Recensione del film di Makoto Sasa, Fire under the snow

 Dopo la visione di questo film i gesti quotidiani della mia vita non sono più gli stessi. Me ne sono accorta il giorno dopo averlo visto facendo la doccia. C’è una consapevolezza in essi, una coscienza della loro bellezza e utilità che non è quella dovuta ad un qualche tipo di meditazione. Sotto la doccia pensavo a Palden Gyatso ai suoi gesti quotidiani ritrovati dopo 33 anni di prigionia, e ho ritrovato anche i miei. E’ una cosa strana, ma comunque bella ma senza enfasi, è semplicemente accaduto e non so quanto durerà.
Questo per dirvi che effetto può fare anche a voi questo film, che colpisce non solo per il racconto che Palden fa della sua vita, ma soprattutto perché ci mostra cosa vuol dire perdere la propria quotidianità, i gesti della quotidianità e ritrovarli.Tutto questo lo vediamo attraverso le azioni di Palden nella sua piccola casa a Dharamsala in India, dove vivono tanti esuli tibetano e lo stesso Dalai Lama. Vediamo Palden pregare, leggere i libri religiosi, accendere i lumini davanti alle immagini sacre, scaldare un po’ di latte sul gas della piccola cucina, entrare e uscire di casa, salutare le persone per le strade di Dharamsala. Cose normali, che tutti noi diamo per scontate e che anzi molte volte ci annoiano e le malediciamo. Ebbene per 33 anni Palden vi ha dovuto rinunciare, ha dovuto vivere in una cella patendo continuamente la fame, interrogato, picchiato e torturato. Dice nel film : “ Quando i cinesi ci chiamavano per gli interrogatori spargevano sul pavimento vetri rotti e sassolini. Dovevamo camminare in ginocchio. Poi mi appendevano al soffitto e mi lasciavano a penzolare nudo come una lampadina. Poi ci colpivano con i bastoni. Mangiavamo insetti, topi, alla fine pezzi di cuoio e spago.
All’inizio del film Palden è di spalle davanti ad un paesaggio di montagna; si dondola come fanno sempre i monaci tibetani quando pregano. Ha una bella voce, dolce su un sottofondo musicale di cimbali. Subito dopo compare con il viso davanti alla telecamera. Ha una faccia, una faccia che nessuno di noi avrà mai. Risoluta. Lui è risoluto. Nonostante i 33 anni nelle carceri cinesi in Tibet. Ha occhi che non moriranno mai. Ci mostra gli strumenti di tortura usati nel carcere di Drapchi che si è portato dietro nella sua fuga dal Tibet in India. Una monaca lì vicino piange e noi con lei. Lui li fa vedere. Se li è portati dietro nel suo lungo viaggio per farceli vedere. Questo film è bellissimo, ma nel parlarne non sono obiettiva. Mi ha commosso più del libro. Non riesco ad essere obiettiva. Ho una forma di devozione verso questi monaci, voglio credere che siano risoluti senza odio, così come mi appaiono. Nel film il cugino di Palden, anche lui monaco, dice che Palden ha una personalità molto forte e Lawrence Gerstein che nel 2005 ha organizzato una marcia a favore del Tibet negli USA, afferma che la sua energia è travolgente. Così infatti appare quando marcia davanti a tutti con il cappellino giallo in testa e la bandiera tibetana tra le mani. A me pare una forza della natura.
Il film contiene tante cose, anche inserti d’epoca relativi all’invasione cinese, la rivolta tibetana del 1959, la fuga del Dalai Lama in India. Ci sono anche scene meravigliose degli ambienti naturali del Tibet, che la regista ha girato personalmente e scene della devozione religiosa dei tibetani, e della loro vita nei villaggi.
Un giorno Palden decise di fuggire dal carcere in cui si trovava insieme ad alcuni compagni. Volevano andare in India. Furono catturati. Dalle botte che gli diedero desiderò di morire. Si prese altri 8 anni di prigione e per due fu tenuto con mani e gambe ammanettate. Per due anni di seguito. Ce lo possiamo immaginare cosa significa? No, non possiamo. “ Sognavo apparisse il Dalai Lama a liberarmi”, dice, “quando vedevo volare gli uccelli sognavo di volare anche io”, aggiunge.
Nel 1975 aveva scontato 15 anni di prigione e fu mandato in un campo di lavoro vicino a Lhasa. Per avere affisso manifesti a favore dell’indipendenza del Tibet fu condannato ad altri 8 anni e mandato nel carcere di Drapchi, dove fu torturato con i manganelli elettrici. Appena arrivato gliene infilarono uno in bocca. Gli caddero tutti i denti. Ad un certo punto Palden dice una cosa che mi ha stupito. “In prigione persi la fiducia nelle persone, divenni irascibile e strambo”.
Quando finalmente riesce a fuggire in India viene accolto malato da una donna. “Stava così male”, dice nel film questa donna, “che poteva solo mangiare e pregare”. “Il motivo principale per cui venni in India”, dice Palden, “era incontrare il Dalai Lama”. Questo è ciò che spinge anche tutti i tibetani che arrivano a Dharamsala dopo il tremendo viaggio dal Tibet. Non possiamo immaginare la devozione dei tibetani nei confronti del Dalai Lama. Si potrebbe pensare che è qualcosa di simile a quella dei cattolici verso il Papa. Personalmente mi domando: quale sarebbe la nostra devozione di cattolici se ci trovassimo di fronte a Gesù? Penso sia qualcosa di simile a quello che provano i tibetani di fronte al Dalai Lama, il Buddha vivente.
Di sé Palden dice nel film: “ Se sono sopravvissuto è grazie alla fede”. Poi piange perché tanti tibetani sono morti, dice che non può riposare. “ Mi sento male”, dice, “per tutte le persone che in Tibet si consumano in prigione…Mi manca il Tibet, sono triste perché non ci più posso tornare. Ma perché lo desidero ancora tanto? Sì, ho ancora speranza. Possiamo vincere.”
Molto bello è anche il secondo documentario contenuto nel dvd che tratta del perché Sasa Makoto ha deciso di girare questo film e le varie fasi in cui il film è stato girato. Vediamo la vita dei tibetani a Dharamsala, l’ospitalità che hanno dato alla troupe, i vari festival in cui è stato premiato.
Da notare infine le musiche contenute nel film, tutte bellissime e coinvolgenti.
sito del film: http://www.fireunderthesnow.com/site2009/ita
Per acquistare il film: scrivere a [email protected]; oppure telefonare: al numero 02.70638382