuzione nazista, ma lo fa in modo lieve, come se davvero lei riuscisse a tenere a distanza disperazione e angoscia, cercando di vivere il più serenamente possibile giorno per giorno, attimo per attimo. Quando il cibo comincia a scarseggiare non se ne lamenta, dando la precedenza a quello di bello che ancora le rimane: incontrare gli amici, un concerto del fratello Misha in casa di uno di questi, gli incontri diventati rari con Julius per via che non potendo andare più in bicicletta la distanza tra le loro due abitazioni diventa un impedimento al vedersi tutti i giorni.
Quando viene assunta al Consiglio Ebraico fa la spola tra l’edificio in cui si trova e il campo di Westerbock. Qui prima dell’occupazione tedesca erano dislocati gli ebrei che fuggivano dalla Germania, ora è un campo do transizione prima della vera e propria deportazione in Polonia. Agli altri ebrei che lavorano a Consiglio Ebraico la serenità di Etty è incomprensibile. L’ultima parte del “Diario” ci fa capire che essa è il frutto di un lungo allenamento interiore. Etty tramite gli insegnamenti di Julius Spier si è abituata ad indagare ogni emozione che prova, a guardarla ma senza farsene travolgere.
Etty Hillesum non vorrà mai lasciare il campo di Westerbock. Ciò costerà a lei e alla sua famiglia la deportazione in Polonia e dopo poco la loro inevitabile morte.