Mia recensione di Più che umano di Theodore Sturgeon


“Fonderci, quella era la parola che usava Janie. Diceva che gliela aveva detta Baby. Significava che tutti insieme eravamo una sola cosa, anche se ognuno faceva cose diverse….Lone diceva che forse era una via di mezzo tra aiutarsi e unirsi” ( T. S.)

Ho scoperto questo scrittore americano mentre preparavo la recensione al libro di Tom Wolfe, L’acid test al rinfresko elettriko, interamente dedicato a Ken Kesy e ai suoi Merry Prenksters (allegri burloni). Sono così venuta a sapere che un autore culto di Ken Kesey era proprio Theodor Sturgeon. E così ho letto questo suo romanzo, More than human, che alcune edizioni in italiano traducono Più che umano e altre Nascita del superuomo. L’edizione italiana che ho letto io, quella della Giano del 2005 traduce il titolo alla lettera. E’ un bel titolo e ha a che vedere con il contenuto del romanzo molto più che l’altro, che evoca cose del tutto al di fuori di esso.
Non sono né un’appassionata di fantascienza né tanto meno un’esperta di questo genere letterario. Diciamo che, come molti ormai, non divido la letteratura in generi ma in libri che mi piacciono o che non mi piacciono.
La mia lettura di “Più che umano” è avvenuta quindi fuori da un contesto di genere letterario specifico, è avvenuta invece nell’ottica dei miei interessi principali in questo campo, quella della letteratura beat e hippy. Mentre leggevo questo romanzo mi sono cioè domandata cosa lo legasse ai vari Allen Gisberg, Ken Kesey, Lenore Kandel. Ho trovato a questo proposito delle connessioni: Il romanzo:
– ti porta in una dimensione “altra”, ma umana, i “poteri” che i personaggi posseggono derivano dalla mente umana non da entità sovrannaturali;
– ti porta ad un livello di profondità in te stesso, tramite i personaggi, come si muovono, cosa fanno, cosa dicono;
– ti porta ad identificarti in loro e li vedi come in un film, ma un film psichedelico, cioè un film che avviene solo dentro la mente di qualcuno;
– ti porta a questo discorso bellissimo della telepatia, del comunicare con la mente, cioè con l’energia della mente ed in maniera immediata ed intuitiva, senza la mediazione delle spiegazioni razionali, delle giustificazioni, dei perché e dei per come, la comunicazione mentale avviene e basta.
Lo stesso linguaggio di Sturgeon in questo libro evoca quello beat – hippy, tanto che in esso la comunicazione telepatica viene definita “fondersi” gli uni con gli altri. Riecheggia inevitabilmente il “tune in”, ovvero il “sintonizzati” di Leary Timoty, uno degli indiscussi guru degli hippies di San Francisco negli anni ’60.
Infatti fondersi è quello che hanno sempre cercato di fare con o senza le droghe Jack Kerouac con Neal Cassady, Allen Ginsberg con Neal Cassady e con Kerouac, Lenore Kandel con Sweet William, e gli Allegri burloni di Ken Kesey tra di loro. Questo è stato il Grande Esperimento di quegli anni.
Tutti i personaggi di “Più che umano” vengono mostrati sulla scena del romanzo fin dall’inizio, ognuno con la sua triste storia infantile che sarà la causa e il motore di tutto il resto della loro vita: quelli che contano di più nella storia sono Lone, Gerry, Janie, le due gemelline Bonnie e Beanie e Baby, il bambino mongoloide nella culla. Le loro vite si intrecceranno nel corso di tutto il romanzo perché tutti e sei hanno in comune l’essere stai rifiutati da qualcuno. “ L’intero mondo aveva rifiutato Lone…E Janie era stata rifiutata, e anche le gemelle” ( pag. 84). Tra di loro c’è questa comunicazione spontanea e telepatica che loro chiamano appunto fondersi. Janie la spiega così: “ se vuoi sapere qualcosa me lo dici e io lo dico a Baby. Lui trova la risposta e la dice alle gemelle, loro la dicono a me e io la dico a te”( pag. 87).
Lone ad esempio dice a Janie: “ Chiedi a Baby cos’è un amico”. “ Dice che è qualcuno che continua ad amarti anche se non gli piaci”.
“Chiedi a Baby se si può davvero fare parte di qualcuno che si ama”. “ Dice, solo se ami te stesso”. “ Chiedi a Baby cos’è un adulto che sa parlare come i neonati”. “ Dice, un innocente”. ( pag 93).
Baby, il bambino mongoloide è l’oracolo a cui si chiede, o se preferite è il guru, Janine e le gemelline Bonnie e Beanie sono le intermediarie, Lone o Gerry fanno le domande, fungono da adepti del guru Baby.
Ognuno di loro ha quindi funzioni diverse ma forma col fondersi con gli altri cinque un unico sistema che rappresenta l’evoluzione dell’homo sapiens. Sono la nuova specie umana, l’homo gestalt. Sono come un unico organismo che opera con diverse parti ad un unico comportamento.
Poi c’è il personaggio di Hip, che è il protagonista della terza parte del romanzo e che ha subito anche lui rifiuti e sofferenze fin da bambino.
Fondersi è una parola che Baby ha insegnato a Janie. “Significava che tutti insieme eravamo una sola cosa, anche se ognuno faceva cose diverse….Lone diceva che forse era una via di mezzo tra aiutarsi e unirsi” ( pag. 106 e 112).
Ma un giorno il gruppo incontra Mrs. Kew e qui cominciano i guai. A contatto con la bisbetica e razzista signora che li ospita nella sua bella casa e li costringe ad una rigida educazione vittoriana, i ragazzi cominciano a perdere il loro potere, la loro intima comunicazione telepatica. Dice Gerry, nella seconda parte del romanzo ad uno psicanalista : “ Ci svegliavamo tutti alla stessa ora. Facevamo quello che voleva qualcun altro. Trascorrevamo la giornata al modo di qualcun altro, pensando i pensieri di qualcun altro, dicendo le parole di qualcun altro. Janie dipingeva i quadri di qualcun altro, Baby non parlava con nessuno e noi eravamo contenti così. Non ci fondevamo più…alla fine dovetti uccidere Mrs. Kew” (pag 145 – 146).
La terza parte di “Più che umano” è dedicata al “perché la gente fa le cose”, se per fini egoistici e miserabili o per fini nobili e altruisti. Nel romanzo lo psicanalista a cui si è rivolto Gerry per farsi spiegare perché ha ucciso Mrs. Kew, la chiama moralità e la considera un modo per convivere con la solitudine. E’ l’insieme delle regole di comportamento che si dà una società per sopravvivere, ma non può essere applicata allo stadio evolutivo dell’Homo Gestalt, quello a cui appartiene Gerry. Il personaggio di Hip, e che è stato perseguitato da Gerry perché ha scoperto il segreto dell’antigravità di cui si servono le gemelline Bonnie e Beanie per spostarsi nello spazio volando, gli dice: “ Tu non hai bisogno di una morale. Nessun sistema di regole morali può valere per te. Tu non puoi obbedire a regole stabilite da quelli della tua specie perché non esiste nessuno della tua specie. Tu non sei una persona qualunque, perciò la morale di una persona qualunque non ti servirebbe più di quanto potrebbe servire a me la morale di un formicaio. Ma Gerry, c’è un altro tipo di codice a tua disposizione. E’ un codice che richiede fede più che obbedienza. Si chiama Ethos” ( pag 263). Ma cos’è l’Ethos? Credo di aver capito dalle ultime pagine del romanzo di Sturgeon che l’ethos sia la conseguenza di quello che capita ad un essere umano ( sapiens o gestalt) quando si accorge dei propri errori. Si raggiunge, come è capitato a Hip con l’introspezione, con il ripercorrere a ritroso i comportamenti di un’intera vita, riuscendo a “vedere” gli errori che si erano dimenticati. E le circostanze che li avevano prodotti. Vedendoli si prova vergogna, si dice nel romanzo, ( non ho l’edizione originale e non so se il termine vergogna sia la traduzione più giusta) cioè si soffre, interpreto io; da questa sofferenza che è consapevolezza del male compiuto verso gli altri, nasce il comportamento etico. Il comportamento etico non è sinonimo di quello morale. Quello morale riguarda la massa, l’intera società umana così com’è ora, e può essere disatteso, trasgredito senza che “ se ne provi vergogna”, senza che se ne sia consapevoli ( “perdona loro perché non sanno quello che fanno”). L’uomo nuovo sarà l’uomo etico, l’ulteriore stadio evolutivo dell’uomo gestalt. Sarà colui che grazie “all’intuizione” si darà un codice etico per essere sempre pienamente consapevole e rispettoso.
Quando Hip tiene in suo potere Gerry, che lo aveva perseguitato per la sua scoperta sull’antigravità, potrebbe compiere un’azione morale: “ uccidere un mostro” ( pag. 264). Invece compie un atto etico, farà in modo che provi vergogna e lo libererà. C’è qualcosa di profondamente anarchico, a mio avviso, in questa distinzione che fa Sturgeon nel romanzo tra moralità ed etica. La moralità è quella che porta ad “uccidere il mostro”, cioè i propri nemici, avversari, che riempie le carceri, le camere della morte, i campi di guerra. Che riempie le famiglie di sofferenza, come è capitato a tutti i bambini protagonisti di questo romanzo. La morale può essere violenta perché con essa ci si difende. L’etica invece non prevede la punizione , prevede l’intuizione, l’auto consapevolezza, e la conseguente vergogna. Il pericolo però è quello di essere “ il benpensante che non riesce a dimenticare le regole. Quello che ha l’intuizione chiamata etica, e che sa trasformarla nell’abitudine chiamata morale” (pag. 267).
Un’ultima considerazione. Non bastasse la ricchezza, la profondità, la bravura di Ted Sturgeon nell’intrecciare tra loro le storie passate, presenti e future dei personaggi, c’è l’ultima pagina del romanzo. Non la riassumo e non tento di spiegarla. Fatte le debite differenze è una specie di vangelo dell’uomo nuovo, che assomiglia moltissimo alla parola di un essere illuminato.

Recensione: Franck Maubert, L’ultima modella

 

 Apparentemente è Caroline la protagonista della vicenda raccontata in questo piccolo libro (104 pagine), che viene definito romanzo perché pur essendo in tutto e per tutto una storia vera, non viene raccontata con gli strumenti della biografia, ma con quelli del testo letterario. E quindi in cosa consiste la differenza? Nel tipo di scrittura e nella visione che la sostiene. Che è quella del mito di un epoca ormai lontana e dimenticata e di un luogo completamente cambiato: la Parigi degli anni ’60. Quella dei pittori e delle loro “ragazze”, dei loro Caffè, dei loro ristoranti aperti tutta la notte, dei loro atelier, della loro vita bohémien. Dicevo che solo apparentemente la protagonista di questo romanzo è Caroline, l’ ultima modella e amante giovanissima di Alberto Giacometti. In realtà la vera protagonista è la curiosità dello scrittore, che è anche il narratore e coprotagonista di questa storia. E’ la curiosità che lo spinge a rintracciare Caroline, vecchia, sola e povera a Nizza, in uno squallido appartamento nei pressi delle strade dei turisti e villeggianti. Quella curiosità che spinge certi scrittori ad interessarsi e scrivere, romanzandole, storie di persone realmente esistite. Conosco questo tipo di curiosità, è stata anche la mia nei confronti di certe figure da me mitizzate e molto amate come quelle di Neal Cassady e Lenore Kandel. O altre che in questo momento affollano di domande e ricerche la mia mente. E’ una curiosità pericolosa, ti lascia comunque sempre insoddisfatto, più cose scopri sul tuo personaggio reale e meno ti sembra di saperne, più cioè lui ti sfugge. Quella che si utilizza per scrivere romanzandole storie vere, è una forma di immaginazione continuamente frenata dalla necessità e volontà di “vedere” come sono andate davvero le cose ( su questo argomento, è uscito un bell’articolo su La Repubblica di Lunedì 13 Maggio scorso. Francesco Erbani recensiva “Le nevrosi di Manzoni, un nuovo saggio di Paolo D’angelo su l’ abbandono della forma romanzo da parte di Alessandro Manzoni dopo I promessi Sposi, a causa dell’avversione da lui maturata verso l’immaginazione creativa).
E’ stato perciò facile da parte mia immedesimarmi con il narratore che si trattiene un’intera giornata con la vecchia Caroline ed è continuamente combattuto tra il farle sempre più domande sulla sua vita con Giacometti, e sempre più intime, e al contrario il bisogno di trattenersi dal farlo per rispetto e pudore verso la donna. Dice il testo: “ Avrei voglia di saperne di più ma ho sempre il timore che il filo che ci lega si spezzi. Quando Caroline mi racconta i momenti che ha vissuto con Alberto, non mi stanco di ascoltarli, a volte lei dà l’impressione di confondere la leggenda con la realtà…Cerco di ricostruire il puzzle di tutti quei frammenti sparsi, e anche il più piccolo pezzetto mi rallegra, dandomi la sensazione di scoprire a poco a poco un disegno con i suoi sfondi lontani o sfumati sui quali si stagliano elementi più crudi e molto reali” (pag. 82). Come si può vedere anche solo da queste poche righe questo è un piccolo bel libro, scritto bene, con cuore, amore e verità. La curiosità del narratore-scrittore non è quella che muove il cacciatore di gossip, ma è indirizzata a inquadrare l vita di un grande artista e la sua epoca, i suoi luoghi, i suoi amori. Sotto i nostri occhi pagina dopo pagina dal racconto di Caroline appare la Parigi degli anni ’60 con le sue giovani ragazze in cerca di fortuna e avventure appena arrivate, come lei dalla provincia nella grande città e già pronte a racimolare qualche quattrino con la cosa che hanno più a portata di mano, la loro giovinezza. Ma tutto questo non viene raccontato con lo stile del dramma sociale, bensì con leggerezza e velato da una coltre giocosa di romanticismo. Allora noi diventiamo Alberto Giacometti che in un famoso locale del tempo, lo Sphinx, guarda per tutta la notte le ragazze salire al piano superiore con i loro clienti. E rimaniamo con lui per tutto quel tempo ad osservare la vita nel suo svolgersi senza tormenti e senza dolore. E tutto sembra il bel gioco dell’amore. Dice il testo: “ Alberto ha sempre amato le donne e non ha mai nascosto la sua passione per le prostitute. Quando non saliva con una di loro, si sedeva ad un tavolo vicino alle scale da dove si vedevano salire le coppie, la donna davanti” (pag.30). L’andamento del racconto ci porta ad immaginare che quelli tra le giovani ragazze scapigliate e i loro clienti siano semplicemente incontri. Come quello tra la ventenne Caroline e il sessantenne Giacometti, pittore già famoso e ricco ma che ama vivere come un bohémien. Tra loro è amore a prima vista e Alberto dividerà Caroline con la moglie Annette e Caroline dividerà Giacometti con altri amanti e clienti. Ai suoi occhi lei è una donna diversa da tutte le altre. “ E’ una donna a rischio, e lui la apprezza anche per questo. Sa che il suo viso angelico nasconde molte ombre. Caroline è così agli antipodi rispetto alla donna che ha sposato, la saggia Annette” (pag. 33). “ Nessuno può capire l’amore tra me e Alberto”, dice Caroline nel libro, “ Un giorno mi ha chiesto di raggiungerlo a Stampa, a casa di sua madre. Ma non era il caso, per me, che me la presentasse. Può immaginare…Allora abbiamo camminato lungo la strada ferrata sino all’alba ed è stata la mia più bella notte d’amore” (pag. 91). Il suo essere l’amante di Giacometti coincide con il suo essere la sua modella. L’artista faceva posare i suoi modelli ore ed ore. Nel caso di Caroline notti intere. Per poi non essere mai soddisfatto del risultato, perché nel ritratto egli cercava di carpire l’anima del modello e quando non ci riusciva se ne disperava. Per lui l’arte era questo, la ricerca dell’impossibile, la ricerca dell’ostacolo da superare e mai superato. “ Quando dipinge Alberto ignora la carne e il sangue. Ha qualcosa di meglio da offrire: cerca di cogliere ciò che inafferrabile. Chi posa lo sa” (pag. 46). Il racconto di Caroline al narratore avviene prevalentemente sul terrazzo del suo appartamento di Nizza. E’ estate e da lì si sente il traffico delle strade sottostanti, si vedono passare gabbiani e si intuisce la presenza vicina del mare. L’anziana donna non parla solo del suo passato con Giacometti pieno di regali, cene e gioventù spensierata, ma anche del suo presente fatto di povertà e di un uomo, che non compare mai, ma che è sempre atteso da un momento all’altro, e che la sfrutta e la picchia. Questo continuo paragone tra passato e presente è la nota triste del romanzo, perché mostra tutta la spensieratezza della gioventù e tutto l’avvilimento della vecchiaia che rende brutti quelli che sono stati belli e amareggiati quelli che sono stati allegri. E’ conseguentemente anche il libro sulla vita vissuta vs la vita ricordata. Un monito quindi a sperperarsi anche nella vecchiaia.
Il romanzo termina con qualche nota autobiografica di Maubert: “ Anch’io, molto tempo fa, iniziavo con la notte i miei giorni. Anch’io ho trascorso intere nottate a girare per Parigi, quella Parigi senza fine. La notte come un puntello, un ripiego, una menzogna… Durante la notte Parigi ritorna selvaggia. Un’altra vita vi si apre davanti. Le sue notti, le sue strade mi chiamavano e avevo bisogno della loro ebbrezza” (pag. 95-96).