Poesie maremmane

Secoli e millenni

Devi pensare
che secoli e millenni addietro
il mare
suonava così
insieme al vento –
la stessa aria
accarezzava altri visi
lo stesso selvatico sguardo
interrogava il mare –
qualcosa
forse sarebbe accaduto
qualcosa
forse sarebbe apparso
all’orizzonte –
un nuovo arrivo
un passaggio fugace
un dio
che dall’alto benedicesse
o il tuono
che lontano
scaricasse fuoco
e incendiasse il mare –
come allora
anche noi aspettiamo
che qualcosa accada
cambi il corso delle cose
e del tempo –
così, per il gusto
del mutamento –
uomini, animali, piante
amano il cambiamento,
si muovono con esso

Poesie maremmane

 Suono d’onde

S’arrotola
deborda
sciacqua
rallenta ma poco
cambia tono
sciaborda lenta
bianca azzurrina (l’immagino perché non guardo)
piccola ora
ma brontola più delle altre –
s’alternano di qua di là
in disordine ora
s’allungano rettilinee – orizzontali
come lunghi decori a strisce
delle mie torte ( crostate di marmellata – mare scuro senza essere minaccioso) –
ora è un suono continuo
con un sottofondo uguale tondo
e sopra un’ondina più sonora
che non s’allinea
esce dall’equilibrio
squarcia la regola
la contravviene
se ne va per conto suo
via dalle altre
allineate e perse
senza sogni propri –
l’onda che non s’allinea spuma (immagino)
contenta (immagino)
nel suo primordiale equilibrio – personale – instabile
nella sua tutto sommato stabilità emotiva –
s’alzo lo sguardo mi distrae
il passaggio umano
così l’abbasso sul quaderno
e do retta solo all’udito suono delle onde
che affascinò Kerouac –
in Big Sur stava su la notte
nella speranza di cogliere il mistero dell’oceano nero –
e così intravedere finalmente
l’amato desiderato volto di Dio
ma non ci riuscì –
ogni scrittura che tenti catturare l’attimo
farlo suo, aprirlo
come si straccia la bella carta multicolore
di un regalo ad esempio natalizio
fallisce
e non trova la chiave che cerca
del mistero – cosmo
fallisce sempre
e si ritrova ogni volta nella miseria umana
arricchita però gioiosamente
dal tentativo e dalla speranza (vana) –
vivere è solo tentare

 

Poesie maremmane

Il vento di maremma

Forte d’alberi e foglie
era il vento di casa e di pianura –
invece qui si allarga vasto
silenzioso, fresco –
pervade mare
sterpaglia
uliveti
pini marittimi,
alberi dinoccolati e nobili
di quella innata bellezza
che è solo di Toscana –
qui il vento va e torna
scuote e rinfresca
passa ma non scompiglia –
qui è sempre tutto uguale
eppure lo sguardo oggi
ha qualcosa in sè di nuovo
d’indefinito, leggero.

 Ginsberg Allen, Morte e fama
Ognuno sapeva di far parte della Storia tranne il defunto
che non capiva mai esattamente cosa stava succedendo anche quand’era vivo” (A.G.)
Alle Ginsberg è morto il 5 Aprile del 1997, aveva 71 anni e una settimana prima gli avevano diagnosticato un cancro al fegato. Forse l’epatite C presa nel ’60 in Sudamerica era degenerata in cirrosi e poi in cancro. Il 31Marzo subito dopo aver ricevuto la notizia Ginsberg scrisse l’ultima poesia della sua vita: Cose che non farò ( Nostalgie ). E’ un elenco di tutti gli impegni, gli incontri, i piaceri che non vivrà più
Eccone alcuni versi:
Non potrò visitare Lhasa stare all’Hilton o a casa di Ngawang Gelek e stanco salire al Potala
né mai più tornare a Kashi, bagnarmi nel Gange…
o andare ai festival di musica a Madras con Philip
o vedere la Sfinge del deserto all’alba o al tramonto…
né salirà ancora le tre rampe di scale di East 12thStreet…
niente più estati con i miei amanti, o insegnare Blake al Naropa Institute
I miei
Mind Writing Slogan,poetica americana, Williams Kerouac Reznikoff Rakosi Corso Creeley Orlovsky…”

Ginsberg volle morire a casa sua e qui convocò una parte dei suoi amici e dei suoi amanti per l’ultimo saluto. Quelli che non poterono raggiungerlo, come ad esempio Fernanda Pivano, furono chiamati per telefono. Bob Rosenthal, suo segretario, nella postfazione della raccolta “Morte e fama” scrive che “ Allen era triste di andarsene dal mondo, ma al tempo stesso gioioso”. Che è una frase bella, ma che richiederebbe un bel po’ di spazio per essere interpretata e una competenza filosofica che io non ho. E allora questa frase io la lascio “lì”, come fosse un verso di una poesia che va sentita col cuore e non capita col cervello.
Per un buddista “praticante”come era Ginsberg la vita è un continuo allenamento per liberarsi da tutti gli attaccamenti e soprattutto da quello più forte, la propria vita. In questo senso Cose che non farò è un esercizio di consapevolezza. Del resto scrivere per Allen Ginsberg è sempre stato questo. Ma scrivere tutto quello che uno non farà più perché ha pochi giorni di vita, non è tanto facile. Se ci proviamo in una specie di simulazione scopriamo che farlo è una gran sofferenza.
Ma Allen si era posto il problema già molti anni prima durante la sua permanenza in India negli anni ’60. Nel suo Diario Indianoinfatti sono riportati i suoi quotidiani e lunghi soggiorni presso i Ghats di Benares. “ Per molte notti di ogni settimana la sua occupazione fu quella di fumare ganja con i santoni e guardare la cremazione dei corpo…Continuò a ricevere la sua vera formazione alle cremazioni sui Ghats. Allen ci vide una lezione importante e sublime e cercò di descrivere la cerimonia a tutti quelli a cui scriveva…Negli anni che seguirono pensare a se stesso come a un pezzo di carne gli tornerà spesso utile. Era un buon modo per perdere il proprio ego, e uno dei suoi tratti peculiari era un ego molto grande” ( dalla biografia di Ginsberg, Io celebro me stesso di Bill Morgan).
La raccolta Morte e fama raccoglie le poesie degli ultimi cinque anni della vita di Ginsberg. E’ una specie di racconto – registrazione della propria vecchiaia, delle proprie malattie, oltre a contenere poesie di tema civile e politico, giochi linguistici e esperimenti come in “ Frasi pastello”, scritte per descrivere “ I pastelli di Francesco Clemente; sono frasi di 17 sillabe, alla maniera degli haiku. Qualche esempio:
Dal nudo oceano oltre il nimbo del sole lui si tuffa nell’oceano azzurro spazio;
Lady Giorno piega il collo sotto una piramide di rocce nere oleose;
Sotto becchi di vespa a petto occhiuto la rosea rosa s’apre: su, dentro, presto!;
Scende per anni gradini di pietra a migliaia, da vecchio li risale tutti.”
Tra le poesie civili voglio ricordare la celebre “ La ballata degli scheletri” che è diventata il testo di una
canzone cantata dallo stesso Ginsberg con le musiche di McCartney e Glass.
Ma il pensiero della malattia e della morte diventa più insistente a partire dalle poesie del 1996, come in “Canto delle budella”:
Ascolta, hai i giorni contati, perché sprecar l’essenza del tuo orologio
Come ti sentirai quando non riesci più a respirare?
Cosa farai negli ultimi sei minuti?
A che ti servono allora mezza dozzina di film porno?
Il tuo Maestro ti dà buoni consigli, ascolta, seguili per un paio di settimane
poi ricasca nelle vecchie abitudini, spreca tempo al cesso leggendo libri
in cucina 3 del mattino lavando piatti e sognando occhi aperti.
Se non ti prepari ora, che farai davanti al Buco Nero.
Vuoi rinascere come una bella bambina e riprovare ogni sofferenza?”

In “ Riccardo III l’elenco delle proprie malattie:
L’età mi ispessisce le unghie dei piedi,
lo zucchero riveste i miei nervi, muscoli
delle gambe carenti di sangue, ginocchia deboli
cuore insufficiente, parete valvolare dilatata,
fiato corto, due chili
sovrappeso tutta acqua –
fregato, pancia e polmoni pigri – sveglio alle quattro del mattino
a leggere Shakespeare”.

La lunga poesia che dà il titolo alla raccolta Morte e Fama, quasi un poema – è la visione di tutti quelli che Allen vorrebbe al suo funerale. Spassosa e auto ironica la parte dedicata ai suoi amanti del passato e del presente, vivi o “fantasmi”:
E poi importantissimo gli amanti di mezzo secolo
decine, cento, di più, anzianotti stempiati e ricchi
ragazzi giovani trovati nel letto recentemente, folle di uomini
stupiti nel vedersi l’un l’altro, innumerevoli, amici tra loro,
che si scambiano ricordi…
Suonavo sulle banchine della metropolitana, non sono gay ma lui mi piaceva
e io piacevo a lui…
ce ne stavamo sotto le coperte a spettegolare, leggere le mie poesie, a stringersi e baciarsi ventre a ventre abbracciati…
parlavamo di Kerouac e Cassady tutta la notte seduti nella posizione del Buddha e poi dormivamo nel suo letto da capitano di marina…
Si sentirà un mormorio tra gli amanti del 1946, perché ecco il fantasma di Neal Cassady unirsi a carne e sangue giovane del 1997…

Questa raccolta, a mio parere va letta a ritroso, cominciando dall’ultima poesia, per capire il percorso mentale e fisico di un essere umano. La poesia di Ginsberg non ha mai scopi estetici, ma unicamente esistenziali, filosofici; dalle primissime dedicate al suo amore infelice per Neal Cassady a queste ultime della vecchiaia e della morte. La tecnica si sa, Allen l’ha imparata da Kerouac: scrivere quel che c’è ora in me, senza selezioni e censure, scrivere anche il brutto e il disgustoso; anche in questa raccolta c’è un po’ di disgustoso,ma in questa recensione ho pensato di risparmiarvelo.

Allen Gisberg,(Newark,1926 – New York 1997),poeta americano
Allen Ginsberg, Morte e Fama, Ultime poesie 1993 – 1997, Il Saggiatore, 2009
Prima edizione 1999

APPROFONDIMENTI IN RETE
http://it.wikipedia.org/wiki/Allen_Ginsberg
http://www.ariel.ucalgary.ca/ariel/index.php/ariel/article/view/2688/2635
http://asiasociety.org/arts/literature/slideshow-allen-ginsberg-india-1963
http://www.allenginsberg.org/
archivio di innumerevoli risorse in rete di audio di Allen Ginsberg: http://howlcat.naropa.edu/cgi-bin/koha/opac-search.pl?q=howl&limit=:
In Lankelot

http://www.lankelot.eu/letteratura/ginsberg-allen-urlo.html
http://www.lankelot.eu/letteratura/ginsberg-allen-facile-come-respirare.html
http://www.lankelot.eu/cinema/still-colin-no-more-say-nothing-weep.html
http://www.lankelot.eu/cinema/epstein-rob-friedman-jeffrey-urlo.html

Parole pensate – parole scritte

Quante cose succedono nella mente
in cinque minuti di meditazione sul respiro –
è un film di parole, immagini
e pensieri così astratti
da non avere nè immagini, nè parole
ma così concreti in fondo –
e poi ci sono
le emozioni positive
negative e neutre
anche loro sono senza parole,
non esistono nella mente e nel cuore
le parole delle emozioni
e allora cos’è la poesia?
è una traduzione
stranamente fedele
di “chi” dentro di noi
non ha parole nè immagini –
strano eh?
non c’è infedeltà,
quel qualcosa
deve essere tradotto in parole
altrimenti soffre.