“Diario” di Etty Hillesum

“Certo, è il nostro totale annientamento! Ma sopportiamolo con grazia”

Quello che mi ha spinto a leggere Diario di Etty Hillesum ( libro poderoso di 797 pagine)  è stato venire a sapere che si trattava della storia di una giovane ebrea olandese che, pur potendo evitare la deportazione in un campo di sterminio nazista, non lo fece per seguire le sorti del suo popolo. Ero affascinata dall’idea di qualcuno che vive un ideale, un dovere morale, come qualcosa che va al di là del subire per essi grandissima sofferenza e la morte stessa.
Ma man mano che leggevo questo libro mi sono accorta che per la maggior parte delle pagine “Diario” racconta una grande storia d’amore. Etty, giovane ventottenne dai molteplici interessi già vive con un uomo di sessant’anni e si innamora di uno di cinquantacinque. Cosa strana ma non troppo in fondo; credo infatti che negli anni ’40 come al giorno d’oggi, capiti  che giovani donne si innamorino di uomini più grandi, in genere sedotte dal carisma che essi emanano. In questo caso l’amore di una vita da parte di Etty è per il suo “maestro”, Julius Spier, ebreo tedesco fuggito in Olanda, uno psicochirologo allievo di Jung. Egli capiva una persona attraverso l’analisi delle linee della mano. Etty ne era soggiogata, lo ammirava e soprattutto lo amava fino all’adorazione. Diventerà segretaria di Julius, e anche sua amante.
Le prime pagine di “Diario” scorrono nel racconto della vita quotidiana di Etty, e questo nei più piccoli dettagli: l’alzarsi la mattina, leggere Rilke, dare lezioni di russo, andare a casa di Julius ad ascoltare le sue lezioni. Fino innamorarsi perdutamente di lui. Perdutamente è l’avverbio che fa al caso di Etty Hillesum. Quando infatti per gli ebrei cominciano le restrizioni imposte dagli occupanti nazisti, come non poter più percorrere certe strade, fare la spesa nei negozi, non andare più in bicicletta, fino all’imposizione della stella gialla, Etty non sembra preoccuparsene più di tanto. Il suo pensiero fisso, il suo cuore e il suo corpo sono tutti pretesi verso le problematiche relative alla sua relazione con Jiulius Spier. Lui infatti ha una fidanzata a Londra e la stessa Etty, come ho detto, convive con un altro uomo che non trascura in quanto ad attenzioni e rapporti sessuali. La passione per Julius è grande, ardente, inarrestabile, l’attrazione per il suo corpo è enorme; eppure per pagine e pagine di “Diario” Etty si riempie la testa di dubbi sul continuare la relazione e soprattutto sul come e quando avere rapporti sessuali completi con il suo amato. Si vedono quotidianamente, ma entrambi sopravvalutano il loro rapporto spirituale rispetto a quello fisico; stentano a lasciarsi andare se non quelle volte in cui uno dei due o entrambi sono sopraffatti dalla passione. Mi sono stupita ma anche rallegrata del fatto che Etty, almeno fino alla deportazione, grazie all’amore per Julius, sentisse in maniera meno angosciante di altri, l’occupazione tedesca. Come se entrambi  vivessero in un mondo parallelo illuminato magicamente dal loro reciproco amore.
Nell’ultima parte di “Diario” Etty Hillesum entra nel merito della persecuzione nazista, ma lo fa in modo lieve, come se davvero lei riuscisse a tenere a distanza disperazione e angoscia, cercando di vivere il più serenamente possibile giorno per giorno, attimo per attimo. Quando il cibo comincia a scarseggiare non se ne lamenta, dando la precedenza a quello di bello che ancora le rimane: incontrare gli amici, un concerto del fratello Misha in casa di uno di questi, gli incontri diventati rari con Julius per via che non potendo andare più in bicicletta la distanza tra le loro due abitazioni diventa un impedimento al vedersi tutti i giorni.
Quando viene assunta al Consiglio Ebraico fa la spola tra l’edificio in cui si trova e il campo di Westerbock. Qui prima dell’occupazione tedesca erano dislocati gli ebrei che fuggivano dalla Germania, ora è un campo do transizione prima della vera e propria deportazione in Polonia. Agli altri ebrei che lavorano a Consiglio Ebraico la serenità di Etty è incomprensibile. L’ultima parte del “Diario” ci fa capire che essa è il frutto di un lungo allenamento interiore. Etty tramite gli insegnamenti di Julius Spier si è abituata ad indagare ogni emozione che prova, a guardarla ma senza farsene travolgere.
Etty Hillesum non vorrà mai lasciare il campo di Westerbock. Ciò costerà a lei e alla sua famiglia la deportazione in Polonia e dopo poco la loro inevitabile morte.

Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio

Il partigiano Johnny è il romanzo incompiuto di Beppe Fenoglio.
Dopo la sua morte a soli quarant’anni, due stesure di questo libro furono ritrovate dal fratello Walter nel cassetto dove Beppe teneva i suoi scritti.
Piero Neri Scaglione, nella sua bella biografia artistica ed esistenziale dello scrittore intitolata “Questioni private”, scrive che poco prima di morire (il 18 Febbraio del 1963 ) lo scrittore disse al fratello di bruciare tutte le sue opere inedite. Per nostra fortuna  le centinaia di fogli lasciati in quel cassetto non verranno bruciati. Tra loro ci sono due versioni di quello che diventerà Il partigiano Johnny. Opera incompiuta questa ma, a detta di molti, opera della piena maturità artistica del suo autore. Il suo capolavoro. Lui stesso la definisce così quando inizia a scriverla: ” ….ciò che sto scrivendo ora sarà il mio capolavoro” (Scaglione, pag. 190). Siamo nel 1956. Ma nell’autunno del ’58 incontrando un compagno dell’inverno tra il 1944 e il 1945 gli dice, parlando di questo suo libro: ” l’ho finito. Ma ho ancora molti dubbi. Per il momento lo lascio stare” ( Scaglione, pag. 214). Da quel  momento Fenoglio non lo riprenderà più in mano, dedicandosi ad altre opere.
Il partigiano Johnny  che oggi leggiamo nell’edizione Einaudi, è frutto del montaggio fatto da Dante Isella nel 1992 utilizzando parti di entrambe le versioni lasciate da Fenoglio. Nella prima edizione di Lorenzo Mondo del 1968 il montaggio delle due versioni era stato diverso, mentre l’edizione critica diretta da Maria Corti e curata da Maria Antonietta Grignani, del 1978 per l’Einaudi le pubblicava interamente una dietro l’altra.
Lo stesso titolo fu scelto nella prima edizione del ’68, non avendo lasciato Fenoglio alcuna indicazione in proposito.

La trama si dipana a partire dall’autunno del 1943 fino al Febbraio del 1945. Il poco più che ventenne Johnny decide di lasciare la sua città natale, Alba, in cui è tornato dopo l’8 Settembre da Roma dove prestava il servizio militare, e di andare sulle colline delle Langhe . La sua intenzione è quella di unirsi ai partigiani e ai soldati inglesi. Johnny infatti è un appassionato conoscitore della cultura e della lingua inglese.  Così  era stato per il suo stesso autore fin dall’adolescenza. “ Fenoglio fin dagli anni del ginnasio si era immerso, come un pesce si immerge nell’acqua, nel mondo della letteratura inglese, nella vita, nel costume, nella lingua” ( Pietro Chiodi, Fenoglio scrittore civile).
Il personaggio di Johnny viene caratterizzato fin dalle prime pagine del romanzo in maniera netta, tagliente, precisa. Una caratterizzazione più esistenziale che psicologica. Di fronte al padre preoccupato per gli avvenimenti succeduti all’8 Settembre ’43 “ Johnny pensò alla disperata tristezza d’essere vecchi…., vecchi e bianchi e rugginosi uomini nello scatenamento della gioventù agile e superba e feroce” ( pag. 32).
Tutto per Johnny comincia quando lascia la casa in collina che gli avevano trovato i genitori per nascondersi dalla leva obbligatoria della Repubblica di Salò. “ Partì verso le somme colline, la terra ancestrale, che l’avrebbe aiutato nel suo  immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana” (pag. 52).
Qui, come nel resto del romanzo, Fenoglio non usa la parola uomo nel senso di  essere umano, ma proprio di maschio; infatti il Partigiano è una storia di soli uomini, le donne fanno da contorno, non sono mai protagoniste, come se non c’entrassero con quella “avventura”. Questa è la storia che Fenoglio ha voluto narrare, e credo che in questo sia stato molto onesto, come onesto era lui come persona. Dico onesto, perché, ripeto,  questa è la storia che ha voluto raccontare, non è il suo punto di vista sulla resistenza italiana in quanto tale. Sappiamo infatti che le cose non stavano così in molte altre situazioni ( a quanto pare furono circa 35.000 le donne combattenti nella Resistenza italiana).
Ma questo è un altro discorso e un altro romanzo.

Quello che fa la differenza e distingue questo romanzo da qualunque altro, sono da una parte la cura, l’attenzione, la precisione data  ai dettagli nella narrazione, e dall’altra, naturalmente lo stile, che fa di Fenoglio un caso, a mio parere, meraviglioso, di inventiva e coraggio.
Il Partigiano non è semplicemente, come hanno detto molti, un romanzo antieroico; quello che maggiormente emerge è che Johnny è un uomo in carne ed ossa con tutte le sue contraddizioni, ma irremovibile nelle sue convinzioni più profonde e assolutamente determinato a compiere le azioni necessarie a realizzarle. Fino ad accettare di uccidere ed essere ucciso. Ma la mostruosità e l’inumanità della violenza della guerra  sono mostrate nel romanzo in tutta la loro concretezza. In certi momenti sembra davvero di sentirlo l’odore della paura e del sangue. La mia impressione rileggendo il Partigiano è quella della prima volta, e cioè che questo sia un romanzo che vuole raccontare una guerra giusta ma che sia nello stesso tempo anche un romanzo pacifista. Come se scrivendolo Fenoglio abbia voluto ripercorrere  tutta la sofferenza non soltanto subita ma anche inflitta.“ Una battaglia è una cosa terribile, dopo ti fa dire…mai più. Un’esperienza terribile, bastante, da non potersi ripetere….Eppure Johnny sapeva che sarebbe rimasto…” ( pag. 100).
Andando in montagna a raggiungere i partigiani le aspettative del protagonista sono enormi; i partigiani sono stati da lui ammirati, mitizzati, divinazzati. L’incontro reale sarà inizialmente totalmente deludente. Il primo in cui si imbatte parla con accento siciliano. Invece nelle aspettative di Johnny “ tutto aveva da essere così nordico, così protestante” ( pag. 54). Inoltre capisce subito di essere capitato tra partigiani comunisti, ma lui avrebbe voluto unirsi ai badogliani. “ vide bene le stelle rosse ricucite sui baveri e sulle visiere dei più. Stava constatando come ognuno di quegli uomini, suoi nuovi compagni, gli fosse abissalmente inferiore per distinzione fisica, proprio come fatti d’altra carne e d’altre ossa” ( pag. 56).
Ma le cose cambiano subito. Johnny quella notte stessa familiarizza con Tito.
“ Tu sei comunista, Tito?- Io no- sbottò lui- Io sono niente e sono tutto. Io sono soltanto contro i fascisti” ( pag. 62).  E qui abbiamo la famosa frase che fa da sottolineatura al personaggio di Johnny e a tutta la sua avventura: “ I’m in the wrong sector of the right side”… I’m in the wrong sector of the right side, si ripetè. Ma dovevano esserci sulle colline altre formazioni, formazioni azzurre” ( pag. 62).
Johnny dovrà d’ora in poi non solo affrontare la battaglia, ma anche la noia dei giorni che la precedono, le rappresaglie verso i civili da parte di tedeschi e fascisti,  le requisizioni partigiane delle derrate alimentari portate via ai contadini. Oltre alla consapevolezza della propria prossima inevitabile morte in combattimento.
A questo punto è necessario cominciare a parlare della lingua usata da Fenoglio. Che è la cosa, a mio parere più importante e affascinante di questo romanzo, quella da cui possiamo anche noi imparare qualcosa.
Fenoglio scrisse queste pagine prima in inglese e poi le tradusse. Usava un inglese molto personale, di cui sono presenti numerose tracce nel testo. Intere frasi, o singolo parole. Lo scopo è quello di trovare una scrittura nuova, inventarla anzi, un po’ come ha fatto Kerouac, in altro contesto e luogo. Ma per lo stesso motivo. Per raccontare una determinata storia  a volte è necessario  ideare una scrittura completamente nuova,una nuova  la sintassi e un nuovo lessico. Naturalmente questo è molto rischioso, quello che si rischia è il fallimento, ma se questo non accade si scrive un capolavoro. Come il partigiano Johnny. In Fenoglio la trama è un riflesso della scrittura e non viceversa. La luce alla trama la dà la scrittura. Una scrittura come pathos, energia di cuore più che di cervello. Una scrittura che non preordina, che va avanti per blocchi narrativi quasi indipendenti gli uni dagli altri. In cui quello che domina tutto sono i sentimenti, i pensieri, le emozioni di Johnny. “ Scrivo anche per restituirmi sensazioni passate”, scrive Fenoglio in una sua scheda biografica per l’antologia Ritratti su misura a cura di Elio Filippo Accrocca. La vita interiore di Johnny che domina la trama deve coincidere con essa perché Fenoglio scrive un romanzo d’azione non un romanzo psicologico. Eco perché nella stessa scheda afferma che scrivere “ mi costa una fatica nera. Scrivo con a deep distrust and a deep faith”.

Il romanzo è un susseguirsi di azioni di guerra e di attesa di esse. Si vive nell’attesa di uccidere o di essere uccisi. Non c’è ideologia nel Partigiano Johnny, non ci sono discorsi politici. Ma c’è l’odio. Che imbarbarisce e ti fa vedere il nemico non più come un essere umano.
Eppure dopo il primo scontro accanto ai suoi nuovi compagni, “ il cuore di Johnny s’apriva e si scioglieva, girò tutta l’aia apposta per farsi partecipe e sciente di ogni uomo…gli si era completamente liquefatto dentro il senso umiliante dello scacco di classe. Avevano combattuto con lui, erano nati e vissuti, ognuno con la sua origine, giochi, lavori, vizi, solitudine e sviamento…” ( pag. 99).
Quando finalmente il protagonista raggiunge i badogliani la narrazione ha il sopravvento rispetto al personaggio di Johnny. Il blocco centrale di questa parte del romanzo è dedicata alle trattative con i fascisti per la conquista provvisoria di Alba da parte dei partigiani azzurri,e  alla ritirata degli stessi dalla città.
Altri personaggi si affacciano sulla scena, Pierre, Ettore. E soprattutto Nord, il capo indiscusso dei partigiani di quella zona delle Langhe. L’ammirazione dei suoi uomini per Nord è tale da idealizzarne non solo il coraggio, la bravura nel comando ma anche la bellezza fisica. “ Nord aveva allora trent’anni scarsi, aveva cioè l’età in cui a un ragazzo appena sviluppato come Johnny la maturità trentenne appare fulgida e lontana ma splendidamente concreta come un picco alpestre.  L’uomo era così bello quale mai misura di bellezza aveva gratificato la virilità” ( pag. 160).
A mio parere questa parte del romanzo, quella che va dalla primavera del ’44 fino al dicembre dello stesso anno, è quella in cui il personaggio di Johnny appare meno scandagliato; il suo punto di vista, quello che ha caratterizzato le prime 100 pagine, si perde e si diluisce in quello d’altri personaggi. Poi però con l’ordine dato dagli alleati ai partigiani di sbandarsi, ritornare a casa fino alla primavera, Johnny torna protagonista della vicenda fino alla fine del romanzo. Non vuole tornare a casa, non vuole tornare a nascondersi. Non segue il consiglio datogli da un amico contadino a trovarsi un nascondiglio “dove stare fino a guerra finita, soltanto mangiare e dormire e godersi il calduccio” ( pag. 459). “ Mi sono impegnato a dir di no fino in fondo- gli risponde Johnny- e questa sarebbe una maniera di dire di sì. …Fa’ almeno un boccone di cena con noi- gli dice l’uomo- ma Johnny era già affogato nella nebbia” ( pag. 460).La solitudine di Johnny torna ad essere quella dei primi capitoli. Ha perso in combattimento quasi tutto i suoi compagni, e deve comunque sopravvivere fino al 31 Gennaio ’45 per l’appuntamento con Nord e la ripresa dei combattimenti.
Solo nella neve, affamato e nella morsa del freddo “ tutto concorse ad affondarlo in un sonoro orgoglio. Io sono il passero che non cascherà mai! Io sono quell’unico passero!”( pag. 460).
Al raduno del 31 Gennaio Nord  tiene un discorso ai suoi uomini che pare già post-bellico e post-vittoria. “ L’inverno venturo saremo in pace, forse in una bella camera, calda a 22 gradi, forse in vestaglia, forse in pantofole e forse, pensateci! Sposati. ..Scommetto la testa che ci assalirà allora una barbara nostalgia di questo terribile inverno” ( pag. 469).
Il romanzo si conclude con la sconfitta di Johnny e del manipolo di suoi compagni nella battaglia di Valdivilla. “ Johnny si alzò col fucile di Tarzan ed il semiautomatico…Due mesi dopo la guerra era finita” ( pag 480).

Da questo romanzo nel 2000 è stato tratto un film, per la regia di Guido Chiesa. Come dimostrano le fotografie scattate sul set del film e contenute nel libro Il partigiano Johnny, uno scrittore nella guerra civile uscito nello stesso anno, per realizzarlo è stato fatto un gran lavoro sulla verosimiglianza dei luoghi, degli abiti, del contesto concreto e fisico del romanzo e della vicenda partigiana dello stesso Fenoglio. A mio modesto parere, il film non è all’altezza del romanzo, ovvero c’è Johnny, c’è il contesto storico e politico, ma manca la coscienza di Johnny, la sua mente, la sua vita interiore. Come dice Dante Isella nel suo saggio che accompagna l’edizione Einaudi, “ Rispetto alla letteratura resistenziale, il romanzo di Fenoglio è come il Moby Dick di Melville. La sua dimensione epica dilata lo spazio e il tempo dell’azione oltre le loro misure reali” ( pag. 509). Per quanto mi riguarda io toglierei anche l’aggettivo epico, quello che cerca Johnny viene detto all’inizio,la sua “normale dimensione umana”, che, come sappiamo, è più facile trovare e realizzare in situazioni difficili o addirittura estreme.
Ma Guido Chiesa ammette esplicitamente la sua non fedeltà al romanzo nell’intervista  contenuta in Il partigiano Johnny, uno scrittore nella guerra civile.: “ Mi aspetto che parte della critica letteraria dirà che il film non è stato fedele al romanzo. Sinceramente non mi interessa, spero che chi vede il film trovi un discorso con una sua coerenza e che questo lo colpisca, lo interessi, lo emozione” E alla domanda Che tipo di eroe è Johnny?, risponde un eroe epico”. E’ su questa definizione che non mi trovo d’accordo. Per essere tale avrebbe dovuto rinunciare ai suoi dubbi, al suo essere comunque sempre solo, avviluppato in questa sua solitudine, che solo occasionalmente si rompe in un impeto di empatia umana. E’ la necessità che spinge Johnny a combattere, il fatto di non avere, a suo parere, altra alternativa. Niente a che vedere con altri e più autentici  personaggi epici della letteratura occidentale, gli Achille, gli Ettore, i veri e impossibili eroi.

 

 

 

Lenore Kandel e il potere alchemico della parola poetica in “The love book e “Word Alchemy”

“L’amore è un dono non un dare e avere”. Queste parole, in realtà molto attuali, la poetessa Lenore Kandel le ha pronunciate durante un’intervista comparsa in “Voices from the love generation” edito da Leonard Wolf e risalente al 1968. In questa intervista Lenore parla della sua poesia, ma sopratutto del suo stile di vita, suo e di quel movimento giovanile che abitava, si radunava e operava nel distretto di Haight Ashbury a S. Francisco tra il 1960 e il 1970, e che aveva fatto della liberazione sessuale nell’America puritana e conformista di quegli anni la propria bandiera. “ Quali sono i tuoi interessi?”- chiede l’intervistatore- “ La gente e le parole, i sogni e le visioni”-risponde Lenore- e aggiunge “Sono uno scrittore, ma sono una donna e non voglio sacrificare il mio essere donna a favore del mio essere scrittore. Ho sempre sentito me stessa in maniera graziosamente sensuale. Penso che tutte le cose sul peccato originale sono superate. Se ami qualcuno devi accettarlo integralmente e lui deve fare lo stesso con te se ti ama. L’unico modo che conosco affinché questo accada è l’esperienza, la vita e il dirsi sempre la verità”.
Di origini rumene e russe Lenore Kandel visse tra New York e Los Angeles prima di trasferirsi definitivamente a S. Francisco nel 1960. Aveva cominciato fin da bambina a scrivere poesie, ma è a partire dagli anni di San Francisco che Lenore scrive le sue più belle composizioni poetiche. Qui divenne un’attivista del gruppo anarchico dei Diggers che offriva cibo, vestiti e cure mediche gratuite a chiunque ne avesse bisogno. Oltre alla poesie si dedicò ai più vari mestieri come ad esempio danzatrice, cantante, guidatrice di autobus. Partecipò al raduno hippy al Golden Gate Park del 1967; era il suo trentacinquesimo compleanno. Quando, unica donna sul palco, prese la parola, 25000 persone le cantarono insieme ‘Happy Birthday’. A detta di chi all’epoca la conosceva era di una bellezza carismatica, aveva forme rotonde e sensuali, attirava l’attenzione di chiunque la incontrasse per il suo aspetto dominante e allo stesso tempo sereno.
Credo che Lenore Kandel, lo si intuisce dalla sua vita e dalla sua poesie, fosse una donna che non aveva paura. Non aveva paura di se stessa e degli altri. Soprattutto degli uomini che amava. Non aveva paura di perdere il controllo. Perdersi le piaceva.
Nel 1966 il suo libro di poesie “ The love book”, era stato condannato per oscenità. In questo piccolo libro di appena 8 pagine e 825 parole Lenore affronta poeticamente il tema dell’amore sessuale tra un uomo e una donna. Il linguaggio è esplicito, ogni parte del corpo maschile e femminile che riguarda l’atto sessuale viene nominata in maniera diretta e non eufemistica. “Everyone who makes love is religious”, disse Lenore Kandel in sua difesa alla giuria durante il processo per questo suo libretto. E aggiunse “Io credo che quando gli esseri umani sono così vicini tra loro possano diventare una sola carne e spirito, essi trascendono l’umano nel divino”.
E infatti in queste poesie si dice che l’amore fa fiorire l’universo intero e i due amanti sono l’avatar di Krishna e Rada, il puro amore-desiderio della divinità;e diventano un solo angelo totale,uniti nel seme e sudore, uniti nell’urlo d’amore e sacri sono i loro atti, sacre le loro persone. I loro corpi si muovono, carne verso altra carne e i loro visi nell’atto dell’amore sono i visi di tutti gli dei e di tutti i meravigliosi demoni.
Quelle di The love book sono poesie autobiografiche, attraverso gli strumenti e i gesti della materia di cui sono fatti i corpi di un uomo e di una donna, l’atto sessuale si eleva ogni volta a evento sacrale, spirituale, totalmente immateriale, fino a raggiungere quel momento in cui due diventava uno, e tutto si ferma, smette di dividersi, di essere un insieme di pezzetti uno diverso dall’altro, per essere un mondo solo, immateriale, invisibile, potente, senza corpo, puro spirito.

Il libro di poesie di Lenore che amo molto è “Word Alchemy” (1967 ). E’ la raccolta poetica più visionaria di Lenore Kandel. Le visioni di Lenore sono rivolte a tutto ciò che esiste, che forse esiste, che potrebbe esistere. Perché secondo lei ” each beast contains its god, alla gods are dreams, all dreams are true” ( verso di Freak show and finale). Allora anche se le parole non sono le cose in Lenore acquistano questo potere. Word Alchemy parla infatti di uomini-animali, donne-luna, petali che contengono l’universo. E ne parla nella stessa maniera delle cose che si vedono e si toccano. Per Lenore realtà e immaginazione si eguagliano, ai suoi occhi sono “vere” entrambe.
Di cosa è frutto la parola alchemica? E soprattutto può avere il potere di trasformare la realtà? Sì se si parte dal presupposto che la realtà come dato definitivo non esiste, ma esiste solo la trasformazione, che cambia forma, colore, attitudine. Che avviene in un tempo e luogo che non sono quelli ordinari, dove regna incontrastata la vacuità di tutte le cose. Dove le nostre aspirazioni, certezze, paure non hanno nessun potere. In Word Alchemy Lenore Kandel parla di tutto questo, e anche della natura selvatica, animale degli esseri umani, capaci di fare il bene e il male, di uccidere e di amare.
Le donne hanno lo sguardo che va nel profondo delle cose, posso vedere direttamente la trasformazione, la possono percepire, toccare. Hanno gli occhi che contengono memorie dei tempi antichi quando dei e esseri umani non erano ancora stati divisi; hanno occhi verdi e ali bianche. Gli uomini non hanno ancora ucciso dentro di sé il lupo hanno spine dorsali tatuate e la lingua incrostata di stelle. I poeti hanno il volto della tigre mentre leggono i loro testi. E ci sono direzioni dove andare che non sono mai esistite. E c’è silenzio che è solo nel labirinto di una rosa e c’è lei, Lenore, che esige come Kerouac di vedere il volto di Dio così come il girino chiede di diventare rana perché le barriere del tempo
sono solo convenzioni. E lei Lenore esige anche risposte per ciò di cui non ha ancora conosciuto la domanda. E c’è anche la incapacità di amare i propri nemici
perchè è più facile amare uno sconosciuto piuttosto che i tiranni,quelli che “hanno massacrato gli angeli” e hanno loro legato le gambe e tagliato “le gole setose”; gli stessi tiranni che si sono mangiati”l’agnello di Dio”.

***
Lenore Kandel ebbe una vita avventurosa e per certi versi drammatica. A metà degli anni ’60 in una cooperativa di scrittori conobbe William Fritsch, soprannominato Sweet William, che si innamorò immediatamente di lei. I due si misero insieme e Lenore lo seguì nelle scorribande sulla sua Harley Davidson e nella vita spericolata nel gruppo degli Hell’s Angels. Di S. Francisco. Nel ’70 i due ebbero un grave incidente di moto e Lenore rimase gravemente ferita alla schiena, tanto da non camminare più come prima. Da quel momento, dopo una lunga permanenza in ospedale, Lenore visse gli ultimi quarant’anni della sua vita ( è morta nel 2009) nel suo piccolo appartamento, uscendo raramente per qualche reading.
***
Nel 2007 durante una manifestazione per commemorare la “summer of love” di San Francisco di quarant’anni prima (il cosiddetto Summer Of Love Survivors 40th Anniversary), fu chiesto a Lenore Kandel cosa stesse facendo nel 1967 e cosa stava facendo nel 2007; la sua risposta fu: 1967: writing poetry; 2007: writing poetry. Cosa vuol dire questo se non che quel che rimane di quell’epoca, della sua gioventù hippy è solo il fatto che tra le tante cose che lei può ricordare di aver fatto, quella più importante è che ha scritto poesie, come se l’aver fatto parte del gruppo politico anarchico dei Diggers fosse stato cancellato, o l’aver partecipato ai Bed-in di S. Francisco non fosse più degno di nota. Come se anche gli amori appassionati non fossero più degni di nota o le sue opinioni sull’amore sessuale non fossero più importanti. Come sei lei fosse stata per tutta la vita chiusa in una stanza writing poetry invece di vivere appassionatamente ogni istante dei suoi 35 anni prima dell’incidente di moto.
La North Atlantic books nel 2012 ha pubblicato una corposa antologia poetica di Lenore, che include le raccolte già conosciute e anche alcuni inediti)

A cosa mi fa pensare “Quello di dentro” di Sam Shepard

Libro frammentario, che parla di sé
quello di dentro appunto
che si rispecchia in quello di fuori
fatto di poche cose
magari grandi
come il deserto
o il vento –
poche persone
un padre che mai si vede
le ragazze
e i loro dialoghi surreali –
quello di dentro è un gran rifugio
dall’incomprensibile quello di fuori-
frammenti di scrittura
mi piace questo modo –
capitoli che si collegano gli uni agli altri
ma anche no
scene
schizzi lunghi e corti –
più che la descrizione del deserto
degli animali
del freddo e del vento
mi hanno stupito le donne
hanno un loro modo
libero, dinoccolato
assurdo e simbolico
di parlare –
chi le ascolta non capisce
chiede cosa? Perché?
Non capisce

“Questo avviene nei film degli indiani”. Come Umberto Eco spiegò la trama gialla de Il nome della rosa a dei quindicenni dell’Istituto Tecnico Aldini-Valeriani di Bologna

 C’è stato un anno in cui in classe abbiamo letto Il nome della rosa di Umberto Eco. Poi abbiamo visto anche il film per fare un confronto. Ho sempre fatto leggere libri “difficili” ai miei studenti, adolescenti ( spesso come in questo caso solo maschi) di seconda del biennio dell’Istituto Tecnico Industriale Aldini – Valeriani di Bologna, perché per me è stata quella l’età della scoperta di Dostoevskij. A volte leggevamo Delitto e Castigo, altri anni I fratelli Karamazov, altre volte ancora I miserabili di Victor Hugo o i racconti di Cecov, oppure Hemingway e altri scrittori americani. In prima invece leggevamo sempre I promessi Sposi.
Dopo aver letto e discusso in classe Il nome della rosa chiesi ai ragazzi se avrebbero avuto piacere di incontrarne l’autore dato che insegnava nell’Università di Bologna. Però dovete fare tutto da soli, dissi loro, secondo me Eco è più interessato a parlare con voi a tu per tu senza la presenza del vostro professore. Dissero di sì. Così due ragazzi della classe andarono ad aspettare Eco fuori da una delle sue lezioni. Le teneva nella chiesa sconsacrata di San Martino e molte persone, non solo i suoi studenti, andavano ad ascoltarlo. Un paio di volte ci andai anche io. Ricordo che dopo  una di queste lezioni alcuni studenti si avvicinarono ad Eco per salutarlo e lui si rivolse in particolare ad una sua studentessa esortandola a studiare di più. Questo particolare mi fece capire che pur essendo un grande intellettuale e un personaggio pubblico importante Eco era soprattutto un professore. Si preoccupava cioè che i suoi studenti studiassero di più.
I due ragazzi che dovevano chiedere un appuntamento a Eco lo fermarono all’uscita della sua lezione e gli chiesero se era disposto ad incontrare la loro classe per un’ intervista su Il nome della rosa. Eco rispose di sì e diede loro un appuntamento per un pomeriggio nella sua Facoltà. I ragazzi la registrarono e ho ancora la cassetta sonora. Alcuni giorni fa l’ho riascoltata e l’ho trovata di grande interesse.
I ragazzi si disposero su indicazione di Eco intorno ad un tavolo. A questo proposito Eco disse loro: ” Per fortuna che vi ho fatto mettere intorno a un tavolo perché se eravate di fronte eravamo in una situazione televisiva”. Infatti poco prima riflettendo con loro sul perché registrassero l’incontro aveva detto: ” C’è questa paura di non capire cosa dice la voce registrata, è normalissimo spostare nella vita quotidiana la situazione radio-televisiva. E io parlo come fossi Pippo Baudo (i ragazzi qui ridono) della situazione….è la fiducia che mettendo tutto su nastro vi rimane e non vi scappa, mentre nessuno riascolterà più il nastro”. Invece il nastro è stato riascoltato e io dopo tanti anni ne sto scrivendo.
In questo articolo non dò conto di tutte le domande dei ragazzi e di tutte le risposte di Umberto Eco. Sarebbe troppo lungo il farlo. Ho scelto quelle che a me sono sembrate le più significative. Ma in realtà tutta l’intervista è estremamente interessante.
Durante la conversazione Eco dà sempre del lei ai ragazzi e nelle risposte alle loro domande si ha l’impressione che non parli solo a loro ma anche a se stesso. Come se le domande di quei quindicenni fossero per lui un’occasione di interrogarsi e di rispondersi in maniera molto personale sulla propria creatività di scrittore. Lo si capisce da come a volte Eco cerchi le parole ad una ad una per essere il più chiaro possibile.
Le domande dei ragazzi riguardarono soprattutto la trama gialla e il contesto storico de Il nome della rosa. Uno ad esempio chiese ad Eco perché il romanzo mette in evidenza monaci malvagi trascurando quelli che potrebbero essere i buoni della situazione. La risposta di Eco fu una piccola e intensa lezione su cos’è un romanzo. Fece capire ai ragazzi che in esso l’ambiguità dei personaggi è il sale della storia raccontata e che è impossibile che ci siano tutti i cattivi da una parte e tutti i buoni dall’altra. “Questo avviene nei film degli indiani”, disse. Ma un ragazzo obiettò che trovare tante persone cattive in un monastero cristiano li aveva sorpresi. E qui naturalmente Eco si trovava nel suo elemento, quello di studioso appassionato del Medioevo. Raccontò ai ragazzi che nei monasteri ne succedevano di tutti i colori, ammazzamenti, avvelenamenti. La cattiveria, la quantità di passioni umane che ci sono nel romanzo ” non vi avrebbe colpito in una legione straniera, vi colpisce in un monastero…Se l’uomo è un animale pieno di contraddizioni lo sarà anche se fa il monaco…basta andare a vedere L’Historia calamitatum di Abelardo, deve scappare dal monastero perché i suoi monaci tentano di avvelenarlo”.
La conversazione si spostò poi su cosa avesse ispirato Eco a scrivere questo romanzo. In particolare uno studente chiese se ad ispirarlo potessero essere stati alcuni aspetti de I Promessi Sposi.
“La letteratura è soprattutto racconto di altri libri”, esordì Eco. Da parte sua poi c’era questa profonda conoscenza del Medioevo e la scommessa di ambientare in quel contesto un romanzo, non un saggio di storia. La scommessa era difficile da realizzare perché non si trattava semplicemente di scegliere un ambientazione storica per un romanzo, ma ” c’era la scommessa di non far dire e di non fare succedere niente che non fosse successo”, disse Eco, e aggiunse: “L’ideale era che qualsiasi cosa che un personaggio diceva in qualche modo fosse stata detta nel Medioevo”. Per quanto riguarda un’eventuale influenza de I Promessi Sposi nella stesura de Il nome della rosa, Eco rivelò la sua passione per questo romanzo “che ho letto per la prima volta a 11 anni”. Mostrò agli studenti come nella struttura dei due romanzi si possono fare dei paralleli, entrambi infatti hanno quelli che lui definì “arie e recitativi”, cioè lunghe parti descrittive e storiche e subito dopo scene d’azione.
Uno studente fece accenno alla semiotica, “la materia che lei insegna”, e chiese : “secondo lei al giorno d’oggi è possibile ancora interpretare il mondo come dice Guglielmo come un libro aperto?”. Eco rispose: ” Io sono do quelli che dicono di sì” e parlò a questo proposito di come la società attuale sia ben più “imbottita di segni” rispetto al Medioevo. “Molte volte”, aggiunse, ” non è possibile leggere il mondo come un libro perché non sappiamo più riconoscere i segni significativi perché li vediamo passare tutto il giorno”.
Cambiando direzione alla conversazione uno studente chiese a Eco che funzione aveva ne Il nome della rosa la Biblioteca, se aveva la funzione di nascondere o mostrare. Eco rispose che aveva entrambe queste funzioni, come del resto ce l’hanno ancor oggi i musei e le biblioteche che contengono centinaia di opere meravigliose che nessuno ha ancora visto e forse mai vedrà. Nel Medioevo in più c’era poi una vera censura verso certi libri, ” una grande censura, ma non censura poliziesca, una specie di grande censura automatica”, disse Eco agli studenti. Come sappiamo questo aspetto diventa il centro della trama gialla de Il nome della rosa. ” C’è se volete”, disse Eco, ” l’idea romanzesca del terrore che si può avere di una verità scoperta e fare di tutto per celarla”.
Un altro studente riprese il discorso dei musei che contengono cose meravigliose che nessuno vedrà mai chiedendo “a cosa serve aprirli a tutti se non tutto si potrà vedere?”. Eco fece un lungo discorso su come sia inutile infilarsi nei musei per vedere decine di opere. Disse che dovrebbero essere organizzati in altra maniera, dove tutto si tiene in magazzino e di volta in volta si mostra al pubblico a rotazione. “Il museo così com’è è un luogo feticistico, nasce dalla galleria del borghese, come raccolta di merci…dà all’utente una specie di soddisfazione di prestigio, ho pagato 2000 lire e ho visto 80 chili di Rinascimento, dopo di che non ho capito un tubo”.
Il discorso si spostò poi su una frase che il personaggio di Guglielmo rivolge nel romanzo al suo giovane assistente Adso, quando gli dice che non esiste nessun posto in cui Dio avrebbe voluto vivere. Uno studente voleva sapere da Eco se questa era una critica verso la Chiesa. “E’ una frase profondamente cristiana e religiosa questo dire che il mondo è un posto dove la gente è così cattiva che Dio non starebbe a proprio agio”, rispose Eco, aggiungendo che ” Io non sono di quelli che pensano il Medioevo come gli evi bui, oggi c’è Reagan, non è che le cose siano migliorate”. A proposito del personaggio di Guglielmo, che è il detective della storia, uno studente chiese a Eco perché scopre le cose per caso, “per esempio l’indizio per trovare il Finis Africae l’ha trovato per caso nelle scuderie”. Eco non voleva scrivere un romanzo giallo classico, ma semmai ” un romanzo sul romanzo giallo”, per cui il suo detective doveva essere un essere umano come tutti gli altri, non doveva avere chissà quali poteri o essere dotato di chissà quale razionalità. A proposito dei personaggi de Il nome della rosa uno studente chiese in quale Eco si identificasse. Nella sua risposta egli fece capire ai ragazzi che un vero scrittore si deve identificare in tutti i suoi personaggi e che “in tutti l’autore mette qualcosa di sè…altrimenti se ne sceglie solo uno vuol dire che tutti gli altri sono delle marionette che lui ha usato tanto per fare”.
La conversazione proseguì con la richiesta da parte degli studenti di un consiglio su cosa leggere dopo Il nome della rosa. Per rispondere a questa domanda Eco fece una riflessione sulla gioventù di quel periodo. “Siete una generazione che con un brutto termine viene chiamata del riflusso, comunque di un periodo di grande crollo delle ideologie…Un grandissimo libro che racconta un dramma simile è Il rosso e il nero di Stendhal”. I ragazzi non sapevano come si scrivesse questo nome e allora Eco lo scrisse alla lavagna; nella registrazione si sente nitidamente il rumore del gessetto sulla lavagna e si avverte con chiarezza con quanta pressione della mano scrivesse Eco. Questo suono antico e inattuale di una mano che spinge su un gessetto su una lavagna per scrivere il nome di uno scrittore mi ha molto colpito, anzi commosso; mi sembra il reperto sonoro di un passato così remoto. Come anche il dare del lei ai dei ragazzini quindicenni da parte di un personaggio tanto famoso e amato a Bologna, o “perdere” più di un’ora di tempo per parlare con loro. Un altro piccolo dettaglio voglio ricordare a questo proposito. Ad un certo punto dell’intervista qualcuno entrò nell’aula e Eco con voce autorevole disse : “tu non puoi entrare”, e poi con voce molto soave, dolce aggiunse “per limiti di età”. Evidentemente quella conversazione che stava avendo con quei ragazzini era di suo gradimento e non la voleva interrompere per nessun motivo.
L’ultima domanda riguardò il titolo del romanzo. Un ragazzo disse: “tutti dicono che viene fuori da un esametro latino, questa rosa cosa vuole essere? Vuole essere tutto? Vuole essere la cultura che c’è attorno, vuole essere niente?, vuole essere un fiore? Che cos’è?”. “E’ il topos ( ed Eco spiegò cos’è un topos) dell’ubi sunt, del dove sono, tipicamente cristiano medievale, la gloria del mondo non dura, quindi dove sono i grandi principi?, dove sono le grandi città?”… Ma l’autore dell’esametro “lancia questa specie di grido di ottimismo o di realismo nel senso che tutte le cose sì passano ma in fondo è il linguaggio quello che ce le conserva”.
Qui si concluse l’intervista e Eco salutò i ragazzi con un “ecco, arrivederci”, e loro di rimando”ci vediamo”.

Un libro imperdibile: Restare in Vietnam di Luca Pollini

Raramente negli ultimi tempi mi ha stupito la lettura di un libro e ancor più raramente ha suscitato in me entusiasmo. Restare in Vietnam di Luca Pollini (Elemento 115 edizioni, 2017, 10 €) mi ha stupito per il lavoro immenso che c’è dietro (cinque anni mi ha detto lo scrittore) per scovare gli ex soldati americani rimasti in Vietnam e poi per scegliere di raccontare solo la storia di Marlin McDade. Mi ha entusiasmato per la scrittura, così aderente alla materia da divenire con essa un tutt’uno. Questo capita agli scrittori più bravi, quelli cioè che non si limitano a raccontare una storia, ma cercano lo stile, l’unico stile per farlo. Ci riescono in pochi, uno per tutti Kerouac. Conoscere Marlin McDade in un bar di Da Nang e farsi raccontare la sua sconvolgente storia deve essere stata per Luca Pollini un’esperienza indimenticabile. Traspare benissimo nel testo, che  lui ha assemblato sotto forma di una storia raccontata in prima persona. Empatia, vicinanza, comprensione sono riservate a quest’uomo che aveva vent’anni quando nel 1969 parte per la guerra in Vietnam. Quello che mi piace della sua storia è che Luca Pollini è riuscito a raccontarla facendo di lui un ragazzo americano come tanti altri in quegli anni di fermento. Lo stesso giorno in cui parte per l’addestramento militare sarebbe dovuto andare con la sua ragazza al concerto di Woodstock. E questo particolare apparentemente irrilevante è invece sintomatico di quei tempi, se eri un ragazzo americano di vent’anni ti poteva capitare di andare ad ammazzare civili in Vietnam oppure a fricchettonare a Woodstock. Quando ormai in America il movimento contro la guerra si sta diffondendo nelle città e nelle università, Marlin McDade vive in un paese sperduto del Kansas dove non c’è niente di interessante o anche solo piacevole da fare, dove l’unica cosa che la gioventù vuole è andarsene ( come avvenne in altre situazioni simili quando migliaia di giovani si riversarono nel ’67 a San Francisco per vivere la summer of love ). Il padre di Marlin, ex militare e a sua volta figlio di militare è convintissimo della giustezza della guerra contro i comunisti vietnamiti e spinge un confuso e disorientato Marlin ad arruolarsi volontario. Da quel momento per tutto il seguito del racconto la sua è una progressiva e terrificante discesa agli inferi. Il primo gradino è il corso di addestramento, dove bisogna urlare ” uccidere senza pietà è lo spirito della baionetta”, e dove  ti insegnano a non avere rispetto per nessuno :”quando ve li troverete davanti capirete che sono come animali”…anche un bambino può lanciare una granata o essere imbottito di dinamite…sono tutti vietcong e non puoi fargli cambiare idea, li puoi solo ammazzare”. Queste raccomandazioni creano nei soldati americani una paura pazzesca che, come dice Marlin, “fa commettere azioni che non puoi immaginare”. Era in vigore il Body count, il conto dei vietnamiti uccisi che serviva a mostrare i successi americani, facilitava la carriera agli ufficiali, e ai soldati faceva avere più cibo, birra, sigarette o due o tre giorni di vacanza in una spiaggia di Saigon. “Uno schifoso torneo proposto a ragazzi di vent’anni a cui danno un premio se fanno fuori la gente”, dice Marlin.
Far parlare direttamente Marlin è stato fondamentale per aggiungere qualcosa di nuovo su questa guerra. Di libri sul Vietnam e sulle atrocità perpetrate dalle truppe americane se ne sono scritti tantissimi. E sono stati girati anche molti film. Ma vi posso assicurare che se credete di saperne già abbastanza di quella guerra vi sbagliate. Vi manca questo libro per poterlo affermare. Non sono film magnifici come Apocalyspe Now o Il Cacciatore a raccontare come sono andate davvero le cose. Un conto è lo spettacolo della guerra, un conto la sua realtà. Leggere Restare in Vietnam  è stato per me come avere  davanti, seduto al tavolo della mia cucina, Marlin McDade che parla del Vietnam. Il suo personale Vietnam:  “preferisco raccontare quello che ho provato e sentito”, dice nel libro. Efficace in questo senso è
 l’uso della prima persona, ma anche il modo colloquiale, quasi dimesso, con cui atrocità perpetrate sui vietnamiti sono raccontate da Marlin.
Alla fine del ’70 tornato a casa una prima volta per la morte della sorella Susan, scopre che la sua ragazza Eleonore è diventata una fervente pacifista e sta con un altro. Non solo, scopre anche che quello che hanno passato e stanno passando in Vietnam i ragazzi americani non interessa a nessuno, anzi sono odiati da tutti. Perciò nell’Aprile del ’72 torna in Vietnam. Nelle basi americane si comincia a respirare aria di smobilitazione, i soldati non sono più disposti a morire per una guerra che sta per finire, per combattere si riempiono di eroina, disertano o uccidono gli ufficiali pur di non andare in battaglia. Infine in un attacco vietcong nella base americana di Saigon Marlin viene gravemente ferito. Dopo le cure ricevute all’ospedale americano, per la riabilitazione viene mandato in uno vietnamita e qui farà un incontro che gli cambia per sempre la vita. Però nel frattempo è costretto a rientrare in America. Lascia un paese “con dieci anni di bombe, milioni di morti e feriti, milioni di dollari spesi inutilmente, dove ci sono 900 mila orfani, 200 mila invalidi, un milione di vedove, dove la terra coltivata è bruciata e avvelenata”.
Anche in America Marlin avrà un incontro che gli cambia la vita. Il suo principale nell’officina meccanica dove trova lavoro un giorno vedendolo afflitto e triste gli dice: “Marlin devi affrontare i tuoi fantasmi. Secondo me dovresti tornare là”.
Tutta la storia di Marlin è raccontata alla luce della sua scelta fatta dopo la fine della guerra del Vietnam. Quella di ritornare là per restarci e provare a rimediare al male che lui personalmente ha fatto e ha visto fare. Si occupa ancora oggi per varie associazioni dello sminamento di intere aree abitate, che causano ancora migliaia di morti e feriti e della bonifica della terra dall’agente chimico orange, un defoliante usato dagi americani durante la guerra. Marlin sembra aver ritrovato un pò di pace vivendo in Vietnam, ma “quando vengo a sapere di qualcuno che salta in aria per una mina”, afferma, ” beh mi sento di averlo ucciso io”.

E in ultimo qualcosa sull’autore di questo libro. Luca Pollini all’attività di giornalista unisce quella di saggista e autore. Ha pubblicato, tra gli altri: I Settanta, gli anni che cambiarono l’Italia; Gli Ottanta, l’Italia tra evasione e illusione; Hippie, la rivoluzione mancata; Musica leggera; Anni di piombo; Amore e rivolta a tempo di rock;  Ribelli in discoteca; Immortali: storia e gloria di oggetti leggendari. Ha debuttato a teatro col reading Hippie, a volte ritornano. Collabora con mensili e quotidiani, si occupa di storia contemporanea, cura un sito (www.retrovisore.net ).
(Editing a questo articolo di M.C.D.)

Qui una mia intervista all’autore in occasione della presentazione di un altro suo libro dal titolo “Ordine compagni” di recente a Bologna alla libreria Ubik:

La malora e Una questione privata di Beppe Fenoglio: Lo stesso cuore, lo stesso sguardo

 

Sono storie diverse, non hanno niente a che vedere l’una con l’altra, ma è lo sguardo, il cuore di Fenoglio che è lo stesso. Lo stesso sguardo, lo stesso cuore, lo stesso amore per i luoghi e per i personaggi, che miracolosamente diventano persone ( ho trovato questa stessa capacità in altri pochi scrittori, Dostoevskji, ad esempio e Kerouac ). Eppure lo stile è così diverso tra La malora e Una questione privata. Quello de La malora mi ha ricordato il Verga de I malavoglia, ma in meglio; la scrittura di Fenoglio infatti non imita la parlata “dei vinti”, lo è. Fenoglio la conosceva, la praticava, non l’ha dovuta imparare. La scrittura di Una questione privata come definirla? Delicata, è la prima parola che mi viene in mente. Delicata ma al tempo stesso piena di fervore, passione trattenuta, pudore, terribile nostalgia, più terribile della paura dei fascisti. Nella scrittura di Una questione privata senti continuamente il respiro affannoso del protagonista, dovuto alle fughe, alle lunghe traversate notturne di pianure e colline, ma anche alle emozioni che gli procura il pensiero di una ragazza che più che oggetto del suo amore è oggetto della sua devozione, la stessa che si deve a una santa o a una dea.
La povertà raccontata ne La malora mi ha lasciato senza parole. E’ il racconto della miseria totale, quella della fame, della fame di tutti i giorni, insieme alla fatica, al lavoro sfiancante, da semi schiavi, senza diritti, ingabbiati in una scala sociale gerarchicamente tracciata. Il farmacista comanda sul mezzadro, il mezzadro comanda sul suo servitore in una catena apparentemente indistruttibile, ma che, anche se tanti anni dopo quei primi del ‘900, alla fine si è riusciti a spezzare. Bisogna leggere La malora di Fenoglio per capire, toccare con mano, quanta strada ha fatto il popolo italiano delle braccia, quello che un tempo si chiamava il proletariato.
In Una questione privata, al contrario, sono i sentimenti del protagonista, un ragazzo della borghesia fattosi partigiano, quelli raccontati da Fenoglio. La grandezza dello scrittore consiste nel non nascondere le sue contraddizioni diviso tra il suo dovere di partigiano e la gelosia nei confronti di una ragazza. La ama, anzi l’adora, ne è geloso, e per questo causerà la fucilazione da parte dei fascisti di un ragazzino di 14 anni. Questione privata e guerra partigiana si intrecciano mirabilmente nella scrittura di Fenoglio, che non è esgerato mettere tra i grandi prima di lui che ne sono stati capaci, ad esempio Omero, o l’Ariosto.

 

 

La mia newsletter letteraria di Gennaio 2018

Questa è  la mia newsletter letteraria di Gennaio: 

una mia recensione di Big Sur Di Kerouac, nella rivista  Cronache letterarie, “Write drunk,  Kerouac e il suo delirio alcolico”: 

http://cronacheletterarie.com/2017/12/27/jack-kerouac-big-sur/

Il 13 Gennaio 1968 Johnny Cash tenne due concerti nella prigione di Folsom, ascoltando uno dei due ho scritto questa poesia:
https://poesiaprosaspontanea.wordpress.com/2018/01/18/il-13-gennaio-1968-johnny-cash-tenne-due-concerti-nella-prigione-di-folsom-ascoltandone-uno-ho-scritto-questa-poesia-i-m-johnny-cash/

Infine un racconto cortissimo intitolato la “Conchiglia nera” nella rivista Tuffi:
  http://tuffirivista.com/2018/01/19/la-conchiglia-nera/
Buona lettura Dianella Bardelli
https://it.linkedin.com/in/dianella-bardelli-58471b4
http://lascrittura.altervista.org/
http://solohaiku.altervista.org/

https://poesiaprosaspontanea.wordpress.com/

Una mia recensione della raccolta poetica di Gary Snyder “Questo istante presente”

All’inizio ho sbagliato. Leggevo le poesie di “Questo istante presente” di Gary Snyder ( libro uscito nel 2017 a cura di Giuseppe Moretti nella traduzione italiana di Rita Degli Esposti per Jouvence Edizioni ) una ad una e scrivevo man mano un mio commento, una mia riflessione. Poi ho capito. Mi sono lasciata andare alla lettura. Solo allora ho avuto l’impressione di avere comprese, assimilate, fatte mie queste poesie. E ho colto come siano il diario-bilancio di una vita. Fatta di costruire, scrivere, amare, viaggiare e osservare la natura nella dimensione del selvatico. La prima e l’ultima poesia parlano dello stesso tema, la perdita di una donna molto amata. E’ un cerchio questa raccolta poetica, Snyder lo tratteggia da un primo punto di matita fino all’ultimo punto di matita. Che sono l’amore e la perdita di una donna. In mezzo c’è la vita di tutti i giorni, molto lavoro manuale, i viaggi, gli amici, la vita solitaria con l’unica compagnia di un cane.
E’ sempre con un misto di sorpresa e aspettativa che mi avvicino ogni volta ad un testo di Snyder. Come a qualcosa che ha a che vedere con il sacro e con il silenzio, ovvero con quella che lui chiama la wilderness.


 

La prima e l’ultima poesia di “Questo istante presente” mi hanno molto commosso. Leggendo la prima dal titolo “Contorto” ti aspetti che parli solo di ciocchi segati di un pino. Sono ciocchi lisci e regolari, ma alcuni sono contorti. Improvvisi come fuori testo, come parlassero d’altro, gli ultimi versi: “la mia donna era dolce”. Non c’è solo la contrapposizione tra contorto e dolce (che è già qualcosa di profondo e inusuale), ma anche quel continuare i soliti lavori manuali, che però non riescono a distogliere dal pensiero dell’ amore perduto, e anzi lo evocano continuamente. L’ultima poesia (“Adesso vai”) del cerchio immaginario che, almeno nella mia mente, rappresenta questa raccolta poetica, affronta direttamente il tema della morte. Qui Snyder fa quello che troviamo anche in altre sue raccolte poetiche a proposito della morte di animali cui gli è capitato di assistere, cioè non lesina sui dettagli concreti. Questo avviene ad esempio in alcune poesie contenute nel volume “L’isola della tartaruga”.
“Adesso vai” affronta con la stessa accuratezza di particolari la morte della donna amata, ” niente dio o illuminazione o accettazione…della fine della nostra vita”, ma solo la realtà così come si presenta ai sensi e al cuore. E’ bella e terribile questa poesia, è lunga e si continua a leggere per vedere fin dove si spinge il coraggio dello scrittore. Si spinge dove è difficile scrivere come ti riduce la malattia rispetto a quello che eri, come ti riduce quando sei ancora vivo e come ti riduce quando sei morto. Non so come si sia sentito Snyder nello scrivere così dettagliatamente la malattia e la morte della donna amata. Non lo so. So che leggere “Adesso vai” mi ha fatto molta impressione e credo che abbia avuto lo scopo di dire a se stesso e a noi lettori cos’è la morte e come sia possibile continuare ad amare con la stessa intensità qualcuno oltre la bellezza e la salute di un corpo. Amarlo mentre si disfa già da vivo e poi si decompone e infine brucia, ” Ancora innamorato, essere lì/vedere, annusare, sentire/pensare addio/valeva la pena, anche con l’odore”.

Tra “Contorto” e “Adesso vai” sono racchiuse le altre poesie su temi consueti nella produzione poetica di Snyder. Prima di tutto la natura e il selvatico. Come in “Postazione siberiana”, una poesia narrativa incentrata su una tempesta di pioggia e grandine passata sotto un grande vecchio pino che evoca al poeta una sua possibile vita precedente vissuta da monaco. Oppure ” Canzoni del mattino” che parla di stelle che svaniscono al richiamo delle oche selvatiche, o “Qui”, in cui Snyder si chiede ( come spesso facciamo anche noi) “Perché siamo qui”.

Poet Gary Snyder in his Nevada City, California, home.
Credit: ANDREW NIXON / CAPITAL PUBLIC RADIO

E poi ci sono le poesie dedicate agli amici e ai luoghi visitati. A proposito di questi ultimi mi hanno colpito quelle dedicate all’Italia. Sono composte con lo sguardo preciso e allo stesso tempo distaccato pur se pieno di empatia che mi pare sia tipico dello stile poetico di Snyder. Cito solo a mo’ di esempio ” Giovane David a Firenze, prima di uccidere”. L’ammirazione del poeta per questa scultura di Michelangelo nasce dalla descrizione dettagliata che ne fa,che lo porta alla riflessione finale: ” Tranquillo, in un posto profondo/una cerniera del tempo/modestia e grazia nuda”. Lo stesso accade in “Sette poesie brevi dall’Italia che termina con questi bei versi: ” appoggiato/ad una panca guardo in alto/il duomo del cielo blu/l’unica chiesa che mai ci servirà”. Tra le poesie dedicate agli amici mi piace ricordare “Rabbia, bestiame, e Achille”. E’ incentrata sul perdersi di vista per anni e poi ritrovarsi per caso nel retro di un bar. Infine ci sono le poesie dedicate ai lavori manuali. Due mi sono piaciute particolarmente: ” Avviare l’orto di primavera pensando a Thomas Jefferson” e Storia della notte”. La prima tratta della differenza tra teorizzare (contraddicendosi rispetto al proprio concreto operare) e il semplice fare, perché ” mai troppo tardi/mai fermarsi/una zappa puoi usare/la tua gente lascia andare”. Versi che sono una specie di elogio della vita solitaria e del lavoro manuale. “Storia della notte” invece tratta del tema dell’energia, quella dei generatori di casa che si guastano e bisogna aggiustare e quella della bomba atomica. A questo proposito la poesia racconta del viaggio di Snyder nel 1963 a Hiroshima piena di verde, caffè-shop e soravvissuti pieni di cicatrici lucide. “Quello che mi dà fastidio della Bomba”, scrive il poeta, è il troppo potere”.

Credit : Christopher Felver

Infine vorrei sottolineare l’utilità della posfazione di Giuseppe Moretti. In essa oltre a ricordare gli aspetti più salienti della biografia di Snyder, Moretti ci mostra come la sua poesia si discosti da quella dei suoi amici della beat generation, perché la sua poesia “puntava verso un nuovo ma nello stesso tempo antico stato della mente”. Ed ora ” ultra ottantenne Snyder è un poeta che ha vissuto (e che vive tuttora) intensamente la sua visione. L’ha condivisa in ogni forma e in ogni dove nel mondo, l’ha mantenuta intatta, lucida, coerente e ferocemente connessa per una Terra viva e selvatica”.

La mia newsletter letteraria di Novembre

Buongiorno, ecco cosa ho scritto ultimamente, una recensione e tre poesie. La recensione è sul romanzo Memoria di ragazza di Annie Ernaux, è un libro strano sia per cosa racconta, ma soprattutto per come lo racconta, ruota tutto sul ricordo di un’estate vissuta dalla scrittrice 50 anni prima: http://cronacheletterarie.com/2017/11/09/memoria-di-ragazza-di-annie-ernaux/.
Le tre poesie sono qui: https://poesiaprosaspontanea.wordpress.com/2017/11/
Hanno questi titoli: “Al concerto di Ernst Reijseger” ( un fantastico violoncellista che si è esibito il 3 Novembre scorso in un concerto al MAST di Bologna); “Era quell’anno che oggi si ricorda” e “Epic Scene”.
Buona lettura

Dianella Bardelli
https://it.linkedin.com/in/dianella-bardelli-58471b45
http://lascrittura.altervista.org/
https://poesiaprosaspontanea.wordpress.com/
http://solohaiku.altervista.org/