Il 12 Marzo del 1922 nasceva Jack Kerouac, quanto è attuale il suo di On the road dopo 60 anni dalla sua pubblicazione?

Ci sono scrittori che sono attuali, anzi necessari proprio perché inattuali rispetto al nostro presente. Sono come un faro che indica la strada in periodi di totale confusione come quello che stiamo vivendo. I sentimenti, le emozioni, i valori che trasmettono (senza volerlo, ma così spontaneamente) derivano dalle storie che raccontano e dal tipo di relazioni tra i personaggi di queste storie. Nel caso di Kerouac quello di lui che ci è ancora necessario è la spericolatezza della sua scrittura, i rischi che continuamente si prende a partire da On the road per inventare una nuova lingua letteraria attraverso cui entrare nel suo mondo interiore fatto di ricerca spirituale, senso assoluto dell’amicizia, curiosità, ma anche un mare di disperazione.
On the road non è il romanzo del “come eravamo”, ma del come potremmo essere. Non è attuale, a mio parere, ciò che semplicemente parla dell’oggi, bensì ciò che ci riporta alla parte più profonda di noi stessi e che abbiamo così tanto perso di vista da pensare che non esista nemmeno. Per me un romanzo, una poesia, un film sono attuali se domandandomi : mi riguardano? La mia risposta è sì.
Sono passati poco più di 60 anni dalla prima pubblicazione in America di On the road, era il 5 Settembre del 1957, ma per me è come un giorno. Per me Kerouac “è” ; non frutto del passato, del suo passato storico, ma frutto di una mente che ha attraversato indenne i decenni e attraverserà altrettanto indenne altri decenni. Perché? Perché il suo è il racconto epico dei tempi moderni e per quanto riguarda me e molti altri punto di riferimento di quel “rimaniamo umani” di cui abbiamo così tanto bisogno in questi terribili tempi in cui ogni cosa, ogni avvenimento, bello o brutto che sia dura un’ora, e poi non se ne parla più. Nel saggio di Howard Cunnell, “Stavolta veloce: Jack Kerouac e la composizione di Sulla Strada” che appare come introduzione in Jack Kerouac/On the road – il rotolo del 1951, si dice una cosa importantissima: ” Assai più che una guida per hipsters Sulla strada è una ricerca spirituale…gli interrogativi che si pone sono gli stessi che ci tengono svegli la notte e scandiscono i nostri giorni. Che cos’è la vita? Cosa significa essere vivi mentre la morte, lo straniero velato, è ai nostri calcagni? Dio ci mostrerà mai il suo volto? Potrà la gioia togliere di mezzo le tenebre?” In on the road questa ricerca è fatta nel modo in cui da che mondo è mondo si cerca se stessi: viaggiando, e con chi? Soli o con un amico. Kerouac aveva già scritto sei dei suoi capolavori più importanti prima di veder pubblicato il suo On the road nel 1957, dopo che fu costretto a “normalizzare” pur di essere pubblicato la versione del 1951. Quando iniziò a pensare a questo suo romanzo decise che quella storia per essere scritta aveva bisogno di un nuovo modo di raccontare. Doveva essere la scrittura dei tempi moderni, così come il jazz di Dizzy Gillespie e Charlie Parker era la musica dei tempi moderni e l’espressionismo astratto di Jackson Pollock la pittura dei tempi moderni.
Quello che stava accadendo tra i giovani artisti in quegli anni in America, era che protagonista dell’arte diventava la coscienza umana. Attraverso i fatti, i luoghi, i personaggi si raccontava direttamente la condizione della mente umana, la vita interiore dell’anima. Dall’esterno di sé si andava a raccontare l’interno di sé, senza mediazioni, tentennamenti, censure. Kerouac voleva raccontare l’America dei “battuti e beati”, l’America dei giovani emarginati del secondo dopoguerra. Per fare questo lavorando indefessamente trovò una nuova scrittura. Inventò la Prosa Spontanea che teorizzò nei saggi contenuti in “ Scrivere Bop”, e in una miriade di articoli pubblicati sulle riviste dell’epoca. La Prosa spontanea è il raccontare la vita mentre accade. E’ l’unità di mente e corpo mentre agiscono. Fu una grande scoperta. Geniale. L’essere umano tornava a quell’unità originaria e innata di corpo e spirito che la società tiene tuttora separati. Kerouac amava citare a questo proposito un passo del Vangelo: “ Non preoccupatevi di ciò che direte, ma ciò che a voi sarà ispirato in quel momento, quello direte, poiché non siete voi a parlare ma lo Spirito Santo” ( Marco, 13.11).
Dopo aver scritto il romanzo La città e la metropoli ( il solo che gli fu pubblicato poco dopo averlo scritto, nel 1950 ), Jack si accorse che lo stile tradizionale che aveva appreso da Tom Wolfe e William Saroyan non gli piaceva più. Ha dovuto creare un romanzo di 1000 pagine che ha impiegato due anni e mezzo a scrivere per accorgersene. Qualcosa macinava, fermentava e maturava in quelle sedute alla macchina da scrivere che duravano tutta la notte; c’era un sotto testo, un altro testo che stava sbocciando nella mente di Jack e che avrebbe dato luogo all’invenzione della tecnica dell’improvvisazione nella scrittura.
Oltre che dall’insoddisfazione rispetto al suo modo originario di scrivere, la tecnica dell’improvvisazione nasce da altre sollecitazioni e influenze. Prima di tutto dal Bop, suonato dai musicisti che Kerouac andava ad ascoltare nei locali di New York come il Minton’s e che erano Dizzy Gillespie, Charley Parker, Thelonious Monk, Lionel Hampton. Jack li ascoltava questi campioni del nuovo stile e pensava: come posso fare a scrivere come loro? Come posso fare a trasferire nella scrittura tutta quell’energia, quel sudore, quella fatica, quella bellezza che sembra nascere solo da se stessa e che non è scritta in nessuno spartito, ma sboccia lì improvvisata sul palco? Come fare tutto questo divenne per Jack un’ossessione. E quando uno scrittore è ossessionato da qualcosa deve per forza provare a scriverlo questo qualcosa. E poi c’era stata la lettera di 40 pagine che il suo grande amico Neal Cassady gli aveva scritto. Quella lettera di migliaia di parole era un grande, immenso unico paragrafo che parlava della strada, delle sale da biliardo, delle camere d’albergo e delle prigioni di Denver. Ed è allo stile e al contenuto di questa lettera di Neal Cassady che si ispirano le storie raccontate in On the road. Senza quella lettera e senza i viaggi su e giù per l’America fatti a fianco di quel grande affabulatore che era Neal, Kerouac non sarebbe diventato lo scrittore che conosciamo. Quel cowboy delle strade d’America divenne non solo suo amico ma soprattutto suo mito idealizzato, musa ispiratrice di una parte consistente della sua produzione letteraria.
In Kerouac la scrittura non ha lo scopo di raccontare una storia, non c’è trama, plot, struttura, scaletta, capitoli, cronologia, filo logico. La scrittura ha una funzione completamente diversa, quella di svelamento, di confessione, di estremo inutile tentativo di “confessare tutto a tutti” come diceva sempre lui; questo suo bisogno disperato di confessione aveva lo scopo di vedere dietro il peccato Dio. Questa fu la sua grande presunzione, ma presunzione giusta, quella di dare alla scrittura una funzione spirituale tramite il romanzo.
Questo nuovo modo di scrivere fu fatto proprio da Allen Ginsberg che lo trasferì nella poesia. Intorno a lui e a Kerouac si formò una cerchia di amici, come Burroughs e Corso, il cui interesse principale era lo scrivere, fare bisboccia, viaggiare, frequentare donne e locali erano la fonte di inspirazione di quello che essi avrebbero fatto confluire nella loro scrittura. Questo fu la beat generation. Un gruppo di amici che insieme cercarono e trovarono un nuovo modo di scrivere. Al di fuori delle università, delle accademie, dei circoli culturali, delle lobbies letterarie. E questo è un punto importante, che ne fa un aspetto attualissimo, da imitare anche oggi, da far proprio,
cercare la scrittura dove la scrittura non è, nelle strade, nelle persone che vediamo per caso, fuori di noi quindi, ma per fare risuonare tutto questo dentro di noi e vedere cosa succede a scriverlo. Ma neanche questo basta. Bisogna anche essere bravi, più che bravi, bisogna essere geniali, trovare da qualche parte dentro di sé questo nostro personale modo di essere geniali. In questo senso Kerouac è inattuale; infatti a parte quelli che hanno cercato di imitarlo pedissequamente non mi pare abbia avuto una vera influenza nella letteratura dei decenni successivi. Del resto le avanguardie letterarie nascono raramente, e personalmente oggi io non ne vedo. Leggo bei romanzi, anche belle poesie, ma poi se voglio davvero tornare alla parte più profonda di me stessa devo rileggere ancora e ancora Sulla strada, Visione di Cody, leggere le astruse poesie di Kerouac, anche quelle brutte, perché sfogliando e risfogliando i suoi “Schizzi” e i suoi haiku, la perla la trovo sempre. Non so cosa sia rimasto in America di quel movimento letterario definito beat generation, l’ultimo poeta beat e che ho avuto l’onore di conoscere è James Koller, morto nel 2014. In Italia con la morte della Pivano dei beat e di quello che hanno rappresentato che io sappia non è rimasto niente.